CAPITOLO VII.

_Spedizione di RUGGIERO in Affrica; sue virtù, e sua morte._

Intanto il Pontefice Innocenzio dopo aver governata quattordici anni

la Chiesa romana, il dì 24 di settembre dell'anno 1143 morì in Roma

molto afflitto per li travagli, che gli diedero gli Arnaldisti ed i

Romani, i quali erano entrati nell'impegno di voler riporre la lor

patria nell'antica sua libertà, e di ristorare in Roma l'antico Ordine

senatorio ed equestre per abbassare l'Ordine ecclesiastico, e per tal

cagione facevan continui tumulti contro il Pontefice.

Fu in suo luogo eletto Guido Castello Cardinale del titolo di S.

Marco ed acclamato Papa sotto il nome di Celestino II, il quale,

appena erano scorsi sei mesi del suo Ponteficato, che insospettito

della grandezza di Ruggiero, tentò di rompere la pace fatta dal suo

predecessore con questo Principe; ma sopraggiunto poco da poi, il dì 8

di marzo dell'anno seguente 1144 dalla morte, non potè farlo. Crearono

i Cardinali per suo successore Gerardo Caccianemico da Bologna Cardinal

di Santa Croce, che si nomò Lucio II.

Questo Pontefice, seguitando le pedate di Celestino ebbe animo non

ben pacato con Ruggiero, e proccurando questo Principe d'averlo

amico, s'abboccarono insieme nel monastero Cassinense; ma non potendo

riuscir l'accordo per le difficoltà, che frapposero i Cardinali,

il Re entrò ostilmente nello Stato della Chiesa, prese Terracina, e

molti altri luoghi della Campagna di Roma[661]: non ci bisognò altro

perchè i Cardinali tosto cedessero alle difficoltà frapposte: venne

il Papa subito a concordia, il quale avendo conceduto a Ruggiero molte

prerogative, gli fu restituita Terracina con gli altri luoghi perduti.

Allora fu che questo Pontefice per maggiormente stabilir la Monarchia

di Sicilia, oltre di quello, che a Ruggiero era stato accordato da

Urbano II gli concedette l'Anello, i Sandali, lo Scettro, la Mitra e

la Dalmatica e che non potesse inviar ne' suoi Reami per Legato se

non colui, che egli volesse[662] (quantunque il Sigonio[663] dica,

che questi ornamenti furono conceduti a Ruggiero nell'anno seguente

1145 da Onorio III non da Papa Lucio II) onde è che in Sicilia i Re

vantano d'esser Signori non men del temporale, che dello spirituale; ed

in fatti nelle monete, che fece battere Guglielmo I, dall'un de' lati

si vede il Re coronato con corona di quattro raggi, avere la Verga in

mano, la Stola o Dalmatica avanti il petto incrocicchiata, ed assiso

nel regio Trono mostrare i Sandali[664].

(Dalle accuse però, che i Romani portarono all'Imperadore _Corrado

contro Ruggiero_, rapportate da _Goldasto_[665], si vede, che la

concessione della Verga, Sandali ed Anello s'attribuisce a Papa

_Innocenzio II_ nell'anno 1140 non già a _Lucio II_, e molto meno ad

_Onorio III_ secondo il parer del _Sigonio_).

Gli Arnaldisti, che continuavano a travagliar Roma sotto il famoso

Arnaldo da Brescia lor Capo, che era stato condannato da Innocenzio

II nel Concilio di Laterano, accusarono Lucio a Corrado Re de' Romani,

significandogli, che il Papa per mezzo di molta moneta, avea conceduto

a Ruggiero queste prerogative, e che s'era perciò con lui, ch'era suo

inimico, collegato a suo danno[666].

