V.

Once again.

Dopo gli avvenimenti cui venghiamo di raccontare rapidamente, compiuti

di un modo non meno rapido, non restava più posto, nel cuore del

principe ed in quello di sua moglie, che per due sentimenti egualmente

estremi: un odio feroce ed un amore forsennato.

In queste regioni tropicali dell'anima non è possibile che l'uragano.

Il principe fissò la sua dimora nelle vicinanze di Parigi, a

Saint-Germain.

Molti mesi scorsero.

Il tempo però, il cangiamento di cielo e di residenza non produssero

alcuna mutazione nella sua vita. Gli era lo stesso vuoto, la stessa

solitudine, lo stesso silenzio, la stessa disperata tristezza che al

castello di Lavandall. I domestici francesi, cui il principe aveva

ingaggiati, non penetravano nell'atmosfera della famiglia. Perocchè

Ivan sapeva che quella gente, i cui costumi son quasi sempre ignobili,

si costituisce sempre giudice severo dei padroni. Ivan d'altronde

bastava al principe; Sarah e Rosa bastavano alla principessa.

Un solo straniero frequentava il castello--ed ancora e' poteva passare

per un vecchio amico: il dottore conte di Nubo. La salute del

principe, ed oggimai la salute di Maud altresì avevan reso questa

intrusione indispensabile.

Maud era attaccata da una malattia di languore.

Questo intervento di Dio nello scioglimento dell'opera sinistra del

principe di Lavandall avrebbe dovuto illuminarlo, calmarlo,

soddisfarlo in tutt'i casi. E' non ne fu che più esasperato. Non aveva

egli detto: «All'altra, adesso?» Dio lo rubava di tutta la parte che

vi prendeva. E' si decise allora a sorpassarlo in celerità.

Ma in Francia non era esattamente come nel fondo di una provincia

russa, in un castello, innanzi la porta del quale la legge rincula,

ove il padrone à, di fatto, dritto di vita e di morte.

In Francia si è permalosi della forma... si mette una bilancia nella

mano della giustizia--affinchè dessa pesi bene quanto vale il ricco e

quanto poco vale il povero! Si dice che la legge è cieca. Cieca è

dessa: perchè segue un cane, il quale sa bene di qual dente morder la

carne e di quale l'osso.

Il principe non aveva d'uopo di andare in busca dello strumento che

doveva compiere la sua bisogna. Lo aveva sotto la mano--semplicissimo,

destrissimo, opportunissimo: voglio dire il dottore di Nubo.

Non trattavasi che di trovare un metodo.

Chi cerca, finisce sempre per trovare.

Ma il principe aveva fretta: e' soccombeva sotto il peso della sua

anima! Ed il dottore non ne aveva punto, perocchè, per lui, non

solamente il tempo era oro, ma era pure un parafulmini.

Gli era questo, del resto, il solo punto di discordanza tra questo

cuore e questo cervello malati.

Eppure, nè il principe, nè il dottore non aveva profferto un sol motto

sull'obbietto!

Vi era compenetrazione di spirito: ecco tutto.

Se Maud fosse stata una donna italiana, la avrebbe provocato una

spiega. Se fosse stata una francese, l'avrebbe fatta capitare. Donna

essenzialmente inglese, la si taceva e moriva.

Non è che la non formasse il progetto di abbordare un giorno con suo

marito lo scandaglio della loro esistenza. Ogni notte, nelle sue

interminabili insonnie, suffuse di lagrime, ella dicevasi: Domani

parlerò!

Infatti, la dimane arrivava; Maud aggiustavasi per quanto bella

poteva; sforzavasi di risuscitare il sorriso sulle labbra

diciannovenne, ed andava a picchiar all'uscio del principe.

Abitualmente, non era ricevuta.

Ma, una volta sopra dieci, l'inesorabile Russo l'ammetteva alla sua

presenza.

All'aspetto di quell'uomo, la parola spirava sulle labbra di Maud, il

sorriso tramutavasi in singhiozzo.

Il principe era irriconoscibile.

A ventisei anni, sembrava caduco. Gli stessi suoi capelli si

brizzolavano. I suoi occhi, vitrei, si affossavano ogni giorno di più

nelle orbite, come spaventati della luce. Le sue guance, scavate,

ingiallivano. La sua fronte, sì pura, solcavasi di rughe intralciate.

