Il seguito della colazione di Bianca e di Balbek.
--Io pass'oltre a tutto ciò che i gazzettieri àn raccontato di questa
storia nei libelli e nei giornali--favellò Tebe. Voi avete dovuto
leggere tutto codesto.
--L'ò letto, Altezza.
--Allora voi saprete che tra mio fratello e me fuvvi mai sempre la più
cattiva intelligenza. Sarebbe perchè mia madre, quando era incinta di
mio fratello, si annoiava dei sermoni di un gesuita, e quando era
incinta di me, si divertiva con un ciambellano saltimbanco? Dio lo sa.
Il fatto è, che mio fratello non à saputo mai tollerarmi.
--Tutti i gabinetti di Europa non ignorano codesto.
--Bene. A ciò si aggiunsero le insinuazioni dei confessori e dei
cortigiani. Sua Maestà si lamentava di un'indigestione? io l'aveva
avvelenata! Sua Maestà aveva mal dormito? gli è ch'ella aveva creduto
vedere l'ombra mia tra il muro e le cortine del letto! Le truppe di S.
M. erano state battute? io aveva comunicato i piani strategici al
nemico! I sudditi di S. M. si querelavano del suo malgoverno? ero io
che li ammutinava. I figli di S. M. erano morti? era io che aveva
dovuto soffiare su di loro il germe della morte! Infine, se S. M. non
poteva più avere dei figliuoli, l'era io che lo aveva fatto sfinire da
una ganza al mio servizio. Breve: io era il dio Siva del regno e del
re Taddeo. Io metteva paura alla gente in cocolla e in livrea, che mi
aveva tanto oltraggiato--e sapeva che io mi sovveniva e che non avrei
mai perdonato. Bisognava dunque cacciarmi da parte ad ogni costo. E
s'inspirò al re l'idea di un nuovo matrimonio.
--Ma, se Sua Maestà non aveva più prole!
--Sì, e perciò appunto si decisero a quelle nuove nozze. Ma la gente
che commetteva questo misfatto non era mica di quella che si ferma a
mezzo cammino. Da quando in poi, del resto, è stato necessario di fare
i suoi propri bimbi? Una sola cosa sembrò urgente in questa
circostanza: Trovare un suocero condiscendente ed una moglie complice.
Si avevano le due cose sotto la mano, al di là di ogni desiderio. Il
padre d'Ebro compose, S. M. Taddeo copiò una lettera per re Claudio
III.
--Vostra Altezza l'à dunque letta?
--Ne ò avuto la copia in poter mio, dalla mano stessa del P. d'Ebro.
Essa suonava così:
«_Caro cugino_,
«Io scrivo a V. M. un'altra lettera per mezzo dei miei ministri. Con
questa, io mi indirizzo direttamente al figlio del fratello di mio
padre. Gli è dire, che io desidero che il mio grido di uomo trovi
un'eco nel cuore del parente, o che vi resti sepolto.
«Io sono in presenza della crisi la più spinosa del mio regno, sì
pieno di accidenti. Io traverso il ponte dell'avvenire: affronto la
questione della successione, in presenza dalla quale la Provvidenza
divina à voluto collocarmi per provarmi--ripigliandosi i figliuoli che
impartiti mi aveva. Se avessi avuto, per compenso, in questo immenso
disastro, l'affetto di mio fratello, mi sarei forse consolato di un
dolore che uccide perfino i più forti. Ma l'Europa intiera,
sgraziatamente, sa come la mano del Signore à posato gravemente sulla
mia casa, anche da questo lato, ed à appreso i pericoli che ò corsi.
Non ò avuto prove materiali sufficienti. O' però la certezza morale,
che quel fratello snaturato à attentato parecchie volte alla mia vita.
E sono convinto, che la mia vita non cesserà di essere in pericolo
contro quelle aggressioni, se non il giorno in cui io mi avrò una
successione legittima diretta.
