XV.

Una spiega che finisce in una dichiarazione di guerra.

Adriano si presentò in casa di sua cugina alle otto del mattino.

E' non ignorava punto che l'ora era indebita, e che Vitaliana non

poteva riceverlo immediatamente. Ma egli sapeva che la duchessa lo

avrebbe pregato di aspettare, e che il signor di Balbek aveva passata

la notte a voltolarsi ai piedi di Morella, che lo scacciava. Ora gli

era codesto appunto cui Adriano desiderava. Laonde rispose a Maria:

--Ma, attenderò tanto che ella vorrà! Non si solleciti ad alzarsi ed a

vestirsi. In tutto rigore, d'altronde, posso ritornare fra una coppia

di ore.

--Mille scuse. Madama prega il signor conte di aspettare. Ella sarà

pronta in mezz'ora. Era di già sveglia--se tuttavia ella dormì.

Perocchè madama, adesso, non dorme più!

--Sta bene. Resto. Ma non nel salone, ove si potrebbe stupirsi di

vedermi di così mattino. Passo dal duca.

--Il duca non è rientrato.

--Attenderò, in ogni modo, nella sua camera, ove posso leggere i

giornali e fumare.

--Per lo appunto, signore--rispose Maria.

E precedè il conte alla camera da letto del duca.

Tob gli portò i giornali.

Adriano non vide in quella camera che il piccolo mobile cui gli aveva

indicato Vitaliana.

Accese un sigaro, aprì il _Debats_, e, in leggendo e fumando, cominciò

a passeggiare.

Si fermava di tratto in tratto per udire i rumori che giungevano fino

a lui.

Qualche minuto scorse.

Adriano si accostò allora allo stipetto e ne considerò la toppa

esterna. Si cacciò poscia le mani in tasca e ne cavò fuori due o tre

mazzi di chiavi, di ogni sorta, cui aveva imprestato dal suo magnano.

Ne scelse una e la provò nel buco della toppa.

Il buco era troppo piccolo.

Ne prese un'altra, poi una terza, poi una quarta. La quinta infine

girò, ed il coverchio del mobile si aperse.

Il cuore di Adriano battè con violenza.

Ascoltò di nuovo gli strepiti della casa.

Nulla di allarmante!

Scartò allora la tavoletta che copriva il quadrante, e vide le lettere

azzurre sullo smalto bianco sorridere alla sua bramosia. Toccò le

lettere, componendo il nome di Bianca.

Lo stipetto si aprì, e mostrò il taccuino di velluto violetto.

La mano di Adriano trema. Lo prende. Ascolta ancora. L'apre. Ascolta

novellamente... Ecco le carte! Ne spiega una... e gitta un grosso

sospiro.

Alla prima parola, indovina che à i documenti tanto desiderati!

Si caccia il taccuino in tasca. Chiude la tavoletta del quadrante.

Aggiusta quello che lo nasconde. Chiude il coverchio del mobile... e

pallido, pallidissimo, va a ricadere sur un seggiolone, abbrividito,

affranto, gli occhi stravolti.

Aveva rubato--e lo sapeva!

Tutta questa scena si era compiuta in tre minuti.

Adriano pensava che l'avesse durato un'ora.

Restò assiso lì per qualche istante.

La vista di quella camera però lo turbava. Tutto gli rimproverava il

suo delitto. Gli sembrava che il piccolo mobile lo guardasse

corrucciato, come una vergine insultata, e gli gridasse: ladro! ladro!

Adriano non resse più, e se ne fuggì nel _boudoir_, poi nella stufa di

Vitaliana.

Respirò!

Nevicava di fuori. Faceva scuro, scuro. Il rovaio fischiava agitando

vivamente le nervature di ferro della stufa.

Di dentro, gli uccelli-mosca svolazzavano; le farfalle multicolori

zonzavano; i fiori dei tropici sbocciavano: ma si poteva leggere nel

loro aspetto il bruno che portavano ad un sole per tanto tempo

assente.

Adriano si sentì rinfrancato.

Alla fin fine, che aveva egli fatto?

Aveva sottratto dei documenti al duca di Balbek. Ma quell'atto indegno

aveva uno scopo che era santo.

La morale astratta è assurda!

In mezzo alla gente che si aggirava intorno a Vitaliana, non uno

sembrava puro al conte di Alleux.

Egli indovinava ciò che non sapeva. Sospettava di quelle cortigiane,

di quegli ambasciadori, di quei re, di quella regina, di quel principe

reale, di quei valletti, di quella plebe diplomatica ed

aristocratica... egli li sospettava tutti più o meno punticci e

scapitati!

