Ruggiero, che da qui a poco lo diremo I Re di Sicilia e di Puglia,
avendo con tanta celerità, e senza richiederne investitura dal Papa,
preso il possesso di queste nostre province, alle quali per la morte di
Guglielmo senza figliuoli era succeduto, esacerbò in maniera l'animo
d'Onorio, che non fu possibile, nè con Legazioni, nè con offerte
che gli si fecero della città di Troja, placarlo; nè finalmente il
timore di perdere Benevento, potè rimoverlo. Egli scomunicò Ruggiero
tre volte[440]; e vedendo che questi fulmini erano infruttuosamente
lanciati, si rivolse alle armi temporali; e per maggiormente accalorare
la spedizione, che intendeva fare contro questo Principe, portossi
immantenente in Benevento, ove incoraggiò molti a prender l'armi
per vendicarsi dell'offesa, che riputava aver ricevuta; e quelle già
ragunate, l'affretta a tutto potere verso la Puglia, ove Ruggiero col
suo esercito erasi accampato. Ma questo accorto Principe scorgendo,
che l'armata del Papa era composta di truppe somministrategli da
alcuni ribellanti Baroni, e che (siccome l'ira e lo sdegno d'Onorio)
non poteva lungamente durare in quell'unione, non gli parve d'usargli
ostilità, ma schivando ogn'incontro, lasciò passar quell'està senza
combattere. Nel cominciar dell'inverno si dileguò tosto quell'unione,
e restò il Papa senza gente; quindi abbandonando l'impresa tosto in
Benevento tornossene. Ruggiero che non voleva con lui brighe, gli fece
richieder di nuovo la pace, ed abboccatisi insieme presso Benevento
sopra un ponte che fecero drizzare nel fiume Calore, fu quella subito
conchiusa nel principio di quest'anno 1128[441], ed i patti furono, che
Ruggiero, siccome i suoi predecessori aveano fatto, giurasse fedeltà
al Papa, con promettergli il solito censo; ed all'incontro Onorio gli
desse l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, secondo il
tenore dell'altre precedenti, siccome fu eseguito[442]. Riuscì cotanto
profittevole per la Chiesa romana questa pace, che ribellandosi poco
da poi i Beneventani, Ruggiero, che con buona armata si trovava nella
Puglia, tosto v'accorse, e ridusse quella città nell'ubbidienza della
Chiesa.
Ma questo Principe avendo con tanta sua gloria composte le cose
di queste province, ed acquistata l'amicizia del Pontefice Onorio,
ritirossi in Palermo; e vedendosi per tante prosperità e benedizioni
Signore di tante province, reputò mal convenirsi più a lui i titoli
di Gran Conte di Sicilia, e di Duca di Puglia; ma un più sublime di
Re doversene ricercare. Al che diede maggiori stimoli Adelaida sua
madre, la quale essendo stata moglie di Balduino Re di Gerusalemme,
ancorchè da poi ripudiata, riteneva il titolo Regio, ed alla
conquista di quel Regno istigava il figliuolo Ruggiero, che movesse
l'armi; aggiungendosi ancora il riflettere, che coloro, i quali
anticamente aveano dominata la Sicilia, con titolo di Re aveanla
signoreggiata[443]; stimò dunque prender questo titolo, ed avendo
costituita Palermo capo del Regno, Re di Sicilia, del Ducato di
Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua, volle chiamarsi; ed
in cotal guisa da' suoi sudditi per Re salutato, ne' diplomi e nelle
pubbliche scritture questi furono i titoli, che assunse: _Rex Siciliae,
Ducatus Apuliae, Principatus Capuae_. Quindi il Fazzello narra, che
nel mese di maggio dell'anno 1129, correndo allor il costume che i
Re dalle mani de' loro Arcivescovi ricevessero la Corona e l'unzione
del sacro olio, si facesse egli in Palermo in presenza de' principali
Baroni, di molti Vescovi ed Abati, e di tutta la Nobiltà e Popolo,
coronare per Re di Sicilia, e di Puglia da quattro Arcivescovi, da
quelli di Palermo, di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non
poteva essere più legittimamente, e con più avvedutezza, e con maggior
celebrità fatto. Altro non si ricercava perchè Ruggiero a tal sublimità
s'innalzasse, e legittimamente il titolo di Re ricevesse. Al volere del
Principe concorreva ciò che principalmente, anzi unicamente sarebbe
bastato, cioè la volontà de' Popoli, che lo acclamarono, la quale
prima d'essersi introdotta la cerimonia di farsi ungere e coronare
da' Vescovi, era riputata sufficientissima. Così fu da noi altrove
osservato, che Teodorico Ostrogoto fu gridato Re d'Italia, e così gli
altri Re longobardi. I riti e le cerimonie furon sempre varie, siccome
le Nazioni, alcune usavano innalzare l'eletto sopra uno scudo; altre si
servivano dell'asta, ed altre d'altro segno[444].