«Ecco quali considerazioni--oltre quelle dei miei popoli, della pace o
della gloria della religione--mi ànno deciso ad implorare l'aiuto del
Signore per un secondo matrimonio. Io tento Iddio. Imperocchè,
quantunque la mia età di 54 anni non sia eccessiva, per l'opera
satanica del principe di Tebe io posso considerarmi come estinto alla
vita. Un matrimonio, sì, può consolare le tenerezze dei miei ultimi
anni; ma, ohimè! esso non farà riverdire il ceppo fulminato della mia
dinastia.
«Ora, l'è codesto che io voglio--a qualunque prezzo--ed è per codesto
che io mi indirizzo a Vostra Maestà.
«Voi padre, non vorrete forse comprendermi; voi, fratello, esiterete
forse. Aiutatemi come amico, come re, come uomo che va al soccorso di
un uomo minacciato. Fate vostra la mia causa, il mio desiderio, la mia
speranza, ed aggiungerei quasi la vendetta della natura e della morale
oltraggiata. Vi dimando in matrimonio la vostra figlia maggiore, la
principessa Bianca.
«Il suo carattere virile sarà opportuno alla lotta, dopo la mia morte.
Il suo spirito elevato braverà il sacrifizio, innanzi al quale, io lo
so, una donna volgare rinculerebbe, ma che pertanto è indispensabile
onde dare come erede del mio trono il figliuolo di mia moglie.
«Ora, chi peserà queste ragioni di Stato? chi indovinerà questi
sentimenti di un uomo curvato sotto il peso del suo dovere? chi
distinguerà, in mezzo alle apparenze equivoche, la voce della
coscienza che ispira i martiri, e chi farà gradire i miei voti alla
principessa, se non voi che, re, conoscete i doveri cui impone la
corona; che, padre, valuterete il trono sul quale vostra figlia verrà
a sedere? Come parente, voi vi affliggerete del mio scorruccio e dei
miei malanni domestici; come amico, vi addirete a portar soccorso alla
mia miseria. Sì: mi occorre un erede a qualunque costo--ed è per
questo che, malgrado le infermità dalla mia persona, vi dimando vostra
figlia. A voi, che non mi siete straniero, nè per sangue nè per cuore,
ò bisogno soggiunger altro?
«Al momento in cui tutto sarà pronto ed assicurato--se consentite a
venirmi in aiuto per cavarmi fuori di questa crisi--non avrete che ad
ordinare al marchese delle Antilles di aprire il dispaccio suggellato
di cui l'ò munito, ed ei farà la dimanda ufficiale della mano della
principessa Bianca. Se mi negate il vostro soccorso, non ne rimango
mica meno l'amico di V. M., del di cui spirito e saggezza ò una così
grande considerazione.
«Voglia Iddio ispirarvi, cugino mio, e farvi comprendere il vostro
dovere di padre, con la medesima amplitudine ed il medesimo
disinteresse che io comprendo quello di re, di uomo e di amico.»
--Che abbominevole guazzabuglio!--sclamò il principe di Lavandall. Se
Vostra Altezza non me l'avesse detto, lo avrei indovinato che quella
scritta usciva da un'officina clericale, ed era stata mandata da un
sovrano.
--Ebbene, quest'infame lettera ebbe il suo effetto. Si dètte alla
donzella il duca di Balbek per cavaliere di compagnia, ed il re
Claudio rispose per un'epistola sul medesimo tono e stile.
--Vostra Altezza non à la copia della risposta?
--Sì, e della medesima mano del padre d'Ebro. Ma non me la ricordo
mica così bene che l'altra. Diceva, in sostanza: che S. M. Taddeo
poteva contare che l'appello alla sua affezione non resterebbe senza
effetto, poichè trattavasi non solamente di consolare e rassicurare un
parente, ma di punire uno scellerato--lo scellerato ero io--e di
salvare una dinastia; che S. M. Claudio III accomoderebbe le cose di
maniera che tutto fosse salvo: l'onore, la dignità, gl'interessi della
successione, il segreto, il rispetto alla morale ed alla religione,
l'augusta serenità del padre e dello sposo; che S. M. Taddeo, per la
sua condotta disinteressata e piena di nobiltà, onorava la corona--la
quale diveniva doppiamente divina, e per la benedizione di Dio, e per
il sacrificio e l'umiltà dell'uomo, che s'inchinava innanzi al gastigo
della Provvidenza, da cui si apparecchiava il rimedio nel tempo stesso
che apriva la piaga...
