L'umilitate è quella--che fa essere amato,

e da Dio e dal mondo--essere esaltato,

e lo tuo core sempre--te fa aver consolato,

perciò la umilitate--molto la devi amare.

Tu devi lo tuo core--conservare en netteza,

non li lassar pensare--nulla laida laideza,

acciò che possi fare--piú degna peniteza,

en nullo male amore--te devi delettare.

La tua confessione--déi far molto spesso,

e li tuoi offendimenti--déi dicere tu stesso,

acciò che Cristo Dio--sempre ti stia dapresso,

de li suoi benefizi--lo déi regraziare.

Tu te déi sforzare--de gire sempre inanti,

e non tornare endrieto--sí como fon li granchi,

acciò che tu aggi--la corona de li santi,

nel ben c'hai cominciato--devi perseverare.

NOTE:

[7] Queste cinque laude proxime sequente erano nel libro todino in

fine (Nota del Bonaccorsi).

XCVIII

COMO LA RAGIONE CONFORTA L'ANIMA CHE RETORNI A DIO

Perché m'hai tu creata,--o creatore Dio,

e poi recomperata--per Cristo Iesú mio?

Amor, tu m'hai creata--per la tua cortesia,

ma so villana stata--per la mia gran follia,

fuor de la mia contrata--smarrita aggio la via,

la vergine Maria--me torni all'amor mio.

Anima peccatrice,--co l'hai potuto fare,

o falsa meretrice,--senza lo sposo stare?

Ché sai che esso lo dice:--Chi a me vorrá tornare,

farollo delettare--nello dolce amor mio.--

Occhi miei, piangete,--non cessate a tutte ore,

ché fare lo dovete--per trovar l'amore;

ch'io n'aggio sí gran sete,--che me strugge el core,

de Cristo Salvatore,--ché esso è l'amor mio.

O Pier, Paulo e Giovanni,--lo dolce Evangelista,

Gregorio ed Augustino--e l'amante Battista,

rendeteme l'amore--ch'io non sia sí trista,

morragio s'io sto in quista--ch'io non aggia l'amor mio.

O umile Francesco,--de Dio tutto enfiammato,

che Cristo crucifisso--portasti in cor formato,

priega el mio gran Signore,--ch'io ho tanto aspettato,

che tosto a l'apenato--soccorra l'amor mio.

O crucifisso amore,--recòrdati la lancia,

che te fo data al core--per me trar de pesanza;

donqua ritorna, amore,--non far piú demoranza,

fallami la speranza--s'io non t'ho, amor mio.

Non posso piú soffrire--li tuoi lamenti,

gli amorosi languire--che tu fai spessamente;

or briga de venire,--lieva in alto la mente,

farrotte esser gaudente--del dolce Iesú mio.

Or te diletta, sposa,--de me quanto tu voli,

ché ben sei gloriosa,--tanto d'amor tu oli!

Non esser vergognosa,--non c'è perché te duoli,

trovato hai quel che voli,--cioè el dolce amor mio.

XCIX

CONDIZIONE DEL PERPETUO AMORE

L'amor ch'è consumato--nullo prezzo non guarda,

né per pena non tarda--d'amar co fo amato.

Consumato l'amore,--sí va pene cercando,

se ama sé dilettando,--sta penoso.

E con grande fervore--al diletto dá bando,

per viver tormentando--angoscioso.

Allora sta gioioso--e sé conosce amare,

se fugge el delettare--e sta en croce chiavato.

Servo che prezzo prende,--ch'ama sempre diletto,

sí porta nell'affetto--pagamento.

Per lo prezzo vendere--lo prezzo, gli è difetto;

non è anco perfetto--lo stormento.

Se amor non fo tormento,--sí non fo virtuoso,

né sirá glorioso--se non fo tormentato.

L'amor vero, liale--odia sé per natura,

vedendosi mesura--terminata.

Perché puro, leale--non ama creatura,

né se veste figura--mesurata.

Caritá increata--ad sé lo fa salire,

e falli partorire--figlio d'amor beato.

Questo figlio che nasce--è amor piú verace

de onne virtú capace,--copiosa.

Dove l'anima pasce--fuoco d'amor penace,

notricasi de pace--gloriosa.

E sta sempre gioiosa--e si 'namora tanto,

che non potrebbe el quanto--esser considerato.

