Le fonti menzionate dall'editore formano dunque tre gruppi distinti: 1º)

i due codici todini =assai antichi=; 2º) altri due codici =pur antichi=,

cioè della prima meta del secolo XIV (un d'essi, il perugino, è datato

dal 1336); 3º) molti altri codici presumibilmente toscani o, per lo

meno, trovati a Firenze[19]. È chiaro che la maggior importanza venne

data dall'editore ai due todini assai antichi, i piú antichi di quanti

erano allora a Todi; e da essi furon cavate studiosamente le copie che

formarono il nucleo della raccolta bonaccorsiana. Orbene, quei mss. non

esistono piú. Potranno esserne derivati, come asserisce il Brugnoli, il

Tudertino 194 della Comunale di Todi e l'Angelicano 2216; ma il primo di

tali codici è indubbiamente della seconda metá del secolo XV, quindi

poco attendibile sia per l'autenticitá delle laude e sia per la lezione;

e il secondo, importantissimo per essere del secolo XIV e perché meglio

d'ogni altro reca intatte le primitive forme umbreggianti, non contiene

malauguratamente che quattordici laude. Anche gli altri due codici

menzionati, che pure debbono essere stati di grande aiuto all'editore,

sono andati perduti. Del ms. perugino del 1336 il Brugnoli crede di

ravvisare una copia nel cod. 1037 della Nazionale di Parigi; ma, in ogni

modo, anche questo è del secolo XV e meno utile di altri codici umbri

coevi, di cui non s'è ancor potuto rintracciare l'archetipo. Resta il

terzo gruppo, quello dei codici toscani o toscaneggianti. Non avendoli

l'editore menzionati partitamente, noi siamo anche disposti ad ammettere

che si possano identificare con alcuni dei numerosi codici toscani che

ancor possediamo. Non saprei dire però quanto e fino a che punto essi

siano stati utilizzati. Quali sono adunque le fonti «non meno e forse

piú autorevoli» della raccolta bonaccorsiana, alle quali si può

ricorrere per la ricostruzione di un testo critico delle poesie

iacoponiche?

Per ciò che concerne il difetto di criteri sicuri nell'adozione delle

forme grafiche e fonetiche, si può osservare che nel secolo XV la grafia

non aveva ancor preso una forma definitiva, e che l'incertezza grafica

si rileva in tutti i codici, piú grave anzi negli antichi--com'è

naturale--che nei recenti. Perché dunque rimproverarla soltanto alla

stampa bonaccorsiana? E, quanto al dubbio espresso dal Brugnoli intorno

alla incapacitá dell'editore fiorentino di resistere, lui toscano, alla

tentazione di alterare o di sostituire le primitive forme idiomatiche,

si può opporre che il Brugnoli non ha elementi sufficienti da

avvalorarlo, mancandogli appunto i termini di confronto, cioè i codici

tudertini, che soli varrebbero a fargli riconoscere sicuramente le

alterazioni e le sostituzioni. Il Bonaccorsi ci dice invece, e non so

perché si debba dubitarne, ch'egli preferí la lezione dei testi todini.

Ai difetti di questi avrá naturalmente supplito con l'aiuto degli altri

due codici umbri, e per le poesie che mss. autorevoli o la tradizione

giá formatasi al suo tempo attribuivano a Iacopone, si sará giovato dei

mss. toscani e toscaneggianti.

E qual metodo, se non questo appunto del Bonaccorsi, ha in sostanza

seguíto il prof. Brugnoli nella ricostruzione del testo delle satire?