Fece da poi Ruggiero ritorno in Palermo, ed in questo medesimo tempo

gli morì Anfuso Principe di Capua suo figliuolo, il cui Principato

egli concedette a Guglielmo, che fece anche Duca di Napoli; e che

gli fu poi successore ne' suoi Reami. Agostino Inveges[667] e Camillo

Pellegrino[668] rapportano, che fra questi due anni 1142 e 43 gli fosse

morto anche Tancredi suo secondogenito Principe di Bari e di Taranto,

che fu il primo de' figliuoli che morì, e poi Anfuso terzogenito in

quest'anno 1144. Ruggiero in questo medesimo anno tornò in Capua, ove

celebrò la primiera generale Assemblea; poichè quella, che avea guari

innanzi celebrata in Ariano, fu solo di Prelati e Baroni di Puglia:

intervenne nella medesima fra gli altri suoi figliuoli il nominato

Guglielmo con gli Arcivescovi, Vescovi ed Abati, ed altri molti Conti

e Baroni; nella quale diede molti provvedimenti per lo buon governo

del Regno, e compose altresì varie liti, e particolarmente una, ch'era

nata fra Giovanni Vescovo di Aversa, e Gualtieri Abate di S. Lorenzo

della medesima città sopra la pescagione del lago di Patria[669]; ed il

diploma è rapportato dal Chioccarelli[670].

Morì poco da poi nell'anno 1145 in Roma Papa Lucio II, e Bernardo Abate

di S. Anastagio, discepolo di S. Bernardo, fu eletto in suo luogo da'

Cardinali, sotto nome di Eugenio III, il quale con tutto che i Romani

e gli Arnaldisti non cessassero di inquietarlo, avendo avviso che in

Soria le cose de' Cristiani andavano di male in peggio, si rivolse a

soccorrere quei santi luoghi, e per mezzo delle sue lettere e delle

persuasioni di S. Bernardo mosse l'Imperador Corrado e Lodovico

Re di Francia a gire con grande e poderosa armata in Terra Santa.

Ruggiero non volle entrare a parte in questa lega, perchè si faceva

per conservare il Regno di Gerusalemme a Balduino III quando egli,

come fu detto, era stato sempre istigato da Adelaida sua madre alla

conquista del medesimo; onde avendo posti i suoi Regni in tranquilla

e sicura pace, per esser egli d'animo grande ed avido di regnare,

pensò stendere le sue conquiste in altre più remote parti. Si accinse

per tanto all'impresa dell'Affrica, ed avendo ragunata in Sicilia una

grande armata se ne passò con essa nel Reame di Tunisi, ed assaltato

quel Re, gli tolse la città di Tripoli, Affrica, Stace e Cassia, e 'l

travagliò di modo anche negli altri luoghi del Regno, che il costrinse,

pacificandosi con lui a pagargli ogni anno il tributo[671], che per

trenta anni continui così a lui, come al suo figliuolo Guglielmo

fu pagato; onde avvenne come rapporta Inveges[672], che la Chiesa

tripolitana d'Affrica si rendesse suffraganea a quella di Palermo.

Ruggiero tutto glorioso per aversi reso tributario il Re di Tripoli,

per sua impresa militare si servì di quel verso, che lo fece anche

scolpire nella sua spada:

