V.

Il seguito della colazione di Bianca e di Balbek.

--Io pass'oltre a tutto ciò che i gazzettieri àn raccontato di questa

storia nei libelli e nei giornali--favellò Tebe. Voi avete dovuto

leggere tutto codesto.

--L'ò letto, Altezza.

--Allora voi saprete che tra mio fratello e me fuvvi mai sempre la più

cattiva intelligenza. Sarebbe perchè mia madre, quando era incinta di

mio fratello, si annoiava dei sermoni di un gesuita, e quando era

incinta di me, si divertiva con un ciambellano saltimbanco? Dio lo sa.

Il fatto è, che mio fratello non à saputo mai tollerarmi.

--Tutti i gabinetti di Europa non ignorano codesto.

--Bene. A ciò si aggiunsero le insinuazioni dei confessori e dei

cortigiani. Sua Maestà si lamentava di un'indigestione? io l'aveva

avvelenata! Sua Maestà aveva mal dormito? gli è ch'ella aveva creduto

vedere l'ombra mia tra il muro e le cortine del letto! Le truppe di S.

M. erano state battute? io aveva comunicato i piani strategici al

nemico! I sudditi di S. M. si querelavano del suo malgoverno? ero io

che li ammutinava. I figli di S. M. erano morti? era io che aveva

dovuto soffiare su di loro il germe della morte! Infine, se S. M. non

poteva più avere dei figliuoli, l'era io che lo aveva fatto sfinire da

una ganza al mio servizio. Breve: io era il dio Siva del regno e del

re Taddeo. Io metteva paura alla gente in cocolla e in livrea, che mi

aveva tanto oltraggiato--e sapeva che io mi sovveniva e che non avrei

mai perdonato. Bisognava dunque cacciarmi da parte ad ogni costo. E

s'inspirò al re l'idea di un nuovo matrimonio.

--Ma, se Sua Maestà non aveva più prole!

--Sì, e perciò appunto si decisero a quelle nuove nozze. Ma la gente

che commetteva questo misfatto non era mica di quella che si ferma a

mezzo cammino. Da quando in poi, del resto, è stato necessario di fare

i suoi propri bimbi? Una sola cosa sembrò urgente in questa

circostanza: Trovare un suocero condiscendente ed una moglie complice.

Si avevano le due cose sotto la mano, al di là di ogni desiderio. Il

padre d'Ebro compose, S. M. Taddeo copiò una lettera per re Claudio

III.

--Vostra Altezza l'à dunque letta?

--Ne ò avuto la copia in poter mio, dalla mano stessa del P. d'Ebro.

Essa suonava così:

«_Caro cugino_,

«Io scrivo a V. M. un'altra lettera per mezzo dei miei ministri. Con

questa, io mi indirizzo direttamente al figlio del fratello di mio

padre. Gli è dire, che io desidero che il mio grido di uomo trovi

un'eco nel cuore del parente, o che vi resti sepolto.

«Io sono in presenza della crisi la più spinosa del mio regno, sì

pieno di accidenti. Io traverso il ponte dell'avvenire: affronto la

questione della successione, in presenza dalla quale la Provvidenza

divina à voluto collocarmi per provarmi--ripigliandosi i figliuoli che

impartiti mi aveva. Se avessi avuto, per compenso, in questo immenso

disastro, l'affetto di mio fratello, mi sarei forse consolato di un

dolore che uccide perfino i più forti. Ma l'Europa intiera,

sgraziatamente, sa come la mano del Signore à posato gravemente sulla

mia casa, anche da questo lato, ed à appreso i pericoli che ò corsi.

Non ò avuto prove materiali sufficienti. O' però la certezza morale,

che quel fratello snaturato à attentato parecchie volte alla mia vita.

E sono convinto, che la mia vita non cesserà di essere in pericolo

contro quelle aggressioni, se non il giorno in cui io mi avrò una

successione legittima diretta.

