CAPITOLO XI.

_Leggi longobarde e feudali ritenute da' Normanni. Le discipline

risorgono nel Regno loro per gli Monaci Cassinensi; e per gli Arabi in

Salerno._

I Normanni, ancorchè secondo le leggi della vittoria, conquistate che

ebbero queste nostre province, avessero potuto impor quelle leggi a'

vinti, ed introdurre ne' luoghi conquistati quella forma di governo,

che lor fosse stato più a grado; nulladimanco lasciarono vivere i

Provinciali con quelle stesse leggi ed istituti che aveano; anzi

insino ad ora, nuove leggi da loro non furono introdotte, siccome

fecero i Longobardi, ma ben paghi delle leggi longobarde e romane,

a loro imitazione non solo lasciarono vivere i loro sudditi nelle

proprie leggi, ma essi medesimi si adattarono a quelle. Il primo, che

nuove leggi v'introdusse, fu Ruggiero I Re, come nel seguente libro

diremo[392].

Portò ciò in conseguenza, che niente ancora mutossi intorno a'

Feudi, le cui Consuetudini procedenti per la maggior parte dalle

leggi longobarde, restarono così intatte com'erano, e le leggi

degl'Imperadori sino ora su di quelli stabilite, furono da essi con

non minor rispetto ricevute e fatte osservare. Anzi avendo discacciati

dalla Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia i Greci ed i Saraceni,

che Feudi non conobbero: furono essi, che in queste province ed

in quell'isola li introdussero, ad esempio dell'altre, che erano

più lungamente durate sotto la dominazione de' Longobardi. Quindi

multiplicossi il numero de' Baroni, ed oltre di coloro ch'erano ne'

Principati di Benevento, di Salerno e di Capua, si sentirono anche

da poi nella Puglia i Conti di Conversano, di Trani, di Lecce, di

Monopoli, di Andria[393] e moltissimi altri; e nella Calabria que'

di Catanzaro, di Sinopoli, di Squillace e di Cosenza, di Tarsia, di

Bisignano, di Girace, di Melito, di Policastro, e molti altri.

E se bene queste due province ritolte a' Longobardi da' Greci,

avessero sperimentato per lungo tempo la loro dominazione, nulladimanco

conquistate da' Normanni, furono ben tosto le leggi longobarde in esse

introdotte, e tutte le città delle medesime secondo i lor dettami si

reggevano; anzi Bari che fu la principal sede, prima degli Straticò,

e da poi de' Catapani, più di tutte le altre, alle leggi longobarde

s'attenne, e le consuetudini di questa città, non altronde derivano, se

non dalle leggi longobarde; per la qual cosa Ruggiero I Re di Sicilia,

dopo aver presa ed espugnata quella città, volendo riordinarla di buone

leggi, fu da' Baresi richiesto, che lasciassegli vivere con le proprie

loro consuetudini e particolari costituzioni, che tenevano, tratte

dalle leggi longobarde, essendo stata lungo tempo la lor città sotto

i Longobardi, come sotto Ajone, Melo, Meraldizo, Grimoaldo ed altri

Principi di sangue longobardo: e Ruggiero avendole lette e commendate,

ordinò che quelle s'osservassero, siccome lungamente da poi ebbero

vigore, ed insino a' nostri tempi s'osservano[394].

L'avere i Normanni per lo spazio poco men d'un secolo, da che

conquistarono la Puglia insino a Ruggiero I Re, tenuto tanto conto

delle leggi longobarde, e l'averle preposte a tutte le altre, fece

sì che passassero in queste province per legge comune; ed i nostri

Professori non indrizzavano ad altro il loro studio, che a queste per

appararle, come quelle, che poste in maggior uso ne' Tribunali aveano

tutta autorità e vigore, e per quelle solamente le liti erano decise.

Le leggi romane erano, come più volte si è notato, solamente ritenute

come una tradizione: e presso la plebe, ch'è l'ultima a deporre gli

antichi istituti erano rimase come antica usanza, non già come legge

scritta. La romana giurisprudenza, ed i libri di Giustiniano, ne'

quali era contenuta (siccome tutte l'altre discipline) erano andati

in dimenticanza, e d'essi rara era la notizia in questi tempi, ed in

queste nostre parti, e molto meno lo studio e l'applicazione.

Ma non dobbiamo fraudar qui della meritata lode i Monaci Cassinensi,

i quali furono i primi che cominciarono in mezzo di tanta oscurità a

recar qualche lume a tutte le professioni in queste nostre province.

La diligenza del famoso Desiderio Abate Cassinense, che innalzato al

Ponteficato Vittore III fu detto, fece che si cominciasse ad aver

notizia di qualche libro di quelli di Giustiniano, siccome degli

altri d'altre facoltà. Questo celebre Abate dopo aver ingrandito quel

monastero d'eccelse fabbriche, diedesi a ricercare molti libri per

fornirlo d'una numerosa Biblioteca; e non essendo ancora in Italia

introdotto l'uso della stampa, con grandissimo studio e molta spesa,

avuti che gli ebbe, fecegli trascrivere in buona forma. Fra gli altri

Codici furono le Istituzioni di Giustiniano e le sue Novelle[395]. Ma

questi libri come cose rare si reputavano allora, nè giravano attorno

per le mani d'ogni uno, come ora; ma si custodivano, come cosa di

molto pregio in qualche illustre Biblioteca. Solo nella Chiesa romana

era più frequente l'uso di quelli, ed anche presso alcuni Imperadori

d'Occidente, i quali alle volte stabilendo qualche loro costituzione

si riportavano a quelli. Del Codice di quest'Imperadore, ancor che

in questi tempi per la Francia (come è chiaro dall'epistole d'Ivone

Carnotense) e per l'Italia ancora (com'è manifesto da alcune leggi

degl'Imperadori d'Occidente, particolarmente d'Errico II[396] e dalle

decretali di alcuni Papi, che allegano alcune leggi del medesimo) ne

girasse qualch'esemplare; nulladimanco a pochi era in uso, eziandio

agli stessi Professori, i quali lo trascuravano per non aver quella

forza e vigore nel Foro, che acquistò da poi.

Le Pandette non s'erano ancora scoverte in Amalfi, in modo che i

nostri Professori n'avessero potuto aver notizia. Ve n'era bensì

qualch'esemplare in Francia, siccome dimostrano l'epistole d'Ivone,

nelle quali sovente s'allegano alcune leggi[397] de' Digesti, poichè

in quella provincia, per le famose sue Biblioteche, non vi era cotanta

ignoranza di questi libri; e del Codice Teodosiano, e del suo Breviario

ne girava attorno ancora più d'un esemplare.

Presso di noi nella sola Biblioteca Cassinense potevan vedersi le

Istituzioni e le Novelle di Giustiniano, tanto è lontano che l'uso

delle medesime a questi tempi fosse così frequente ne' Tribunali delle

città di queste nostre province, come ora.