Una sola creatura rimaneva ancora immacolata su quel letamaio:

Vitaliana. E le si dimandava di rubare le carte segrete di suo marito,

e di consegnarle ai suoi nemici!

Ella si apparecchiava a commettere quell'atto abbominevole per salvar

l'onore di suo figlio, innanzi tutto; poi quello di una regina; poi la

corona di un figliuolo adulterino; poi un popolo dalla guerra civile;

poi il nome di suo marito--esso stesso, ed il nome cui ella portava.

Ciò era grave. Ciò tentava quel nobile cuore. Ma il suo atto sarebbe

desso stato meno un furto per questo?

Ecco la cosa.

Il furto macchierebbe desso quell'anima?

Ecco la quistione.

Adriano ebbe pietà di lei.

--Ella! È mestieri ch'ella arrivi pura nelle mie braccia--si disse

egli. L'amore purifica sempre, quando è disinteressato di ogni altro

obietto che l'amore stesso. L'amore non macchia giammai. Nelle mie

braccia ella non sarà contaminata. Ma se dessa ruba?... Non mai. Se

codesta necessità è inesorabile... ebbene io la assumerò. Ma quella

colomba? No: io le risparmierò questa contaminazione.

Ed Adriano rubò le carte.

Il fatto gli pesava... Era inevitabile!

Non si commettono però simili intraprese col cuore calmo e gaio. La

ragione pertanto zittiva l'istinto.

Infine, per distrarlo, Vitaliana sopraggiunse.

Ella lo condusse, senza dir motto, dritto dritto nella camera di suo

marito, e gli mostrò lo stipetto di ebano ed oro.

Adriano osservò, non senza balbutire, che il mobile era chiuso, che

bisognava una chiave... E, tirandosi di tasca un po' di cera, modellò

il buco della toppa, e ricondusse sua cugina nel _boudoir_.

--O' ben meditato--disse egli.--Tutto codesto è losco, e bisogna

procedere lentamente. Andrò a vedere il principe di Lavandall in nome

tuo, come tuo cugino, e cercherò di tirare questo affare in chiaro.

Calmati. Riposa sopra di me. Il tuo onore e la tua felicità sono miei.

Proverò di aggiustar tutto senza troppe infamie. E se, in ultimo, sarà

assolutamente d'uopo di consegnar quelle carte maledette per

quell'altra satanica carta, io avrò una chiave domani, le prenderò e

compierò il baratto. Ma per l'amore di Dio, Vitaliana, per l'amore di

tuo figlio, non intrigarti più in questo brago. Lascia che mi vi tuffi

io, e mi vi sprofondi; ma tu... resta pura!

Vitaliana sembrava tôcca ed andava a rispondere, quando Maria venne a

dimandare se madama poteva ricevere il duca, che aveva a parlarle.

Vitaliana interrogò degli occhi suo cugino--il quale, per tutta

risposta, si alzò ed uscì.

Non era stato difficile al duca di Balbek di apprendere il nome del

mago che lo aveva fatto svegliare in casa del conte di Alleux, quando

si rammentava con delizia su qual guanciale si era addormentato. Gli

bastò interrogare Lisa, la cameriera di Morella, la quale,

descrivendogli le due persone che erano venute a cercarlo, ed il

colore della livrea dei domestici, gli rivelava e spiegava tutto.

Egli non sospettava però punto che sua moglie sapesse altro che

quello.

E' non si dissimulava la gravezza di questo fatto agli occhi della

duchessa; ma aveva la confidenza di farselo perdonare. Laonde si

presentava a lei di un'aria non punto accasciata.

Egli abbordò anzi le spiegazioni di un tono così alto, che la

duchessa, negligentemente stesa sul suo canapè, e facendo vista di

baloccare colle nappe della cordelliera della sua veste da camera,

aggrottò le sopracciglia.

--Madama, non ò d'uopo di annunziarvi di che io mi venga a parlarvi.

Se ò procrastinato di un giorno questo colloquio, gli è che ò voluto

lasciarvi il tempo di riflettere. Domando risposte categoriche.

--Vi ò abituato a darvene d'altre, signore?--rispose Vitaliana.

--No: ne convengo. Fino a ieri non ebbi mai un sol rimprovero ad

indirizzarvi. Voi avete rispettato il nome che portate...

--Quello di mio padre, signore--l'interruppe Vitaliana.

--Anch'esso. Questo doppio rispetto avrebbe dunque dovuto imporvi una

condotta più riserbata, ed insegnarvi che la gelosia, essa stessa--la

quale è una follia--à dei limiti.

