AP. Perchè non sono pubblicate?
Dic. Mi sovvengono due ragioni; l'una che sendo tolto il principato
del mondo al demonio maligno per la morte e per il sangue di Cristo,
non scherza così spesso con i popoli, ed allo scoperto. Imperocchè già
sotto spezie di divinità era adorato, ed ora abita in luoghi diserti e
solitari, come abbandonato e fuggiasco. L'altra, che allora tendeva le
sue reti d'amore ad ogni sorte d'uomini, ed ora attende a porre
l'insidie di Venere a due sorte d'uomini solamente; agli ottimi, ed a'
pessimi. Chiamo ottimi quelli che si sono dati a Dio con tutte le
forze, calpestate, e sprezzate tutte le lusinghe, e tutti piaceri,
insino a quelli che sono onesti. Questi gli affronta spesso e di
nascosto, tal che, quando queste cose si fanno, non si palesano, se
non qualche volta per esempio e salute degli altri. Pessima chiamo
questa generazione di streghe, delle quali noi parliamo. Tu hai veduto
che bisogna cavargli di bocca per forza gli amor loro con minaccie e
tormenti, perchè non parlano di queste cose liberamente, se non fra i
loro domestichi.
AP. Adunque tende le insidie d'amore agli uomini santi, ed a quelli
massimamente che si son dati a Dio?
DIC. Se tu sapessi i loro costumi ed i loro gesti, che sono scritti,
non dubiteresti niente. Dice Sulpizio Severo, che il demonio tentò già
d'ingannare quel santissimo Martino sotto persona di Giove, di
Mercurio, di Pallade e di Venere. Non credi tu che quando si mostrava
di essere Giove promettesse regni e tesori? quando si fingeva
Mercurio, la eloquenza e tutte le arti? e quando Pallade, la sapienza
e l'arte militare, il quale egli già sempre se l'avea cavato d'attorno
sotto la forma di Venere? Che sorte di delizie pensi tu che gli avesse
promesse? con che biacca, e con che purpura credi tu s'avesse tinte le
gote e le labbra? pensi che dovesse mostrare una veste di color
cangiante, gli occhi vaghi e lascivi, e parole attrattive? Potrai
sapere da Atanasio con che modi tentasse il demonio santo Antonio,
imperocchè egli scrisse la vita, e l'azioni sue. Quanto di caldo
mettesse a san Francesco, ne possono far fede le nevi, nelle quali si
gittava per ammorzarlo. Quante delicatezze appresentasse a san
Benedetto, te lo mostrano le spine, le quali usava per rimedio di
questa peste, lacerandosi volontariamente la propria pelle. Nè cessa
però ancora, vedendo il bello, tirare questo e quello della plebe
all'amore, ed a manifesti piaceri amorosi.
FR. Io ho conosciuto un uomo che esercitava a piedi l'arte del soldo,
il quale m'affermò più d'una volta d'avere auto a fare con un demonio,
che si credeva essere donna di carne, e narrava l'uomo poco astuto la
cosa essere ita così: cioè che sendo in Toscana ed andando a Pisa per
faccende, avendo passato un certo Castello, che è in quel di Pisa,
dove avea perduto a giuoco tutti i denari che aveva, andava via
bestemmiando quanto poteva. Apparsongli due mercatanti a cavallo, uno
de' quali aveva in groppa una donna, e correndo il cavallo
velocissimamente, ella se ne gittò giù, ed egli pigliandola per mano
la invitò seco all'osteria; e nell'andare verso Pisa insieme acceso
dell'amor suo ebbe a far seco, e conobbe chi ella era. Finita la
faccenda, il valente uomo si venne manco, e stette sei ore in terra
tramortito, dove che trovato da compagni (che erano assai a drieto per
la medesima via) fu portato alla città, e quivi ebbe male sei mesi: si
pelò tutto, e dicono che avea le calze arsicciate, non altrimenti che
se 'l fuoco le avesse avvampate per di fuora, e ricordossi poi
d'essere stato molestato da lei che non tenesse in mano una asta che
aveva il ferro a guisa di croce, promettendogli darneli una più bella.
AP. Del congiungimento carnale ora mai ne son satisfatto, che lo abbia
trovato e procurato il demonio da principio della stessa antiquità.