C

DE LA INCARNAZIONE DEL VERBO DIVINO

Fiorito è Cristo nella carne pura,

or se ralegri l'umana natura.

Natura umana, quanto eri scurata,

ch'al secco fieno tu eri arsimigliata!

Ma lo tuo sposo t'ha renovellata,

or non sie ingrata--de tale amadore.

Tal amador è fior de puritade,

nato nel campo de verginitade,

egli è lo giglio de l'umanitade,

de suavitate--e de perfetto odore.

Odor divino da ciel n'ha recato,

da quel giardino lá ove era piantato,

esso Dio dal Padre beato

ce fo mandato--conserto de fiore.

Fior de Nazzareth si fece chiamare,

de la Giesse Virgo vuols pullulare,

nel tempo del fior se volse mostrare,

per confermare--lo suo grande amore.

Amore immenso e caritá infinita

m'ha demostrato Cristo, la mia vita;

prese umanitate in deitá unita,

gioia compíta--n'aggio e grande onore.

Onor con umilitá volse recepere,

con solennitá la turba fe' venire,

la via e la cittade refiorire

tutta, e reverire--lui como Signore.

Signor venerato con gran reverenza,

poi condannato de grave sentenza,

popolo mutato senza providenza,

per molta amenza--cadesti in errore.

Error prendesti contra veritade

quando lo facesti viola de viltade,

la rosa rossa de penalitate

per caritade--remutò el colore.

Color natural ch'avea de bellezza

molta in viltade prese lividezza,

con suavitade portò amarezza,

tornò in bassezza--lo suo gran valore.

Valor potente fo umiliato,

quel fiore aulente tra piè conculcato,

de spine pungente tutto circundato,

e fo velato--lo grande splendore.

Splendor che illustra onne tenebroso,

fo oscurato per dolor penoso,

e lo suo lume tutto fo renchioso

en un sepolcro--nell'orto del fiore.

Lo fior reposto giacque e sí dormío,

renacque tosto e resurressío,

beato corpo e puro refiorío

ed apparío--con grande fulgore.

Fulgore ameno apparío nell'orto

a Magdalena che 'l piangea morto,

e del gran pianto donògli conforto,

sí che fo absorto--l'amoroso core.

Lo core confortò agli suoi fratelli,

e resuscitò molti fior novelli,

e demorò nello giardin con elli,

con quelli agnelli--cantando d'amore.

Con amor reformasti Tomaso non credente,

quando li mostrasti li tuoi fiori aulente,

quali reservasti, o rosa rubente,

sí che incontinente--gridò con fervore.

Fervore amoroso ebbe inebriato,

lo cor gioioso fo esilarato;

quando glorioso t'ebbe contemplato,

allora t'ebbe vocato--Dio e signore.

Signor de gloria sopra al ciel salisti,

con voce sonora degli angeli ascendesti,

con segni di vittoria al Padre redisti,

e resedisti--in sedia ad onore.

Onor ne donasti a servi veraci,

la via demostrasti a li tuoi sequaci,

lo spirito mandasti acciò che infiammati

fussero i sequaci--con perfetto ardore.

CI

COMO IL VERO AMORE NON È OZIOSO

Troppo perde el tempo chi non t'ama,

dolce amor Iesú, sopra ogni amore.

Amore, chi t'ama non sta ozioso,

tanto li par dolce de te gustare,

ma tutta ora vive desideroso,

como te possa stretto piú amare;

ché tanto sta per te lo cor gioioso,

chi noi sentisse, nol porría parlare

quanto è dolce a gustare lo tuo sapore.

Sapor che non si trova simiglianza,

oh lasso, ché 'l mio cor poco t'assagia!

Nulla altra cosa a me è consolanza,

se tutto el mondo avesse e te non aggia;

o dolce amor Iesú, in cui ho speranza,

tu regge lo mio cor che da te non caggia,

ma sempre piú strenga lo tuo amore.

Amor che tolli forza ed onne amaro,

ed onne cosa muti in tua dolcezza,

e questo sanno i santi che 'l provâro,

che fecero dolce morte in amarezza;

ma confortolli il dolce lattuaro

de te, Iesú, che vensero onne asprezza,

tanto fusti suave nei lor core!

Cor che te non sente, ben pò esser tristo;

Iesú, letizia e gaudio de la gente,

solazzo non puote esser senza Cristo;

tapino, ch'io non t'amo sí fervente!