--La gelosia?--obbiettò Vitaliana.

--Io non saprei nè riconoscere nè ammettere altro movente. Ma la

gravità della cosa è forse meno nell'atto esso stesso, che nel luogo,

nell'ora e nel compagno che sceglieste per compierlo. Esigo dei

dettagli precisi su tutto codesto, madama.

--_Su tutto codesto_... che cosa, signore? Perocchè, e' mi sembra, che

voi favelliate da un quarto d'ora, senza mettere il soggetto della

conversazione.

Il duca, che fin qui era restato in piedi, si assise e disse:

--Voi mi sembrate disposta alla bernìa, signora... ed io nol sono

punto. Vi domando, allora, innanzi tutto, che specie di relazioni

coltivate voi col principe di Lavandall?

--Sareste voi disposto a credere, per avventura, ch'egli sia mio

amante?

--Io non mi spingo fin là. Ma io penso che se n'è ben vicino, quando

una donna ed un uomo si lasciano andar di conserto alle scappate che

intraprendeste la notte scorsa.

--Vi sono delle distanze--anche della spessezza di un solo

capello--che sono un abisso--replicò Vitaliana con disdegno. Io

conosceva il principe di Lavandall molto prima di conoscervi: la

principessa è una amica di mia madre e la mia.

--Ciò non dice nulla. Io vi domando questo: Chi vi à detto ove io mi

era? Come, e perchè il principe di Lavandall si trovava desso con voi?

--Non rispondo alla prima questione. Rispondo alla seconda; che ò

fatto pregare io il principe di accompagnarmi. Avreste voi preferito

che andassi tutta sola?

--Sarebbe meglio valso che non foste venuta del tutto. Vi sono dei

luoghi ove le donne debbono a sè stesse di non mettere il piede. Se io

mi avessi saputo come la serata doveva terminare, non avrei accettato

l'invito dell'ambasciadore di Turchia.

--Gli è dunque quel pagano che vi à indotto in peccato, eh? Avrei

dovuto sospettarlo. Voi eravate dunque presso di lui?

--Eravamo nel suo _presso di lui_ extra-officiale.

--Davvero, signore? Quella Morella, la quale, fra parentesi, è la

ganza del conte di Alleux...

--Cosa dite voi, signora?--gridò il duca in sussulto.

--Io l'ò incontrata in casa di lui, in veste da camera, nel suo

studio, ieri, andando ad informarmi se vi eravate rimesso dell'...

emozioni della notte precedente.

Il duca non rispose più. I suoi occhi fiammeggiavano.

--Quella Morella--riprese Vitaliana facendo mostra di non avvedersi di

nulla--è dunque la ganza di quel Turco?

--Sì--urlò il duca.

--Guardate mo' come Parigi è cattiva! Si dice, signore, che voi

incontraste quella donna in un bazar, cui si addimanda un ballo in

casa di madama Thibault o Thibald... io non so chi; che voi avete

comprata quella donna--la quale à abbandonato per voi il conte di

Linsac che la pagava male; che avete messo al Monte di Pietà le mie

gioie--gioie che mi venivano in grande parte da mia madre; e che avete

contratto per 200 mila franchi di debiti.

--Mentono!--gridò il duca, impallidendo.

--Mente, chi? O' fatto verificare che i miei diamanti non sono, nè

furono mai da Fromant Meurice. O' fatto constatare che sono al Monte

di Pietà. Volete i numeri delle cartelle?

--O' avuto bisogno di danari per delle spese straordinarie cui ò

avanzato al mio governo. Ma io non mi so render conto, madama,

dell'inquisizione audace che avete intrapresa sulla mia condotta.

Quale è il vostro scopo?

--Lo scopo? Ve' mo'... gli è vero! io non ci aveva pensato. Ebbene, se

ne volete pur uno, eccolo: la curiosità. Eravate sì bello nel vostro

costume di console romano!

--Madama, vi ripeto che l'era una giovialità imprevista.

Rappresentavamo una _charade_ in azione. Poi, quel monello di pascià

ci aveva fatto fumare dello _hatchich_, per dare una festa alla foggia

del suo harem... che so io? Il marchese delle Antilles ed io ci siamo

trovati impegolati in quella mascherata. Ma il mio torto--se n'ò

uno--non spiega il vostro, e voi girate attorno alle mie domande senza

rispondere.

--Lasciatemi far codesto giro, signore; non mi addossate ad una

risposta di due parole cui potrei gittarvi alla faccia...