_Appulus, et Calaber, Siculus mihi servit, et Afer._

Portò ancora le sue vittoriose armi in Grecia; poichè essendo a questi

tempi morto l'Imperador Calojanne, e succeduto nell'Imperio Emanuele

suo figliuolo, questi inviò suoi Ambasciadori al Re, richiedendolo

d'imparentarsi seco, e Ruggiero per porre in effetto tal domanda,

inviò in Costantinopoli altresì suoi messaggieri; ma il perfido Greco

cangiatosi di pensiero, dopo avergli un pezzo tenuti a bada, fece

anche porgli in prigione; di che fortemente sdegnatosi Ruggiero, posto

insieme grosso stuolo di vascelli in Otranto, gl'inviò con molti

suoi baroni in Grecia, sotto il comando di Giorgio d'Antiochia suo

Grand'Ammiraglio, il quale presa la città di Mutine, assaltò l'isola di

Corfù; e passato quindi colla sua armata alla Morea, e da poi scorrendo

nel seno Saronico appresso Cenerea Porto di Corinto, pose a ferro e

fuoco tutti que' campi; indi diede il guasto in tutta l'Acaia e ruinò

Tebe, nè lasciò luogo alcuno ne' contorni di Negroponte, nè di Boezia

che non danneggiasse; donde, oltre alle ricche prede, trasse parimenti

i Maestri, che sapeano comporre drappi di seta e seco poscia in

Sicilia, ed in queste nostre province gli condusse, non essendo prima

di que' tempi pervenuta notizia di tal arte in Italia; e se non fosse

stato impedito da' Veneziani, i quali richiesti dall'Imperador Emanuele

erano venuti con sessanta galee in suo soccorso e l'obbligarono a

tornarsene in Sicilia, avrebbe portato le sue vittoriose insegne insin

sotto le mura di Costantinopoli.

Ma tutti questi trionfi furono conturbati dalla morte d'Errico suo

quintogenito, rimanendogli ora, di tanti figliuoli, sol due, Ruggiero

Duca di Puglia e Guglielmo Duca di Napoli e Principe di Capua. Camillo

Pellegrino dice, Errico esser morto in età molto infantile, ma con

manifesto errore, poichè se fu figliuolo della Regina Albiria, e

questa morì nell'anno 1134, per certo Errico a questo tempo era almeno

giovanetto di 14 anni. E s'accrebbero i travagli, quando scoverse, che

l'Imperador Corrado in quest'anno 1149 s'era a suoi danni confederato

coll'Imperador Emanuele, e quando poco da poi nel medesimo anno

gli morì Ruggiero Duca di Puglia; vedendosi tra pochi anni privo

di quattro figliuoli, rimanendogli solo Guglielmo, al quale per la

morte di Ruggiero diede il Ducato di Puglia[673]. Pensò il vedovo Re

casarsi perciò di nuovo, e prese per moglie Sibilia sorella del Duca

di Borgogna; ma questa Principessa nell'anno seguente 1150 trapassò

anch'ella in Salerno, e fu sepolta nella chiesa della Trinità della

Cava, dove ancor ora s'addita il suo tumulo[674].

§. I. _Coronazione di GUGLIELMO I, e morte di Papa EUGENIO e

dell'Imperador CORRADO, a cui succedette FEDERICO BARBAROSSA._

Ruggiero vedutosi così solo assunse per suo collega Guglielmo, e lo

fece coronare ed ungere Re di Sicilia in Palermo in quest'istesso anno

1150 la qual cerimonia si fece da Ugone Arcivescovo di Palermo, onde

Inveges[675] rapporta, che se bene la famiglia Caravella pretenda esser

di suo diritto il coronare i Re di Sicilia, i Palermitani però glie

lo contrastano, dicendo questa ragione non esser d'altri, che del loro

Arcivescovo. Che che ne sia, dal 1150 nelle scritture si noverano gli

anni del Regno di Guglielmo, nel quale il padre l'associò. E Ruggiero,

morta Sibilia così di repente, senza che vi avesse potuto generar

figliuoli, tornò a maritarsi, e prese per moglie Beatrice sorella del

Conte di Retesta, la quale dopo la sua morte rimanendo gravida gli

partorì Costanza che tolse per marito, essendo d'anni 30 e non mai

stata monaca, come con errore hanno scritto multi Autori, Errico di

Svevia, che per sua cagione divenne poscia Re di Sicilia, come al suo

luogo più diffusamente diremo; quindi si vede quanto fosse favoloso

ciò che si narra di Ruggiero e delle richieste da lui fatte all'Abate

Gioachimo intorno a' vaticinj, che si contano fatti dal medesimo sopra

Costanza; ond'è, che altri, come il Villani, non a Ruggiero, ma a

Guglielmo riferiscono quegli avvenimenti.