Solo le leggi longobarde eran le dominanti, e ciascun Tribunale secondo

quelle diffiniva le sue cause, e secondo le medesime si regolavano

le successioni, i testamenti, i contratti, la punizion de' delitti,

le confiscazioni e tutti i giudicj. Sono fra monumenti delle nostre

antichità ancor'a noi rimasi alcuni vestigi, che i Giudici appoggiavano

le loro sentenze sopra queste leggi; e Lione Ostiense[398], il litigio

insorto intorno l'anno 1017 tra il monastero di Monte Cassino con i

Duchi di Gaeta, e' Conti di Trajetto, narra che fu deciso non meno

per le leggi romane, che per le longobarde. Camillo Pellegrino[399]

rapporta un diploma di Riccardo II Principe di Capua, per cui fu fatta

donazione alla chiesa di S. Michele Arcangelo in _Formiis_ di molti

beni, e fra gli altri d'alcuni, che a Riccardo suo avo erano pervenuti

per alcune confiscazioni seguite _secundum Longobardorum legem_. E

questo medesimo Scrittore[400] rapporta due sentenze profferite anche

dopo questi tempi, una dell'anno 1149 sotto il Re Ruggiero, e l'altra

nell'anno 1171 sotto il Re Guglielmo, nelle quali si vede per le leggi

longobarde essere le cause decise.

Nè in questi tempi, nel decider le cause, ricercavano i Giudici tanto

apparato e tanta pompa, come osserviamo a' tempi nostri. Essi credevano

che quelle sole potessero bastare, e ciò anche procedeva perchè non

si dava luogo a tante lunghezze, a tanti raggiri e sottigliezze. Ogni

città teneva il suo Tribunale, ed i suoi Giudici: e le liti senza

molto apparato presto eran terminate; quando accaddevano controversie

intorno a' confini, o che in altra maniera vi si richiedesse l'ispezion

oculare, si portavano sulla faccia del luogo, ed ivi presto la causa

si finiva; nè eran dispendiati i litiganti di ricorrere a' Tribunali

remoti, ma nella loro città avanti i loro Giudici le controversie eran

tosto terminate.

§. I. _Prime raccolte delle leggi longobarde; e loro Chiosatori._

Avendo dunque, particolarmente in questi tempi, acquistata tanta

forza in queste province le leggi longobarde, i nostri Professori

tutti s'applicavano allo studio delle medesime; nè essendo stato fin

qui, chi l'avesse in un sol volume raccolte, nel quale e le leggi

de' Re longobardi, e quelle che dagl'Imperadori di Occidente, come Re

d'Italia, erano state sinora promulgate, fossero state unite insieme

per uso del Foro, e per maggior agio e comodità degli Avvocati e dei

Giudici: finalmente intorno a questi tempi ne fu fatta la compilazione,

per la quale in un sol volume furono tutte queste leggi raccolte.

La prima raccolta che noi possiamo mostrare di queste leggi, è quella

che ancor si conserva nell'Archivio del monastero della Trinità della

Cava, ove in un volume membranaceo scritto in lettere longobarde,

si vedono inseriti tutti gli editti de' Re d'Italia, incominciando

da Rotari, che fu il primo a dar leggi scritte a' Longobardi. Dopo

l'editto di Rotari, siegue l'altro di Grimoaldo: indi sieguono le leggi

di Luitprando: poi quelle di Rachi, e finalmente quelle d'Astolfo, che

fu l'ultimo Re longobardo, che avesse stabilite leggi; poichè, come si

disse, Desiderio suo successore ed ultimo de' Re longobardi, intricato

in continue guerre, non potè pensare alle leggi. Ma poichè, non ostante

che Carlo M. avesse discacciato Desiderio, ed il Regno d'Italia da'

Longobardi fosse trasferito a' Franzesi, non cessò la dominazione de'

Longobardi in queste nostre province sotto i Principi di Benevento, i

quali ad esempio de' Re longobardi, stabilirono molte leggi, le quali

lungamente nel Principato di Benevento, che in que' tempi abbracciava

quasi tutto ciò che ora è Regno di Napoli, s'osservarono: perciò il

Compilatore suddetto, che intraprese questa fatica per comodità de'

nostri, in quel suo volume inserì ancora i Capitolari d'Arechi primo

Principe di Benevento, e quel d'Adelchi suo successore; e dopo avere

framezzate in quello alcune sue operette, fa una breve sposizione

d'alquante leggi per uso de' Beneventani, e molto più per gli Capuani,

per li quali mostra aver fatta quella fatica; tanto che per ciò, e

per alcune altre conghietture, suspica Camillo Pellegrino[401], che

l'Autore fosse stato capuano. In questa raccolta aggiunse egli ancora

alcune sue operette legali sotto questi sconci e goffi titoli. _Quantas

caussas debet esse judicata sine Sacramentum. Item quantas caussas

fieri debet per pugna judicata. Memoratorium pro quibus caussis filii

ab haereditate patris exeredati fieri debet_. Chiudono in fine il libro

i _Capitolari_ di Carlo Magno, di Pipino, di Lodovico, e degli altri

Imperadori, i quali discacciati i Longobardi per Carlo Magno furono Re

d'Italia.

Questa è la più antica raccolta, che noi abbiamo delle leggi longobarde

fatta da un Capuano, il cui nome è a noi ignoto, la quale non mai

impressa, si conserva nell'Archivio cavense. Il tempo nel quale fu

fatta, suspica il Pellegrino essere nel principio di questo undecimo

secolo intorno all'anno 1001 o poco da poi; poichè l'Autore v'inserisce

un Catalogo dei Duchi e Principi di Benevento, e de' Conti di Capua, e

lo tira sino al detto anno, sino al Principe di Capua Adimaro. Mostra

divantaggio aver conosciuto Pandolfo _Capodiferro_ Principe di Capua,

il quale morì nell'anno 981. E questo è ancora il primo ed il più

antico Autore, che noi possiamo mostrare avere scritte opere legali

adattate a questi tempi, ne quali tutta la cura ed applicazione de'

nostri Professori era intorno alle leggi longobarde.

Chi fosse l'Autore di quell'altra vulgata compilazione divisa in tre

libri, e distinta in più titoli che ora si legge inserita nel volume

dell'autentico, non è di tutti conforme il sentimento. Che fosse ella

antica, si dimostra da' libri feudali[402], dove si allegano molte

leggi longobarde, che ella racchiude. Alcuni[403] credono, che fosse

fatta ne' tempi di Lotario III ovvero II Imperadore da Pietro Diacono

Monaco Cassinense, ancorchè per privato studio, ma con impulso però

dello stesso Imperador Lotario, non potendosi dubitare, che Pietro

fosse stato suo Logoteta in Italia, e costituito da lui Cartulario e

Cappellano nell'Imperio[404]. Lo argomentano dal vedersi, che dopo

Lotario non si leggono in questa compilazione altre Costituzioni

d'Imperadori posteriori; poichè se bene nelle ultime edizioni di

Lindenbrogio e nelle vulgate si legga una costituzione di Carlo IV

si vede chiaro, che quella vi fu aggiunta da poi, non leggendosi

nella raccolta di Melchior Goldasto, ch'è più antica dell'edizione

di Lindenbrogio; nè quella si appartiene punto al Regno d'Italia.