--Voi mi fate trasecolare, madama! Io trovo in bocca vostra una lingua

che è tutta una rivelazione. Una donna senza macchia non favella così.

Sono quindi forzato d'insistere--non fosse altro che per cessar di

dubitare.

--Ebbene, signore, la mia risposta è questa qui: voi mentite.

--Come! Voi osate...

--Morella è la vostra ganza. L'è dessa che à data la festa, ove sono

intervenuti gli altri due per divertirvi. Non è nè ad una _charade_ nè

ad una mascherata cui voi partecipavate, ma ad un'orgia. Non era di

_hatchich_ che voi eravate ubbriaco, nè lo _hatchich_ che vi aveva

messo in quello stato di annientamento, ma...

Vitaliana si coprì delle due mani la faccia, divenuta di un tratto

infiammata.

--Basta!--gridò il duca. Vi ànno pervertita. L'è un'immaginazione

disordinata che erutta tutte quelle immonde supposizioni... Ed il mio

cuore sanguina, che voi travestiate di una maniera sì inqualificabile

un'imprudenza cui io non scuso. Non si domanda ad una festa turca il

_non mi toccare_ di educandelle del _Sacré-Coeur_. La gelosia vi

fuorvia. Alcuno non m'insegnerà ciò ch'io mi debba...

--E ciò che mi dovete, e ciò che voi dovete a vostro figlio, signore.

--Io non ammetto la lezione, madama. Ciò che vi compromette, ciò che

compromette il nome del vostro figliuolo sono le vostre scappate, di

notte, col principe, in una casa dove l'uno non era invitato e dove

l'altra avrebbe dovuto astenersi di entrare. Ora, io debbo vegliare al

mio onore, madama. Il mondo è indulgente per le colpe degli uomini;

implacabile per quelle delle donne.

--Quali sono le colpe che il mondo vi permette, signore? Tradir la

consorte, darsi una sgualdrina, far dei debiti, giocare, dar i

gioielli di sua moglie ad una cortigiana... e poi ancora?

--Ebbene, per Dio! tutti fan dei debiti, giocano, ingannano le mogli,

si accordano più o meno un'amante. Avete voi veduto mai vituperare un

uomo per codesto? Supponete che io mi abbia fatto come gli altri; che

io abbia morsicato al frutto proibito; che una donna mi abbia stregato

e mi abbia fatto commettere qualche storditezza; supponete ciò... Era

codesta una ragione per farvi correr Parigi, e cacciarvi in casa di

una donna leggiera, la notte, in compagnia di uno straniero che à fama

di corruttore di donne? Ecco, ecco, madama, ove è la colpa vera e la

gravezza, cui io mi risolverò con pena ad obliare.

Vitaliana saltò dal suo canapè, gli occhi quasi stralunati, il viso

rosso, i lineamenti contratti. La sua voce, tutte le sue membra

tremavano.

Il duca indietreggiò di un passo.

--Ah!--balbutì Vitaliana--ecco la colpa, dite voi? ecco la colpa cui

voi non perdonerete che esitando! Ebbene, sappiate che v'ànno altre

colpe--dei delitti anzi, cui io non perdonerò giammai--ed io vo' ad

apprenderveli perchè la vostra imprudenza mi riduce allo stremo.

--Madama, madama...

--Voi siete un ladro, signore. Voi avete rubato 60 mila franchi alle

carte, in casa del principe di Lavandall, ed io vi ò visto, dei miei

proprii occhi visto. Voi siete un vigliacco, signore, un vigliacco! Vi

ànno proposto di bruciarvi le cervella nel giardino, e voi avete

rifiutato...

--Vitaliana!... gridò Balbek interrompendo.

--Voi siete autore della vostra indegnità con premeditazione--continuò

Vitaliana--perchè voi avete scritto e firmato una dichiarazione di

ladro, cui io ò letta. Ma, al disopra di tutto ciò, signore, voi siete

infame, perchè vi proponete di trafficare di non so quali documenti,

che si riferiscono ad una successione reale, minacciando di

contaminare una regina che forse è vostra complice; di ruinare un

fanciullo che forse è vostro figlio; di gettare una nazione nella

guerra civile--se non vi affogano di oro! Ecco chi voi siete, signore,

ciò che voi volete, ed i delitti cui nè il mondo, nè io vi perdoneremo

giammai. Se mio padre fosse vivo, egli vi avrebbe fatto saltare quel

cervello cui tenete tanto. Che posso io, io? Pregare che non si

disonori un nome, cui mio figlio ed io portiamo; proporre una

transazione. Ove sono codeste carte, signore? Ci si dice: onore per

onore, carte per carte... Ove sono desse? Voi volete farne quattrini,

e lasciare il nome di vostro figlio infamato!