Morì nel seguente anno 1151 l'Imperador Corrado in Alemagna nella città

di Bamberga, non senza sospetto che fosse stato avvelenato per opra

di Ruggiero, per l'inimicizia che sempre tennero fra di loro, siccome

tutti gl'Imperadori ebbero co' Re di Sicilia, per conciliar i quali non

bastarono le interposizioni di Pietro Abate di Clugnì, uomo in questi

tempi per la sua bontà e dottrina assai celebre e rinomato. Fu eletto

successore il suo nipote Federico Duca di Svevia detto Barbarossa prode

e savio Principe, i cui fatti ci somministreranno ben ampio soggetto

nel seguente libro.

Fu seguitata nell'anno seguente 1152 la morte di Corrado da quella

d'Eugenio, il quale dopo aver racchetate le cose di Roma, essendo

stato in questa città lietamente accolto, anch'egli poco da poi se ne

morì, ed in suo luogo fu nel 1153 creato Pontefice il Cardinal Corrado

romano, e fu nomato Anastasio IV.

Ruggiero intanto, dopo aver per opra de' suoi Capitani conquistata

in Affrica la città d'Ippona celebre al Mondo per avervi in quella

Cattedra seduto il grande Agostino, messi da parte i pensieri della

guerra, fermatosi in Palermo, lasciò in questi altri due anni di vita

che gli rimasero, monumenti perenni, non meno della sua magnificenza,

che della sua pietà; poichè oltre aver edificato un magnifico Palagio

in Palermo, ed aver ivi eretta una nobil Cappella regia sotto il titolo

di S. Pietro; ed in Messina un'altra chiesa dedicata a S. Niccolò:

fondò in Bari un magnifico tempio a Niccolò Vescovo di Mira.

Eransi, come si disse, sin dall'anno 1078 trasferite in Bari l'ossa

di questo Santo; ed ora si resero di stupore al Mondo, per lo liquore

che si vide grondar da loro: crebbe la fama del portento, ed in questi

tempi si rese perciò questo santuario, e Bari cotanto celebre in

Oriente, che portava venerazione agl'istessi Imperadori Greci, come

si vide dell'Imperador Emanuele, il quale nelle sue Novelle fece ancor

memoria di sì insigne miracolo. Ruggiero, tratto da divozione, sovente

portavasi in Bari, ond'è, che graziosamente confermasse a' Baresi le

loro consuetudini; ed eresse quivi al Santo questo magnifico tempio,

con dichiararlo sua cappella reale[676], nè volle, che fosse sottoposto

all'Arcivescovo della città, ma assolutamente al Pontefice romano,

creandovi il Priore, e molti Canonici: l'arricchì di molte rendite di

castelli, ed altri poderi: la qual cosa si scorge da una scrittura in

marmo, che colà si vede benchè il Beatillo, che ha scritta l'Istoria

della città di Bari, e la vita di detto Santo, non faccia menzione

alcuna di tal fatto, dando a detta chiesa e priorato più antico e

diverso principio. Altri vogliono, che Carlo d'Angiò, non Ruggiero

istituisse quel priorato, e dichiarasse cappella regia quel Tempio; di

che altrove ci tornerà occasione di ragionare.

Donò ancora Ruggiero molti nobili arredi d'oro e d'argento alla

cappella di S. Matteo in Salerno, ed il dominio di molte terre; ed

altri ricchi doni al Monastero della Trinità della Cava; ed ancorchè

non gli piacesse usar la forza co' Saraceni e Giudei ch'erano

in Sicilia per la loro conversione, usava però gran diligenza ed

industria, che ne' suoi Reami si convertissero alla fede di Cristo.

Ma ecco, che questo Principe, dopo essersi reso cotanto chiaro ed

illustre al Mondo per li suoi fatti egregi, ammalatosi nel principio

di quest'anno 1154 nel mese di febbrajo lasciò in Palermo la terrena

spoglia in età di 58 anni di sua vita[677]: breve età alle magnifiche

cose da lui adoperate; la cui morte fu poco da poi nel mese di dicembre

del medesimo anno seguitata da quella del Pontefice Anastasio, nel cui

luogo fu eletto Adriano IV.