Anch'egli s'è valso di tre gruppi di codici: 1º degli umbri, tra i quali

comprende anche l'edizione principe; e ad essi ha dato quasi sempre la

preferenza nella scelta della lezione; 2º dei toscani; 3º dei veneti. Ma

dai toscani e dai veneti non trasse profitto «se non quando poté

ritenere che essi, derivando forse da qualche lontano stipite in certi

passi piú fedele all'originale, fossero sfuggiti a qualche manifesto

equivoco piú o meno grossolano di trascrizione, da cui vanno tutt'altro

che esenti i testi umbri, i quali attinsero probabilmente a fonte piú

diretta, ma furono anche condotti da menanti assai rozzi ed

incolti»[20]. Il Bonaccorsi non poté giovarsi, è vero, dei codici

veneti, o almeno non ne fa cenno nel proemio: in compenso però egli

aveva i codici todini assai antichi, dai quali nessuno di noi

disgraziatamente può trarre profitto. Orbene, se l'acume critico di un

egregio studioso come il Brugnoli può dare maggior affidamento di rigore

scientifico nello studio dei codici e nella scelta della lezione, ciò

non basta a compensare il difetto di quella pura fonte originale a cui

attinse il Bonaccorsi, e della quale a noi son giunti soltanto alcuni

piccoli e torbidi rigagnoli.

Ma, sempre a proposito della lezione in alcun luogo incerta o

toscaneggiante dell'edizione principe, mi sia lecito insistere sopra un

concetto da me espresso altra volta e che il Brugnoli non ha creduto

opportuno di confutare. Secondo il D'Ancona[21], la lingua originale dei

ritmi iacoponici doveva esser l'umbra o, meglio, il volgare di Todi. «Se

si volesse dare--io scrivevo--un valore assoluto all'opinione

dell'illustre critico, bisognerebbe convenire che il testo dell'edizione

fiorentina qua e lá si discosta notevolmente da quello che doveva essere

il linguaggio tudertino del Duecento. Ma, quando si pensi che l'_editio

princeps_, sebbene risulti dalla concordanza di piú raccolte diverse tra

loro per l'etá e per l'origine, si fonda sopra tutto sui due codici

todini =assai antichi=, e che le maggiori divergenze dall'uso umbro si

riscontrano specialmente in quelle ultime poesie, della cui autenticitá

si può a buon diritto dubitare anche per una certa ineguaglianza di

stile, per la banalitá di alcune espressioni e, spesso, per la mancanza

di quello che potrebbe chiamarsi 'sapore' iacoponico, vien da pensare

che il fondo idiomatico primitivo non abbia poi subíto nel testo

bonaccorsiano troppo profonde modificazioni. Ma c'è di piú. I biografi

di Iacopone, che hanno seguíto cecamente la tradizione senza curarsi di

separare i fatti positivi da tutti i particolari fantastici formatisi

per false interpretazioni dei passi autobiografici e per analogia di

altre leggende francescane, affermano concordi che l'_amor Dei usque ad

contemptum sui_ fu cosí ardentemente sentito dal poeta tudertino, da

indurlo a commettere, insieme con molte altre pazzie, anche quella di

affettare il piú profondo disprezzo per la propria cultura e dottrina.

Ora non è chi non veda il ridicolo di tale affermazione. Iacopone da

Todi aveva fatto i suoi studi di diritto, forse a Bologna; aveva

esercitato per lunghi anni la professione di avvocato nella sua cittá

natia; aveva fors'anco dettato componimenti in rima prima di darsi a

vita spirituale, ed è lecito supporre che non gli fosse ignota la bella

fioritura della poesia lirica del suo tempo, i cui spunti e le cui

immagini sin troppo profane ricorrono con molta insistenza nelle sue

laudi-ballate. Per quanto profondo fosse l'orrore e il disprezzo degli

anni trascorsi nelle vanitá del mondo, come avrebb'egli potuto far getto

della propria coltura, di quel patrimonio intellettuale, caro sopra ogni

altro perché frutto in ciascuno di inenarrabili fatiche, senza sentirsi

miseramente inaridire quella ricca vena poetica, onde, come altrettanti

ruscelli, scaturivano i suoi sacri ritmi, schiumeggianti e torbidi

talvolta per l'impeto della discesa, ma sempre meravigliosi di vita e di

freschezza? Iacopone parlava e componeva nel suo nativo dialetto cosí

come solevano le persone della sua coltura. E non sarebbe giusto

rifiutare inesorabilmente come alterazioni illegittime di amanuensi e di

editori tutto ciò (e non è gran cosa) che nel testo dell'edizione

fiorentina del 1490 sembra discostarsi dalle particolari caratteristiche

del dialetto tudertino»[22].