Il duca era caduto coma fulminato.

Trovando sua moglie così ben ragguagliata sopra tutti i suoi atti,

egli intravide una correlazione, che traversò il suo spirito come un

baleno. E' si sapeva infame; cominciava a sospettare s'egli non fosse

altresì il trastullo di qualcuno!

Pertanto, l'accento, l'attitudine, il viso trasfigurato di sua moglie,

le accuse terribili cui pronunziava, lo sopraffacevano. Era confuso,

quel diplomatico! La sfrontatezza lo abbandonava. La scusa stessa

spirava sulle sue labbra.

Ei rimarcò, tuttavia, che si esagerava la portata dei documenti, cui

il destino aveva messo nelle sue mani, e che mentivano attribuendogli

il disegno di mercanteggiarli.

--Io ò visto di questi occhi--soggiunse Vitaliana--uno spaccio del

principe di Tebe, che ordina di comprare quelle carte ad ogni costo,

perchè li re Taddeo è morto ieri o deve morire oggi. Lo assassinano

forse.

--Ma, allora, chi è che vuole quelle carte? che vogliono farne?--gridò

il duca in un accesso di terrore.

--Le si vogliono bruciare--in uno alla dichiarazione cui avete

firmata. Vi si vuol mettere nell'impossibilità di fare il male. Si

vuol salvare l'onore del nome cui porta mio figlio...

--E se rifiuto?

--Che so io! Per togliere ogni credito alle vostre scritte,

v'infameranno--depositando al _club_ il documento firmato da voi, dal

dottore di Nubo, dal principe di Lavandall e da due signori russi. Lo

pubblicheranno nei giornali. Vi schiaffeggeranno. Vi cacceranno di

dovunque... Oh! padre mio! perchè siete voi morto! Ma suicidatevi

dunque, suicidatevi, infame... non assassinate così vostro figlio!

Il duca rimase per qualche tempo la fronte nelle mani, la testa

appoggiata al dorso di una poltrona, senza neppur osar respirare.

Che dramma tempestava nel suo cuore? impossibile sbrogliarlo!

Fluttuava nel caos. Passioni e dubbi, risoluzioni estreme e

scoraggiamenti, rimorsi ed odii si allacciavano, si contorcevano.

Infine, egli uscì lentamente, senza sapere che si facesse, sempre

assorto.

Entrò nella sua camera; si diresse verso il mobile ove erano le carte;

l'aprì; scostò la tavoletta; fece scattare le molle della toppa

secreta; cercò il taccuino violetto; rimestò... ancora; si fregò gli

occhi; rimosse tutti gli oggetti; visitò tutti gli spigoli; portò le

mani alla sua testa; vacillò... e cadde sopra una sedia.

Poi si rilevò di un salto, e corse alla duchessa--la quale, la testa

cacciata fra i cuscini del divano, piangeva.

Il duca la guardò, la contemplò.

Quell'attitudine di annientamento cangiò il diapason della sua voce ed

il filo delle sue idee--disperse forse i suoi sospetti. Borbottò

dunque di una voce sorda:

--Ma l'ànno rubate!

--Che?

--Quelle carte. E pertanto, una sola persona al mondo conosceva il

segreto della toppa: voi, madama!

--Ah! ciò eccede il possibile!--gridò Vitaliana, uscendo con veemenza.

Voi siete infame fino all'estremo. Ebbene, che l'abisso si apra per

tutti.

Vestirsi, uscire, salir in un _fiacre_, correre da suo cugino, fare

irruzione nel suo _atelier_... non fu che uno slancio. In meno di

un'ora, ella si trovò in faccia del conte di Alleux, e gli gridò:

--Adriano, io ti amo. Eccomi a te!

Adriano gettò un grido ed aprì le braccia.

--No, giammai--gridò di nuovo Vitaliana--rinculando, giammai qui!

E con la stessa esaltazione e la medesima precipitazione che aveva

messo a venirsi a dare a suo cugino, fuggì di colà e ritornò a

piangere in casa sua.

Adriano non ebbe nemmanco il tempo di gridarle dietro:

--Io ti amo, Vitaliana!

Egli ricadde sul suo seggio, e, come un uomo che parla in meditando,

si disse:

--Ed il marito?... Ah!... Ebbene... ella è vedova!

I suicidi di Parigi · 第 66 / 73 题