E così, per quattro pagine zeppe zeppe.
--Quale di quelle due lettere è più vigliacca, e chi di quel padre o
di quello sposo è più infame agli occhi di Vostra Altezza?
--Si valgono: la scelta sarebbe impossibile. Ma il risultato di tutto
ciò non si fece attendere. Il duca di Balbek però, innanzi di mettersi
all'opera seriamente, esigette, per iscritto, il mandato di cooperare
ad assicurare la successione del re Taddeo. Suo zio, ministro del re
Claudio, gli rilasciò questo attestato--come pure la copia autentica
della lettera di re Taddeo e della risposta di re Claudio. E gli è
precisamente questo documento essenziale dell'affare, cui non ò, e che
mi occorre. Le lettere dei due re, copiate da un gesuita disgraziato,
non ànno alcun valore morale: possono essere falsificate. Però, queste
medesime, scritte, copiate da un ministro degli affari stranieri, e
munite dei suggelli dello Stato, quella lettera ministeriale che
autorizza l'impresa del duca di Balbek... ecco ciò che è capitale.
--Ma in che modo Vostra Altezza à avuto cognizione e comunicazione di
questi documenti?
--Vado a dirvelo. Il matrimonio fu dunque manipolato e precipitato.
Sei settimane dopo la sua partenza, il marchese delle Antilles,
ritornando alla Corte del suo padrone, gli annunziava, e conduceva la
sposa ed il successore. Mio fratello si recò, incognito, alla
frontiera dei suoi Stati, all'incontro della regina. La bellezza di
costei lo abbarbagliò--disse egli.--Egli pretestò dunque che la
giovane donna dovesse essere stanca del viaggio; ordinò che si facesse
sosta, e, contrariamente alla severa etichetta della nostra Corte, il
matrimonio fu consacrato e consumato nel luogo stesso. Il domani,
l'ispezione della camera nuziale ebbe luogo secondo l'uso: tutto era
in regola! Il processo verbale, cui gli ufficiali speciali del regno
redassero, è depositato negli archivi dello Stato. Capite? tutto era
in regola! Dopo questo tratto di genio della giovane regina, non era
più mestieri di disperare di nulla. Se si fosse esatto l'intervenzione
dello Spirito Santo nella faccenda, ella lo avrebbe esibito, a suo
carico e discarico, come operatore.
--Il duca di Balbek era sempre della partita?
--Non ne avevano più bisogno. Per il momento, il re bastava. Laonde,
quando, qualche mese dopo, la gravidanza della regina fu ufficialmente
annunciata, alcuno non ne sembrò stupito. Quella donna era così bella!
E poi, sì modesta, sì casta, così pia, così riserbata...! Ella fuggiva
le feste; non visitava che ospizi e spedali, le chiese, sopratutto i
conventi di donne ed i santuari miracolosi. Passava una grande parte
del suo tempo fuori della capitale, nelle residenze reali di caccia e
di riposo. I sudditi felici di S. M. Taddeo IX sapevano appena che si
avessero una regina.
--Che abilità sovrana!
--Ascoltate ancora. Infrattanto i mesi passavano, l'ora dello
snodamento avvicinava. Quell'uomo, quella donna, per re e regina che
si fossero, non potevano aggiungere un secondo al tempo, nè rinculare
di un minuto il giorno dello sgravo. Bisognava, non pertanto, rubare
al tempo tre settimane o un mese. Non bastava poi al re di aver un
erede. Gli occorreva, per giunta, un figlio maschio. Per forzare la
mano di Dio in questa opera, dal primo giorno in cui un sospetto di
gravidanza puntò, la regina cominciò a bazzicar le immagini miracolose
che s'incaricano della bisogna. Ella corse tutti i romitaggi. Ma
restava ancora lo più insigne. Lo si serbò per l'ultimo--tanto più che
era il più lontano. Nelle montagne, lì, presso alla frontiera, vi è un
convento di religiose di Sant'Orsola, annidato in un vecchio castello
a cui si è addossato una chiesa. Il re è badessa di nascita di quelle
religiose, ed à un appartamento nel convento. Nella chiesa, una
madonna della Scala fa miracoli, e, a seconda della dimanda, gratifica
garzoncelli, e li sostituisce alle ragazze, dall'alto dei cieli.