Solo la sua bocca, ardente di febbre, pareva bruttata di sangue.

Egli pure era attaccato da consunzione. Ma questa malattia, che

abbelliva Maud dandole il diafano dei serafini della Chiesa,

difformava il principe. E' trasudava la tisi dell'anima!

La vista di quella ruina turbava la ragione di Maud. Ella

attribuivaselo.

D'altra parte, la vista di sua moglie metteva il colmo alla

disperazione del principe.

--Sono io--dicevasi egli--che ò cominciato la distruzione di questa

bell'opera di Dio, e che vado a compierla. Io, che sarei morto ai suoi

piedi, come un giusto, per ottenerne un solo sguardo di pietà! Io le

fo orrore. Io sento sprigionarsi da tutta la sua persona un fluido che

mi respinge. Io mi consumo alla sua contemplazione, e mi spegno. Dio

mio! poteva un uomo dare ad una donna più vaste prove di amore che io

ne diedi a costei? Io ò ucciso mio fratello, per causa di lei... Però,

se le parlassi ancora? Io vorrei strapparle almeno questa parola: Ti

odio! Sopra una donna che odia si à una presa. La si può infine

attirare, domare, tenerla. Un'ipocrita, come costei, è uno spettro che

sfugge quando credesi di afferrarlo. Sì: che la mi dica almeno: Io ti

odio! Ciò sarebbe un balsamo per la mia coscienza. Io potrei

rispondere: Continua, tu fai bene; consuma la tua opera e muori con la

gioia dei demonii... Ebbene, saggierò ancora una volta. Condannato,

dimanderò una dilazione. Che io mi arrivi almeno a comprenderla!

Questa risoluzione presa, il principe spiò un'occasione propizia.

Trattavasi conoscere l'ultimo verbo del suo destino.

L'era una bella mattina di ottobre. Il principe, steso sur un

_voltaire_, s'inebriava di sole innanzi ad un balcone che sporgeva sul

giardino, centellando una tazza di thè e bruciando un sigaretto. Sulle

sue ginocchia, nascosto a mezzo da una veste da camera di nero

velluto, poggiava aperto un volume delle opere di Humboldt.

Ivan introdusse il dottore di Nubo ed avvicinò una poltrona.

--Prendereste una tazza di thè, dottore!

--Perchè no? Vengo d'asciolvere al _Pavillon d'Henri IV_, con una

delle vostre vecchie conoscenze, principe.

--Le mie conoscenze sono tutte vecchie oggimai, dottore. Chi dunque?

--Il conte di Perceval.

--Non è ancor morto?

--Lui morto? per chi lo prendete voi? È più giovane adesso che a

trent'anni. Anzi, a quest'ora, tutta Parigi si occupa di lui.

--Parigi è ben amabile. Che à egli fatto? Si è ralligato agli Orléans?

Sarebbe divenuto onest'uomo? È entrato ai gesuiti?

--Meglio, meglio che tutto ciò, principe. Io credo, _tout bonnement_,

ch'e' si eserciti la mano all'assassinio.

--Diavolo!--sclamò il principe. Cotesto debb'essere allora assai

piccante.

--Io non conosco ancora tutt'i dettagli della cosa. Me ne informerò e

ve li conterò un altro giorno. So vagamente ch'egli è implicato nel

suicidio di un _rat_ dell'_Opera_, cui intratteneva. Questa donzella

si sarebbe suicidata per un poeta, un romanziere, un giornalista,

qualche cosa come codesto--un tal Sergio di Linsac. In realtà, e' pare

che il conte di Perceval non aveva presa la ballerina che per

sottrarle non so quali cambiali del marchese di Caboul.

--Il marchese... di Caboul!

--Già, il quale non è altro che il R. P. Buzelin, dello stabilimento

dei gesuiti alla Rue des Postes--il convertitore dei RR. PP. nel mondo

galante. Ora, io m'immagino, che il conte di Perceval à furacchiato la

figlioccia per furacchiarle le carte, e che dà oggi alla bisogna il

nome e l'aria di suicidio. Questo birbo di conte è uomo di spirito,

diascoli!

--Proprio così--sclamò il principe ghignando.

