Una spiega che finisce in una dichiarazione di guerra.
Adriano si presentò in casa di sua cugina alle otto del mattino.
E' non ignorava punto che l'ora era indebita, e che Vitaliana non
poteva riceverlo immediatamente. Ma egli sapeva che la duchessa lo
avrebbe pregato di aspettare, e che il signor di Balbek aveva passata
la notte a voltolarsi ai piedi di Morella, che lo scacciava. Ora gli
era codesto appunto cui Adriano desiderava. Laonde rispose a Maria:
--Ma, attenderò tanto che ella vorrà! Non si solleciti ad alzarsi ed a
vestirsi. In tutto rigore, d'altronde, posso ritornare fra una coppia
di ore.
--Mille scuse. Madama prega il signor conte di aspettare. Ella sarà
pronta in mezz'ora. Era di già sveglia--se tuttavia ella dormì.
Perocchè madama, adesso, non dorme più!
--Sta bene. Resto. Ma non nel salone, ove si potrebbe stupirsi di
vedermi di così mattino. Passo dal duca.
--Il duca non è rientrato.
--Attenderò, in ogni modo, nella sua camera, ove posso leggere i
giornali e fumare.
--Per lo appunto, signore--rispose Maria.
E precedè il conte alla camera da letto del duca.
Tob gli portò i giornali.
Adriano non vide in quella camera che il piccolo mobile cui gli aveva
indicato Vitaliana.
Accese un sigaro, aprì il _Debats_, e, in leggendo e fumando, cominciò
a passeggiare.
Si fermava di tratto in tratto per udire i rumori che giungevano fino
a lui.
Qualche minuto scorse.
Adriano si accostò allora allo stipetto e ne considerò la toppa
esterna. Si cacciò poscia le mani in tasca e ne cavò fuori due o tre
mazzi di chiavi, di ogni sorta, cui aveva imprestato dal suo magnano.
Ne scelse una e la provò nel buco della toppa.
Il buco era troppo piccolo.
Ne prese un'altra, poi una terza, poi una quarta. La quinta infine
girò, ed il coverchio del mobile si aperse.
Il cuore di Adriano battè con violenza.
Ascoltò di nuovo gli strepiti della casa.
Nulla di allarmante!
Scartò allora la tavoletta che copriva il quadrante, e vide le lettere
azzurre sullo smalto bianco sorridere alla sua bramosia. Toccò le
lettere, componendo il nome di Bianca.
Lo stipetto si aprì, e mostrò il taccuino di velluto violetto.
La mano di Adriano trema. Lo prende. Ascolta ancora. L'apre. Ascolta
novellamente... Ecco le carte! Ne spiega una... e gitta un grosso
sospiro.
Alla prima parola, indovina che à i documenti tanto desiderati!
Si caccia il taccuino in tasca. Chiude la tavoletta del quadrante.
Aggiusta quello che lo nasconde. Chiude il coverchio del mobile... e
pallido, pallidissimo, va a ricadere sur un seggiolone, abbrividito,
affranto, gli occhi stravolti.
Aveva rubato--e lo sapeva!
Tutta questa scena si era compiuta in tre minuti.
Adriano pensava che l'avesse durato un'ora.
Restò assiso lì per qualche istante.
La vista di quella camera però lo turbava. Tutto gli rimproverava il
suo delitto. Gli sembrava che il piccolo mobile lo guardasse
corrucciato, come una vergine insultata, e gli gridasse: ladro! ladro!
Adriano non resse più, e se ne fuggì nel _boudoir_, poi nella stufa di
Vitaliana.
Respirò!
Nevicava di fuori. Faceva scuro, scuro. Il rovaio fischiava agitando
vivamente le nervature di ferro della stufa.
Di dentro, gli uccelli-mosca svolazzavano; le farfalle multicolori
zonzavano; i fiori dei tropici sbocciavano: ma si poteva leggere nel
loro aspetto il bruno che portavano ad un sole per tanto tempo
assente.
Adriano si sentì rinfrancato.
Alla fin fine, che aveva egli fatto?
Aveva sottratto dei documenti al duca di Balbek. Ma quell'atto indegno
aveva uno scopo che era santo.
La morale astratta è assurda!
In mezzo alla gente che si aggirava intorno a Vitaliana, non uno
sembrava puro al conte di Alleux.
Egli indovinava ciò che non sapeva. Sospettava di quelle cortigiane,
di quegli ambasciadori, di quei re, di quella regina, di quel principe
reale, di quei valletti, di quella plebe diplomatica ed
aristocratica... egli li sospettava tutti più o meno punticci e
scapitati!