«Ecco quali considerazioni--oltre quelle dei miei popoli, della pace o

della gloria della religione--mi ànno deciso ad implorare l'aiuto del

Signore per un secondo matrimonio. Io tento Iddio. Imperocchè,

quantunque la mia età di 54 anni non sia eccessiva, per l'opera

satanica del principe di Tebe io posso considerarmi come estinto alla

vita. Un matrimonio, sì, può consolare le tenerezze dei miei ultimi

anni; ma, ohimè! esso non farà riverdire il ceppo fulminato della mia

dinastia.

«Ora, l'è codesto che io voglio--a qualunque prezzo--ed è per codesto

che io mi indirizzo a Vostra Maestà.

«Voi padre, non vorrete forse comprendermi; voi, fratello, esiterete

forse. Aiutatemi come amico, come re, come uomo che va al soccorso di

un uomo minacciato. Fate vostra la mia causa, il mio desiderio, la mia

speranza, ed aggiungerei quasi la vendetta della natura e della morale

oltraggiata. Vi dimando in matrimonio la vostra figlia maggiore, la

principessa Bianca.

«Il suo carattere virile sarà opportuno alla lotta, dopo la mia morte.

Il suo spirito elevato braverà il sacrifizio, innanzi al quale, io lo

so, una donna volgare rinculerebbe, ma che pertanto è indispensabile

onde dare come erede del mio trono il figliuolo di mia moglie.

«Ora, chi peserà queste ragioni di Stato? chi indovinerà questi

sentimenti di un uomo curvato sotto il peso del suo dovere? chi

distinguerà, in mezzo alle apparenze equivoche, la voce della

coscienza che ispira i martiri, e chi farà gradire i miei voti alla

principessa, se non voi che, re, conoscete i doveri cui impone la

corona; che, padre, valuterete il trono sul quale vostra figlia verrà

a sedere? Come parente, voi vi affliggerete del mio scorruccio e dei

miei malanni domestici; come amico, vi addirete a portar soccorso alla

mia miseria. Sì: mi occorre un erede a qualunque costo--ed è per

questo che, malgrado le infermità dalla mia persona, vi dimando vostra

figlia. A voi, che non mi siete straniero, nè per sangue nè per cuore,

ò bisogno soggiunger altro?

«Al momento in cui tutto sarà pronto ed assicurato--se consentite a

venirmi in aiuto per cavarmi fuori di questa crisi--non avrete che ad

ordinare al marchese delle Antilles di aprire il dispaccio suggellato

di cui l'ò munito, ed ei farà la dimanda ufficiale della mano della

principessa Bianca. Se mi negate il vostro soccorso, non ne rimango

mica meno l'amico di V. M., del di cui spirito e saggezza ò una così

grande considerazione.

«Voglia Iddio ispirarvi, cugino mio, e farvi comprendere il vostro

dovere di padre, con la medesima amplitudine ed il medesimo

disinteresse che io comprendo quello di re, di uomo e di amico.»

--Che abbominevole guazzabuglio!--sclamò il principe di Lavandall. Se

Vostra Altezza non me l'avesse detto, lo avrei indovinato che quella

scritta usciva da un'officina clericale, ed era stata mandata da un

sovrano.

--Ebbene, quest'infame lettera ebbe il suo effetto. Si dètte alla

donzella il duca di Balbek per cavaliere di compagnia, ed il re

Claudio rispose per un'epistola sul medesimo tono e stile.

--Vostra Altezza non à la copia della risposta?

--Sì, e della medesima mano del padre d'Ebro. Ma non me la ricordo

mica così bene che l'altra. Diceva, in sostanza: che S. M. Taddeo

poteva contare che l'appello alla sua affezione non resterebbe senza

effetto, poichè trattavasi non solamente di consolare e rassicurare un

parente, ma di punire uno scellerato--lo scellerato ero io--e di

salvare una dinastia; che S. M. Claudio III accomoderebbe le cose di

maniera che tutto fosse salvo: l'onore, la dignità, gl'interessi della

successione, il segreto, il rispetto alla morale ed alla religione,

l'augusta serenità del padre e dello sposo; che S. M. Taddeo, per la

sua condotta disinteressata e piena di nobiltà, onorava la corona--la

quale diveniva doppiamente divina, e per la benedizione di Dio, e per

il sacrificio e l'umiltà dell'uomo, che s'inchinava innanzi al gastigo

della Provvidenza, da cui si apparecchiava il rimedio nel tempo stesso

che apriva la piaga...