Struvio[405] aggiunge un'altra conghiettura dal vedersi, che alcuni

esemplari portano anche il nome di Pietro Diacono.

Altri per contrarj argomenti di ciò non s'assicurano, ed il suo Autore

dicono esser incerto. Dubitano esserne stato Pietro Diacono, poichè

questi nella Cronaca Cassinense[406] noverando minutamente tutte le sue

opere che compilò dopo essersi fatto Monaco, e facendo di esse minuto

catalogo, sino a porvi i proemj che fece ad alcuni libri non suoi, ed

a riferire due inni che compose a Santa Giusta, ed alcuni sermoni,

ed altre minuzzerie: di questa compilazione non ne favella affatto;

quando, se egli ne fosse stato Autore, non avrebbe mancato di farne

pompa, parlando egli delle sue cose, ancorchè di picciolo rilievo,

con estraordinario compiacimento. Si aggiunge, che Carlo di Tocco,

antichissimo nostro Giureconsulto, nel proemio delle Chiose che fece a

questi libri, parlando dei Compilatori, dice che per la loro antichità,

non avea potuto saperne i nomi; e pure Carlo di Tocco fu molto vicino

a' tempi di Lotario, poichè visse nel Regno di Guglielmo Re di Sicilia,

ed avrebbe potuto sapere se ne fosse stato Autore Pietro Diacono.

Che che ne sia, egli è certo che questa seconda Raccolta divisa in

tre libri, ancorchè mal fatta, senza ordine di tempo, e con grande

confusione, ebbe miglior fortuna, che la prima più metodica, e dove

secondo l'ordine de' tempi furono raccolti tutti gli editti de'

Re longobardi, ed i capitolari degli altri Imperadori Re d'Italia.

Questa non mai impressa giace ancor sepolta nell'Archivio della Cava;

all'incontro quella, di cui fassene Autore Pietro Diacono, ebbe molte

edizioni, alcune separate, altre unite al volume dell'Autentico;

e Basilio Giovanni Eriold colle leggi Saliche, Alemanne, Sassone,

Brittanne, e d'altre Nazioni, fecela ristampare in Basilea nell'anno

1557. Melchior Goldasto ne fece fare un'altra edizione, e Federico

Lindenbrogio la fece di nuovo ristampare, e l'unì al Codice delle leggi

antiche.

L'uso ed autorità, che diedero i nostri maggiori a questi libri fu

tale, che secondo quelli eran decise le liti ne' Tribunali; perciò

i più antichi nostri Professori v'impiegarono le loro fatiche in

commentarli, e farvi delle note. Il primo che impiegasse i suoi

talenti sopra questi libri, e che con ben lunghe chiose gl'illustrasse

fu _Carlo di Tocco_. Questi nacque nella Terra di Tocco posta su'l

Beneventano, donde, come era l'uso di que' tempi, prese il cognome; e

seguendo l'esempio de' suoi maggiori, per esser nato, com'egli dice,

di padre similmente Dottor di leggi, si portò giovanetto in Bologna

per apprendervi ragion civile; ed ebbe la sorte d'avere per maestri

Placentino[407], Giovanni[408], Ottone Papiense[409], e Bagarotto[410],

discepoli che furono del famoso Irnerio. Ritornato poi nel Regno fu

fatto Giudice in Salerno[411]; ed essendo ancor giovane, fu sotto il

Re Guglielmo I, nell'anno 1162, creato Giudice della Gran Corte[412].

Fu riputato uno de' più insigni Giureconsulti de' suoi tempi, e fra noi

estese la sua fama anche presso coloro, che gli successero.

L'occasione che fu data a questo Giureconsulto di impiegare i suoi

talenti sopra le leggi longobarde, non fu altra se non quella,

ch'ebbero Ermogeniano e Gregorio a compilare i loro Codici. Questi due

Giureconsulti, vedendo che per le nuove leggi de' Principi cristiani,

l'antica giurisprudenza de' Gentili romani ruinava, vollero per mezzo

de' loro Codici, quanto più fosse possibile ripararla, perchè almeno

si conservasse in quelli. Così ne' tempi di Guglielmo, essendosi già

ritrovate le Pandette in Amalfi, ed essendosi cominciate ad insegnare

nell'Accademie d'Italia, i Giureconsulti di que' tempi eran tratti

dalla loro eleganza e gravità ad apprenderle, e con ciò cominciando

a riputar barbare ed incolte quelle de' Longobardi, lo studio delle

medesime era tralasciato. Era stato a suoi dì da Irnerio, Bulgaro,

Martino, Giacomo, Ugone, Pileo, Ruggieri, e da altri chiosato tutto

il corpo della ragion civile; ed al costoro esempio tutti gli altri

abbandonavano lo studio delle longobarde, donde potea ricavarsi maggior

utile nel Foro. A questo fine Carlo di Tocco per finire di toglierne il

disprezzo, come già erasi cominciato, e per invogliarli ad apprenderle,

avendo fatto sommo studio sulle Pandette, proccurò illustrar le

longobarde, confermando, o illustrando ciò che disponevano colle leggi

romane, come fece per mezzo delle sue Chiose, le quali per la maggior

parte non contengono altro, che spesse citazioni delle leggi romane,

acciò che per questo mezzo s'invogliassero i Professori a studiarle,

perchè con più utilità potessero servirsene per uso del Foro, appo a

quale le Pandette non facevano ne' suoi tempi alcuna autorità, come

diremo a più opportuno luogo. Fu questa sua fatica cotanto utile e

commendata dai posteri, che acquistò forza e vigore poco meno delle

leggi stesse; ed Andrea d'Isernia parlando di questa Chiosa del Tocco

fatta alle longobarde, dice che _plurimum in Regno approbatur_[413].

Colla medesima lode ne parlano Luca di Penna, Matteo d'Afflitto, ed

altri nostri antichi Autori.

Per quest'istessa cagione ne' tempi dell'Imperador Federico II

innalzandosi assai più lo studio delle leggi romane, che traeva a se

tutti i Professori, i quali scordatisi con poca loro utilità delle

leggi longobarde, ch'erano quelle, per le quali potevano vincer le

cause ne' Tribunali, erano tutti intesi alle romane, fu data occasione

ad _Andrea Bonello da Barletta_ di far alcuni Commentarj sopra le

longobarde, per li quali notò tutte le differenze, che v'erano tra

l'une e l'altre leggi, affinchè nell'avvenire, com'egli dice, non si

dasse occasione d'errare agli Avvocati, i quali mentre erano tutti

intesi ad apparare le leggi romane, trascuravano le longobarde; onde

sovente nelle cause era forza di soggiacere, e d'esser vinti da'

Professori d'inferior grado e dottrina. Così egli narra esser accaduto

una volta ad un grande Avvocato, il quale con ben grandi apparati

difendendo una causa, avendo allegate a pro del suo Clientolo molte

leggi romane: surse all'incontro certo Avvocatello suo oppositore,

il quale portando nascosto sotto il mantello il libro delle leggi

longobarde, dopo averlo fatto arringare a sua posta, cacciò fuori il

libro, dal quale recitate alcune leggi, che decidevano a suo favore

il caso, riportò la vittoria con grande scorno del suo Avversario, il

quale pien di rossore vinto andò via.