Una sola creatura rimaneva ancora immacolata su quel letamaio:
Vitaliana. E le si dimandava di rubare le carte segrete di suo marito,
e di consegnarle ai suoi nemici!
Ella si apparecchiava a commettere quell'atto abbominevole per salvar
l'onore di suo figlio, innanzi tutto; poi quello di una regina; poi la
corona di un figliuolo adulterino; poi un popolo dalla guerra civile;
poi il nome di suo marito--esso stesso, ed il nome cui ella portava.
Ciò era grave. Ciò tentava quel nobile cuore. Ma il suo atto sarebbe
desso stato meno un furto per questo?
Ecco la cosa.
Il furto macchierebbe desso quell'anima?
Ecco la quistione.
Adriano ebbe pietà di lei.
--Ella! È mestieri ch'ella arrivi pura nelle mie braccia--si disse
egli. L'amore purifica sempre, quando è disinteressato di ogni altro
obietto che l'amore stesso. L'amore non macchia giammai. Nelle mie
braccia ella non sarà contaminata. Ma se dessa ruba?... Non mai. Se
codesta necessità è inesorabile... ebbene io la assumerò. Ma quella
colomba? No: io le risparmierò questa contaminazione.
Ed Adriano rubò le carte.
Il fatto gli pesava... Era inevitabile!
Non si commettono però simili intraprese col cuore calmo e gaio. La
ragione pertanto zittiva l'istinto.
Infine, per distrarlo, Vitaliana sopraggiunse.
Ella lo condusse, senza dir motto, dritto dritto nella camera di suo
marito, e gli mostrò lo stipetto di ebano ed oro.
Adriano osservò, non senza balbutire, che il mobile era chiuso, che
bisognava una chiave... E, tirandosi di tasca un po' di cera, modellò
il buco della toppa, e ricondusse sua cugina nel _boudoir_.
--O' ben meditato--disse egli.--Tutto codesto è losco, e bisogna
procedere lentamente. Andrò a vedere il principe di Lavandall in nome
tuo, come tuo cugino, e cercherò di tirare questo affare in chiaro.
Calmati. Riposa sopra di me. Il tuo onore e la tua felicità sono miei.
Proverò di aggiustar tutto senza troppe infamie. E se, in ultimo, sarà
assolutamente d'uopo di consegnar quelle carte maledette per
quell'altra satanica carta, io avrò una chiave domani, le prenderò e
compierò il baratto. Ma per l'amore di Dio, Vitaliana, per l'amore di
tuo figlio, non intrigarti più in questo brago. Lascia che mi vi tuffi
io, e mi vi sprofondi; ma tu... resta pura!
Vitaliana sembrava tôcca ed andava a rispondere, quando Maria venne a
dimandare se madama poteva ricevere il duca, che aveva a parlarle.
Vitaliana interrogò degli occhi suo cugino--il quale, per tutta
risposta, si alzò ed uscì.
Non era stato difficile al duca di Balbek di apprendere il nome del
mago che lo aveva fatto svegliare in casa del conte di Alleux, quando
si rammentava con delizia su qual guanciale si era addormentato. Gli
bastò interrogare Lisa, la cameriera di Morella, la quale,
descrivendogli le due persone che erano venute a cercarlo, ed il
colore della livrea dei domestici, gli rivelava e spiegava tutto.
Egli non sospettava però punto che sua moglie sapesse altro che
quello.
E' non si dissimulava la gravezza di questo fatto agli occhi della
duchessa; ma aveva la confidenza di farselo perdonare. Laonde si
presentava a lei di un'aria non punto accasciata.
Egli abbordò anzi le spiegazioni di un tono così alto, che la
duchessa, negligentemente stesa sul suo canapè, e facendo vista di
baloccare colle nappe della cordelliera della sua veste da camera,
aggrottò le sopracciglia.
--Madama, non ò d'uopo di annunziarvi di che io mi venga a parlarvi.
Se ò procrastinato di un giorno questo colloquio, gli è che ò voluto
lasciarvi il tempo di riflettere. Domando risposte categoriche.
--Vi ò abituato a darvene d'altre, signore?--rispose Vitaliana.
--No: ne convengo. Fino a ieri non ebbi mai un sol rimprovero ad
indirizzarvi. Voi avete rispettato il nome che portate...
--Quello di mio padre, signore--l'interruppe Vitaliana.