E così, per quattro pagine zeppe zeppe.

--Quale di quelle due lettere è più vigliacca, e chi di quel padre o

di quello sposo è più infame agli occhi di Vostra Altezza?

--Si valgono: la scelta sarebbe impossibile. Ma il risultato di tutto

ciò non si fece attendere. Il duca di Balbek però, innanzi di mettersi

all'opera seriamente, esigette, per iscritto, il mandato di cooperare

ad assicurare la successione del re Taddeo. Suo zio, ministro del re

Claudio, gli rilasciò questo attestato--come pure la copia autentica

della lettera di re Taddeo e della risposta di re Claudio. E gli è

precisamente questo documento essenziale dell'affare, cui non ò, e che

mi occorre. Le lettere dei due re, copiate da un gesuita disgraziato,

non ànno alcun valore morale: possono essere falsificate. Però, queste

medesime, scritte, copiate da un ministro degli affari stranieri, e

munite dei suggelli dello Stato, quella lettera ministeriale che

autorizza l'impresa del duca di Balbek... ecco ciò che è capitale.

--Ma in che modo Vostra Altezza à avuto cognizione e comunicazione di

questi documenti?

--Vado a dirvelo. Il matrimonio fu dunque manipolato e precipitato.

Sei settimane dopo la sua partenza, il marchese delle Antilles,

ritornando alla Corte del suo padrone, gli annunziava, e conduceva la

sposa ed il successore. Mio fratello si recò, incognito, alla

frontiera dei suoi Stati, all'incontro della regina. La bellezza di

costei lo abbarbagliò--disse egli.--Egli pretestò dunque che la

giovane donna dovesse essere stanca del viaggio; ordinò che si facesse

sosta, e, contrariamente alla severa etichetta della nostra Corte, il

matrimonio fu consacrato e consumato nel luogo stesso. Il domani,

l'ispezione della camera nuziale ebbe luogo secondo l'uso: tutto era

in regola! Il processo verbale, cui gli ufficiali speciali del regno

redassero, è depositato negli archivi dello Stato. Capite? tutto era

in regola! Dopo questo tratto di genio della giovane regina, non era

più mestieri di disperare di nulla. Se si fosse esatto l'intervenzione

dello Spirito Santo nella faccenda, ella lo avrebbe esibito, a suo

carico e discarico, come operatore.

--Il duca di Balbek era sempre della partita?

--Non ne avevano più bisogno. Per il momento, il re bastava. Laonde,

quando, qualche mese dopo, la gravidanza della regina fu ufficialmente

annunciata, alcuno non ne sembrò stupito. Quella donna era così bella!

E poi, sì modesta, sì casta, così pia, così riserbata...! Ella fuggiva

le feste; non visitava che ospizi e spedali, le chiese, sopratutto i

conventi di donne ed i santuari miracolosi. Passava una grande parte

del suo tempo fuori della capitale, nelle residenze reali di caccia e

di riposo. I sudditi felici di S. M. Taddeo IX sapevano appena che si

avessero una regina.

--Che abilità sovrana!

--Ascoltate ancora. Infrattanto i mesi passavano, l'ora dello

snodamento avvicinava. Quell'uomo, quella donna, per re e regina che

si fossero, non potevano aggiungere un secondo al tempo, nè rinculare

di un minuto il giorno dello sgravo. Bisognava, non pertanto, rubare

al tempo tre settimane o un mese. Non bastava poi al re di aver un

erede. Gli occorreva, per giunta, un figlio maschio. Per forzare la

mano di Dio in questa opera, dal primo giorno in cui un sospetto di

gravidanza puntò, la regina cominciò a bazzicar le immagini miracolose

che s'incaricano della bisogna. Ella corse tutti i romitaggi. Ma

restava ancora lo più insigne. Lo si serbò per l'ultimo--tanto più che

era il più lontano. Nelle montagne, lì, presso alla frontiera, vi è un

convento di religiose di Sant'Orsola, annidato in un vecchio castello

a cui si è addossato una chiesa. Il re è badessa di nascita di quelle

religiose, ed à un appartamento nel convento. Nella chiesa, una

madonna della Scala fa miracoli, e, a seconda della dimanda, gratifica

garzoncelli, e li sostituisce alle ragazze, dall'alto dei cieli.