Una delle questioni piú difficili e piú lungamente dibattute tra gli

studiosi è quella che concerne l'autenticitá dei ritmi attribuiti a

Iacopone. Le raccolte primitive dovevano contenere appena una novantina

di laude, quante cioè ne contengono i codici del secolo XIV. Ma per la

pronta diffusione che le poesie del Nostro ebbero nell'Umbria, nella

Toscana e nell'Italia settentrionale (diffusione dovuta, oltre che al

merito intrinseco dell'opera iacoponica, anche alla fiera discordia

fervente nel seno stesso dell'ordine francescano tra i vari partiti, per

alcuno dei quali il nome di Iacopone poté servire quasi di segnacolo in

vessillo, e alla aureola di martirio che la leggenda non tardò a creare

intorno all'austera figura del poeta tuderte), il primitivo corpo

laudistico iacoponico andò a mano a mano aumentando, fino a raggiungere

e a sorpassare nel secolo XVII il numero di duecento composizioni.

Ma la critica ha ormai fatto giustizia di molte false attribuzioni; e

mentre dopo lunghi dibattiti ha restituito al Nostro alcuno di quei

componimenti, come

Amor de caritate--perché m'hai sí ferito,

che qualche erudito con inconsulta audacia gli aveva tolti per

attribuirli al poverello d'Assisi, non ha esitato, d'altra parte, a

rigettare inesorabilmente come apocrifi i canti dovuti alla larga

imitazione iacoponica del XIV e XV secolo[23].

È dunque ormai pacifico che l'originaria produzione iacoponica debba

restringersi a quel centinaio di ritmi contenuti nei codici del

Trecento, vale a dire alle cento e due laude della raccolta

bonaccorsiana[24]. Ma, per converso, tutti, assolutamente tutti i ritmi

dell'edizione fiorentina debbono ritenersi autentici?

L'onesta avvertenza del Bonaccorsi: «Non si dice però per questo che lui

non facesse maggior numero de laude, =né anco si afferma che tutte

queste sieno facte da lui= per non se havere di ciò altro di certo», ha

per me un grande valore. Secondo la prima intenzione dell'editore, la

raccolta doveva chiudersi con la XCIII lauda, con «Donna del paradiso»,

la quale «è posta in questo loco--egli scrive--=per clausura= de le

precedente: el principio de le quali è pur da lei [cioè la lauda «O

Regina cortese», anch'essa pertinente alla Madonna]: et =per uno

separamento= dalle seguente laude trovate in diversi libri»[25].

L'autoritá di altri codici consultati, la forza della tradizione, la

quale giá sul finire del Quattrocento aveva sanzionato molte

attribuzioni, e fors'anco il desiderio--alquanto ingenuo--di raggiungere

per il suo volume «el numero perfecto de cento»[26], poterono indurre

il Bonaccorsi ad aggiungere quelle nove laudi con cui si chiude la

raccolta, e sulla cui autenticitá è possibile, secondo me, sollevare

qualche dubbio, tenuto conto anche delle annotazioni particolari con che

il Bonaccorsi, mosso da quegli scrupoli, che tanto ragionevolmente ci

fanno apprezzare l'opera sua di editore illuminato, volle mettere in

guardia il lettore[27].

Il prof. Brugnoli (è doveroso discutere anche su questo punto la sua

opinione per il largo ed esauriente esame ch'egli ha fatto delle stampe

e dei codici iacoponici) non condivide i miei dubbi. «Invero--egli

scrive--queste [cioè le ultime laude della raccolta] non si trovano, se

non per eccezione, in altri mss., specie in quelli estranei alla

famiglia umbra. Senonché questo avviene anche per altre laude pur

contenute nella Principe e tuttavia non comprese fra le ultime e piú

sospette di questa stampa. È appunto il caso dei ritmi: 'Fede, speme e

caritate'; 'Amor dolce senza pace' (_sic_); 'Omè lascio dolente'.

Dovremo noi escludere anche queste dal novero delle laude d'indubbia

autenticitá?». No, poiché «quanto sin qui dicemmo--egli

continua--intorno allo svolgimento e alla diffusione del materiale

laudistico iacoponico, ci porta a concludere che solo gli antichi mss.

umbri, e non giá i codici toscani e veneti, possono avere un gran peso

nella bilancia»[28].