Fu Andrea Avvocato fiscale sotto l'Imperador Federico II, ed avuto in

molta stima da questo Principe, il quale per suo consiglio istituì

la Curia Capuana. Fu un Giureconsulto molto rinomato nella sua

età, e presso i suoi successori avuto in molta riputazione. Andrea

d'Isernia[414] lo chiama _valente Dottore_, Matteo d'Afflitto[415]

_gran Giurista_; ed altri non lo nominano, se non con grandi elogi.

Compose, oltre a quest'opera utilissima, e necessaria per sapersi le

differenze dell'une e dell'altre leggi, altri Commentarj sopra le leggi

romane, sovente allegati da Napodano e da Afflitto; e poichè, oltre

di questi Autori, non si ha riscontro che fossero allegati da altri,

si crede che fossero da poi dispersi; siccome le sue Chiose sopra le

nostre Costituzioni, furono per poca diligenza de' Copisti confuse con

quelle di Marino di Caramanico, tal che ora mal si possono discernere.

_Biase da Marcone_, che visse a' tempi del Re Roberto, e fu suo

Consigliere e familiare, pure sopra le leggi longobarde impiegò

i suoi talenti, commentandole[416]. Ne compilò un grosso volume,

che manuscritto si conservava appresso Marino Freccia, come egli

dice nel libro de' Suffeudi. Francesco Vivio[417] lo chiama uomo

di grand'autorità nel Regno, e specialmente pel suo trattato delle

differenze del diritto dei Romani, e quello de' Longobardi: fu egli

coetaneo ed amico di Luca di Penna, e discepolo di Benvenuto di Milo

Vescovo di Caserta, cui professava grandi obblighi per averlo da niente

ridotto a quello stato. _Niccolò Boerio_ pure impiegò le sue fatiche

sopra queste leggi. E negli ultimi tempi sotto l'Imperador Carlo

V, _Giambattista Nenna di Bari_ famoso Giureconsulto della sua età,

compose un libro sopra queste leggi, con una spiega per alfabeto delle

parole astruse de' Longobardi, che fece stampare in Venezia nell'anno

1537[418]. Ma in decorso di tempo scemandosi sempre più la forza e

l'autorità presso noi di queste leggi, ed andate finalmente in disuso,

finirono i nostri Professori d'impiegarvi più i loro studj, e rimangono

ora affatto oscure ed abbandonate.

§. II. _Le discipline risorgono fra noi per opera de' Monaci

Cassinensi._

Nel principio di questo secolo risvegliati gl'ingegni dal sonno, in

cui erano stati nel precedente, si applicarono alle discipline; ed i

contrasti che vi furono non meno fra gl'Imperadori d'Occidente ed i

romani Pontefici, che fra i Greci ed i Latini, eccitarono gli animi a'

studj, e diedero occasione a coloro, che si erano attaccati ad un de'

partiti, che aveano qualche capacità, d'esercitare le penne, e di far

comparire il lor sapere. Lo scisma, che in questi tempi teneva divisa

la Chiesa greca dalla latina, e particolarmente la contenzione sopra il

dogma della processione dello Spirito Santo, teneva ancora esercitati

gl'ingegni, perchè più del solito s'applicassero a studj sacri e

della teologia. Alcuni imitarono assai bene gli antichi, o nello

stile, o nella maniera di scrivere, ma per la maggior parte essendo

senza cognizione di lingue e d'istoria, sentirono della barbarie

e della rozzezza del secolo precedente; ed alcuni cadettero nella

maniera di scrivere secca e sterile de' Dialettici. Lo studio della

teologia e delle altre scienze, che nel secolo precedente era stato

posto in dimenticanza, fu tra di noi rinovato per opera de' Monaci,

ma sopra ogni altro per quelli di Monte Cassino. Nel principio ognuno

contentavasi di seguire l'antico metodo, e di riferire l'esplicazione

de' Padri sopra la Scrittura Sacra; nè trattavano de' dogmi che di

passaggio e per accidente. Ma sul fine di questo secolo si cominciarono

a fare delle lezioni di teologia sopra i dogmi della religione, a

proponere varie questioni sopra i nostri misterj, e a risolverle per

via di ragionamenti, e secondo il metodo della dialettica. I libri

d'Aristotele cominciavano a farsi sentire per gli Arabi che a noi li

portarono; e credettero i nostri Teologi averne bisogno per le dispute

contro gli Arabi stessi, onde l'accomodarono alla nostra religione, i

cui dogmi e morale spiegarono secondo i principj di questo Filosofo,

e trattarono la dottrina della Scrittura e de' Padri coll'ordine e

con gli organi della dialettica, e della metafisica tratta da' suoi

scritti. Questa fu l'origine della teologia _Scolastica_, che divenne

poco da poi la principale, e quasi l'unica applicazione de' nostri

Monaci e delle nostre Scuole.

I Monaci Cassinensi si distinsero fra noi in questo secolo sopra tutti

gli altri: essi s'applicarono a questi studj; e mantennero presso

di noi le Scuole sacre con molta cura, e dove il Catechismo era con

molta diligenza spiegato da valenti Teologi, de' quali era in questi

tempi il numero grande. Oltre il celebre Abate Desiderio cotanto noto

nell'istoria, fuvvi _Alfano_, che da Monaco Cassinense passò poi alla

Cattedra di Salerno, e compose molte opere delle quali Pietro Diacono e

Giovanni Battista Maro tesserono lunghi Cataloghi[419]. Fuvvi _Albarico

di Settefrati_ Terra posta nel Ducato d'Alvito, Monaco Cassinense,

che parimente si segnalò e per la sua pietà, e per le molte opere, che

scrisse[420]. _Oderisio_ de' Conti de Marsi, di cui Pietro Diacono e

Maro rapportano le opere che compose. _Pandulfo Capuano_, che fiorì in

Cassino sotto l'Abate Desiderio nell'anno 1060, e che si distinse sopra

gli altri per la letteratura non meno sacra che profana, come si vede

dal Catalogo delle sue opere, che ci lasciò Pietro Diacono[421]. Il

Monaco _Amato, Giovanni Abate di Capua_, di cui il Diacono e 'l Marco

lungamente ragionano. L'istesso _Pietro Diacono_, e tanti altri, che ci

lasciarono per le loro opere, di loro non oscura memoria.