--Ecco lì una vergine che non à mica considerazioni pel suo
sesso!--sclamò Lavandall.
--Ella se ne permette ben altro, eh! A sei chilometri di distanza, si
trova un parco reale, con una foresta che si prolunga fin sotto le
mura del giardino delle religiose--le quali ànno diritto di caccia nel
bosco reale. Era il settimo mese dopo l'arrivo della regina nel regno.
Ella si recò allora al Torrente dei Pini--ove ella cacciava
negl'intervalli delle sue preghiere alla madonna della Scala. Al
principio dell'ottavo mese, il re si rese anch'egli in quella
residenza per cercarvi la regina, benedetta a dovere, e ricondurla
nella capitale, dove ella avea il dovere di fare il suo parto--in
presenza della Corte, dei corpi dello Stato, e della diplomazia.
--Che opulenza di sguardi per una giovine donna, in quella situazione
delicata!
--Ebbene, la fatalità opinò esattamente come voi, forse, caro
principe: perocchè essa volle evitare quella deboscia di occhi alla
bella e giovane regina. Il fatto fu che, mentre un giorno ella
cacciava quasi sola--lasciandosi dietro e ben lontano il suo seguito,
secondo la sua consuetudine--il suo cavallo si abbattè a qualche
centinaio di passi dal verziere delle religiose. La regina si trovò
coricata per terra, ed il suo cavallo si allontanò al galoppo. Alla
vista del destriero della regina corrente solo, gli staffieri ed i
_grooms_ di S. M., che l'avevano perduta di vista nei viali della
boscaglia, si spaventarono. Si precipitarono tutti verso il luogo ove
ella era scomparsa. E si finì per scoprirla, per terra, svenuta,
pallidissima, ed un cotal poco sgraffiata qua e là.
--Che donna di genio! à conquistato la corona.
--Ne sareste voi innamorato, principe?
--Ne sareste voi geloso, monsignore?
--Quasi. La paura fu grande nel servidorame. Si raccolse la regina,
cui si trasportò immediatamente nel convento, e si corse ad avvertire
il re della disgrazia successa. S. M. sembrò fulminata. Credette tutto
perduto. Si mandò a cercare il medico del villaggio vicino--il quale
non potè giungere che molto tardi il dì seguente. La notte però la
regina fu presa dalle doglie di un parto accelerato dalla caduta. L'è
un aborto, dicevan tutti--senza escluderne la vecchia cameriera, anche
un po' levatrice--cui la regina aveva condotta dal suo paese--e
compreso il medico, il quale in tutto codesto non vide che i pranzi ed
i scudi reali. Il re si desolava,--dicevasi. Il neonato non sarebbe
vitale. La regina correva grossi rischi. Gli empi! Essi contavano per
nulla l'intervento della Vergine della Scala in quel malore! Non era
stata ella, probabilmente, che aveva aiutato la regina a discendere di
cavallo, quando alcuno non la vedeva? Non era stata forse ella che
aveva scudisciato il ginnetto, il quale era partito al galoppo? Non
era stata forse ella che aveva fregate le gengive della regina, e del
sangue che ne aveva estratto le aveva maculato le mani ed il
sembiante? Non era dessa che le aveva consigliato di ritenere il
respiro, per diventar pallida, e tutto il resto di quell'opera
miracolosa che si compiè col parto felice della sua reale divota?
Andate dunque, in una disgrazia simile, a preoccuparvi dell'etichetta,
e del corpo diplomatico, e dei corpi dello Stato, i quali dovevano
essere le levatrici del successore del re Taddeo! La commedia era
finita. Viva la regina!
--Poffardio! che pezzo di attrice!