Son lieto che per una volta tanto sia proprio il Brugnoli a riconoscere

il maggior valore dell'edizione principe. Senonché gli argomenti,

ch'egli adduce, lasciano sempre adito al dubbio da me espresso. E

invero, come si può escludere che l'editore stesso dubitasse

dell'autenticitá delle ultime laude della sua raccolta, chi metta in

relazione le parole del suo proemio con le avvertenze da lui premesse a

quelle laude? È questo un elemento di critica che non deve essere

trascurato, specie se va unito al giudizio che può farsi sul merito

intrinseco di quelle poesie, meno caratteristiche, meno precise nel loro

schema metrico e meno umbreggianti di tutte le altre. Quanto alle tre

poesie citate dal Brugnoli, che non si trovano se non nei codici umbri,

si potrebbe osservare che anche su quella che incomincia

Oimè! lasso dolente

l'editore fiorentino non ha mancato di esprimere qualche dubbio.

L'avvertenza alla lauda XCVI dice infatti: «Questa lauda seguente era

pur nel dicto libro antiquo [nel Perugino del 1336] et ancora in alcuni

todini, benché paia assai bassa como la XX in ordine, che incomenza

'Oimè, lasso dolente'»[29].

Ma siano o no queste ultime rime da attribuire sicuramente a Iacopone,

il fatto che solo di alcune poche poesie della raccolta bonaccorsiana si

possa dubitare, e che il dubbio non sia condiviso da tutti gli studiosi,

dimostra che l'edizione principe merita la maggiore fiducia in fatto di

attribuzioni.

Ed alla autoritá della Principe il Brugnoli stesso giustamente fa

appello[30] a proposito della tanto discussa autenticitá della satira

O papa Bonifazio--molt'hai iocato al mondo.

Questa poesia, che fa parte di un gruppo abbastanza numeroso di satire

contro i falsi prelati e contro colui che nella mente del fiero

assertore della rigida regola francescana appariva come

Lucifero novello--a sedere en papato,

ebbe molta fortuna nel secolo XIV. Nell'ambiente religioso e politico

non erano ancora spenti gli echi della feroce lotta combattutasi tra il

papa e la parte ghibellina, sostenuta dal re di Francia; in quella

satira o, meglio, in quella invettiva Iacopone si fa interprete di tutti

i risentimenti provocati dal Caetani e con inaudita violenza di

linguaggio, che ha sgomentato i suoi troppo ortodossi commentatori,

investe il papa, accusandolo di simonia, di nepotismo, di aviditá verso

i soggetti, di sete indomabile di potere, e gli predice l'ultima ruina.

I famosi versi profetici:

subito hai ruina--sei preso en tua magione

e nullo se trovòne--a poterte guarire

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione,

che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire

sembrano alludere alla cattura d'Anagni e alla morte del pontefice,

seguíta di lí a pochi giorni. Il che ha fatto supporre che la poesia sia

stata composta a fatti compiuti, cioè dopo il 1303. Ma il contesto della

poesia non ammette dubbi: essa è un'invettiva contro Bonifacio ottavo

vivo e nella pienezza della sua potenza. E come, d'altra parte, supporre

che Iacopone giá molto vecchio, logorato dalla lunga crudele prigionia,

e desideroso soltanto della pace del chiostro e della preghiera in

comune, si inducesse a scrivere quella fierissima rampogna contro l'alto

personaggio testé scomparso dalla scena del mondo?

Di qui due ipotesi: che la poesia non sia stata composta dal Nostro, ma

da alcuno dei numerosi nemici del Caetani durante la preparazione del

processo, che alla memoria di questo pontefice aveva intentato Filippo

il Bello; o che alla poesia scritta da Iacopone nel 1297, mentre si

svolgeva la lotta tra i Colonnesi e Bonifacio ottavo e nella famosa

protesta di Lunghezza si impugnava la validitá dell'elezione pontificia,

si sieno aggiunte piú tardi, cioè dopo la cattura d'Anagni, le strofe

che alludono a questo crudele episodio. Ma alla prima ipotesi, sostenuta

dal Tenneroni, sembra contrastare il fatto che la poesia si trova

nell'edizione principe e cioè nei codici todini piú antichi. Piú

attendibile invece appare la seconda, caldeggiata dall'Ozanam[31] e

ultimamente dal Brugnoli, il quale mette giustamente in rilievo come «la

lauda controversa senza le strofe che l'esame critico aveva riconosciute

come interpolate» si trova in un manoscritto del Trecento, il cod.