Ma trovandosi ora introdotto il costume, che questa celebrità
si faceva per mano de' Vescovi, li quali ponevano all'eletto la
Corona sul capo e l'ungevano coll'olio sacro: non fu trascurato in
quest'occasione da Ruggiero; poichè essendo stato egli acclamato
Re, oltre della Sicilia, anche del Ducato di Puglia e di Calabria, e
del Principato di Capua e di Salerno, che abbracciava queste nostre
province, furono perciò adoperati que' quattro Arcivescovi, a' quali
per antica usanza s'apparteneva d'ungere e coronare i loro Principi;
i quali rappresentando per le loro province, delle quali erano
Metropolitani, tutta la Sicilia, e tutta questa nostra cistiberina
Italia, venivan a coronarlo quasi di quattro Corone in un istesso
tempo, cioè l'Arcivescovo di Palermo per la Sicilia, ed i nostri tre
Arcivescovi per tutte quelle province, che anticamente eran comprese
ne' Principati di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non si fece
senz'esempio, poichè avevano potuto osservare che gli altri Re solevano
di tante Corone coronarsi di quanti Regni essi aveano; nè perciò da un
solo Vescovo, ma da più era solito farsi incoronare, siccome Hinemaro
Vescovo di Rems narra della coronazione di Carlo il Calvo fatta a Metz
nell'anno 869.
Non poteva dunque essere più legittimamente fatta la coronazione di
Ruggiero, nè poteva alcun dolersi, che questo Principe senza ricercar
altro lo facesse. Ma i Pontefici romani, come si è altrove notato,
fra le altre loro magnanime intraprese, onde proccuravan d'ingrandire
la loro autorità, erano entrati nella pretensione, che niun Principe
cristiano potesse assumere il titolo di Re senza loro concessione
e permesso. E tanto più s'erano resi animosi a pretenderlo, quanto
che l'istessa autorità s'arrogavano nell'elezione degli Imperadori
d'Occidente, pretendendo che senza di essi niun potesse innalzarsi
a quella sublimità, e che dalle loro mani dipendesse l'Imperio, nè
s'arrossivano di dire che l'Imperio, siccome tutti gli altri Regni,
dipendessero da loro, come credettero Clemente V ed Adriano. Nè mancò
chi scrivendo all'istesso Imperador Federico I non avesse difficoltà
di dirgli in faccia, che l'Imperio fosse un beneficio de' romani
Pontefici, di che Federico ne fece quel risentimento che ciascun sa,
obbligando quel Papa, per emendare la sua jattanza a ricorrere a guisa
di pedante a spiegar la parola _beneficio_, ed in qual senso egli
avessela presa. Essi adunque co' Principi si vantavano di poterlo fare,
e d'aver tal potestà come Vicarj di colui, _per quem Reges regnant_. Ed
i Principi all'incontro n'erano ben persuasi, e credevano, che siccome
i Re d'Israele erano con molta solennità unti da' Profeti, così essi
per esser riputati Re dovean da loro farsi ungere e coronare. Quindi
nacque che molti Principi della Cristianità non aveano difficoltà di
promettergli perciò tributo, o rendersi Feudatari della Chiesa romana.
Così fin dall'anno 846 Etelulfo Re d'Inghilterra portatosi in Roma,
e fattosi confermare il titolo di Re da Papa Lione IV, rese i suoi
Regni tributarj alla Sede Appostolica d'anno in anno d'uno sterlino
per famiglia, e cotesto tributo, che denominossi il denajo di S.
Pietro, fu da poi pagato per insino al tempo d'Errico VIII. E vie
più ne' tempi posteriori crescendo la loro ignoranza e stupidezza, si
videro altri Principi seguitare quest'esempio, e rendergli tributo.