Chi far potesse ogni altro acquisto

e te non aggia, de tutto è perdente,

e senza te sarebbe in amarore.

Amaro nullo core puote stare

cui de tua dolcezza ha condimento;

tuo sapore, Iesú, non può gustare

chi lassa te per altro entendimento,

non sa né può el cor terreno amare;

sí grande è el cielestial delicamento,

che non vede te, Cristo, in tuo splendore.

Splendor che dona a tutto 'l mondo luce,

amor, Iesú, de li angeli belleza,

cielo e terra per te si conduce

e splende in tutte cose tua fattezza,

ed ogni creatura a te s'aduce,

ma solo el peccator tuo amor despreza

e partese da te, suo creatore.

Creatura umana sconoscente

sopra qualunche altra creatura,

como te puoi partir sí per niente

dal tuo Fattor de cui tu sei fattura?

Elli te chiama sí amorosamente,

che torni a llui, ma tu li stai pur dura,

e non hai cura del tuo Salvatore.

Salvator, che de la Vergen nascesti,

del tuo amor darme non ti sia sdegno;

ché gran segno d'amor allora ce desti

quando per noi pendesti su in quel legno,

e nelle tue sante mano ce scrivisti

per noi salvare e darce lo tuo regno;

legge la tua scrittura buon scrittore.

Scritti sul santo legno de la vita

per tua pietá, Iesú, ci representa;

la tua scrittura giá non sia fallita,

el nome che portam de te non menta;

la mente nostra sta di te condita,

dolcissimo Iesú, fa che te senta

e strettamente t'ami con ardore.

Ardore che consumi ogni freddura,

e sí purghi ed allumini la mente,

onne altra cosa fai parere oscura,

la quale non vede te presente,

che omai altro amor non cura

per non cessar l'amor da te niente,

e non ratepidar lo tuo calore.

Calor che fai l'anima languire,

ed el core struggi de te infiammato,

che non è lengua che 'l potesse dire,

né cuor pensare, se non l'ha provato;

oimè, lasso, fammete sentire,

deh! scalda lo mio cor de te gelato!

Che non consumi in tanto freddore!

Freddi peccatori, el gran fuoco

nello inferno v'è apparecchiato,

se in questo breve tempo, che è sí poco,

d'amor lo vostro cor non è scaldato;

però ciascun se studie in onne luoco

dell'amor di Cristo essere abrasciato

e confortato dal suave odore.

Odor che trapassi ogni aulimento,

chi ben non t'ama, bene fa gran torto;

chi non sente lo tuo odoramento,

o elli è puzzolente o elli è morto;

o fiume vivo de delettamento,

che lavi ogni fetore e dái conforto

e fai tornare lo morto in suo vigore!

Vigoros'amante, li amorosi

en cielo hanno tanta tua dolcezza,

gustando quelli morselli saporosi

che dá Cristo ad quelli c'hanno sua contezza,

che tanto sono suavi e delettosi;

chi ben li assagia, tutto el mondo sprezza

e quasi in terra perde suo sentore.

Sentítivi, o pigri e negligenti,

bastevi el tempo ch'avete perduto!

Oh quanto simo stati sconoscenti

al piú cortese che si sia veduto!

El qual promette celestial presenti,

e mai nullo non ne vien falluto;

chi l'ama, sí li sta buon servidore.

Servire a te, Iesú mio amoroso,

piú sei suave d'ogni altro diletto;

non può sapere chi sta de te ozioso

quanto sei dolce ad amar con affetto;

giamai el cor non trova altro reposo

se non in te, Iesú, amor perfetto,

che de tuoi servi sei consolatore.

Consolar l'anima mia non può terrena cosa,

però ch'ella è fatta a tua sembianza;

che piú de tutto el mondo è preziosa

e nobile e sopr'onne altra sustanza;

solo tu, Cristo, li puoi dar puosa

e puoi empire de tutta sua bastanza,

però che tu sei solo suo maggiore.

Maggiore inganno non mi par che sia

che volere quello che non se trova,

e pare sopra onne altra gran follia

de quel che non può esser farne prova;

cusí fa l'anima che è fuor de la via,

che vuol che 'l mondo li empia legge nova,

e non può essere, ché 'l mondo è minore.

