Giulio Michelet scrisse la leggenda della Strega, leggenda più
meravigliosa ed attraente che le stupide storie estorte coi tormenti
dalle imaginazioni inferme di povere donne in delirio. Col suo
profondo sapere del medio evo, il grande storico mostrò come il
diavolo fosse il necessario consolatore nelle dolenti tenebre di
quell'età; come insegnasse segreti e rivelasse semi di futura scienza;
come perseguitato dai signori e dai preti, contr'alla cui tirannide
non era invocato invano, il diavolo diventasse uno spirito di Dio,
quando serviva alla corruzione od alla avarizia sacerdotale. Così
gl'idoli, nei primi tempi della nova fede, furono ai preti or diavoli
or santi, secondo che loro tornava. Non si può leggere senza pietà
quello strazio di anime più assetate di conforti, più avide
d'idealità, che veramente colpevoli.
Il Michelet profonde le testimonianze non meno della scelleraggine che
della stupidità inquisitoriale. Il _Malleus_ di Sprenger è l'_Iliade_
della stregheria. Tutte le luride fantasie della ignoranza popolare, e
tutte le imposture della catalessia claustrale vi andarono a metter
capo. Mancava però nel Michelet la testimonianza di un filosofo, di un
principe, di un uomo di stato, di un letterato che rannettesse le
sciocchezze della credulità moderna alle favole della credulità
antica, che velasse di bello stile e di reminiscenze classiche
gl'instrumenti di supplizio che adornano le sale del sant'Ufizio.
Questo filosofo, letterato, statista lo presentiamo noi ai lettori
nella persona di Giovan Francesco Pico della Mirandola, che tra
l'infinite sue opere, non essendo vero che tenesse mano a far monete
false, volle pure inserire questa falsa moneta della _Strega_, con
l'impronta e il colore della buona antichità.
«Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola, figlio di Galeotto fratello di
Giovan Pico, era nato, dice il Tiraboschi, nel 1470. Attese agli studj
in Ferrara, dove di molto aiuto dovette essergli l'assistenza e
l'esempio del suo zio Giovanni, che ivi fece lungo soggiorno. Dopo la
morte del suddetto Galeotto fratel di Giovanni, che accadde nel 1499,
Gianfrancesco gli succedette nel dominio della Mirandola. Ma Lodovico
di lui fratello pretendeva di aver diritto a quel principato, ed egli
avea un forte sostegno in Francesca sua moglie, figlia del famoso
Gianiacopo Trivulzi, generale allora dell'armi di Francia. Unitosi
dunque con Federigo suo fratello, e aiutato da Ercole I, duca di
Ferrara, e dal suddetto Trivulzi, nel 1502, costrinse colle armi
Gianfrancesco ad uscire dalla Mirandola. Il conte Lodovico fu ucciso
in guerra nel 1509; ma Francesca insieme co' suoi figli si tenne ferma
in quel luogo fino al 1511, quando il bellicoso Giulio II, stretta
personalmente d'assedio la Mirandola, ed entratovi per la breccia, ne
restituì il dominio al conte Gianfrancesco. Ma poco tempo ei lo tenne;
che l'anno stesso vi rientrò co' suoi francesi il Trivulzi, e
Gianfrancesco di nuovo fu costretto ad uscirne. La decadenza dell'armi
francesi in Italia gli fece riavere due anni appresso il due volte
perduto dominio, e per mezzo del vescovo di Gurck, ministro di Cesare,
si stabilì un amichevole accomodamento tra' due contrari partiti. La
pace tra essi però non fu di lunga durata. Nella notte dei 15 di
ottobre del 1533, Galeotto nipote di Lodovico, seguito da quaranta
uomini, sorpresa la Mirandola, ed entrato a mano armata nelle stanze
di Gianfrancesco, che udito lo strepito, e sapendo ciò che avea a
temere, erasi gittato ginocchioni innanzi a un Crocefisso, a lui e ad
Alberto, uno de' figliuoli di esso fece barbaramente troncar il capo e
chiuderne in prigione la moglie e Paolo, l'ultimo de' figliuoli.»
Del valore filosofico del nostro Giovan Francesco, in raffronto al suo
glorioso zio, udiamo il giudizio degli autori del _Dictionnaire
Philosophique_ (Paris, Hachette 1844-52).