Magliabechiano, II, 6, 63[32].

Ma, a parte questi ed altri problemi particolari, la questione

dell'autenticitá è veramente fondamentale per la critica della leggenda

iacoponica. Tutti sanno che le notizie certe sul poeta tudertino sono

molto scarse[33], e che le minuziose informazioni sulla vita da lui

trascorsa nelle vanitá del mondo e sulle stranezze commesse durante i

primi anni di penitenza sono il frutto della elaborazione di elementi

incertissimi, dovuti in parte all'arbitraria ricostruzione di

circostanze che sembrano risultare dai passi cosí detti autobiografici,

e in parte alla fantasia del primo anonimo biografo del Quattrocento,

del quale giustamente il Novati ha scritto aver fatto opera «non di

storico, ma di agiografo». Cosí nel tudertino, piuttosto che il =sacro

giullare= girovagante pei monti e pei piani dell'Umbria noi amiamo

riconoscere col Novati il poeta filosofo, il =teorico= del misticismo,

spoglio di qualsiasi vincolo con le compagnie dei Disciplinati e coi

Laudesi, e poetante «pe' confratelli suoi, per quell'anime ardenti, che

sotto il vessillo francescano cercavano al pari di lui la via della

croce, l'unione assoluta con la divinitá»[34].

Ma pur chi non voglia consentire col Novati in questa nuova, audace

figurazione di Iacopone da Todi, e senta di non poter negare ogni valore

ai dati tradizionali, dovrá imporsi un rigoroso lavoro di cernita nella

farragine delle notizie tramandate dai biografi, per l'accertamento dei

dati autobiografici contenuti nelle poesie che possono sicuramente

attribuirsi al tudertino. E per il futuro biografo di Iacopone sará,

anche per questo verso, preziosissima la raccolta contenuta

nell'edizione fiorentina del 1490.

NOTE:

[9] _Laude di frate Iacopone da Todi_, impresse per ser Francesco

Bonaccorsi in Firenze, a dí ventiotto del mese di septembre

MCCCCLXXXX.

[10] _Laudi del beato frate Iacopone del sacro ordine di frati

minori de osservantia_, Bressa, per Bernardo de Misintis, 1495.

[11] _Le poesie spirituali del beato Iacopone da Todi... accresciute

di molti altri suoi cantici nuovamente ritrovati, con le scolie et

annotationi..._, Venetia, Nicolò Misirini, 1617.

[12] _Li cantici del beato Iacopo da Todi_, con diligenza ristampati

con la gionta di alcuni discorsi et con la vita sua. App. Ippolito

Salviano, Roma, 1558.--_Li cantici del beato Iacopone da Todi_,

aggiuntivi alcuni canti cavati da un manoscritto antico non piú

stampato, Napoli, Lazzaro Scoriggio, 1615.

[13] Per queste due edizioni cfr. GAMBA, _Serie dei testi di

lingua_, Venezia, 1828, nn. 478 e 479.

[14] Cfr. GAMBA, op. cit., n. 477, e ED. BOEHMER, _Iacopone da Todi,

Prosastücke von ihm, nebst Angaben über Manuscripte, Drucke und

Uebersetzungen seiner Schriften_, in _Romanische Studien_, 1

(1871-75), 138. Il D'ANCONA nella recente ristampa del suo _Iacopone

da Todi, il giullare di Dio del secolo XIII_, Todi, Casa editrice

«Atanòr», 1914, p. 5, scrive: «Quanto piú posso, nel citare mi

attengo alla edizione di Firenze 1490, presso il Bonaccorsi,

riprodotta ne 1558 dal Modio: edizione condotta su antichi

manoscritti di Todi e di Firenze, e la cui autoritá è affermata da

G. Ferri nella riproduzione sopraccitata. Possono perciò credersi

con molta probabilitá tutte autentiche le rime della stampa

bonaccorsiana, sebbene l'editore stesso non osi darne certezza; pur

ammettendo tal qualitá in alcune edite dal Tresatti e da altri, le

quali in ogni caso servono a meglio determinare la forma e gli

intenti della lauda spirituale antica». Il MOSCHETTI (_I codici

marciani_, Venezia, 1883) esprime un giudizio anche piú favorevole

all'ediz. principe, che afferma valere «quanto molti codici riuniti

dei piú antichi e preziosi».