--Anch'esso. Questo doppio rispetto avrebbe dunque dovuto imporvi una
condotta più riserbata, ed insegnarvi che la gelosia, essa stessa--la
quale è una follia--à dei limiti.
--La gelosia?--obbiettò Vitaliana.
--Io non saprei nè riconoscere nè ammettere altro movente. Ma la
gravità della cosa è forse meno nell'atto esso stesso, che nel luogo,
nell'ora e nel compagno che sceglieste per compierlo. Esigo dei
dettagli precisi su tutto codesto, madama.
--_Su tutto codesto_... che cosa, signore? Perocchè, e' mi sembra, che
voi favelliate da un quarto d'ora, senza mettere il soggetto della
conversazione.
Il duca, che fin qui era restato in piedi, si assise e disse:
--Voi mi sembrate disposta alla bernìa, signora... ed io nol sono
punto. Vi domando, allora, innanzi tutto, che specie di relazioni
coltivate voi col principe di Lavandall?
--Sareste voi disposto a credere, per avventura, ch'egli sia mio
amante?
--Io non mi spingo fin là. Ma io penso che se n'è ben vicino, quando
una donna ed un uomo si lasciano andar di conserto alle scappate che
intraprendeste la notte scorsa.
--Vi sono delle distanze--anche della spessezza di un solo
capello--che sono un abisso--replicò Vitaliana con disdegno. Io
conosceva il principe di Lavandall molto prima di conoscervi: la
principessa è una amica di mia madre e la mia.
--Ciò non dice nulla. Io vi domando questo: Chi vi à detto ove io mi
era? Come, e perchè il principe di Lavandall si trovava desso con voi?
--Non rispondo alla prima questione. Rispondo alla seconda; che ò
fatto pregare io il principe di accompagnarmi. Avreste voi preferito
che andassi tutta sola?
--Sarebbe meglio valso che non foste venuta del tutto. Vi sono dei
luoghi ove le donne debbono a sè stesse di non mettere il piede. Se io
mi avessi saputo come la serata doveva terminare, non avrei accettato
l'invito dell'ambasciadore di Turchia.
--Gli è dunque quel pagano che vi à indotto in peccato, eh? Avrei
dovuto sospettarlo. Voi eravate dunque presso di lui?
--Eravamo nel suo _presso di lui_ extra-officiale.
--Davvero, signore? Quella Morella, la quale, fra parentesi, è la
ganza del conte di Alleux...
--Cosa dite voi, signora?--gridò il duca in sussulto.
--Io l'ò incontrata in casa di lui, in veste da camera, nel suo
studio, ieri, andando ad informarmi se vi eravate rimesso dell'...
emozioni della notte precedente.
Il duca non rispose più. I suoi occhi fiammeggiavano.
--Quella Morella--riprese Vitaliana facendo mostra di non avvedersi di
nulla--è dunque la ganza di quel Turco?
--Sì--urlò il duca.
--Guardate mo' come Parigi è cattiva! Si dice, signore, che voi
incontraste quella donna in un bazar, cui si addimanda un ballo in
casa di madama Thibault o Thibald... io non so chi; che voi avete
comprata quella donna--la quale à abbandonato per voi il conte di
Linsac che la pagava male; che avete messo al Monte di Pietà le mie
gioie--gioie che mi venivano in grande parte da mia madre; e che avete
contratto per 200 mila franchi di debiti.
--Mentono!--gridò il duca, impallidendo.
--Mente, chi? O' fatto verificare che i miei diamanti non sono, nè
furono mai da Fromant Meurice. O' fatto constatare che sono al Monte
di Pietà. Volete i numeri delle cartelle?
--O' avuto bisogno di danari per delle spese straordinarie cui ò
avanzato al mio governo. Ma io non mi so render conto, madama,
dell'inquisizione audace che avete intrapresa sulla mia condotta.
Quale è il vostro scopo?
--Lo scopo? Ve' mo'... gli è vero! io non ci aveva pensato. Ebbene, se
ne volete pur uno, eccolo: la curiosità. Eravate sì bello nel vostro
costume di console romano!
--Madama, vi ripeto che l'era una giovialità imprevista.
Rappresentavamo una _charade_ in azione. Poi, quel monello di pascià
ci aveva fatto fumare dello _hatchich_, per dare una festa alla foggia
del suo harem... che so io? Il marchese delle Antilles ed io ci siamo
trovati impegolati in quella mascherata. Ma il mio torto--se n'ò
uno--non spiega il vostro, e voi girate attorno alle mie domande senza
rispondere.
--Lasciatemi far codesto giro, signore; non mi addossate ad una
risposta di due parole cui potrei gittarvi alla faccia...