Menorar sí vuole lo cor villano

che del mondo chiamasi contento,

che te vuole, Iesú, amor soprano,

per terrene cose cambiare intendimento;

ma se el suo palato avesse sano,

che assaggiasse lo tuo delettamento

sopra ogni altro li parría el migliore.

Migliore cosa di te, amore Iesú,

nissuna mente può desiderare;

però deverebbe el cor teco lá su

con la mente sempre conversare,

ed onne creatura de qua giú

per tuo amore niente reputare,

e te solo pensare, dolcissimo Signore.

Signor, chi ti vol dare la mente pura,

non te déi dare altra compagnia;

ché spesse volte, per la troppa cura,

da te la mente si svaga ed esvia;

dolce cosa è amar la creatura,

ma 'l Creatore piú dolce che mai sia,

però che è da temere onne altro amore.

Amore e gilosia porta la mente

che ama Iesú che non li dispiaccia,

e partesi al tutto da onne altra gente,

e te, dolce Iesú, suo cuore abraccia;

onne altra creatura ha per niente

enverso la bellezza de tua faccia,

tu che de onne bellezza se' fattore.

De te solo, Iesú, me fa pensare

ed onne altro pensier dal cor mi caccia,

ch'en tutto el mondo non posso trovare

creatura chi a me satisfaccia;

o dolce Creatore, fammite amare

e dammi grazia che 'l tuo amor mi piaccia,

tu che d'onne grazia sei datore.

Damme tanto amore di te che basti

ad amarte quanto so tenuto,

del grande prezzo che per me pagasti,

sia per me da te reconosciuto;

o Iesú dolce, molto me obligasti

a piú amarte, ch'io non ho potuto

né posso senza te conforto avere.

Conforta el mio cor che per te languesce,

che senza te non vole altro conforto;

se 'l lassi piú degiuno, deliquesce,

ché 'l cor che tu non pasci vive morto;

se 'l tuo amore assaggia, revivesce;

or n'aiuta, Cristo, in questo porto,

tu che sei sopra ogni altro aiutatore.

Aiutami, amor, ch'io non perisca,

amor dolce per amor t'adomando;

pregoti che 'l tuo amor non mi fallisca,

recevi i gran sospiri ch'io te mando;

ma se tu voli ch'io per te languisca,

piaceme, ch'io vo' morire amando

per lo tuo amore, dolce Redentore.

O Redentore, questo è 'l mio volere:

d'amarte e de servir quanto io potesse;

o dolce Cristo deggiati piacere

che 'l mio core del tuo amor si empiesse,

quella ora, buon Iesú, mi fa vedere

ch'io te solo nel mio core tenesse

e tu me fussi cibo e pascitore.

Pascime de pane celestiale,

e famme ogni altra cosa infastidire;

cibo de vita sempre eternale,

chi ben t'ama, mai non può perire;

famme questo gran dono speziale

che te, dolce amor, possa sentire

per pietate largo donatore.

Doname de te, dolcissimo, assaggiare;

per te sopr'onne cibo delicato

voglio de tutto degiunare;

chi ben t'assagia la lengua e 'l palato

tutto latte e mele li fai stillare,

e d'onne altro amore el fai levato

e renovar la mente en tuo fervore.

Fervente amor di te li dá', Iesú,

chi canta el detto di sí grande alteza,

mentre che vive en terra de qua giú,

tu reggi la sua vita en gran netteza,

e poi gli dá' el solazzo de lá su,

che prenda gioia de la tua conteza

e sempre regni teco, vero amore.

CII

COME È DA CERCARE IESÚ PER SOMMO DILETTO, EL QUALE È NOSTRO FINE: E CUSÍ

TERMINA IN LUI QUESTO VOLUME[8]

Se per diletto tu cercando vai,

cerca Iesú e contento serai.

Cerca Iesú con ogni tuo desio

anima mia, se te vòi delettare;

la carne, el mondo e lo Nimico rio,

se perir non vòi, non sequitare;

nel proprio tuo parer non te fidare,

se vòi campar dalli infiniti guai.

Se vòi campar dall'infernal tormento,

fa' che te spogli d'ogni amor vizioso,

e con forteza e gran proponimento

de non partire da quel grazioso

Cristo Iesú, de ogni ben copioso,

che per tuo sposo giá pigliato l'hai.