[15] _Laude di frate Iacopone da Todi secondo la stampa fiorentina

del 1490 con prospetto grammaticale e lessico_ a cura di GIOVANNI

FERRI, in Roma, presso la Societá filologica romana, MDCCCCX.

[16] D'ANCONA, op. cit., p. 5, nota 4.

[17] _Le satire di Iacopone da Todi ricostituite nella loro piú

probabile lezione originaria con le varianti dei mss. piú importanti

e precedute da un saggio sulle stampe e sui codici iacoponici_ per

cura di BIORDO BRUGNOLI, ordinario di lettere italiane nella R.

Scuola normale maschile di Perugia, in Firenze, per Leo S. Olschki

editore, MDCCCCXIV, p. XIV sgg. Di questo volume e della ristampa

del D'ANCONA si legga l'ottima recensione di E. G. PARODI nel

_Marzocco_ del 28 giugno 1914 (_Il giullare di Dio_), e l'articolo

di CIRO TRABALZA, _Il glorioso ritorno di un giullare di Dio:

«Iacopone da Todi» di A. D'Ancona_, nel _Giornale d'Italia_ del 21

luglio 1914.

[18] Op. cit., p. VI.

[19] Il prof. Brugnoli mi rimprovera (p. CVIII) di assegnare i

codici todini =assai antichi= alla fine del XIII secolo e di «far

gran caso della differenza di espressione usata [dall'editore] per

quei codici =assai antichi= in confronto di quella adoperata per il

cod. Perugino del 1336 e per un altro suo coevo, dei quali l'editore

fiorentino dice che erano =pur antichi=». «Anche a voler dare

importanza (egli continua) a questa lieve sfumatura--dico lieve

perché l'induzione si fonderebbe tutta sulla mancanza dell'avverbio

'assai', mancanza in gran parte compensata dal 'pur'--non è

possibile rimontare piú indietro del 1300, perché altrimenti

sarebbero rimaste escluse da quei codici le laude composte da

Iacopone durante e dopo la prigionia, laddove ce ne troviamo invece

parecchie se non tutte». Riconosco che l'attribuzione (da me

proposta, del resto, con molta circospezione) dei codd. todini piú

antichi alla fine del XIII secolo (l'anno 1300 appartiene a quel

secolo!) può parere arrischiata, ma non priva di qualsiasi

fondamento, in quanto--trattandosi di codd. perduti--non si può

ammettere senz'altro ch'essi contenessero le poesie iacoponiche

composte durante e dopo la prigionia. Il fatto ch'esse si trovino

nei codici del XV secolo derivati dai todini può anche spiegarsi con

le aggiunte e le interpolazioni, che il Brugnoli stesso ammette a

proposito di altre questioni. Quanto alla distinzione tra i codd.

todini =assai antichi= e i due =pur antichi=, mi par proprio che il

Bonaccorsi abbia voluto stabilire una gradazione cronologica tra i

primi e i secondi. A meno che non si tratti di ipersensibilitá

grammaticale da parte mia, io son d'avviso che l'avverbio «assai»

abbia un significato ben differente dall'avverbio «pur». La mia

induzione si fonda dunque sul diverso significato di due parole

diverse, cioè su qualche cosa di piú consistente della «lieve

sfumatura», di cui parla il Brugnoli. Pei raffronti di codici e di

stampe iacoponiche si veda, oltre lo studio citato del BOEHMER,

quello del TOBLER nella _Zeitschrift für roman. Philologie_, III,

178. Si veda anche A. FEIST, _Mittheilungen aus älter. Sanml.

italienisch. geistlich. Lieder_, in _Zeitschrift f. rom. Philol._,

XIII (1889), 115; e gli _Inizi di antiche poesie italiane con

prospetto dei codici che le contengono_ e _Introduzione alle Laudi

spirituali_, di A. TENNERONI, Firenze, Leo S. Olschki, 1909.