Ma non pure in questi studj, che per altro dovean essere loro proprj,

i Monaci Cassinensi si segnalarono, ma si distinsero ancora per le

buone lettere e varia erudizione; e quel poco che si sapeva presso

di noi a questi tempi, in loro era ristretto, e qualche cognizione,

che se n'avea, ad essi la doveano le nostre province. Così osserviamo

nella Cronaca[422] di quel monastero, che Alberico compilò un libro

_de Musica_, ed un altro _de Dialectica_. Pandulfo Capuano scrisse _de

Calculatione_, e _de Luna_; altri sopra consimili soggetti, come può

vedersi presso Pietro Diacono[423], dai Cataloghi delle loro opere,

che tessè; ed altri impiegarono la loro industria a ricercar libri di

varie erudizioni e scienze, e farli trascrivere, come fece Desiderio,

che oltre i libri appartenenti alle cose sacre ed ecclesiastiche, fece

trascrivere l'Istoria di Giornande de' Romani e de' Goti: l'Istoria de'

Longobardi, Goti e Vandali: l'Istoria di Gregorio Turonense: quella

di Giuseppe Ebreo _de Bello Judaico_: l'altra di Cornelio Tacito con

Omero: l'Istoria d'Erchemperto: Cresconio _de Bellis Libicis_: Cicerone

_de Natura Deorum_: Terenzio ed Orazio: i Fasti d'Ovidio: Seneca:

Virgilio con l'Egloghe di Teocrito: Donato ed altri Autori. Nè minore

poco da poi fu la cura e la diligenza di Pietro Diacono, il quale oltre

alle sue opera raccolse l'astronomia da più antichi libri. Ci diede

Vitruvio abbreviato _de Architectura_: un libro _de Generibus lapidum

pretiosorum_, ed altri moltissimi, dei quali egli ne tessè un lungo

catalogo.

§. III. _Della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio

della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi._

Gli Arabi, non già perch'eran Maomettani, è da dire, che abbiano fatta

sempre professione d'ignoranza, come comunemente si crede: fuvvi tra

loro un gran numero d'uomini insigni pel loro sapere, gli scritti de'

quali riempirebbero grandissime librerie. Prima di questo undecimo

secolo, erano più di trecento anni, che studiavano con applicazione;

ed i loro studj non furono mai tanto forti, quanto allora, che presso

di noi furono più deboli, cioè nel nono e decimo secolo. In qualunque

paese dove per tante conquiste si stabilivano, essi coltivavano due

sorte di studio: l'una lor propria riguardante la lor religione, ch'è

quanto dire l'Alcoirano, e le tradizioni che attribuivano a Maometto,

ed a' primi suoi discepoli ed espositori, onde ne uscirono le quattro

Sette da noi nel libro sesto rammentate; l'altra riguardava gli studj,

ch'essi avean presi dai Greci, e questi eran più nuovi, rispetto a

quelli dei Musulmani, i quali erano tanto antichi, quanto era la lor

religione.

Questi Popoli, come altrove fu narrato, avendo soggiogate molte regioni

del romano Imperio, e depredate molte province dell'Asia, infra le

prede ed i bottini fatti in Grecia, avendovi per avventura trovati

alcuni libri, si diedero con fervore non ordinario agli studj delle

lettere; e se ne invogliarono in guisa, che verso l'anno 820 fecero da

Califo Almanon dimandare all'Imperadore di Costantinopoli i migliori

libri greci, ed avuti, gli fecero tradurre tutti in Arabico. Ma di

questi libri, di quelli della poesia non facevano alcun uso, perchè

oltre d'essere dettati in una lingua straniera, e d'un gusto tutto

differente dal loro, vi era ancora il rispetto della propria religione,

la qual facevagli abborrire l'Idolatria, onde giudicavano non esser

loro permesso di leggerli, e contaminarsi per tanti nomi di falsi Dei,

e per tante favole, onde erano ripieni. La medesima superstizione gli

fece ancora abborrire i libri dell'Istorie, sprezzandosi da loro ciò

ch'era più antico del loro Profeta Maometto. Dei libri politici non

potevan certamente averne uso, perchè la forma del loro governo era

tutta altra delle Repubbliche più libere: essi viveano sotto un Imperio

assolutamente dispotico, ove non bisognava aprir bocca se non per

adulare il lor Principe; e di non ricercare altri mezzi, che d'ubbidire

al volere del lor Sovrano.

Non trovarono adunque altri libri accomodati al loro uso, che quelli

de' Matematici e de' Medici e de' Filosofi. Ma come non cercavano

nè politica, nè eloquenza: così la lezione di Platone non era lor

convenevole; tanto più, che per bene intenderlo era necessaria la

cognizione de' Poeti, che trattano la religione e l'Istoria de' Greci.

Abbattutisi perciò nell'opere di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno,

si diedero con fervore a studiarle. Piacque lor molto più Aristotele

colla sua dialettica e colla metafisica, studiandolo con tutto il

fervore, e con incredibile assiduità. Si applicarono anche alla sua

fisica, principalmente agli otto libri, che non contengono quella se

non in generale; imperciocchè la fisica particolare, che ha bisogno

d'esperienze e di osservazioni, non la riputavano tanto necessaria.

La medicina fu sopra ogni altro da essi tenuta in pregio, e la

studiavano sopra i libri d'Ippocrate e di Galeno; ma la fondavano

principalmente sopra generali discorsi delle quattro qualità del

temperamento de' quattro umori, e sopra le tradizioni de' rimedi,

senza farne alcun esame, ma mischiandoli con infinite superstizioni; e

perciò non coltivavano l'anotomia ricevuta da' Greci molto imperfetta.

Ma non così fecero della chimica, la quale se non è stata da essi

inventata, ricevette al certo da essi molto ingrandimento; ma vi

frammischiarono anche tanti vizj che sino ad oggi è sommamente

difficile di separarli: tante vanità di promesse, tanta stranezza di

discorsi, tanta superstizione di operazioni, e tutto ciò che poscia

generò i ciarlatani e gl'impostori. Passavano quindi agevolmente

dagli studj della chimica a quelli della magia, e di ogni sorta di

divinazione, alli quali gli uomini naturalmente s'arrendono, quando

non sanno la fisica, la storia e la religione. Ciò che lor diede molto

aiuto in queste illusioni, fu l'astrologia, ch'era il fine principale

de' loro studj di matematica. Infatti coltivarono questa pretesa

scienza sotto l'Imperio de' Musulmani con tanto fervore, ch'ella era

ormai divenuta la delizia de' Principi, regolando su tal fondamento le

imprese loro più grandi. Lo stesso Califo Almanon prese a calcolare le

tavole astronomiche, che furono tanto celebri; e bisogna confessare,

che hanno molto servito per le sue osservazioni, e per le altre utili

parti della matematica, come per la geometria e l'aritmetica. Lor deesi

l'algebra e lo zero per moltiplicare per dieci; il che poi rendette le

operazioni degli Aritmetici tanto facili. Quanto all'astronomia aveano

il vantaggio medesimo, che avea stimolato gli antichi Egizj e Caldei a

bene applicarvisi, perchè abitavano i medesimi paesi, ed avevano di più

tutte le osservazioni degli antichi, e tutte quelle aggiunte da' Greci.

Questi Popoli adunque inondando le province di Europa ne' tempi più

barbari ed incolti, e nel colmo dell'ignoranza e stupidezza: ne' paesi

ove arrivavano si conciliavano, o col nome de' loro famosi Maestri,

sotto i quali aveano studiato, o per li gran viaggi da essi fatti, o

per la singolarità delle loro opinioni una stima ed un credito grande.