Nel 1178 Alfonso Duca di Portogallo, avuto da Alessandro III il titolo
regio per gli egregi fatti da lui adoperati contro i Mori di Spagna,
gli promise il censo. Lo stesso fece Stefano Duca d'Ungheria, quel di
Polonia, d'Aragona, ed altri Principi; tanto che l'istesso Bodino[445]
non ebbe difficoltà di dire, i Re di Gerusalemme, d'Inghilterra,
d'Ibernia, di Napoli, Sicilia, Aragona, Sardegna, Corsica, Granata,
Ungheria, e dell'isole Canarie essere Feudatarj della Chiesa romana.
E l'accortezza de' Pontefici romani fu tanta, che per conservarsi con
quei Principi questa sovranità, ancorch'essi fossero veri Re, e così da
Popoli salutati, e dagli altri Principi d'Europa reputati, nulladimanco
vedendo che non si curavano di ricever da essi questi stessi titoli,
con facilità perciò loro gli davano, e quelli coll'istessa facilità
gli accettavano, non badando all'arcano che si nascondeva sotto quella
liberalità: così negli ultimi tempi a Paolo IV nostro Napoletano gli
venne fantasia d'ergere l'Ibernia in Regno, e se bene Errico VIII
l'avesse prima fatto, e questo titolo fosse continuato da Odoardo, da
Maria e dal marito, nulladimanco dissimulando il Papa di saper il fatto
d'Errico volle fare apparire ch'egli ergesse quell'isola in Regno,
perchè in quella maniera il Mondo credesse, che de' soli Pontefici
romani fosse l'edificare, e spiantar Regni, e che il titolo usato
dalla Regina fosse come donato dal Papa, non come decretato dal padre.
Lo stesso i nostri maggiori videro nella persona del Duca di Toscana,
innalzato da' Pontefici con titolo di Gran Duca. E se la cosa si fosse
ristretta a' soli Pontefici romani sarebbe stata forse comportabile, ma
si giunse, che fino gli Arcivescovi di Milano s'arrogavano l'autorità
di far essi i Re d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di
questa Istoria.
Ma dall'altra parte non era meno strana la pretensione, che aveano
gl'Imperadori d'Occidente, di poter essi ancora dar titoli di Re, ed
ergere gli Stati in Reami: essi lo pretendevano perch'essendo risorto
l'Imperio d'Occidente nella persona di Carlo M., ed essendo successori
di quell'Augusto Imperadore, credevano ben come tali di poterlo fare
in tutto Occidente; e se il Senato romano intraprendeva ben questa
potestà nello Stato popolare di fare Re, molto più essi credevano a
loro appartenersi. Sopra tutti gl'Imperadori Federico I ebbe questa
fantasia: egli mandò la spada e la Corona regale a Pietro Re di
Danimarca, attribuendogli il nome di Re per titolo d'onore solamente,
con espressa riserva (come rapporta Tritemio[446]) della sovranità del
suo paese all'Imperio; il che fu dannoso allo stesso Imperio, poichè
perciò li Re di Danimarca presero a poco a poco occasione di sottrarsi
dalla soggezione dell'Imperio, e da poi si sono resi affatto Sovrani in
conseguenza del titolo di Re.
(_Girolamo Muzio_ Chron. Germ. lib. 20 _Crusius_ Annal. Suevie. part.
3 lib. 2 cap. 2 _Bodin._ de Rep. lib. 2 cap. 3 ciò attribuiscono a
Federico II non al I: vedasi Sigonio de _Regno Italiae Lib._ 13 che
rapporta il fatto di _Barisone_ creato Re di Sardegna ad istanza, e con
denari de' Genovesi).
L'istesso Imperadore diede titolo di Re al Duca d'Austria; ma a costui
avvenne tutto il contrario che a' Re di Danimarca, poichè avendo
ottenuto questo titolo con egual riserba della sovranità, volle troppo
presto allontanarsi dal suo Sovrano, ed avendo rifiutato d'ubbidirlo,
ne fu privato dodici anni da poi di questa qualità di Re, e costretto
chiamarsi solamente Duca. Questo medesimo Imperadore diede ancora
titolo di Re al Duca di Boemia con la medesima ritenzione di Sovranità:
nel che non ci ebbe da poi alcuna mutazione, sì per la picciolezza del
suo Reame vicino alla sede imperiale, come perchè questo Re è uno degli
Elettori.
Altrove fu notato, che alcuni credettero, l'Inghilterra avere un tempo
ancor ella salutato l'Imperadore come Feudataria, come fra gli altri
scrisse Cujacio[447], la Francia non giammai. Ma gl'Inglesi glie ne
danno una mentita, ed Arturo Duck[448] dice, che Cujacio senza ragione
ciò scrisse; poichè nell'istesso secolo, che la Francia scosse la
dominazione dell'Imperio, la scosse ancora l'Inghilterra, e che non
meno i Franzesi, che i Brittanni sono indipendenti dall'Imperio.
