IL MEMORIALE DEL MARITO.

«.... Che cosa direi ai signori giurati?

«Io direi loro così:

«Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho

fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me.

Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si

mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità

della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la

storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i

moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica

fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la

sola verità trionfi.

«Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un

uomo di legge. Spesso, l'uomo della legge è chiamato per impedire che

la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le

interpretazioni sottili, le citazioni significative, l'arte oratoria,

la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei

fatti, tocca a voi apprezzarli.

«La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi

un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so

parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio

carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed

i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non

so se questa sia fortezza o debolezza d'animo; so che ero così. Poi,

anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del

nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.

«Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che

io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza

fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè

concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo

stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze

ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente.

L'importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi

aveva una speranza da formulare, una gioia da espandere, un dolore da

alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la _spugna_. M'imbevevo

di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli

stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi

parevano più grandi.

«Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio

carattere, ma importa fino ad un certo punto.

«Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel

matrimonio, vedevo l'amore; e l'amore mi pareva una cosa molto

difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza....

una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora

soltanto. Leggevo dei versi, ed un'eco me ne restava dentro. Avrei

voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli

per qualcuno.... Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta

un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti

amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione

in Francia con una Americana. Come io sapevo l'inglese, oltre che da

confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le

lettere che riceveva dall'amante, e rispondevo per lui. A furia di

leggere e di scrivere frasi di amore per conto d'altri, finii per

attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l'ignota corrispondente

mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno

l'amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro

d'inglese. Allora il mio romanzo finì.

«In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti--per

ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non

desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio--sono giusto--qualche

volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo

ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo

in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna,

distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può

scusare. La _predestinazione_, il _colpo di fulmine_ mi facevano

l'effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di

me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite

in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi

domandavo; «Chi ameresti tu fra queste?»--E con una mano sulla

coscienza, mi rispondevo: «Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le

troppo brutte.» Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il

desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conseguito, che

cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me;

secondo: che quell'amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano

timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.

«Dunque, la moglie d'altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo,

bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero

esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il

matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il

babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e

dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva:

«Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti

disgraziati.» Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla

lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno

che glie la dessero i fatti....

«Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di

presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor

io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne

entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era

impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna....

«In questa calma trascorsi la mia gioventù. Poi, la mia buona mamma

passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i

terrori notturni mi presentavano l'imagine della morte, pensando al

mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il

Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con

un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto

un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all'idea di sopravviverle,

di restar _solo_ nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma

allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi

stesse al fianco. Dove trovarla?... Scorse dell'altro tempo. Avevo

trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche

reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una

fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei

ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però

non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo

quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto.

Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella

fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la

compagnia, l'amavo anche, se si vuole.... non tanto però da

incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei suoi

sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne

persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l'occasione, io le

tenni press'a poco questo discorso: «Signorina, io sono solo; vorrei

associare la mia vita a quella di un'altra persona. Sarei felicissimo

se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che

non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei

rimorsi. Ora, volete rispondermi?» Ella, di sua libera elezione, senza

pressioni di sorta, disse di sì.

«Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito,

vennero sistemati gl'interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra

unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di

noi faceva una generosità all'altro, accettandolo. Nè io nè lei,

finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente,

avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti,

ci eravamo convenuti; nient'altro. La mia fidanzata non era nè bella

nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com'era,

mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un'altra donna, avrei

amato probabilmente quell'altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo

dicevo.

«Anch'ella mi amava; me lo ripeteva sempre, me lo scriveva

continuamente--malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che

ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c'è

qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta--e questo

pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: _È

mia_.... Per dir meglio: sarebbe stata.... Intanto si preparava il

corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che

faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era

l'interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo

colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la

nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella

fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo

specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e

non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi

parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto

di più.

«La felicità m'irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io

capii che cosa volesse dire: _è mia_. Quell'essere, quella gioventù,

quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia

quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue

mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la vedevo andare e venire

per la casa--per la _nostra_ casa--ridere, vestirsi, dormire. Io

vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo

gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza

incredibile.

«Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di

soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il

porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare

per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte

quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di

orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura

di carne e d'ossa, e non v'era bisogno di spingerla per farla

manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento,

mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio

braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova,

meravigliosa, inapprezzabile: _una vita_.

«Come l'avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per

lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle

di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse

nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole

all'occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle camelie, ma non

saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella

li aveva popolati; non c'era più posto per nessuno. Il codice che il

signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli

obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde.

In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei

ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest'altro? Coi soldatini, passi;

li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli.

Ma i soldatini stavano sempre a spall'arme. Mia moglie aveva dei

muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua

volontà valeva quanto la mia. L'uomo e la donna mi parevano due esseri

diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d'accordo, la questione era

risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio.

Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva

certo piacere a me.

«Io non sono un'aquila d'ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre

discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma

rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta,

ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione;

preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.

«Quanto all'economia della casa, era stata lei a rifiutarne la

direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote,

io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle

spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito

in proprietà sua personale.