--Ecco lì una vergine che non à mica considerazioni pel suo

sesso!--sclamò Lavandall.

--Ella se ne permette ben altro, eh! A sei chilometri di distanza, si

trova un parco reale, con una foresta che si prolunga fin sotto le

mura del giardino delle religiose--le quali ànno diritto di caccia nel

bosco reale. Era il settimo mese dopo l'arrivo della regina nel regno.

Ella si recò allora al Torrente dei Pini--ove ella cacciava

negl'intervalli delle sue preghiere alla madonna della Scala. Al

principio dell'ottavo mese, il re si rese anch'egli in quella

residenza per cercarvi la regina, benedetta a dovere, e ricondurla

nella capitale, dove ella avea il dovere di fare il suo parto--in

presenza della Corte, dei corpi dello Stato, e della diplomazia.

--Che opulenza di sguardi per una giovine donna, in quella situazione

delicata!

--Ebbene, la fatalità opinò esattamente come voi, forse, caro

principe: perocchè essa volle evitare quella deboscia di occhi alla

bella e giovane regina. Il fatto fu che, mentre un giorno ella

cacciava quasi sola--lasciandosi dietro e ben lontano il suo seguito,

secondo la sua consuetudine--il suo cavallo si abbattè a qualche

centinaio di passi dal verziere delle religiose. La regina si trovò

coricata per terra, ed il suo cavallo si allontanò al galoppo. Alla

vista del destriero della regina corrente solo, gli staffieri ed i

_grooms_ di S. M., che l'avevano perduta di vista nei viali della

boscaglia, si spaventarono. Si precipitarono tutti verso il luogo ove

ella era scomparsa. E si finì per scoprirla, per terra, svenuta,

pallidissima, ed un cotal poco sgraffiata qua e là.

--Che donna di genio! à conquistato la corona.

--Ne sareste voi innamorato, principe?

--Ne sareste voi geloso, monsignore?

--Quasi. La paura fu grande nel servidorame. Si raccolse la regina,

cui si trasportò immediatamente nel convento, e si corse ad avvertire

il re della disgrazia successa. S. M. sembrò fulminata. Credette tutto

perduto. Si mandò a cercare il medico del villaggio vicino--il quale

non potè giungere che molto tardi il dì seguente. La notte però la

regina fu presa dalle doglie di un parto accelerato dalla caduta. L'è

un aborto, dicevan tutti--senza escluderne la vecchia cameriera, anche

un po' levatrice--cui la regina aveva condotta dal suo paese--e

compreso il medico, il quale in tutto codesto non vide che i pranzi ed

i scudi reali. Il re si desolava,--dicevasi. Il neonato non sarebbe

vitale. La regina correva grossi rischi. Gli empi! Essi contavano per

nulla l'intervento della Vergine della Scala in quel malore! Non era

stata ella, probabilmente, che aveva aiutato la regina a discendere di

cavallo, quando alcuno non la vedeva? Non era stata forse ella che

aveva scudisciato il ginnetto, il quale era partito al galoppo? Non

era stata forse ella che aveva fregate le gengive della regina, e del

sangue che ne aveva estratto le aveva maculato le mani ed il

sembiante? Non era dessa che le aveva consigliato di ritenere il

respiro, per diventar pallida, e tutto il resto di quell'opera

miracolosa che si compiè col parto felice della sua reale divota?

Andate dunque, in una disgrazia simile, a preoccuparvi dell'etichetta,

e del corpo diplomatico, e dei corpi dello Stato, i quali dovevano

essere le levatrici del successore del re Taddeo! La commedia era

finita. Viva la regina!

--Poffardio! che pezzo di attrice!