_. . . Il inclina encore davantage au mysticisme biblique, et
s'éloigna d'autant de la philosophie ancienne, de la Kabbale et même
de la scholastique. La Bible est à ses yeux la vraie, l'unique source
de toute doctrine supérieure; seulement il admet une lumière interne
qui en éclaire la lettre, mais qui l'éclaire si activement, que, sous
son influence, l'esprit peut demeurer passif._
_Ses oeuvres unies à celles du son oncle, ont été publiées à Bâle en
1573 et 1601, en 2 vol. in fol._
_On y distingue le traité De studio divinæ sapientiæ, que Buddeus a
récommandé à la jeunesse studieuse par une édition spéciale (in-8,
Halle, 1702)._
_Les neuf livres _De prænotionibus_, imités du traité de son oncle
contre l'astrologie, combattent également cette vaine science._
_Les six livres intitulés _Examen doctrinæ vanitatis gentilium_, sont
dirigés contre Aristote en faveur de Platon, dont l'auteur n'admet
pas, cependant, toutes les idées fondamentales._
Lo stesso Pico ha parlato delle sue opere in una lettera latina a
Lilio Gregorio Giraldi, parente ed amico del nostro Giraldi Cintio,
che ci parve bene riprodurre, così perchè porge un'idea dello
scrittore, come perchè, citata da tutti, non è riportata da nessuno, e
chi voglia leggerla, dee cercarla nel grosso volume dell'edizione di
Basilea.
Dell'opera che noi ristampiamo, ecco le notizie bibliografiche che dà
il Tiraboschi nella sua Biblioteca Modenese, T. 4, p. 117-8.
«_Dialogus in tres libros divisus, cujus titulus est STRIX, sive de
Ludificatione Daemonum: ejusdem ad Leonem X de reformandis moribus
Oratio; ejusdem pro asserendis a calumnia libris Dionysii Areopagitae
Epistola: ejusdem ad excitandum genus humanum a vitae hujus somno ad
futurae vigiliam, Carmen_, 1523, in-4. Senza data di luogo e di
stampatore: edizione citata nel catalogo della biblioteca del re di
Francia, e che è probabilmente la stessa che quella fatta in Bologna,
lo stesso anno 1523, da Girolamo de' Benedetti. La prima di queste
operette fu l'anno seguente tradotta in lingua italiana dal celebre
fra Leandro Alberti, domenicano, e stampata col titolo: _Libro detto
Strega o delle Illusioni del Demonio. In Bologna per maestro Geronimo
de' Benedetti_, 1524, in-4. Evvi innanzi una breve Prefazione del
traduttore, e poscia la dedica da esso fatta alla molto illustre
signora della Mirandola, Madonna Giovanna Caraffa Pica, moglie di
Gianfrancesco, nella quale racconta che l'anno innanzi erasi nella
Mirandola introdotto un giuoco detto la Donna, che andava a terminare
in empie bestemmie, e in insulti fatti alla santa Croce, che
gl'inquisitori avean perciò dannati all'estremo supplicio gli autori
di questa empietà, che essendosi molti di ciò lagnati, perchè
dicevano, che frivole e calunniose erano cotali accuse, il conte
Gianfrancesco avea voluto attentamente esaminare il fatto, e avendo
conosciuto, che pur troppo eran vere le accuse, aveagli ciò dato
occasione di scrivere il presente dialogo. Esso fu poscia nuovamente
tradotto in lingua italiana da Turino Turini da Pescia, e stampato in
Pescia nel 1555, in-8. Martino Weinrichio, avendo avuto tra le mani
una copia a penna del dialogo latino del Pico, la credette opera
inedita, e ne fu però fatta l'edizione in Argentina nel 1612.
Quest'opera non è inserita nelle edizioni delle opere di
Gianfrancesco.»
Noi alla nostra ristampa ci siamo valsi della traduzione del Turini,
che scrive in buon toscano, e dà una tal qual patina di eleganza alle
pitture, un po' tetre, del signore infelice della Mirandola. Abbiamo
qui una Strega in carne e in ossa, che negl'intervalli dei feroci
interrogatorj, confessa alla buona i suoi ratti e i suoi amori con
Lodovico. Vivissimo è il carattere di Dicaste, l'inquisitore tutto
benignità e mansuetudine, che _si riserba l'adirarsi al dassezzo_, e
intanto va avvolgendo nella rete la sua _buona Strega_, per darla poi
al fuoco, forse per grazia già priva di spirito con l'indulgenza della
strangolazione. Apistio è l'incredulo che sa non avervi luogo nè la
ragione, nè lo scherzo, e oppone per esser vinto. È proprio un quadro
di genere; e colto certamente in una delle sale del sant'Ufizio.
Ai nostri dì rifiorisce la stregheria nello spiritismo, e uno degli
eroi il signor Home, passato dall'eresia al cattolicismo, se ne
confessa e fa penitenza, tornando poi al peccato, tanta è la forza che
_lo leva a mezz'aria_, e il visibilio dei miracoli che in quel
capogiro gli aliano intorno. Ma ora non si risica la tortura ed il
fuoco; si risica sol la ragione. La superstizione non succhia più il
sangue, ma il cervello, e quando l'ha ben rassetto a suo modo, come la
donna dipinta col sangue della sua vita nel _ritratto ovale_ di Poe,
il cervello è perfettamente ridotto all'ortodossia, e non ha che un
difetto come la cavalla d'Orlando: è morto.
_Carlo Téoli._