--E' sa che, in ogni cosa, il metodo è tutto. Ebbene, egli à trovato

un metodo che converrebbe a non poche genti... oneste.

-Ciò potrebbe esser vero--rispose il principe, lentamente, scandendo

le parole ed inchiodando lo sguardo sullo sguardo impassibile del

dottore di Nubo. Poi soggiunse:

--Dottore, volete voi fare un giro di passeggiata pel giardino? Datemi

il braccio.

Il sembiante del dottore restò sereno, ed il suo cuore battè di

soddisfazione.

E' non aveva raccontato l'aneddoto del conte di Perceval per nulla.

Quella parabola significava: i tempi sono maturi; io sono pronto:

finiamola!

E si rigioiva, accorgendosi che il principe l'aveva compresa così.

Il dottore possedeva infine questo metodo--questo metodo ch'egli

cercava da tre mesi.

Poi, egli aveva premura. E' doveva recarsi in Svizzera. Aveva perduto

una trentina di mille franchi al giuoco, al _club_. Aveva sottoscritto

per un certo numero di azioni in un'intrapresa di scavi di carbon

fossile, che prometteva molto. Aveva insomma bisogno di danari.

Gli onorari della sua professione lo facevano vivere come un nabab. Ma

quelli onorari--che formavano una bella somma alla fine

dell'anno--arrivavano gocciolo a gocciolo.

Ed il dottore abbisognava di centomila franchi in una manata.

Ora, non si dà una tale somma per ricuperar la salute. La si dà per un

delitto.

--Un delitto!... l'è un metodo. Val desso la pena per darsi moina?

Facendo queste riflessioni, vedendo di già le sue mani nei scrigni del

principe di Lavandall, il dottore di Nubo l'accompagnò nel giardino.

Faceva ancor tepido. Vi erano ancora abbastanza fiori, insetti,

uccelli, per distrarli... per ascoltarli forse. Il principe

s'intromise sotto una volta di pampani violetti che copriva un viale

finamente sabbiato. Di un tratto, e' si fermò.

Il dottore irradiava internamente.

--Conte di Nubo--disse il principe--vi sentite voi capace di parlarmi

francamente, da gentiluomo e non da dottore, che si crede obbligato di

adoperare la speranza--e quindi la menzogna--come un mezzo di

terapeutica?

--Se l'esigete, principe, io sono pronto.

--Ebbene--continuò il principe--voi vedete a che stato ne sono

ridotto. Io lo sento, meglio pure che voi nol vediate. Malgrado ciò,

io vi dimando: Posso io ancora guarire?

--Dell'epilessia?... no, principe mio--rispose il dottore.

--Gli è lungo tempo che ò preso il mio partito su codesto--replicò il

principe di una voce sorda. Ma la consunzione?

--Il resto non mi scoraggia mica ancora--riprese il dottore.

--Perchè?

--Perchè vi è in voi un principio di atrofia della vita fisica,

occasionata dall'esorbitante assorbimento della vita morale. L'anima

vi divora. Bisogna dunque soddisfarla... o ucciderla. Io non afferro

le cause di questa mancanza di equilibrio tra le due funzioni, il di

cui esercizio parallelo costituisce la vita normale e la salute. Io

non vi domando di penetrare nei ripostigli intimi del vostro cuore.

Voi avete, ad ogni modo, dei pensieri, dei desideri, dei progetti, che

vi rodono. Voi perdete il fiato camminando verso un fine;... e gli è

così che il vostro corpo si spossa, che la lampa della vostra vita

fumiga e soffoca la luce.

--Ciò è possibile--sclamò il principe, riflettendo e parlando a sè

stesso.

--Ora, non vi sono che due modi, come vel dicevo testè--continuò il

dottore--per ricostruire la vostra salute relativa.

--Quali?

--O noi cominciamo a vannare, ad analizzare uno ad uno i fenomeni, le

cause, le idee, le ansietà che vi consumano, e scartiamo questo,

addolciamo quello, diamo soddisfazione da un canto, calmiamo

dall'altro...

--Ovvero?

--Ovvero... sopprimiamo di un colpo il focolaio dell'insurrezione

interna, la quale à ingenerato l'anarchia nelle vostre funzioni

fisiologiche, e l'anemia.

--Hum!--fece il principe riflettendo.