Principe veramente grande e glorioso, che le sue magnanime imprese lo

innalzarono ad essere uno dei più potenti e grandi Re della terra, che

pose terrore non meno agl'Imperadori d'Occidente che d'Oriente, e che

seppe in mezzo a questi due potenti Imperj far sorgere il suo Regno,

a' medesimi di spavento: egli provido di Consiglio e valoroso nelle

armi, usò non men somma costanza nell'avversa fortuna, che moderazione

nella prospera. Amicissimo non meno d'uomini valorosi nell'arme

che nelle lettere, che sin da' remoti e lontani paesi fattigli a se

venire, gl'innalzò a' primi onori del Regno. Egli saggio facitore di

nuove leggi governò con somma giustizia i suoi Stati. Careggiò, ed amò

sommamente i Francesi, traendo di Francia i suoi maggiori il legnaggio.

Della sua pietà lasciò ben chiari monumenti, e se bene altri l'incolpa

d'aver usata troppa crudeltà con suoi nemici e rubelli: ciò però non

era in lui da biasimare; poichè usò tutte quelle arti, ch'eran proprie

e necessarie ad un Principe, che intendeva stabilire un nuovo Regno.

So che S. Bernardo, e l'Imperadore Emanuele parlarono di lui come d'un

Tiranno e d'un usurpatore: ma il primo seguendo il partito d'Innocenzio

e di Lotario, fecesi lecito di quelle cose, che gli dettavano allora

la sua fazione: come si vide chiaro, che pacificato Ruggiero con

Innocenzio, finirono l'usurpazioni e le tirannidi, delle quali prima

dalla fazione d'Innocenzio e di Lotario era incolpato; ond'è che si

leggano dell'istesso Bernardo molte lettere scritte da poi a Ruggiero

piene di molte lodi, che dà a questo Principe. Ed il nostro moderno

Istorico napoletano, non prima di questa pace, dice che Ruggiero da

pessimo si fece buono; poichè presso gli Scrittori di questa tempra, il

Principe pessimo è colui, che per difendere le supreme sue regalie, si

oppone a' Pontefici romani, siccome il buono è quello, che s'umilia e

che cedendo, proccura con loro aver pace. Dall'Imperador Emanuele non

poteva aspettarsene il contrario per esser suo capital inimico, siccome

furono tutti i Principi normanni agli Imperadori d'Oriente per le

continue guerre che arsero infra di loro; quindi fu, che la Principessa

Anna Comnena trattò come un ladrone il famoso Roberto Guiscardo per la

crudel guerra, che mosse ad Alessio Comneno suo padre.

So ancora che altri riprendono questo Principe per aver seguito le

parti d'Anacleto falso Pontefice e rifiutato Innocenzio; ma dovrebbero

avvertire, che imputando ciò a Ruggiero, vengono anche ad incolpare

quasi tutto il Mondo cattolico, che credette allora Anacleto, non

Innocenzio esser il vero Papa. Furono creati amendue nell'istesso

giorno, e se bene Innocenzio fosse stato il primo eletto, nulladimanco

Anacleto ebbe maggior numero di voti; nè poterono giovare ad Innocenzio

i suffragi de' Cardinali, i quali dopo aver eletto Anacleto passarono

al suo partito. Il Popolo romano, ed i principali di quella città, se

bene prima aderissero ad Innocenzio, nulladimanco per più manifesti

divolgarono da poi al Mondo, che essi avendo conosciuta poi la verità,

aveano Anacleto per vero Pontefice. I Monaci Cassinensi col loro Abate

per tale anche lo tennero: molti Vescovi e Cardinali ed i maggiori

Prelati della chiesa, favorivano le parti d'Anacleto. Così anche

fecero molti altri Principi e Regni; e la Francia prima del Concilio

ragunato a Stampis, città posta tra Parigi ed Orleans, che determinò

a favor d'Innocenzio, n'era in gran dubbio. Errico Re d'Inghilterra,

avea gran timore se riconosceva Innocenzio per Pontefice, ed insino

che S. Bernardo non lo assicurasse in sua coscienza, non volle

riceverlo per tale[678]. E se la Germania seguì le parti sue, fu mossa

più dall'impegno di Lotario, che dal non averne dubbio. La verità

non poteva allora porsi in chiara luce fra le tante e sì contrarie

fazioni che l'avean tutta involta: fu il Mondo allora spettatore d'una

lagrimevol tragedia: Innocenzio da un canto scomunicava Anacleto co'