Anima mia, tu sí sei sposata

a quello sposo, re celestiale;

sta' nella fede, perché l'hai giurata,

amando lui d'amor perpetuale;

e, ciò facendo, el gaudio eternale

da lui in fine tu receverai.

Receverai el merito secondo

el mal e 'l ben che tu avrai commesso;

el tuo volere non sia vagabondo,

ma con fermeza t'accosta con esso;

mira el suo lato ritto per te fesso,

e de quel sangue te 'nebriarai.

Inebriata per amor lo stringi

in tal maniera che giamai nol lassi,

e nel tuo core sua figura pingi,

che privará de te li umani passi;

per la sua morte spezará li sassi,

per essa tua dureza spezarai.

NOTE:

[8] Questa lauda extravagante è posta per finire el numero perfetto

de cento: benché ne sian due de piú sotto dui numeri, cioè XLVII e

LXXVII per inadvertenzia: e cusí sono CII laude in tutto (Nota del

Bonaccorsi). La numerazione è stata corretta in questa ristampa

[Ed.].

NOTA

Le rime di fra Iacopone da Todi videro dal secolo XV in poi la luce in

parecchie edizioni. Le principali furono: la fiorentina del 1490[9],

considerata come l'_editio princeps_, la bresciana del 1495[10] e la

veneta del Tresatti, pubblicata nel 1617[11]. Dalla Principe derivarono

l'edizione romana di G. B. Modio e la napoletana di Lazzaro

Scoriggio[12]; dalla bresciana le due veneziane di Bernardino Benalio e

al Segno della Speranza[13].

Ma all'edizione principe quanti sino ad oggi si occuparono del poeta

tudertino concordemente riconobbero la maggiore autoritá, sia per ciò

che concerne l'autenticitá delle laude in essa raccolte, sia per la

lezione, che meglio d'ogni altra sembra conservare le impronte

idiomatiche della regione ove il poeta nacque e dettò i suoi carmi

spirituali[14]. Onde io, convinto di far cosa utile agli studi

iacoponici col divulgare un testo ormai quasi introvabile, qualche anno

fa ristampai per conto della Societá filologica romana l'edizione

bonaccorsiana, limitandomi ad introdurvi le poche modificazioni imposte

dall'uso invalso nella pubblicazione degli antichi testi, e che mi parve

potessero notevolmente migliorarla[15]. Ed oggi l'edizione fiorentina,

modificata ancora nella grafia, ma fin dove lo consenta il rispetto

dovuto a una stampa autorevolissima del Quattrocento, vede nuovamente la

luce nella collezione degli _Scrittori d'Italia_. Ma perché pubblicare

ancora una volta quella stampa, in luogo di tentar finalmente l'edizione

critica dei ritmi iacoponici, ripetutamente invocata da Alessandro

D'Ancona?[16]

Il perché esposi nella prefazione all'edizione della Societá filologica;

e ad essa senz'altro potrei rimandar il lettore, se frattanto un egregio

studioso, il prof. Biordo Brugnoli della R. Scuola normale di Perugia,

nella dotta introduzione ad un suo faticoso e diligente lavoro di

ricostruzione delle satire iacoponiche, non avesse sollevato molti dubbi

sull'autoritá, da me nuovamente affermata, della stampa

bonaccorsiana[17]. Esaminati i codici piú antichi, egli trova che il

confronto non è sempre favorevole all'edizione fiorentina, nella quale

rileva difetto di criteri sicuri nell'adozione delle forme grafiche e

fonetiche, e tracce di alterazioni dovute all'uso di codici toscani o

toscaneggianti; afferma inoltre che l'antichitá dei mss., a cui il

Bonaccorsi attinse, è minore di quella che io non mostri di credere; e

conclude che «per la ricostruzione del testo originale è non solo utile

ma conveniente attingere ad altre fonti non meno e forse piú

autorevoli»[18].

Potrei rispondere a queste osservazioni che io non ho mai ritenuto il

testo dell'edizione fiorentina come la forma originale, nella quale

primamente apparvero i canti del poeta tudertino, e che non ho escluso

si possa in avvenire, quando fortunate ricerche ci portino al

ritrovamento di mss. piú antichi di quelli che sono a nostra conoscenza,

ricostruire un testo di gran lunga piú attendibile. Ma potrei anche

aggiungere: perché il Brugnoli, conoscendo altre fonti «e non meno e

forse piú autorevoli» della stampa bonaccorsiana, ha tuttavia creduto

opportuno di sceglier questa a fondamento dell'edizione critica delle

satire iacoponiche, e di contro al testo da lui ricostruito sulle

varianti di numerosi codici ha sentito la necessitá di riprodurre

integralmente le singole poesie nella lezione data dal Bonaccorsi?