--Sopprimere l'anima--continuò il dottore--sopprimere la coscienza,

sopprimere i rimorsi, sopprimere gli scrupoli, sopprimere il dubbio,

disoppannare la vita, in una parola, della sua parte morale e ridurla

ad una semplice funzione fisica...

--Si potrebbe egli?

--Ciò si può. Ed allora la guarigione si ottiene subito e radicale. Il

primo mezzo è più lungo e più incerto.

--Ciò si può, dite voi? Si può dunque obliterare il pensiero?

--Sopprimete la causa che produce l'eretismo di questo pensiero, e voi

l'avrete ridotto, se non all'impotenza, almeno all'innocuità. Tutto,

del resto, dipende da voi, dalla dose di volontà che potrete

sviluppare, dai mezzi impiegati al trattamento.

--Potreste voi dilucidare codesta teoria con un esempio, dottore?

--Ma! prendiamo giustamente per esempio quel conte di Perceval, di cui

parlavamo or ora. Supponghiamo che egli si sia trovato in presenza di

un ordine del generale dei gesuiti che gli abbia detto: Bisogna

ricuperare, ad ogni costo, le carte firmate dal Padre Buzelin, sotto

il falso nome di marchese di Caboul: l'onore della Società lo esige.

--Ebbene?

--Ebbene, se il conte di Perceval avesse avuto in lui la preponderanza

della vita morale, e' sarebbe caduto in un'ansietà che lo avrebbe

condotto al sepolcro.

--Perchè ciò?

--Perchè? ma, strappar delle cambiali, pel valore di 150,000 franchi,

dalle mani di madamigella Verray, soppannata dal suo amante Sergio di

Linsac... avrebbe valso altrettanto che strappare una lacca di montone

dagli artigli d'una tigre o di una lionessa. Rubargliele? la coscienza

insorge. Truffargliele? l'onore protesta. Sedurre la giovine

ballerina? Perceval era troppo vecchio... e d'altronde, non si

seducono mai 150,000 franchi. Interessarla, con la virtù, all'onore

della Compagnia di Gesù? Ester era ebrea...

--Infatti...

--Ed ecco lì il conte a struggersi, ad ammagrire, esitando tra il

dubbio, il rimorso, la coscienza, la lealtà, la divozione, l'amore che

la giovane _drôlesse_ gl'inspirava... ed il resto. Che fa desso?

--Che fa? sì, che fa desso?

--In luogo d'intraprendere la sua guarigione mediante il

soddisfacimento di tutte queste esigenze della sua anima, egli

sopprime la causa. Sopprime l'anima... ed uccide la fanciulla,

scientificamente, facendola passare come la si fosse suicidata.

--Ciò è ancora oscuro--sclamò il principe--ma non importa. Noi

ritorneremo su di questa teoria medicinale. Ora, ditemi, avete voi

visto la principessa?

--Non ancora, stamane.

--Che pensate voi del suo stato?

--Ella può guarire. In lei, l'è pure il morale che invade il fisico.

Però, come nell'organizzazione della principessa il fisico è più

sviluppato che il morale, dando, dal lato vostro, un po' di

soddisfazione a questo, aiutando io il fisico con mezzi terapeutici,

l'equilibrio si può ristabilire.

--A maraviglia.

--Io fo costruire adesso un apparecchio, a cui vado a sottomettere la

principessa, ed ò grande speranza nel successo. Ma ritorniamo a voi,

principe...

--Non vi torniamo più, per oggi--interruppe il principe, uscendo dal

viale per rientrare nel castello. Sono stanco. Ò colte le vostre idee

e le mediterò.

Il dottore, evidentemente contrariato da questo brusco congedo, si

recò agli appartamenti della principessa.

--Questo miserabile mi assicura che io posso guarire, che ella può

guarire--pensò il principe passeggiando lentamente nel suo gabinetto.

Proviamo allora. Ad ogni modo, ò in mano lo scioglimento.

La sera che seguì, Maud, con uno stupore che lambiva il terrore, vide

entrare da lei, senza essere annunziato, il principe Pietro, che le

disse:

--Amica mia, volete voi darmi una tazza di _the_ presso di voi? Mi

sento meglio stasera e vengo a passare qualche istante con voi.

Maud, senza rispondere, sollecitossi ad avvicinargli un seggio.