--Voi mi fate trasecolare, madama! Io trovo in bocca vostra una lingua
che è tutta una rivelazione. Una donna senza macchia non favella così.
Sono quindi forzato d'insistere--non fosse altro che per cessar di
dubitare.
--Ebbene, signore, la mia risposta è questa qui: voi mentite.
--Come! Voi osate...
--Morella è la vostra ganza. L'è dessa che à data la festa, ove sono
intervenuti gli altri due per divertirvi. Non è nè ad una _charade_ nè
ad una mascherata cui voi partecipavate, ma ad un'orgia. Non era di
_hatchich_ che voi eravate ubbriaco, nè lo _hatchich_ che vi aveva
messo in quello stato di annientamento, ma...
Vitaliana si coprì delle due mani la faccia, divenuta di un tratto
infiammata.
--Basta!--gridò il duca. Vi ànno pervertita. L'è un'immaginazione
disordinata che erutta tutte quelle immonde supposizioni... Ed il mio
cuore sanguina, che voi travestiate di una maniera sì inqualificabile
un'imprudenza cui io non scuso. Non si domanda ad una festa turca il
_non mi toccare_ di educandelle del _Sacré-Coeur_. La gelosia vi
fuorvia. Alcuno non m'insegnerà ciò ch'io mi debba...
--E ciò che mi dovete, e ciò che voi dovete a vostro figlio, signore.
--Io non ammetto la lezione, madama. Ciò che vi compromette, ciò che
compromette il nome del vostro figliuolo sono le vostre scappate, di
notte, col principe, in una casa dove l'uno non era invitato e dove
l'altra avrebbe dovuto astenersi di entrare. Ora, io debbo vegliare al
mio onore, madama. Il mondo è indulgente per le colpe degli uomini;
implacabile per quelle delle donne.
--Quali sono le colpe che il mondo vi permette, signore? Tradir la
consorte, darsi una sgualdrina, far dei debiti, giocare, dar i
gioielli di sua moglie ad una cortigiana... e poi ancora?
--Ebbene, per Dio! tutti fan dei debiti, giocano, ingannano le mogli,
si accordano più o meno un'amante. Avete voi veduto mai vituperare un
uomo per codesto? Supponete che io mi abbia fatto come gli altri; che
io abbia morsicato al frutto proibito; che una donna mi abbia stregato
e mi abbia fatto commettere qualche storditezza; supponete ciò... Era
codesta una ragione per farvi correr Parigi, e cacciarvi in casa di
una donna leggiera, la notte, in compagnia di uno straniero che à fama
di corruttore di donne? Ecco, ecco, madama, ove è la colpa vera e la
gravezza, cui io mi risolverò con pena ad obliare.
Vitaliana saltò dal suo canapè, gli occhi quasi stralunati, il viso
rosso, i lineamenti contratti. La sua voce, tutte le sue membra
tremavano.
Il duca indietreggiò di un passo.
--Ah!--balbutì Vitaliana--ecco la colpa, dite voi? ecco la colpa cui
voi non perdonerete che esitando! Ebbene, sappiate che v'ànno altre
colpe--dei delitti anzi, cui io non perdonerò giammai--ed io vo' ad
apprenderveli perchè la vostra imprudenza mi riduce allo stremo.
--Madama, madama...
--Voi siete un ladro, signore. Voi avete rubato 60 mila franchi alle
carte, in casa del principe di Lavandall, ed io vi ò visto, dei miei
proprii occhi visto. Voi siete un vigliacco, signore, un vigliacco! Vi
ànno proposto di bruciarvi le cervella nel giardino, e voi avete
rifiutato...
--Vitaliana!... gridò Balbek interrompendo.
--Voi siete autore della vostra indegnità con premeditazione--continuò
Vitaliana--perchè voi avete scritto e firmato una dichiarazione di
ladro, cui io ò letta. Ma, al disopra di tutto ciò, signore, voi siete
infame, perchè vi proponete di trafficare di non so quali documenti,
che si riferiscono ad una successione reale, minacciando di
contaminare una regina che forse è vostra complice; di ruinare un
fanciullo che forse è vostro figlio; di gettare una nazione nella
guerra civile--se non vi affogano di oro! Ecco chi voi siete, signore,
ciò che voi volete, ed i delitti cui nè il mondo, nè io vi perdoneremo
giammai. Se mio padre fosse vivo, egli vi avrebbe fatto saltare quel
cervello cui tenete tanto. Che posso io, io? Pregare che non si
disonori un nome, cui mio figlio ed io portiamo; proporre una
transazione. Ove sono codeste carte, signore? Ci si dice: onore per
onore, carte per carte... Ove sono desse? Voi volete farne quattrini,
e lasciare il nome di vostro figlio infamato!