Ma, per non tediare il lettore con polemiche oziose, cercherò di

rimettere la questione nei suoi veri termini, riassumendo quanto scrissi

altra volta, e brevemente rispondendo alle obbiezioni mossemi

dall'egregio studioso perugino.

Io ho ritenuto e ritengo che il maggior valore dell'edizione principe,

in confronto non solo di tutte le altre raccolte a stampa, ma ben anco

dei codici del XIV secolo, consista nelle fonti a cui il Bonaccorsi

attinse e nel metodo da lui tenuto--metodo che non esiterei a dichiarare

rigorosamente scientifico--per ricavarne una lezione vicina il piú che

fosse possibile all'originale forma umbra. Il proemio del Bonaccorsi ci

dá preziose informazioni in proposito, e non parrá superfluo che io lo

trascriva integralmente.

Al Nome et honore della sanctissima trinitá: et della gloriosa

vergine Maria: et de tutta la corte del cielo. Qualunque persona

devota si delecta de havere et leggere le infrascripte laude del

beato frate Iacopone da Todi de l'ordine de frati minori, le quali

lui compose a diversi tempi per utilitá et consolatione di coloro

che desiderasseno per via de croce et delle virtú seguitare el

Signore: sapia per vero come circa la impressione presente, a fine

che fusse emendata quanto piú si potesse: et reducta alla puritá

anticha, che si trova molto alterata in piú libri: è stata usata

questa diligentia, cioè che si sono havute due copie de tale laude

cavate studiosamente da doi exemplari Todini assai antichi: et piú

copiosi et migliori che si trovino in quella cittá: et doi altri

volumi pur antichi in buona carta, facti con diligentia:

de quali uno appare scripto nella cittá de Perugia: dell'anno

MCCCXXXVI trovato in Firenze: de laude XC et non piú et molti altri

volumi de diversi religiosi: et de altre particulare persone,

trovati pur in Firenze. Da i quali tutti volumi, et spetialmente da

li dicti piú antichi concordati molto insieme, si ha cavata nova

copia per dare a l'impressori, servata la simplicitá et puritá

anticha secondo quel paese di Todi, del modo di scrivere et de

vocaboli, sí come è parso a piú persone devote et spirituale che si

dovesse fare, senza mutare o agiongere alcuna cosa di novo. Et in

tal modo fo cominciata tale impressione a dí XII de agosto passato,

et continuata come si vede fino al numero centenario de laude, et

due piú, non essendo maggior numero, ma piú presto minore in li

predicti et molti altri volumi antichi, maxime della dicta citá di

Todi, che fu la terrena patria del auctore: et dove se ne trova

libri assai: dove etiam lui morí: et sono le sue ossa in

veneratione. Non si dice però per questo che lui non facesse

maggior numero de laude, né anco si afferma, che tutte queste siano

facte da lui, per non se havere di ciò altro di certo. Quanto

all'ordine de esse laude, vedendosi quello essere vario et incerto

in molti libri: benché li Todini siano quasi ad uno modo, non è

parso inconveniente cominciare da quelle due della Madonna: quale è

porta et inventrice de ogni gratia, et da poi mettere le piú facile

et successive le altre. Et anco distinguere le materie, et metterle

insieme al meglio che si ha inteso, sí come si vederá facto. Della

vita del prefato beato Iacopone in particulare non pare che si

trovi certa narratione: ma della sua perfectione et trasformatione

in l'amore divino, assai si vede per suoi scripti: et anco se

intende el tempo nel quale lui fu, et scrisse.

Siano adunque confortati li lectori a legere con attentione esse

laude simplici quanto al stilo et parole: ma piene di sancta

doctrina, et de alti sentimenti in piú de quelle: li quali non

potendo cosí intendere essi lectori, vogliano honorarli: et pregare

la divina bontá, che li illumini la mente all'intelligentia di

quanto bisogna alla salute de l'anime loro.

Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490 · 第 12 / 18 段