[20] Op. cit., p. VII.

[21] Op. cit., p 46.

[22] Cfr. la mia prefazione alla ristampa della Societá filologica

romana.

[23] Fu il WADDING che attribuí pel primo questa poesia, insieme con

l'altra «In fuoco l'amor mi mise», a san Francesco; ma il padre I.

AFFÒ dimostrò vittoriosamente la falsitá di tale attribuzione. Cfr.

per maggiori particolari A. D'ANCONA, op. cit., p. 56, nota 8.

FRANCESCO NOVATI, nel suo discorso _L'amor mistico in san Francesco

d'Assisi ed in Iacopone da Todi_, pubbl. nel volume _Freschi e minii

del Dugento_, Tip. ed. L. F. Cogliati, Milano, MCMVIII, conclude a

proposito di siffatte attribuzioni (p. 242): «Chi si illude di

sorprendere i tripudi amorosi del Nostro [san Francesco] nelle laudi

'Amor di caritade', 'In foco l'amor mi mise', dimostra (ci sia

lecito il dirlo) di non capir nulla di nulla né dell'anima di san

Francesco né della storia della lirica sacra italiana».

[24] Cfr. NOVATI, op. cit., p. 247.

[25] Vedi p. 232.

[26] Veramente la raccolta comprende 102 laude. Ma nella nota alla

lauda CII (p. 255) l'editore avverte: «Questa =laude extravagante= è

posta per finire el numero perfecto de cento: benché ne sian due de

piú sotto doi numeri, cioè XLVII e LXXVII per inadvertentia: et cusí

sono CII laude in tutto». Naturalmente la numerazione è stata

corretta in questa ristampa.

[27] Le annotazioni dell'editore si trovano alle pp. 232, 236, 239,

255.

[28] Op. cit., p. CXLIV.

[29] Vedi p. 236.

[30] Op. cit., p. CXLVI sgg. E vedi anche D'ANCONA, op. cit., p. 84,

n. 2, ove si confuta l'opinione di A. TENNERONI.

[31] A. F. OZANAM, _Les poètes franciscains en Italie au XIII

siècle_, Paris, V. Lecoffre, 1882.

[32] Op. cit., p. CXLIX.

[33] La cronologia piú probabile della vita di Iacopone è stata

fissata da A. D'ANCONA, op. cit., p. 18 in nota. Circa le biografie

tradizionali cfr. pure D'ANCONA, op. cit., p. 15 e BRUGNOLI, op.

cit., p. CIV, nota 1.

[34] Discorso e vol. cit., p. 245 sgg.

GLOSSARIO

Nota del Trascrittore: tra parentesi quadre si trovano le versioni

alternative presenti nel testo.

_abbi_, io ebbi.

_abbreviata_, rimpicciolita, cfr. _breviare_.

_áber_, ebbero.

_abominanza_, vergogna.

_abondo_, abbondante.

_abracciata_, abbracciamento.

_abramare_, bramare: _abrama, abrami_.

_abrasciato_, ardente.

_abrenca_ (_t'a._), adòperati, indústriati.

_abreviare_, rimpicciolire: _abreviando_.

_absolveto_, sii assolto.

_abundi_, 'tanto piú foco _a._', tanto piú abbondi in ardore.

_abissare_, inabissare: _abissame, abissata_.

_acattaría_, acquisto, guadagno.

_acatte_, acquisti.

_acatto_, acquisto, guadagno.

_achianta_, alligna, attecchisce.

_acolle_, accoglie.

_acolmato_, colmato, colmo.

_acolte_, strette, raccolte.

_acomenza_, incomincia.

_aconciato_, acconciatura.

_aconfé_, 's'_a._', si confece, si convenne.

_adamato_ (imperativo), ama.

_adarsi_, accorgersi; 'non te n'_adai_';

_adato_.

_adasta_, eccita, spinge.

Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490 · 第 13 / 18 段