--Ora, voi sapete il resto, che è storia: rivoluzione, guerra civile,

Costituzione, esigenze del Parlamento, incameramento dei beni

ecclesiastici, espulsione dei gesuiti... tutto per assicurare ad un

bimbo intruso¹ la successione della corona che mi era dovuta. Questo

guazzabuglio, come di ragione, à stomacato papa Gregorio XVI; à messo

in forte collera i Reverendi Padri. Di quivi, Sua Santità à

autorizzato il P. di Ebro a parlare, a rivelare gli stessi segreti

della confessione--trattandosi del bene della religione. Ed ecco come

io ò ricevuto a Roma, al Gesù, comunicazione di questi documenti e

conoscenza dei fatti e degli atti.

¹ Non sarebbe piuttosto _ad una bimba intrusa_--Isabella?

(_Nota dell'Editore_)

--Nulla mi stupisce adesso. E con codesti ausiliari io non dispero di

nulla...

--Voi avete ben ragione. Però, bisogna che sappiate che i RR. PP. ànno

di già fatto delle ricerche inutili. I documenti in questione non

sono, e' sembra, presso il duca di Balbek. Si è rimuginato dovunque in

casa sua, si pensa--dovunque, almeno, l'occhio di un lacchè e la mano

di un ladro possono giungere. Le ricerche sono state infruttuose. Al

palazzo dell'ambasciata non vi è nulla. Ora, come non è probabile che

quelle carte fossero state distrutte; come il duca di Balbek non è un

sere a disfarsene per nulla; come non le gli si strapperanno che dopo

una resistenza disperata... la partita cui impegniamo diventa

terribile. Nondimeno, dovessimo noi mettere il fuoco ai quattro

cantoni di Parigi, quelle carte mi occorrono. Bisogna che io le

depositi nella cancelleria russa a Pietroburgo, dove tutta la

diplomazia straniera potrà consultarne e verificarne l'autenticità,

prima che io dia la battaglia suprema a mio fratello ed al successore

cui à fabbricato per frustrarmi del trono. Cosa pensate voi fare,

principe?

--Altezza, non ne so ancora nulla.

--Io parto per l'Inghilterra. Se avrò del danaro, ve ne manderò.

--Ve ne sarà forse bisogno. Noi abbiamo a fare con un nemico

formidabile--il duca di Balbek, soppannato da un compare terribile, il

dottore di Nubo. La battaglia cui andiamo a presentare a quelle

volpi-tigri sarà rude. Piaccia a Dio che, se vi debba esser del

sangue, non vi siano almeno delitti.

--Principe--disse il sire di Tebe levandosi--sangue e delitto sono

parole che non ànno un significato assoluto, e non ispaventano che gli

spiriti piccoli e le coscienze di già punticce. Il delitto e

l'assassinio, alla fin fine, non ricadono su coloro che se ne

macchiano, ma su coloro che li provocano. La giustizia umana borbotta

come barbogia.

--E strangola come brigante, Altezza--in Francia almeno, dove si è

inventata quell'assurda infamia che addimandasi eguaglianza. Ma noi

non ne siamo ancora lì. Noi vaneggiamo, in lontananza, dei grandi

drammi e delle grandi peripezie, per arrivar forse ad una soluzione

che può esser delle più semplici. Lasciatemi dapprima ispezionare il

campo di battaglia e scandagliare le forze del nemico. Poi, farsa o

tragedia, ci si troverà pronti a tutto.

--Punto di scrupoli, principe! Con galeotti, gallonati o coronati,

tutto è permesso. L'infamia è una necessità, e talvolta un dovere.

Il principe di Tebe uscì. Il suo aspetto era addivenuto orrido

pronunziando le ultime parole.

Il principe Lavandall lo accompagnò in silenzio, gli occhi

bassi--sotto quello sguardo che distillava sangue.

Quando ritornò nel suo gabinetto, vi trovò Sergio di Linsac che lo

aspettava.

--Ebbene?--sclamò il principe, esprimendo con tutta la sua persona una

pressante interrogazione.

Sergio di Linsac sorrise e si fregò le mani di un'aria soddisfatta.

I suicidi di Parigi · 第 52 / 73 题