Il principe lo respinse e soggiunse:

--Mica qui. Questa stanza è troppo grande: uno vi si perde, non vi si

vede l'un l'altro. Venite nel vostro _boudoir_.

Ed offrendo il braccio a sua moglie, senza aspettare il consentimento

di lei, la condusse in un gabinetto attiguo, rischiarato da una

semplice lampada di alabastro.

Il _boudoir_ era tappezzato di raso giacinto a fiori bianchi. Il fuoco

brillava nel camino. L'aria era tiepida e profumata da guastade di

fiori. Là, il piano. Ad un angolo, una tavola a lavoro. Dei pastelli

sulle mura. Uno spiro d'innocenza, di pudore, di felicità, di vergine

amore in tutta quell'atmosfera di alba.

Dio vi sarebbe venuto a visitare Maria--senza mandarle un messaggiero!

--Sarah, servite il _the_ qui--disse il principe, ed andate ad

aspettare madama nella sua camera da letto.

Nulla non potrebbe esprimere lo stupore, il terrore di Maud e di Sarah

vedendo i preamboli del principe, il quale aveva l'aria d'imporre,

anzi che di dimandare un colloquio.

Sembrava gaio. La sua salute appariva più solida; il suo spirito, più

sereno. E' fece perfino dei complimenti a sua moglie, a proposito di

un pastello, cui vide sur un cavalletto, e sur un ricamo che giaceva

sur un divano. Ma non appena il _the_ fu servito, ed i domestici si

furono ritirati, il principe si levò dal posto, cui aveva preso a

fianco di sua moglie, sul canapè, e cominciò a passeggiar lentamente

per la stanza--ricadendo nel suo silenzio e nelle sue tenebre.

Alla fine, e' s'avvicinò alla principessa e proruppe--scattando come

un uomo che si decide di un tratto:

--Maud, io sono stato troppo duro verso di te: perdonami.

Questa sottomissione, questa confessione dalla parte di un uomo come

il principe, e nella situazione di lui, stupirono più che non

toccarono la giovane inglese.

Ella rimase disorientata, e ne pianse.

Il principe se ne avvide, ma non si scoraggiò.

--Maud--continuò egli--io non ti chiedo ancora nulla. Io so che non

isveglio in te se non ripulsione e terrore. Ma, ài tu riflettuto alla

mia condotta? Ti sei tu dimandato: Quale è la vita di questo dannato

alla porta del paradiso?

--Io mel sono dimandato e mel dimando ogni dì, principe.

--E...?

--E... non vi ò compreso.

--Non mi à compreso!...--gridò il principe coprendosi il viso di ambo

le mani. Tu non ài dunque capito il mio supplizio? Tu non ài capito il

vuoto dell'anima mia, la solitudine delle mie interminabili giornate,

la disperazione delle mie notti senza sonno? Tu non ài capito che il

mio sangue, a ventisei anni, bruciava; che la mia ragione smarrivasi

nel delirio dei sogni? Tu non ài capito che io poteva amare, che io

poteva esser geloso, che io poteva temere, che io poteva essere

assetato di te--cui io vedeva passare innanzi ai miei occhi il giorno

e traversare i miei sogni la notte come una visione fantastica? Tu non

ài compreso che io dimandava a te ciò cui non dimandavo più a Dio:

grazia!--grazia per la sventura di cui la fatalità mi aveva colpito?

Tu non ài compreso che io ti amava, che lo ti circondava del rispetto

di una regina, di una adorazione di angelo, e che giorno e notte io mi

trascinava alla tua porta, chiedendoti perdono, mercè? Non ti aveva io

detto: Aspetta prima di colpire, ascolta prima di giudicare, respingi

le impressioni subite, ed apri il cuore alla pietà?

--Signore mio Dio!--sclamò Maud--mi avreste voi dunque trovata dura?

--Tu sei stata crudele--gridò il principe, cangiando il tuono della

sua voce.

--Giammai--replicò Maud con calma.

--Ove eri tu, quando l'angelo del male mi toccava del suo

dito?--replicò il principe con forza. Tu eri fuggita! Chi era al mio

capezzale, quando io mi attorcigliavo sull'aculeo della vendetta di un

Dio sinistro? un servo! Il letto dell'infermo, cui tu avresti dovuto

confortare, era vedovo. La camera del paziente era orba di quella

consolazione che si chiama la donna. Io non aveva madre, non sorella,

non moglie... Che facevi tu, quando io mi dibatteva nell'agonìa?... Io

ò udito il rumore dei baci.