FR. Voglio che tu sappi, che egli usava di procurare ogni sorte di
commerzio, non solo quello del letto, quasi reti per pigliare gli
uomini. E per cominciare dalla guerra Troiana, che pensi tu che
volesse significare quel dragone domestico lungo sette gomiti, che
beveva con Aiace Locrense, che gli andava innanzi per via, e stavagli
attorno come un cane? che credi denotasseno le penne di Dedalo? che
cosa le ali del cavallo pegaseo? e le altre cose mostruose annoverate
dalle favole? Per che cagione va Pittagora e torna sì tosto d'Italia
nell'isola di Cicilia? perchè fece Empedocle il viaggio aereo a guisa
d'uccello? per che conto usò Abari il dardo d'Apolline di velocità
simile al vento, andando dagli Iperborei a visitare Pittagora? che
significa quella voce che ammoniva Socrate, non lo sforzava? e che
anco il genio familiare di Plotino? e che l'oca familiare di Lacide
filosofo? Benchè così come pochi filosofi a comparazione degli altri
uomini, così assai uomini e più spesso spingeva nella libidine, che
non commovesse a gloria vana; nè gli molestava di fuora solamente, ma
bene spesso di drento; che se tu pensassi essere di poca importanza,
che il demonio affrontasse il senso di drento, ovvero gli occhi sotto
imagine di Venere lascivamente, domandane Girolamo, che ti dirà
sinceramente quel che patirno quei santi, de' quali ha scritte le vite
e gesti: e scrisse ancora ciò che avea sofferito egli, mostrando
apertissimamente che nella carne poco meno che morta vi bolliva
solamente il grande incendio della lussuria.
AP. Venere adunque tentò aver a fare con Girolamo?
FR. Affermoti certo, che si esprime il nome di Venere da Martino;
furono vedute le insidie tessutegli sotto persona di Venere. Noi non
sappiamo già così bene s'ella si scoprisse a Girolamo, o se pure gli
lavorava drento; io penso che tu sappi che dagli antichissimi autori
gentili Venere suole essere detta entrare negli occhi di fuora e di
dentro. Quando si appresenta di fuora, è facil cosa a conoscerla, ma
quando ella entra nella potenza imaginativa, e muove il senso, tutti
non possono conoscere le insidie segrete. Così puoi vedere negli inni
d'Orfeo, Venere essere chiamata visibile e invisibile, e quegli amori
parimente, che son detti venire da lei, impiagare le anime con saette
intellettuali. Laonde cantò Orfeo in un altro inno dedicato a lei, che
ella appariva e che non appariva in quelle parole interpretate così,
cioè visibile e invisibile, e in un altro, ove dice: I quali
certamente saettano l'anime con saette intellettuali, acciocchè
mostrasse l'anime essere ferite con saette intelligibili. Ecci quel
verso ancora di Proclo Platonico nell'inno dedicato a Venere Licia:
D'intelligibil nozze avendo segni:
per dimostrare le nozze intellettuali.
AP. Ma pure giudicò Apuleio che fusse un Dio quello che stava intorno
a Socrate, e non un demonio.
FR. Ma Plutarco, ma Porfirio, lo chiamano demonio: l'uno de' quali fa
un libro di esso demone, e l'altro ne fa due. Ma per che cagione un
altro demonio è detto aver la protezione di Platone, di Zenone, ovvero
di Diogene, e un altro è osservato aver quella di Plotino? Certo per
ingannare; imperocchè non è da credere a coloro, che hanno detto
essere varie le nature de' demoni, tenendo che altri si dilettino di
cose civili, altri di rusticane, e alcuni parimente essere terrestri,
alcuni marini. Questi sono sogni di genti che impazzano, parenti di
coloro che cicalano, che alcuni esercitano la medicina, altri hanno
cura dell'arte del navigare, altri di quella dell'indovinare, e che ad
altri piace conversare fra le leggi e ad altri fra le armi. Così sono
iti favoleggiando che Esculapio e Podalirio mandano sogni salutiferi,
così che i Dioscuri siano sopra le tempeste del mare: così avere
atteso dopo la morte loro alle cose della guerra, Reso, Achille, e
innanzi a' tempi di Troia Teseo; ma quelli di nascosto, e questo a
campo aperto. Imperocchè si dice che l'imagine di Teseo combattè in
Maratona per gli Ateniesi contro a Medi, il che fu scritto anco da
Plutarco. Perciocchè pensavano che i demonj non fussero altro che le
anime degli uomini spogliate de' corpi. E per questo dicevano che
Esculapio medicava, Minos e Radamanto giudicavano, i Dioscuri
scacciavano le tempeste, Anfiloco, Mopso, Orfeo, Trofonio
indovinavano, e che Reso e Achille e Teseo trattavano le cose della
guerra. Di tutte queste cose era inventore il demonio per farle
credere, acciocchè gli uomini maggiormente fusseno presi, e ripieni di
vana speranza facesseno sacrifizj a lui, quasi che all'anime degli
eroi; dalla quale superstizione si vede che non aborrirno nè
Aristotile, nè Platone, mentre determinavano le leggi pubbliche,
disputando degli ordini e delle arti de' cittadini; e a' nostri tempi
ancora si è tenuto per vero, che i demonj si siano portati nelle
guastade, e negli anelli; e avere date risposte or dal ventre, or
dalla coscia, quasi come spirito d'Apolline, acciò che noi conosciamo
che il nimico dell'umana generazione in diversi tempi trovò diverse
vie sotto spezie di familiarità.
AP. Così veramente credo, ma per ancora il giuoco non lo intendo.