Si sforzavano di rendersi distinti con qualche nuova sottigliezza di

logica o di metafisica, e non s'applicavano, che al più maraviglioso,

al più raro, al più malagevole a spese del gradimento, del comodo e

dell'utile ancora. Furono perciò in Europa ammirati, ed i loro savi

tenuti in gran pregio. I libri di Mesue, d'Avicenna, d'Averroe (che

il Commento fece, del famoso Rasi) e di tanti altri, furono avuti appo

noi in somma stima e riputazione. E Carlo M. fece i loro libri Arabici

tradurre in latino insieme con alcuni Autori greci, ch'erano stati da

essi in Arabico tradotti, affinchè la loro dottrina si diffondesse per

tutte le province del suo Imperio. Quindi avvenne, che i Francesi e

gli altri Cristiani latini appresero degli Arabi quello, che gli Arabi

stessi aveano appreso da' Greci, cioè la filosofia d'Aristotile, la

medicina, e le matematiche, sprezzando la lor lingua, la loro istoria e

poesia, siccome gli Arabi sprezzate aveano quelle de' Greci. E siccome

gli Arabi aveano contaminate quelle discipline, così da noi furon

ricevute tutte imbrattate: la filosofia tutta vana ed inutile, perchè

lontana dalla fisica particolare che avea bisogno di sperienze e di

osservazioni; l'astrologia piena d'illusioni e di vane divinazioni; ma

sopra tutto la medicina piena di spropositi e di superstizioni.

I primi libri adunque, che sopra queste facoltà si cominciarono a

studiare, furono quelli degli Arabi, e per la medicina fra gli altri

quelli di Mesue, e di Avicenna; ed i primi che gli studiassero furono i

Chierici ed i Monaci, perchè la letteratura fra questi era ristretta;

perciò a questi tempi essi soli erano i Filosofi, essi soli i Medici.

Quindi leggiamo, che in Francia Fulberto Vescovo di Chartres, ed il

Maestro delle sentenze, erano Medici: Obize Religioso di San Vittore

era Medico di Luigi il Grosso: Riccardo Monaco di S. Dionigi, che

scrisse la vita di Filippo Augusto, lo era parimente. Ed in queste

nostre Province i migliori Medici erano i maggiori Prelati, ed i

più celebri Monaci Cassinensi, come vedremo; ed erasi nell'Ordine

ecclesiastico cotanto radicata questa professione, che un Concilio

di Laterano tenuto sotto Innocenzo II nell'anno 1139 considera come

un abuso di già invecchiato, che i Monaci ed i Canonici Regolari, per

procacciarsi ricchezze facessero professione d'Avvocati e di Medici: e

perchè il Concilio non parlava che di Religiosi professi, la medicina

non lasciò d'esser esercitata da' Chierici per lo spazio ancora di

trecento altri anni.

Quante occasioni si fossero date a' nostri provinciali di comunicare

con questi Arabi, donde poterono apprendere queste scienze, ben

si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, e dalle varie

abitazioni, che ebbero i Saraceni in queste nostre regioni, nel

Garigliano, nella Puglia, nel Monte Gargano, in Bari, in Salerno, in

Pozzuoli, ed in tanti altri luoghi; in guisa che ancora oggi a noi

nella comune favella ci rimangono molti loro vocaboli, come altrove fu

notato; ed in Pozzuoli si serbano ancora quattro marmi con iscrizioni

in rilievo di caratteri orientali saracineschi. Si aggiunse ancora a

questi tempi maggior comunicazione con gli Arabi per la vicinanza della

Spagna, di cui aveano essi più d'una metà; ed il continuo commercio per

li viaggi in questi tempi frequentissimi in Oriente, per cagion delle

Crociate.

Ma come presso di noi nella città di Salerno la loro dottrina, e

specialmente la medicina, fossesi così ben radicata, sì che questa

città, sopra tutte le altre delle nostre province, n'andasse altiera

per la famosa Scuola quivi fondata, non è stato, per quanto io mi

sappia, fra tanti nostri Scrittori fin qui investigato. Coloro, che

credettero la Scuola salernitana essersi da Carlo M. istituita insieme

colla Scuola di Parigi e di Bologna, vanno di gran lunga errati,

essendosi altrove in quest'Istoria mostrato, non aver potuto Carlo in

questa città fondare Accademie, come quella che non fu mai sotto la

sua dominazione; anzi in que' tempi, che si narra la fondazione delle

Scuole di Parigi e di Bologna, tra Carlo M. ed il Principe Arechi

furono guerre cotanto ostinate, che non fu possibile ridurlo; ed Arechi

avea così ben fortificato Salerno, che fu riputato il più sicuro

asilo de' Principi longobardi contro gli sforzi di Carlo e de' suoi

figliuoli.

In tempi adunque meno lontani bisogna riportar l'origine di questa

Scuola, la quale ne' suoi principj non fu istituita per legge di

qualche Principe, e perciò non acquistò nome d'Accademia, o di

Collegio, ovvero d'Università, ma di semplice Scuola. Cominciò a

stabilirsi in Salerno, perchè in questa città, come marittima, vi erano

spesse occasioni di sbarco di gente Orientali ed Affricani. I Saraceni

in tempo degli ultimi Principi longobardi la visitavano spesso, onde

gli Arabi ebbero occasione di farvi lunghe e spesse dimore. Si è

veduto nel precedente libro, che i Saraceni ora dall'Affrica, e spesso

dalla vicina Sicilia sopra navi giungendo alla spiaggia di quella

città mettevano terrore a' Salernitani, i quali per liberarsi da'

saccheggiamenti e da' danni, che inferivano ne' loro campi e castelli

vicini, non avendo forze bastanti per poterli discacciare, pattuivan

con essi tregua, ed accordavano la somma per comperarsi la quiete: per

unire il denaro vi voleva tempo, onde i Saraceni calavano dalle navi in

terra, e nella città, ed aspettavano, sin che dagli Ufficiali destinati

dal Principe a far contribuire da' suoi vassalli le somme richieste,

non si fosse unito il riscatto. Queste invasioni erano molto spesse,

tanto che i Salernitani vi si ci erano accomodati; nè se non a' tempi

di Guaimaro il Maggiore ne furono, come si disse, da' valorosi Normanni

liberati. Or con queste occasioni conversando spesso i Salernitani

con gli Arabi, appresero da essi la filosofia, ma sopra ogni altro si

diedero agli studj della medicina, nella quale riuscirono eminenti.

Ma infra gli altri, che resero illustre la Scuola salernitana, fu

_Costantino affricano_. Questi oriondo di Cartagine, per le sue

peregrinazioni in molte parti dell'Asia e dell'Affrica avea appreso da

quelle Nazioni varie scienze; ma sopra tutto si diede alla medicina ed

alla filosofia. Egli navigò in Babilonia ove apprese la grammatica, la

dialettica, la geometria, l'aritmetica, la matematica, l'astronomia

e la fisica de' Caldei, degli Arabi, de' Persi, de' Saraceni, degli

Egizj e degl'Indi; e dopo aver nel corso di 39 anni quivi finiti questi

studj, tornossene in Affrica. Ma gli Affricani che mal soffrivano

d'esser da lui oscurati per l'eccesso di tanta dottrina, pensarono

d'ammazzarlo. Il che avendo penetrato Costantino, imbarcatosi di notte

tempo su d'una nave, in Salerno si portò: ove per qualche tempo in

forma di mendico stette nascosto[424].