«Ella m'era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più

avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla

di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene

che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano

molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che

cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella

passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l'amavo. Le visite,

gli spettacoli, il giuoco--che so io--tutta la vita esteriore aveva

poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa.

Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro,

io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola

scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene

che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei

curiosi: «Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.»

Ancora, ella aveva un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al

davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della

sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente

l'imaginasse che si svestiva....

«Al ballo, era peggio. Degli uomini potevano passarle un braccio alla

vita, tenerla per mano, parlarle all'orecchio. Avrei voluto una

restaurazione borbonica per essere ministro di polizia e proibire

quell'uso; non far ballare nessuno perchè non ballasse lei. Poi, mi

pareva che quanta più gente la conoscesse, quanta più gente potesse

sentire la sua voce, stringere la sua mano, entrare nella sua

intimità, tanto minor prezzo avrebbero avute queste cose, tanto meno

ella sarebbe stata mia. Tutto questo me lo tenevo per me; capivo che

erano delle fisime, ed ero anzi il primo a proporle di andare in

società. Non volevo increscerle con le mie gelosie; perchè le volevo

bene non era già una ragione che l'annoiassi.

«Dicono che i mariti sieno gli ultimi a sapere dei casi loro. Sarà; la

mia esperienza mi prova tutto il contrario. I miei casi, non solamente

io non li sapevo degli ultimi, ma li prevedevo. Vi era una persona che

io avrei voluto specialmente non far conoscere a mia moglie: un

ex-ufficiale che era stato mandato a casa per aver fatto dei torti

domestici ad un suo superiore, e che ora, dopo essere passato per il

giornalismo e per le lettere, si era dato alla politica. Non si

parlava che di lui, del suo coraggio, dei suoi duelli, del suo stile

affascinante, della sua meravigliosa eloquenza, dei suoi successi con

le donne. Non volevo che mia moglie si trovasse in presenza di costui.

Ella mi aveva domandato di presentarglielo. Le avevo promesso di sì,

ma finsi una malattia il giorno che si doveva andare ad una festa di

beneficenza organizzata da lui. Un'altra volta, al caffè, feci mostra

di non riconoscerlo. Mia moglie mi aveva chiesto: «Non è quello?» La

sua premura a notarlo mi aveva messo un verme nel cervello. Io avrei

voluto prenderla per mano, e dirle: «Vediamo: che cosa vuoi farne di

questa conoscenza? È un uomo pericoloso. Se tu sei sicura di te

stessa, vuol dire che ti è indifferente; se non sei sicura, bisogna

evitarlo.» Questa mi pareva logica, ma la tenevo per me. Le avevo

invece portati certi libri di quel tale, gonfii e vuoti come vesciche,

nell'idea ch'ella si persuadesse del loro valore. Dichiarò che erano

bellissimi, e innanzi alla gente insistette sulla diversità dei nostri

gusti. La cosa, ripetuta, era venuta necessariamente all'orecchio

dell'autore; egli mostrava di non badare a mia moglie, non ci salutava

quando eravamo insieme.

«Un giorno, ella lo incontrò da una sua amica. Tornando a casa, me lo

disse; io le manifestai la mia compiacenza. Dentro, mi rodevo. Mandavo

al diavolo quell'amica, avrei voluto partire immediatamente per

evitare che colui venisse in casa mia. Lasciò soltanto, dentro la

settimana, una carta di visita. Una seconda volta s'incontrarono, me

assente. Questa volta ella non me lo disse.

«La giustizia considera gli atti, non le intenzioni. Si arresta chi ha

commesso un crimine, non chi va a commetterlo. Ciò è giusto; però, se

si arrestasse prima, il crimine non sarebbe commesso. Così, per essere

troppo elementari, certe verità fanno ridere.... Quell'uomo, dunque,

voleva rubarmi mia moglie. Fingeva di non osservarla perchè lo

osservasse lei. Il suo giuoco riusciva. Se io fossi andato dal

procuratore del re, questi si sarebbe messo a ridere. «Lasciate che ci

sieno dei colpevoli, e la giustizia seguirà il suo corso.» Se io fossi

andato dal ladro, il ladro si sarebbe potuto offendere per giunta.

Avremmo potuto anche batterci. Probabilmente avrei avuto la peggio;

sarei stato ridicolo. Se lo avessi ferito, egli sarebbe stato

compianto. Restava mia moglie.

«Mia moglie diceva che i mariti hanno torto a prendersela cogli

amanti; questi non otterrebbero, anzi non domanderebbero nulla, se la

donna non fosse disposta a concedere, e se non lo facesse capire. Ella

aveva ragione. Il ladro fa il suo mestiere, che è quello di rubare.

Quando si tratta di un oggetto, ci sono le casse forti. Trattandosi di

una persona, bisogna che questa abbia l'intenzione di non lasciarsi

prendere. Ora, mia moglie aveva o non aveva questa intenzione. Se

l'aveva, i miei discorsi sarebbero stati inutili, anzi dannosi, perchè

la avrebbero offesa. Se non l'aveva, glie l'avrebbero fatta venire.

«Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i

capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell'altro aveva

avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei

sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io

non l'avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo,

con lei; con tutto e con tutti.

«Non avevo il coraggio di dirle: «Tu pensi a tradirmi.» Mi pareva una

umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io.