Da queste pretensioni, che il Papa e l'Imperadore tennero di poter
creare Re, e che tutti i dominj dipendessero da loro, ne surse da poi
presso i nostri Dottori, secondo le fazioni, un ostinato contrasto,
e chi sosteneva secondo i sentimenti di Clemente e di Adriano, che
l'Imperio e tutti i Regni dipendessero dal Papa: chi all'incontro
dall'Imperadore; e Bartolo[449] sostenitore delle ragioni dell'Imperio,
s'avanzò tanto in questa opinione, e passò in tale estremità, che
non ebbe difficoltà di dire esser eretico chi niega l'Imperadore
esser Signore di tutto il Mondo: ciocchè meritò la riprensione di
Covarruvia[450], e d'altri Scrittori, che riputarono cotal proposizione
degna di riso.
Ma se bene erano fra lor divisi in sostenere le pretensioni, o dell'uno
o dell'altro, furono però d'accordo in dire, che tutte le Sovranità
del Mondo cristiano dipendessero, o dal Papa o dall'Imperadore.
Proposizione quanto falsa, altrettanto repugnante al buon senso, ed a
quel che osserviamo negli altri Regni e Monarchie; poichè la Sovranità
non procede altronde, che o dalla conquista, o dalla sommessione de'
Popoli; nè il Papa, secondo quel che si sarà potuto notare in più
luoghi di quest'Istoria, come successore di S. Pietro, o Vicario di
Cristo ha ragione di poterlo pretendere, non essendo stata questa la
potestà data a S. Pietro da colui, che si dichiarò il Regno suo non
esser di questo Mondo, ma quella fu tutta spirituale, e tutta drizzata
al Cielo, come a bastanza nel primo libro. quando della politia
ecclesiastica ci fu data occasione di ragionare, fu dimostrato. E se
oggi lo vediamo Signore di tanti Stati, ed aver sì belle ed insigni
prerogative negli Stati altrui, tutto fu o per concessione de' Principi
e loro tolleranza, o per consuetudine, che col tempo introdotte, per
la loro esquisita diligenza ed accortezza, avendo a lungo andare poste
profonde radici, non poteron poi in molte parti più sradicarsi, come
ne può esser ben chiaro esempio questo nostro Reame, che per volontaria
esibizione de' suoi Principi fu reso a quella Sede feudatario, i quali
o per loro concessione o tolleranza molte cose su di esso le permisero:
delle quali avremo molte occasioni di notare nel corso di questa
Istoria.
E molto meno gl'Imperadori d'Alemagna potean ciò pretendere; poichè se
si parla di que' Regni, che da Carlo M. non furono conquistati, come
le Spagne, e tanti altri, non vi può cader dubbio alcuno, che rimasero
vere Monarchie, e dall'Imperio independenti. Nè restituito l'Imperio
d'Occidente nella persona di quell'Augustissimo Principe si fece altro,
che siccome egli parte per successione, parte per conquista, si vide
ingrandito di tanti Regni e province, onde meritamente potesse darsegli
titolo d'Imperadore; così essendosi da poi in tempo de' suoi successori
molti Regni e molte province perdute, e sottratte dall'Imperio,
ritornarono essi così come erano prima, che Carlo M. assumesse quel
titolo; e per conquista, o per sommessione de' Popoli, essendo passati
sotto la dominazione d'altri Principi, questi come veri Monarchi e veri
Re independenti gli possederono, siccome fu l'Inghilterra, ed il Regno
di Francia; ed i Franzesi pretendono, che la Francia non solo non fu
unita da Carlo M. all'Imperio, ma vogliono che più tosto l'Imperio,
fosse stato membro della Monarchia franzese.