Era, come altre volte si è detto nel corso di quest'Istoria, la città

di Salerno frequentata da' Popoli di queste Nazioni, onde non passò

guari che vi capitasse il fratello del Re di Babilonia, tirato forse

dalla curiosità di veder questa città, la quale da Roberto Guiscardo

era stata innalzata a metropoli, ed ove avea trasferita la sua

residenza, e la quale pel continuo traffico e commercio d'infinite

Nazioni a quel Porto, erasi resa l'emporio d'Occidente. Da questo

Principe fu Costantino scoverto, e celebrando al Duca Roberto le sue

eccelse prerogative, fece sì che Guiscardo lo accogliesse con somma

cortesia, e gli rendesse tutto quell'onore, che ad uomo di quella

qualità si conveniva. Si trattenne perciò egli in Salerno, ove ebbe

campo di maggiormente promovere gli studj di filosofia, e sopra tutto

di medicina, nella quale sopra tutte le altre facoltà era eminente;

dopo essersi per molti anni trattenuto in Salerno, ritirossi a Monte

Cassino, ed ivi si fece Monaco; ed in tutto il tempo che dimorò in quel

monastero, non attese ad altro, che a tradurre varj libri di diverse

lingue, ed a comporre molti trattati di medicina, de' quali Pietro

Diacono[425] tessè un lungo catalogo.

Crebbe perciò la fama della Scuola salernitana, la quale in gran parte

la deve a' Monaci Cassinensi, i quali la promossero per gli studj

assidui, che facevano sopra la medicina. Sin da' tempi di Papa Giovanni

VIII questi Monaci eransi dati a tali studj; e Bassacio loro Abate,

di medicina espertissimo, ne compose anche alcuni libri[426], dove

dell'utilità ed uso di molti medicamenti trattava, non riputandosi

a que' tempi, come si è detto, cosa disdicevole, che i Cherici ed i

Monaci professassero medicina. Quindi presso di noi nella città di

Salerno, ed altrove non si sdegnavano di professarla i più insigni

e nobili personaggi. Alfano Arcivescovo di Salerno, narra Lione

Ostiense[427], ch'era espertissimo in medicina, e che la sua maggior

applicazione era di curare gl'infermi. Romualdo Guarna pur Arcivescovo

di quella città, non isdegnava di professarla, siccome tutti i Nobili

salernitani riputavano sommo lor pregio d'esserne instrutti, e di

praticarla; e questo costume durò in Salerno per molti anni appresso:

ond'è che alcuni non ben intesi di questa usanza, adattando i costumi

presenti agli antichi, riputarono esser altri quel Giovanni di Procida,

che fu celebre Medico, da quel famoso Giovanni Nobile salernitano

autore della celebre congiura del vespro Siciliano, quasi che mal si

convenisse ad un Nobile professar medicina.

Rilusse perciò la Scuola di Salerno assai più per tanti insigni

personaggi che professavano quivi la medicina, e riputossi a questi

tempi la più dotta e la più culta di quante mai ne fiorissero in

Europa. Quindi avvenne, che da Salerno si chiamavano i Medici, e che

i più grandi personaggi caduti in gravi infermità si portavano ivi per

curarsi, siccome fece il celebre Abate Desiderio, il quale come narra

Lione, per guarirsi d'una sua malattia, alla quale le molte vigilie

ed astinenze l'avean condotto, portossi in Salerno. E ne' tempi che

seguirono, pur si narra, che Guglielmo il Malo, ammalatosi in Palermo,

e crescendo tuttavia il male, fece venire Romualdo Guarna Arcivescovo

di Salerno assai dotto in Medicina per curarsi, il quale benchè gli

ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, egli nondimeno non poneva

in opera, se non quelli che a lui parevano, per la qual cosa s'accelerò

la morte[428]. Quindi ancora si legge, che i migliori farmaci erano in

Salerno fabbricati; onde si narra, che Sigelgaita da Salerno facesse

venire i veleni per attossicare il figliastro ed il suo marito Roberto.

Ma quello, che diede maggior nome a questa Scuola fu l'opera, che

compilò _Giovanni di Milano_, famoso Medico in Salerno, la quale ebbe

l'approvazione di tutta la Scuola salernitana, e che sotto il nome

della medesima al Re d'Inghilterra fu dedicata. Ciò che intorno a

questi medesimi tempi, ne' quali siamo, accadde per un'occasione, che

bisogna rapportare, affinchè non paja strano come i Medici salernitani

per un Re cotanto lontano, e col quale essi non aveano alcun attacco,

avessero voluto pigliarsi tanta pena d'unire in quel libro, dettato in

versi lionini, i precetti donde potesse conservarsi in salute, ed a lui

dedicarlo.

Ma cesserà ogni maraviglia se si terrà conto di quanto nel precedente

libro di quest'Istoria fu narrato intorno alla venuta de' Normanni,

e de' figliuoli di Tancredi in queste nostre parti: rampolli tutti

di Roberto Duca di Normannia; e se riguarderassi, che negl'istessi

tempi, che i nostri Normanni conquistarono la Puglia e la Calabria, ed

indi il Principato di Salerno, gli altri Normanni che rimasero nella

Neustria, sotto Guglielmo Duca di Normannia invasero l'Inghilterra, e

dopo innumerabili vittorie finalmente intorno l'anno 1070 ridussero

quel Regno sotto la dominazione del famoso Guglielmo, che perciò

fu soprannomato il _Conquistatore_. Così regnando in Salerno, ed

in Inghilterra Principi d'un istesso sangue, e tutti della razza di

Rollone primo Duca della Neustria, fu cosa molto connaturale, che fra

di loro, e' loro sudditi vi fosse amicizia e buon'alleanza.

Ma a qual Re d'Inghilterra i Medici di Salerno dedicassero in questi

tempi quel libro, e con qual occasione è bene che si narri. Guglielmo

Duca di Normannia dopo aver conquistato il Regno d'Inghilterra, lasciò

di se tre figliuoli, Guglielmo Ruffo, Roberto, ed Errico. A Guglielmo

primogenito fu ceduto il Regno d'Inghilterra: ma questi morì senza

figliuoli nell'istesso tempo, che Goffredo Buglione insieme con

Roberto si trovava nell'espedizione di Gerusalemme. Avea Roberto,

cui il padre avea costituito Duca di Normannia, dopo aver ceduto il

Regno d'Inghilterra a Guglielmo Ruffo, voluto seguitar, ad esempio

degli altri Principi, Goffredo in quella spedizione, e dovendo passare

in Palestina venne in Puglia per imbarcarsi con tutti gli altri; ma

essendo quivi giunto nel rigor dell'inverno, passò tutta l'invernata

dell'anno 1096 presso i Principi normanni della Puglia e di Calabria

suoi parenti, da' quali con tutti i segni d'affetto fu ricevuto e

accarezzato. Soppraggiunta da poi la primavera tragittò il mare, ed in

Palestina col famoso Goffredo all'impresa di Gerusalemme s'accinse.