Spiavo le mosse di quell'uomo, gironzavo intorno a casa mia,

intercettavo la posta. Un giorno trovai una lettera nascosta dentro un

giornale di mode sotto fascia. Mi parve d'impazzire. Presi la lettera

e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le

scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse

la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.

«Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei

pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la

sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero

ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell'altra. Ella era

divenuta inquieta, nervosa. Pareva l'avesse con me. Io non facevo

nulla da dispiacerle.

«Verso capo d'anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci

coraggio; le dissi: «Non lo ricevere.» Rispose che sarebbe stata una

sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.

«Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel

colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione

nettissimamente, non mi accecava nè l'amore, nè la fiducia, nè la

gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei,

indovinando il pericolo, un giorno le dissi press'a poco così: «Siamo

stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu

non mi vuoi più bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non

voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa

tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni

passati insieme.» Che cosa potevo fare?

«Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le

facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme;

accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro--come un ladro, di

nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a

faccia. Io dissi a mia moglie: «Hai visto chi ci ha seguito?»

Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva

dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a

casa?

«A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui,

non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella

vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle

dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era

sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.

«Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al

pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia

incurabile.... Non avevo testa da far nulla, un freddo mi passava da

capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel

che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo.

Allora, che cosa potevo farci?... Poi, mi persuadevo d'ingannarmi,

speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della

mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco

annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe

stato nel caso contrario. Quell'uomo era ingolfato in affari politici,

agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.

«Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale

vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una

cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia

moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare

quell'uomo.

«Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può

credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era

lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta

macchiata, tutta contaminata, e che se io l'avessi toccata soltanto

con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso.... Le

mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io

le domandai che cosa avesse fatto quel giorno. Sostenne il mio

sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva

fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie.

Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li

enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso

tra le mani. Continuando, io le dissi: «Perchè hai fatto questo? Avevi

da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti

tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di

prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho

fatto?»

«Qui, mi cadde ai piedi, domandandomi perdono. Non c'era stato nulla

di male, me lo giurava dinanzi a Dio; era andata perchè quell'altro

minacciava di ammazzarsi, di fare uno scandalo, di provocarmi. Era

stata leggera, ne conveniva; avrebbe dovuto consigliarsi con me; se ne

pentiva amaramente, mi domandava perdono....

«Sì, il perdono.... Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non

l'avessi sospettata a torto?... Poi, io non potevo cacciarla via, io

non potevo vivere senza di lei....

«Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l'avevano offesa,

ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile,

insofferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite,

asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più

durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più

premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa....

Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua

irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il

pensiero dell'altro, di cui ella non si era scordata.... ma non lo

dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la

mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono?

«Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: «C'è di

là Filippo.» Filippo era il giardiniere; anche _quell'altro_ si

chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le

dissi, tranquillamente, quasi ridendo: «Non è lui, è il

giardiniere....» Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a

chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l'ora del desinare; ero

pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle

scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole.... Quando fu

l'ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era

deserta....

«Quella casa, la _nostra_ casa, come aveva potuto lasciarla? Il colpo

fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era

andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me,

potevo obbligarvela con la forza?

«Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella

aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano

le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei

opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che

gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da

dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l'amavo più.... «Ed è

lei che lo dice? e quale prova ne dà?» La prova era questa: che io non

ero geloso.... Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le

recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco

ridicole per giunta.

«Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per

l'esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la

verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese

che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione:

lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in

presenza l'uno dell'altra, la rividi.... Ella non potè sostenere il

mio sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore

infinito.... Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua

coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella

era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè

tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e

la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da

perdere nel lasciarmi.... La riebbi.

«Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in

casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita.

Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la

mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser

geloso; la gelosia è una prova d'amore. Io ero stato geloso in

silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le

donne, alle volte, vogliono essere dominate.

«Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che

_quell'uomo_ era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per

due giorni.... Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell'uomo,

era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo

resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore

secrete conferenze con un avvocato, per riprendere il processo di

separazione....

«Non potevo più illudermi: era un'indegna, e non sapevo vivere senza

di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio

revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste

ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli

tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi

l'uscio. Come mi vide fare quell'atto, come scorse il revolver ancora

sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto.... Io

l'afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani,

dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai.

Le tenni il linguaggio dell'amore, della speranza, del comando, della

preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci

libera dell'avvenire, le dissi che volevo uccidermi.... Ella si

scosse. Ancora una volta, avevo vinto.

«Mezz'ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul

tardi, rincasò e mi venne incontro. L'avvocato era con lei. Veniva per

dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me.

Come?... ancora?... perchè?... Le domande mi si affollavano alla

mente. Non domandai nulla. Dissi: «Sia pure....»

«Come la vidi allontanarsi, mi slanciai contro di lei. Volevo almeno

abbracciarla un'ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per

sempre.... Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie,

rimaste in sala, comparvero.

«Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il

revolver, l'uccisi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

«Questo direi ai signori giurati, se l'avessi uccisa. Io non l'ho

uccisa, l'ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel

deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto

l'album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.»

Documenti Umani · 第 31 / 96 题