suoi aderenti: dall'altro Anacleto scomunicava Innocenzio co' suoi

seguaci: contendevan insieme Bernardo e Pietro Pisano, e questi era

non men del primo riputato savio e dotto. Molte dispute insorsero

tra i più gravi Teologi di que' tempi, tanto che per l'impegno di

ciascheduna delle parti, rimase la cosa almen dubbia presso le genti.

Nel qual dubbio, come ben disse S. Antonio[679] parlando dello scisma

accaduto tra Urbano VI e Clemente VII ancorchè sia necessario di

credere, che siccome è una la chiesa cattolica e non più, così ancora

uno debbe essere il suo capo e non più; con tutto ciò se accade per

qualche scisma crearsi in un medesimo tempo più Papi, non è necessario

per la salute di credere assolutamente questo o quello, ma solamente

uno d'essi, che fosse legittimamente eletto: e l'indagare chi delli

due fosse legittimamente eletto, non siam obbligati di farlo, nè di

saperlo: ed i Popoli in ciò devono seguire i suoi maggiori, e ciò

che fanno i Prelati delle loro regioni; onde questo stesso Scrittore

non imputa a peccato a S. Vincenzo Ferreri del suo medesimo ordine,

il quale quasi tutto il corso di sua vita consumò in Avignone sotto

l'ubbidienza di Benedetto XIII che quivi avea trasferita la sua Corte,

ancorchè gl'Italiani e con essi molte altre Nazioni, lo reputassero

Apostata e Scismatico, avendo Urbano per vero Pontefice; poichè fu per

errore ed ignoranza di fatto, che gli fece credere, che Benedetto fosse

tale; ed un semplice errore non fa niuno nè eretico, nè scismatico:

tanto più in cosa cotanto intrigata e dubbia, e sovente molte cose ci

possiam far lecite quando sia dubbio, che non dovremmo, quando la cosa

fosse esposta in chiara luce. Se alcuna ombra di colpa rendè men chiari

i pregi di questo Principe, solo fu, perchè anche da poi che quasi

tutto il Mondo riconobbe Innocenzio per vero Pontefice, ed anche da

poi morto Anacleto, volle pertinacemente mantener l'impegno, con far

in suo luogo crear altri; ma ben è chiaro che non lo fece per altro

che per fini di Stato, non di religione: voleva tenere per cotal via

depresso Innocenzio suo inimico implacabile, con mantener ancor viva

la fazion contraria, affinchè Innocenzio si riducesse ad aver con lui

pace. Ma ciò non bastò all'ostinato Pontefice, il quale volle egli

porsi alla testa d'eserciti armati per fargli guerra e ruinarlo. Ma

tutto al rovescio andò la bisogna, fu egli preso in battaglia e fatto

suo prigioniero. Questo fatto maggiormente fece rilucere la pietà di

Ruggiero, che con tutto che avesse potuto usar sopra di lui le leggi

della vittoria, lo riverì e lo riconobbe allora come Vicario di Cristo,

con lui volle aver pace, e fu da poi il maggior difensore, ch'avesse

la Chiesa romana contro gli sforzi degl'Imperadori non meno d'Oriente

che d'Occidente, siccome lo era stato il famoso Roberto Guiscardo, e lo

furono i due Guglielmi suoi successori.

Non lasciò altri figliuoli questo Principe dalle tante mogli ch'ebbe,

toltane Costanza sua postuma, che Guglielmo suo successore nel

Regno, e prevedendo che, siccome lo lasciava erede ne' Regni, non

poteva sperarne che da lui ereditasse le sue virtù, vedendosi con

suo cordoglio mancare tutti gli altri suoi figliuoli, e che la morte

togliendo i migliori, lasciava stare i rei, l'associò ancor vivente

al Regno e volle averlo per collega, affinchè regnando insieme,

apprendesse da lui l'arte di ben reggere i Popoli a se da Dio commessi.