Fu quella finalmente presa, ma nell'istesso tempo fu amareggiata a

Roberto tal vittoria per la funesta novella della morte di Guglielmo

suo fratello senza figliuoli, al quale egli dovea succedere. Gli fu

offerto il Regno di Gerusalemme, ma egli rifiutollo, dovendo ritornare

in Inghilterra a prender possesso di quel Reame, di cui egli era più

vicino erede. Nel ritorno ebbe a passar di nuovo per queste parti,

onde in Salerno fu da quel Principe suo congiunto con ogni stima ed

onore accolto. E poichè nell'assedio di Gerusalemme avea ricevuta una

ferita nel braccio destro, la quale essendosi mal curata era degenerata

in fistola, consultò quivi i Medici di Salerno che dovesse fare per

guarirsela. Que' Medici osservando, che quella ferita era proceduta

da una freccia avvelenata, gli dissero che non vi era altro modo per

guarirsene, se non si facesse succhiare da quella il veleno, che v'era.

Non volle a ciò consentire il pietoso Principe per non porre in rischio

colui che dovea succhiarla; ma la Principessa sua moglie con raro

esempio d'amore, non curò ella esporsi al periglio, e mentre Roberto

dormiva, senza che potesse accorgersene fece tanto, e sì spesse volte

replicò il succhiare, che tutto trasse il veleno della ferita, e reselo

sano.

(Alcuni stimano favoloso questo racconto del succhiamento del veleno.

Ed intorno alla successione dei figliuoli di Guglielmo conquistatore

del Regno d'Inghilterra, devono vedersi gli accurati Storici inglesi,

a' quali dee in ciò prestarsi più fede, che a qualunque altro Scrittore

straniere).

Volle da poi Roberto, che que' Medici gli prescrivessero una norma e

ragion di vitto, perchè potesse conservarsi in quella salute, nella

quale l'aveano restituito. Fu per ciò con tal occasione composto il

libro, il quale se bene fosse stato composto da uno di que' Medici,

porta però in fronte il nome di tutta la Scuola, non altrimente

di ciò, che veggiamo essersi fatto dalla Scuola conimbricense in

quella sua opera filosofica. Fu dedicato a Roberto, chiamandolo

_Re d'Inghilterra_: non perchè questo Principe fosse stato da poi

in realtà Re di quel Regno, ma perchè tornando dalla Palestina per

prenderne il possesso, come a lui dovuto, non potevano aver difficoltà

di chiamarlo Re di quel Regno a lui appartenente. Ma il suo fratello

Errico, trovandosi egli in Inghilterra quando accadde la morte di

Guglielmo Ruffo, valendosi dell'occasione per l'assenza di Roberto,

invase il Regno, e per se occupollo, e se ben Roberto fosse giunto

ivi con numeroso esercito per ricuperarlo, fu però da Errico disfatto

e superato, onde restò escluso di quel Reame. Perchè fosse a quel

Principe l'opera più gradita, e potesser meglio que' precetti ridursi

a memoria, la composero in versi leonini, nella cui composizione in

questa età consisteva tutto il pregio ed eccellenza de' Poeti; e perchè

la dedicarono ad un Principe normanno, presso i quali questo genere di

versi era il più giocondo e gradito; nè appresso di essi si faceva cosa

memorabile, che non fosse dettata in questo metro. Tutti gli elogi,

i marmi, e gli epitafi de' loro Principi, si componevano in questi

versi; così fu dettato l'epitafio del loro primo Duca Rollone; e così

ancora tutti gli altri de' nostri Principi normanni. Fu pubblicata

quest'insigne opera nell'anno 1100 la quale divulgata per tutta Europa,

è incredibile quanta gloria e fama apportasse a' Medici salernitani.

Ebbe molti Chiosatori, e il più antico fu _Arnoldo di Villanova_

famoso Medico di Carlo II d'Angiò. I due Giacomi _Curio_, e _Crellio_

v'impiegarono pure le loro fatiche, ed ultimamente _Renato Moreau_, e

_Zaccaria Silvio_ la illustrarono colle loro osservazioni. Quindi per

molti secoli avvenne, che la Scuola di Salerno per l'eccellenza della

medicina fu sopra tutte l'altre chiara e luminosa nell'Occidente.

Così la prima Scuola, che dopo la decadenza dell'Imperio romano,

e lo scadimento dell'Accademia di Roma, fosse stata istituita in

queste nostre province fu quella di Salerno: ma con tal differenza,

che siccome in quella della medicina non si tenne molto conto,

così in questa, trascurate l'altre professioni per l'ignoranza del

secolo, la medicina che non potè andar disgiunta dalla filosofia fu

il principal scopo e soggetto; poichè coloro che ve l'introdussero

non d'altre scienze erano vaghi, nè altre professavano con maggior

studio e fervore, che la medicina e la filosofia. E perchè dagli Arabi

l'appresero, presso i quali solo i libri di Ippocrate, d'Aristotele

e di Galeno erano tenuti in sommo pregio, quindi avvenne, che nelle

scuole per la medicina Galeno, sopra tutti gli altri, era preposto per

maestro, e per la filosofia Aristotele, il quale con fortunati successi

ebbe fra noi per molti secoli il pregio d'essere riputato il principe

di tutti gli altri Filosofi.

Ma in questi tempi non era questo studio, che semplice scuola, poichè

non fu fondato da' Principi, nè per molto tempo ricevè leggi, o

regolamenti da' medesimi, perchè potesse dirsi Collegio ed Accademia,

ovvero Università. Da poi che l'ebbe, prese anche questi nomi, ed il

primo fu Roggiero I Re di Sicilia, il quale essendo stato anche il

primo tra' Normanni a darci molte leggi, infra l'altre che promulgò, fu

quella[429], per la quale proibì che niuno potesse esercitar medicina,

se prima da' Magistrati e da Giudici non sarà stato esaminato ed

approvato. Ma più favore ricevè questa Scuola da Federico II, il quale

ordinò che niun s'arrogasse titolo di Medico, o ardisse di professar

medicina, se non fosse stato prima approvato da' Medici di Salerno o

di Napoli, e non avesse da questi ottenuta la licenza di medicare. E

ne' tempi meno a noi lontani, avendo gli altri nostri Re successori

di Federico, e particolarmente il Re Roberto, la Regina Giovanna I,

il Re Ladislao, Giovanna II ed il Re Ferdinando I conceduto a questa

Scuola altri onori e privilegi, fu finalmente eretta in Accademia, ed

innalzata a dar gradi di Dottore particolarmente per lo studio della

medicina, nel quale fioriva, ancorchè si fosse poi in quella introdotto

d'insegnarsi altre facoltà.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 35 / 56 题