Nell'uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era
divampata subitanea, irresistibile, divorante.
Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in
quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il
golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante
pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva
sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla;
un'istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente
che quella donna avrebbe esercitata un'influenza su tutta la sua vita.
Subito dopo, un'esultanza gli era entrata nell'anima. Conosceva dunque
da vicino, e avrebbe d'ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente,
la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che
aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di
pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga
aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace
di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?...
Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da
molto tempo e per sempre l'êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo
sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle
parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione
lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell'anima e del
corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo
avevano subito notato con meraviglia.
Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a
Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo
_santuario_; quando bevve l'incanto della grazia di quella donna, del
suo spirito, della sua simpatia; quando l'accompagnò per le vie, col
braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava,
la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con
l'amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l'uomo avvezzo a
prendere _son bien_ dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non
aveva ancora un'idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo,
una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna,
contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni,
le malignità di tutta Napoli.
Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non
lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal
marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori
di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile.
Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al
Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su
di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno.
L'infinita tristezza che aveva sorpreso nell'accento, nelle parole,
nelle altitudini della baronessa Costanza, l'espressione di
indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori
provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua
vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato
l'amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto
per l'infelicissima donna, più gigante si faceva l'amor suo; e, per un
fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l'idea di
confessarglielo.
Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e
Andrea Ludovisi non aveva più l'ingenuità che presume contentarsi di
una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla
baronessa, ottenerne l'amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli
fosse piena dell'avventura; affinchè la gente sorridesse più
malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome
fosse trascinato nel fango!... Egli, che aveva votato un culto quasi
religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un
altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l'anima sua;
egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed
irreparabile rovina!
E la tortura dell'uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch'egli
scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva
simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva
circondata? Era ammirazione per l'ingegno dell'artista che faceva
parlare di sè in quel momento tutta l'Italia? Era, più semplicemente,
amore per l'uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea
Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il
proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al
conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo
persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella
donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell'identico
modo con cui la rispettava egli stesso.
Andrea Ludovisi avrebbe passata l'intera sua vita come in quei dolci e
fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più
reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che
gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli
metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo
non fosse finalmente successo.
La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una
delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome,
erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più
rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per
giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in
tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente,
la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la
prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche
visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini
maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata
galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor
tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal
repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la
paura che l'espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un
giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti
attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l'impeto della
passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in
questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver
tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con
quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le
difficoltà d'una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.
Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si
sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca
di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva
precocemente maturato. L'espressione abituale della sua fisonomia era
una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta,
nella intimità della baronessa alla quale era legato da un'amicizia
fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.
Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si
accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e
quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente
contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in
presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di
casa sua o del suo palco.
Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il
bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità
dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione
eccezionale non si affronta coscientemente senza l'impulso di
circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella
società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando
immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di
corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella
intendeva rispondere all'ostilità delle donne in situazioni legittime.
Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella
conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un
opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.
Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed
invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola,
inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di
Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida
esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più
assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di
indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell'aria di
fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente
venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di
dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più
accaniti denigratori della baronessa.
Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell'uomo non
faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una
specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che
Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della
baronessa di Fastalia.
Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore
che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della
baronessa.
--Una di più, una di meno!...--disse il Sammartino, scuotendo la
cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante.--A
Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!
Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza
d'animo di cui disponeva, o che piuttosto l'amore lo avesse
trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche
le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le
sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si
era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non
prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare
l'insultatore.
Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un
rifiuto, amichevole, ma reciso.
--Io conosco il motivo per cui ti batti--gli aveva detto il
duca.--Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna,
che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente....
Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di
Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla
mano.
Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la
vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore
sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione,
senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto
pervenire un biglietto con questa parola: _Perdonatemi_, egli lasciò
Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze,
dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.
Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura
dell'_Hôtel de la Grande Bretagne_, in quel momento deserta, sentì
schiudersi l'uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.