Il duca era caduto coma fulminato.
Trovando sua moglie così ben ragguagliata sopra tutti i suoi atti,
egli intravide una correlazione, che traversò il suo spirito come un
baleno. E' si sapeva infame; cominciava a sospettare s'egli non fosse
altresì il trastullo di qualcuno!
Pertanto, l'accento, l'attitudine, il viso trasfigurato di sua moglie,
le accuse terribili cui pronunziava, lo sopraffacevano. Era confuso,
quel diplomatico! La sfrontatezza lo abbandonava. La scusa stessa
spirava sulle sue labbra.
Ei rimarcò, tuttavia, che si esagerava la portata dei documenti, cui
il destino aveva messo nelle sue mani, e che mentivano attribuendogli
il disegno di mercanteggiarli.
--Io ò visto di questi occhi--soggiunse Vitaliana--uno spaccio del
principe di Tebe, che ordina di comprare quelle carte ad ogni costo,
perchè li re Taddeo è morto ieri o deve morire oggi. Lo assassinano
forse.
--Ma, allora, chi è che vuole quelle carte? che vogliono farne?--gridò
il duca in un accesso di terrore.
--Le si vogliono bruciare--in uno alla dichiarazione cui avete
firmata. Vi si vuol mettere nell'impossibilità di fare il male. Si
vuol salvare l'onore del nome cui porta mio figlio...
--E se rifiuto?
--Che so io! Per togliere ogni credito alle vostre scritte,
v'infameranno--depositando al _club_ il documento firmato da voi, dal
dottore di Nubo, dal principe di Lavandall e da due signori russi. Lo
pubblicheranno nei giornali. Vi schiaffeggeranno. Vi cacceranno di
dovunque... Oh! padre mio! perchè siete voi morto! Ma suicidatevi
dunque, suicidatevi, infame... non assassinate così vostro figlio!
Il duca rimase per qualche tempo la fronte nelle mani, la testa
appoggiata al dorso di una poltrona, senza neppur osar respirare.
Che dramma tempestava nel suo cuore? impossibile sbrogliarlo!
Fluttuava nel caos. Passioni e dubbi, risoluzioni estreme e
scoraggiamenti, rimorsi ed odii si allacciavano, si contorcevano.
Infine, egli uscì lentamente, senza sapere che si facesse, sempre
assorto.
Entrò nella sua camera; si diresse verso il mobile ove erano le carte;
l'aprì; scostò la tavoletta; fece scattare le molle della toppa
secreta; cercò il taccuino violetto; rimestò... ancora; si fregò gli
occhi; rimosse tutti gli oggetti; visitò tutti gli spigoli; portò le
mani alla sua testa; vacillò... e cadde sopra una sedia.
Poi si rilevò di un salto, e corse alla duchessa--la quale, la testa
cacciata fra i cuscini del divano, piangeva.
Il duca la guardò, la contemplò.
Quell'attitudine di annientamento cangiò il diapason della sua voce ed
il filo delle sue idee--disperse forse i suoi sospetti. Borbottò
dunque di una voce sorda:
--Ma l'ànno rubate!
--Che?
--Quelle carte. E pertanto, una sola persona al mondo conosceva il
segreto della toppa: voi, madama!
--Ah! ciò eccede il possibile!--gridò Vitaliana, uscendo con veemenza.
Voi siete infame fino all'estremo. Ebbene, che l'abisso si apra per
tutti.
Vestirsi, uscire, salir in un _fiacre_, correre da suo cugino, fare
irruzione nel suo _atelier_... non fu che uno slancio. In meno di
un'ora, ella si trovò in faccia del conte di Alleux, e gli gridò:
--Adriano, io ti amo. Eccomi a te!
Adriano gettò un grido ed aprì le braccia.
--No, giammai--gridò di nuovo Vitaliana--rinculando, giammai qui!
E con la stessa esaltazione e la medesima precipitazione che aveva
messo a venirsi a dare a suo cugino, fuggì di colà e ritornò a
piangere in casa sua.
Adriano non ebbe nemmanco il tempo di gridarle dietro:
--Io ti amo, Vitaliana!
Egli ricadde sul suo seggio, e, come un uomo che parla in meditando,
si disse:
--Ed il marito?... Ah!... Ebbene... ella è vedova!