11 settembre.

No, la Parola non esiste! Esistono delle parole, degli accozzamenti di

sillabe, delle successioni di suoni più o meno rapidi, che presumono

di esprimere l'idea, mentre ne sono separati da un abisso, da un

abisso infinitamente più grande di quello che separa i balbettamenti

del muto dalle parole.

Io non le ho detto mai nulla. Quando il prestigio della sua presenza

ha esaltate tutte le potenze della mia vita, quando il contatto della

sua mano ha trasfuso nelle mie vene nuovi torrenti di un sangue più

ricco, più rapido, più inebriante, quando tutte le cose hanno taciuto

per ascoltare il suono della sua voce, io non le ho detto nulla.

Che cosa le avrei detto? Che ella è l'adorazione costante dell'anima

mia? È troppo poco. Che vorrei avere mille vite per darle tutte per

lei? Che vorrei distruggere tutta la razza umana, perchè nessuno

respiri più l'aria che ella respira, perchè nessuno calpesti più la

terra che la sorregge, perchè nessuno contempli più il cielo che

impallidisce quando l'azzurro dei suoi occhi lo fissano? Che tutte le

anime dovrebbero gravitare intorno alla sua, come i minori astri

gravitano intorno al sole?

E dopo ciò? Che cosa saprebbe ella di quel che io provo per lei? Meno

che nulla....

Notte.

Nel tempio di Flora, in un meriggio d'estate. Si penetrava aprendosi

un passaggio tra gli arbusti dai rami strettamente allacciati, sotto

l'ombra delle acacie. Tutt'intorno si distendeva circolarmente una

parete di verzura, come un immenso merletto vegetale a cui l'azzurro

del cielo faceva da fondo. Nel centro, un gigantesco palmizio dal

fusto eretto come una colonna rôsa dal tempo, e i cui rami,

incurvandosi in alto, mettevano una cupola su quel verde recesso.

D'ogni intorno, null'altro che il verde: il verde scuro dei ligustri,

il verde cinereo degli eucaliptus, e il verde tenero, quasi giallo, di

certe robinie. A destra, un cantuccio d'Africa, una siepe di cactus

erti come pilastri, rampanti come rettili, orridi, contorti, spinosi;

e poi ancora le agavi, i banani, gli aloè. A sinistra, un angolo di

Norvegia; dei pini, degli abeti, una varietà di conifere dal fogliame

fitto e minuto come una nebbia.

Tutte queste sensazioni di verde compenetravano il cervello, lo

saturavano; ed era come se anche noi tenessimo alla terra per le

radici, se anche in noi scorressero le fresche linfe, se anche noi

vivessimo la vita immobile e silenziosa del verde. Allora, io ebbi un

istante di felicità piena ed intera: io sentiva che la parola umana mi

era fatta estranea, che il pensiero era abolito in me, che io esistevo

soltanto per lei, che io vivevo della sua vista, come l'elianto vive

della vista del sole.

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