--No, no--gridò Maud.

--No? Io l'ò udito, e non sono stato solo ad udirlo... Ed ò vendicato

l'insulto.

Maud ruppe in gemiti, e le sue parole si spersero in un singhiozzo di

disperazione.

--Io amava mio fratello--continuò il principe sciogliendo in lagrima

anch'egli--e l'ò ucciso. Di', ora, di', donna, quale creatura mortale

poteva darti prove di un amore più forsennato? E adesso, che io pur mi

muoio, io mi trascino ai tuoi piedi e ti dico: oblìo tutto... abbi

pietà di me!

--Gli è da Dio, principe, che dovete implorare pietà--replicò Maud di

una voce commossa--perchè avete commesso il delitto di Caino.

--Ancora? ancora?--gridò il principe. Maud, non ritornare giammai più

su codesto. Io non sarei sempre padrone della mia ragione. Non

chiudete l'orecchio a questo ultimo grido dell'anima mia. Io ò bisogno

di dimenticare. Io ò la volontà di vivere. A ventisei anni, la terra à

ancora delle rose, la donna à ancora dei baci, la testa à ancora delle

ambizioni, il mondo offre ancora delle seduzioni, delle soddisfazioni,

dei sorrisi... Maud... orsù Maud, viaggiamo. Prestami le tue braccia

per riposare la mia testa condannata. Apri il tuo cuore alla voce del

mio cuore. Sii donna... sii moglie! Lasciami vaneggiare del cielo sul

seno tuo... o lasciamivi nascondere il viso per piangere e per

morirvi.

Ed e' cadeva in ginocchio innanzi a lei, innalzando verso lei le sue

mani supplichevoli.

Il momento era decisivo.

Dio pronunziava la sentenza.

--Principe--sclamò Maud, vedendo i lineamenti di suo marito alterarsi

rapidamente--calmatevi. Non vi fate guadagnare, sopraffare da

un'emozione fatale. Voi guarirete. Dio mi ascolterà alla fine: voi

guarirete.

Ed alzandosi, ella stese le mani al marito per aiutarlo a rilevarsi.

E' la guardò come pietrificato; e levandosi solo, lentamente,

solennemente, soggiunse:

--Io sono giudicato. Non temete nulla, signora, dalla mia emozione.

Guardatemi... essa è passata. Addio, signora. Non sono riescito; ma

non mi pento del passo che ò fatto. Io soffocava sotto il pondo delle

cose cui vi ò confessate. Mi sento alleviato, ora che ò acquietato il

convincimento che vi àn dei sentimenti invincibili. Io non sapevo che

un poco di pietà, un poco di amore, fossero un tesoro sì immenso. Io

pensavo di aver fatto qualcosa per meritarlo: io era un vanaglorioso.

Bisogna ricominciare. Ricominciare! Ma se sapessi almeno che, dove,

come? Credetemi, signora, io non ò più proprio nulla: ò dato

tutto--tutto! Ciò non è bastato. Mi ritiro... Addio!

--Principe--gridò Maud--nel nome di Dio onnipotente, calmatevi.

--Su via, forzato--continuò il principe senza più fare attenzione a

sua moglie--su via, galeotto, alla tua catena, ai tuoi giorni senza

luce, alle tue notti piene di vampe, ai tuoi vaneggiamenti, ai tuoi

rimorsi, ai tuoi delirii, alla tua sete di vita, alla tua

disperazione. Marcia, corri, va ad accoccolarti sul tuo giaciglio di

carboni ardenti, e rumina, che tua moglie à un cuore... ma per altrui!

che tu sei Caino! che tu sei solo in mezzo al mondo che ti respinge!

che tu sei orrido! che tu sei un lebbroso! che tu sei un dannato!