--Ora, voi sapete il resto, che è storia: rivoluzione, guerra civile,
Costituzione, esigenze del Parlamento, incameramento dei beni
ecclesiastici, espulsione dei gesuiti... tutto per assicurare ad un
bimbo intruso¹ la successione della corona che mi era dovuta. Questo
guazzabuglio, come di ragione, à stomacato papa Gregorio XVI; à messo
in forte collera i Reverendi Padri. Di quivi, Sua Santità à
autorizzato il P. di Ebro a parlare, a rivelare gli stessi segreti
della confessione--trattandosi del bene della religione. Ed ecco come
io ò ricevuto a Roma, al Gesù, comunicazione di questi documenti e
conoscenza dei fatti e degli atti.
¹ Non sarebbe piuttosto _ad una bimba intrusa_--Isabella?
(_Nota dell'Editore_)
--Nulla mi stupisce adesso. E con codesti ausiliari io non dispero di
nulla...
--Voi avete ben ragione. Però, bisogna che sappiate che i RR. PP. ànno
di già fatto delle ricerche inutili. I documenti in questione non
sono, e' sembra, presso il duca di Balbek. Si è rimuginato dovunque in
casa sua, si pensa--dovunque, almeno, l'occhio di un lacchè e la mano
di un ladro possono giungere. Le ricerche sono state infruttuose. Al
palazzo dell'ambasciata non vi è nulla. Ora, come non è probabile che
quelle carte fossero state distrutte; come il duca di Balbek non è un
sere a disfarsene per nulla; come non le gli si strapperanno che dopo
una resistenza disperata... la partita cui impegniamo diventa
terribile. Nondimeno, dovessimo noi mettere il fuoco ai quattro
cantoni di Parigi, quelle carte mi occorrono. Bisogna che io le
depositi nella cancelleria russa a Pietroburgo, dove tutta la
diplomazia straniera potrà consultarne e verificarne l'autenticità,
prima che io dia la battaglia suprema a mio fratello ed al successore
cui à fabbricato per frustrarmi del trono. Cosa pensate voi fare,
principe?
--Altezza, non ne so ancora nulla.
--Io parto per l'Inghilterra. Se avrò del danaro, ve ne manderò.
--Ve ne sarà forse bisogno. Noi abbiamo a fare con un nemico
formidabile--il duca di Balbek, soppannato da un compare terribile, il
dottore di Nubo. La battaglia cui andiamo a presentare a quelle
volpi-tigri sarà rude. Piaccia a Dio che, se vi debba esser del
sangue, non vi siano almeno delitti.
--Principe--disse il sire di Tebe levandosi--sangue e delitto sono
parole che non ànno un significato assoluto, e non ispaventano che gli
spiriti piccoli e le coscienze di già punticce. Il delitto e
l'assassinio, alla fin fine, non ricadono su coloro che se ne
macchiano, ma su coloro che li provocano. La giustizia umana borbotta
come barbogia.
--E strangola come brigante, Altezza--in Francia almeno, dove si è
inventata quell'assurda infamia che addimandasi eguaglianza. Ma noi
non ne siamo ancora lì. Noi vaneggiamo, in lontananza, dei grandi
drammi e delle grandi peripezie, per arrivar forse ad una soluzione
che può esser delle più semplici. Lasciatemi dapprima ispezionare il
campo di battaglia e scandagliare le forze del nemico. Poi, farsa o
tragedia, ci si troverà pronti a tutto.
--Punto di scrupoli, principe! Con galeotti, gallonati o coronati,
tutto è permesso. L'infamia è una necessità, e talvolta un dovere.
Il principe di Tebe uscì. Il suo aspetto era addivenuto orrido
pronunziando le ultime parole.
Il principe Lavandall lo accompagnò in silenzio, gli occhi
bassi--sotto quello sguardo che distillava sangue.
Quando ritornò nel suo gabinetto, vi trovò Sergio di Linsac che lo
aspettava.
--Ebbene?--sclamò il principe, esprimendo con tutta la sua persona una
pressante interrogazione.
Sergio di Linsac sorrise e si fregò le mani di un'aria soddisfatta.