Lasciò bensì dalle quattro concubine, che ebbe in varj tempi alcuni

figliuoli. Erra il Fazzello, che scrisse, che Tancredi Principe di

Bari, o di Taranto fosse figliuolo d'una concubina di Ruggiero[680];

poichè questi come si disse fu suo figliuolo legittimo, natogli da

Albiria sua prima moglie. Nè l'altro Tancredi, che fu il quarto Re

di Sicilia, fu figliuol di questo Ruggiero Re, fu bensì suo nipote

nato da Ruggiero suo primogenito Duca di Puglia; onde quali figliuoli

da questa prima concubina Ruggier lasciasse, non se ne ha niente

di certo. Dalla seconda ebbe Simone, al quale il padre lasciò in

testamento il Principato di Taranto: ma il Re Guglielmo suo fratello

glielo tolse, e gli diede il Contado di Policastro. La terza fu madre

di Clemenzia Contessa di Catanzaro, che prima si maritò con Ugone di

Molino Conte di Molise, e da poi fu pretesa da Matteo Bonello genero

del Grand'Ammiraglio Majone. La quarta fu madre di colei, che la Regina

Margherita moglie del Re Guglielmo I casò con Errico suo fratello

bastardo, con dote del Contado di Montescaglioso.

Nè deve sembrar strano, se questo Principe cotanto religioso, avesse

anche tenute nel suo palazzo le concubine: non era in questi tempi

il concubinato un nome cotanto vergognoso, come oggi si sente. Prima

presso i Romani, come altrove fu notato, era riputato una congiunzion

legittima, e le concubine erano quasi che mogli, siccome il concubinato

era chiamato _semimatrimonio_. E quando non si faceva difficoltà a'

Preti di potersi ammogliare, era anche a costoro permesso di aver

una, o sia moglie, o concubina, come si legge nel Concilio Toletano

I. Quindi poi nacque che non avendo la Chiesa latina voluto permetter

a' Preti le mogli, come la greca, si stabilirono da poi tanti Concilj

per togliere ancora a' medesimi l'uso delle concubine, il qual costume

però bisognò per più secoli travagliare per estirparlo, cotanto avea

poste profonde radici, come in altre occasioni si disse; ma ne' laici

durò il concubinato per molti secoli; e sebbene in Oriente Lione

per mezzo d'una sua Novella lo proibì affatto; la qual fu da poi

rinovata da Costantino Porfirogenito: in Occidente però i Longobardi

lo ritennero, siccome molte altre Nazioni; e Cujacio rapporta, che

sin ne' suoi tempi, alcuni Popoli della Francia presso i Pirenei

ancor lo ritenevano. I Normanni che furono esatti osservatori delle

leggi e costumi de' Longobardi, anche lo ritennero; onde non dee recar

maraviglia, se Ruggiero oltre alle mogli, avesse nel suo palazzo avuto

anche delle concubine in tempi diversi; non essendo stato mai permesso,

che in un istesso tempo avesse alcun potuto avere e moglie e concubina,

ovvero due mogli, o due concubine insieme, se non presso gli Ebrei ed

i Turchi, appo i quali la poligamia non fu vietata; onde siccome era

loro permesso tener più mogli, così anche si facevan lecito aver più

concubine. Fu ne' tempi posteriori dalle leggi civili tolto affatto il

concubinato, e da più Concilj tenuti da poi indifferentemente a tutti

proibito e vietato; tanto che oggi è riputato non già, come prima,

una congiunzion legittima ed onesta, ma vergognosa ed opprobriosa,

in maniera che ora hassi più in orrore il tener la concubina, che

commetter adulterj, incesti e stupri, e contaminarsi d'altre più

nefande libidini. Così il tempo muta le cose, e fa che quel, che prima

era onesto, rendasi poi biasimevole e vergognoso.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 47 / 56 题