Marcia... bevi il tuo fiele e la tua belletta fino all'imo; consumati,

muori come un paria... e silenzio... Silenzio! che alcuno non si

avvegga della tua respirazione oppressa, del tuo polso accelerato, dei

tuoi occhi infiammati di voglie, dei tuoi labbri assetati di baci...

resta mogio, calmo, placati... tu li spaventi... La parola fatale

trema sulla loro bocca... guarda... tu li volgi in fuga... e' si

turano le orecchie... stornano lo sguardo... orribile! orribile!...

non è vero, madama? Ebbene, addio... Vi gradirebbe, madama, che io mi

esilii nelle Indie? I _fakirs_, madama, non avranno la stessa paura,

la stessa ripulsione che voi: essi mimeggiano la cosa, essi!

--Principe, principe--gridò la giovinetta--se un giorno sarete assai

calmo...

--Oh! certo, madama, certo, se io fossi saggio voi mi fareste dono di

un giocatolo, di uno zuccherino... come al vostro _Polly_ che gnignola

sì bene il _God save the Queen_. Ebbene, sì, io sarò calmo un giorno;

ma allora, non vi dirò più, madama, come vi dicevo or ora: Io vi amo,

io vi voglio, io ò assassinato per voi, io vi ò cavata fuori da un

ospizio donde voi sareste uscita una serva, ed ò fatto di voi una

delle stelle dell'aristocrazia d'Europa. Io divengo folle per voi,

diventerò forse delinquente... no, no, io non vi dirò più codesto,

madama, il giorno in cui sarò calmo. Voi non correrete più il rischio,

allora, di vedermi epilettico; ma io mi sovverrò e vi dirò: Adultera,

tu ami tuo cognato!

Maud si precipitò verso il principe per rattenerlo, per parlargli...

E' la respinse sul divano e fuggì.

La crisi aveva raggiunto il suo apogeo.

Maud era vinta.

Ella aveva preso una risoluzione.

Il dì seguente ella fece chiamare Ivan, per sapere se il principe

fosse in istato di riceverla.

Ivan la supplicò di non vederlo quel dì. Il principe era ancora

spossato dalle emozioni della notte.

Il terzo giorno Maud fece ripetere la dimanda.

Ivan rinnovò la medesima preghiera, e le disse che quando gli sarebbe

sembrato che il momento fosse opportuno, sarebbe venuto ad

annunziarglielo.

Passarono infatti cinque giorni.

Il mattino del sesto, Ivan andò a dire alla principessa:

--Venite. Oggi è calmo. Egli à parlato lungo tempo col dottore, ed io

gli ò rimesso delle lettere. E' può lavorare; potrà dunque

intrattenersi con madama la principessa.

Maud traversò immediatamente il gran salone ed andò a picchiare alla

porta del gabinetto del principe.

Io dovrei dire del suo laboratorio. Perocchè, le tre o quattro stanze

occupate dal principe eran zeppe di libri, di macchine di fisica e di

chimica, e di oggetti di storia naturale di ogni specie.

Il dottore di Nubo avevagli fatto comprare le collezioni che da

cinquant'anni accumulava uno dei fisiologhi e naturalisti più rinomati

di Francia, morto testè.

Il principe, leggendo sempre e disuggellando le sue lettere, senza

levare il capo disse:

--Entrate.

E' non scorse Maud.

Ella si trascinò fino a lui.

Di un tratto, ella videlo tremare come un uomo che esce da un bagno

ghiacciato, riconoscendo il carattere di una lettera e provando ad

aprirla con violenza.

Vi riescì alla fine e lesse.

Poi, levandosi di soprassalto, egli andava a prorompere non so in

quale esclamazione, quando vide innanzi a lui Maud, impiedi, gli occhi

devaricati da stupore e da terrore.

--Ah!--gridò il principe con una veemenza spaventevole--ah! voi venite

per apprendere sue nuove!... Ebbene, infame... eccone.

E ciò dicendo, gittò la lettera sul viso della moglie.

Di più in più attonita, spaventata, Maud raccolse la lettera e lesse,

a suo turno, ad alta voce:

Parigi, Hôtel du Rhin, 3 novembre.

«Fratello,

«Io non sono morto. Gli è a ricominciare. Io amo sempre Maud.

«ALESSANDRO.»

La lettera cadde dalle mani di lei. Maud fuggì gridando, in inglese:

--_Once again! once again!_--ancora una volta!

Il principe si accasciò come fulminato sulla sua seggiola e sclamò:

--Ella pure l'ama sempre!... Ebbene, sia; _Once again!_

I suicidi di Parigi · 第 42 / 73 题