Così Ruggiero, per quel che s'attiene alla Sicilia, come quella
che non mai fu da Cario M. conquistata nè all'Imperio d'Occidente
sottoposta, ma più tosto a quel d'Oriente, non avea alcun bisogno,
volendo ridurla in forma di Regno, come fu anticamente, di ricorrere
all'Imperador d'Occidente. E se bene, per quel che riguarda a queste
nostre province, v'avessero avuta i medesimi in alcune d'esse la
Sovranità, e per Sovrani da' Principi longobardi fossero riputati, come
furon quelle, che nel Ducato beneventano, quando era nella sua maggior
grandezza, erano comprese; nulladimanco i Normanni le sottrassero da
poi totalmente dall'Imperio, così dall'occidentale, come, per quel che
riguarda la Puglia e la Calabria, dall'orientale, e come independenti
da quest'Imperj le dominarono. E quantunque dagl'Imperadori
d'Occidente avessero nel principio ricevute l'investiture della
Puglia, nientedimeno, come si è veduto, ciò non ebbe alcun effetto,
perchè i Normanni da poi più tosto si contentarono essere Feudatarj
della Sede Appostolica, che dell'Imperio. Nè gl'Imperadori d'Occidente
molto se ne curarono. Egli è però vero, che così Lotario II come gli
altri suoi successori, quando le occasioni loro si presentavano, non
si ritennero di movere queste loro pretensioni di Sovranità: così
Lotario, quando s'ebbe da investir Ranulfo del Ducato di Puglia e di
Calabria contro il nostro Ruggiero, pretese volerlo egli investire,
e pretendendo il Papa Innocenzio II all'incontro ciò appartenersi a
lui; per non far nascere infra lor discordie, delle quali se n'avrebbe
potuto profittar Ruggiero, inimico comune, si convenne che tutti due
insieme l'investissero, come fecero investendolo per lo stendardo. E
del Principato di Salerno e d'Amalfi, del quale i Papi non si trovavano
aver ancora fatta alcuna investitura a' Normanni, vi fu tra Innocenzio
II e l'istesso Lotario contrasto; pretendendo Lotario doverlo investir
egli: al che s'oppose fortemente il Papa, onde nacquero fra loro quelle
discordie, delle quali si seppe ben valere il nostro Ruggiero[451]. E
per quest'istesse pretensioni in tempi men a noi lontani Errico VII, il
primo Imperadore che fu della illustre Casa di Lucemburgo, citò Roberto
Re di Napoli, e Conte di Provenza avanti il suo Tribunale a Pisa,
perchè pretendeva che il Regno di Napoli fosse Feudo dell'Imperio: come
in fatti lo bandì, e lo depose dal Reame, del quale investì Federico Re
di Sicilia, il quale in effetto venne in Calabria per conquistarlo, e
prese Reggio, e molte altre Piazze di quella riviera. Ma essendo poco
da poi morto Errico, svanì l'impresa ed egli deluso in Sicilia fece
ritorno.
Ma essendosi da poi l'Imperio di costoro ristretto nell'Alemagna, ed
oggi giorno considerandosi come semplici Principi, senza che possan
pretender Sovranità nell'istesso Imperio, dove in effetto quella
risiede come ha ben provato Bodino; ed all'incontro essendosi gli
altri Principi per lungo corso di anni ben stabiliti ne' loro Stati
e Reami con totale independenza dall'Imperio, vantano oggi con ben
forte ragione essere i loro Stati vere Monarchie, siccome se ne vanta
il nostro Reame, non ostante l'investiture che i nostri Principi
ricevano da' Sommi Pontefici; le quali, come vedrassi nel corso di
quest'Istoria, non derogano punto all'independenza ed alla sovranità,
ed alle supreme regalie, delle quali sono adorni, e per le quali son
reputati, come lo sono, veri Monarchi.
Ma ritornando alla coronazione del nostro Ruggiero se bene in questi
tempi gl'Imperadori d'Occidente pretendessero Sovranità sopra queste
nostre province; nulladimeno i Pontefici romani l'aveano di fatto
esclusi e solamente era loro rimasa la pretensione. I Principi normanni
non si curavano per ciò aver da essi l'investiture, e niun pensiero
se ne prendevano. Ma all'incontro era in ciò, ed a questi tempi così
grande l'autorità de' Papi, che i Principi senza di loro stimavano non
poter assumer nè titolo di Re, nè altro più spezioso, che vi fosse, e
sopra gli altri ne stavano ben persuasi i Principi normanni, e Ruggiero
stesso.
Anzi non sono mancati diligenti Autori, che scrissero Ruggiero non mai
aver avuto quest'ardimento per se solo d'incoronarsi Re, ed assumere
quel titolo senza loro permissione e beneplacito; e che una sola volta
fosse stato incoronato da Anacleto nell'anno 1130 non già due, una da
se solo nell'anno 1129, l'altra da Anacleto nel seguente anno. Nel che
non vogliamo miglior testimonio dell'accuratissimo Pellegrino[452], il
quale per l'autorità di Falcone beneventano, e dell'Abate Telesino,
sostiene che sol una volta Ruggiero si facesse incoronare, e ciò per
autorità d'Anacleto: poich'essendo per la morte d'Onorio, accaduta in
febbraio dell'anno 1130 nato lo scisma tra Innocenzio II ed Anacleto
II, eletti ambedue nell'istesso giorno da due contrarie fazioni per
romani Pontefici, piacque a Ruggiero seguire il partito d'Anacleto,
il quale riputando ciò a sua somma ventura, perchè munito di sì
valido appoggio potesse resistere al partito d'Innocenzio, proccurava
di non negargli cosa che gli cercasse; in fatti venuto Anacleto in
Avellino nel mese di ottobre di quest'istesso anno, quivi s'appuntò di
coronarlo, siccome nell'istesso mese ritornato in Benevento, in questa
città gli spedì la Bolla, che si legge presso il Baronio; ed avendo
Anacleto mandato in Sicilia un suo Cardinale perchè lo incoronasse,
fu Ruggiero dal medesimo coronato in Palermo nel mese di dicembre
dell'istesso anno nel giorno di domenica della Natività di N. S.
con quella celebrità ed apparato, che ci descrive l'Abate Telesino
Scrittor contemporaneo, che vi fu presente, e che fu molto famigliare,
e cotanto caro a Ruggiero. Falcone Beneventano, Pietro Diacono[453],
ma sopra tutti più minutamente l'Abate Telesino[454], e tutti gli
antichi parlando di questa coronazione la narrano come la prima e
l'unica, nè fanno memoria alcuna d'altra coronazione che Ruggiero per
se stesso avessesi proccurata nell'anno precedente. Ed a dir il vero,
se mai vi fosse stata, certamente l'Abate Telesino, che così a minuto
scrisse i fatti di questo Principe, e con tanta esattezza quella che
seguì per Anacleto, non avea motivo di tralasciar la prima, poichè
avrebbe rapportato un fatto ch'egli come cotanto benevolo e familiare
di Ruggiero, avrebbe approvato, nè in grazia di Ruggiero l'avrebbe
taciuto. Nè avrebbe tralasciato di riferire tanta celebrità e pompa,
nè il consenso di tanti insigni Prelati e Signori che narrasi essere
intervenuto in questa prima coronazione, celebrata in tempo, che non
vi era scisma alcuno nella Chiesa, anzi quando Onorio per la pace fatta
con Ruggiero, rimase con questo Principe amicissimo.
Il primo che di tal coronazione, seguita con tanta celebrità per mano
di quattro Arcivescovi, ci dasse riscontri fu il Fazzello[455], da
cui forse il Sigonio l'apprese. Ma questi con tanta incoerenza unisce
insieme molte cose, che non ci dee far molta autorità. Altri per
dar credenza a questo racconto, allegano una Cronaca[456] non ancor
impressa d'un tal Maraldo Monaco Cartusiano; ma non dicono di quanta
antichità fosse; nè Maraldo fa menzione che d'una sola coronazione. Per
questi argomenti, e perchè tutti gli Antichi la tacciono, nè d'essa
fanno alcuna memoria, il Pellegrino porta opinione che Ruggiero non
si fece coronare se non una sol volta, e ciò per autorità di Anacleto,
ch'egli in quello scisma riputava, come lo riputavano allora non solo i
suoi Regni, ma gran parte d'Italia, ed i Romani stessi, vero Pontefice,
come colui che ebbe la maggior parte de' Cardinali che lo elessero,
se bene Innocenzio un poco più prima di lui fosse stato eletto dalla
minor parte. So che Inveges non acquetandosi a questi argomenti del
Pellegrino, porta opinione contraria; narra, che Ruggiero, essendosi
coronato per propria autorità, eletto che fu Innocenzio, avessegli
richiesto, che con sua Bolla gli confermasse questa coronazione; ma che
poi non avendo potuto ridurre Innocenzio a confermarla, abbandonando il
partito d'Innocenzio, fosse ricorso ad Anacleto, il quale volentieri
gli compiacque. Che che ne sia, o fosse stata questa la prima, ovvero
la seconda coronazione di Ruggiero, egli è certo che questo Principe
reputò non bene, nè stabilmente o legittimamente poter assumere quel
titolo, nè ergere i suoi Stati in Reami, se non vi fosse stato il
permesso, o conferma di Anacleto ch'egli reputava vero Pontefice, al
quale avea renduti i suoi Stati tributari, e de' quali i suoi maggiori
ne aveano ricevute l'investiture.