_URBANO II fa suo Legato il Conte RUGGIERO, onde ebbe origine la
Monarchia di Sicilia._
Urbano II per congratularsi con questi Principi del buon successo della
loro spedizione di Capua, venne a trovargli in Salerno, e volendo in
ricompensa di tanti benefizi prestati alla Sede Appostolica, mostrarsi
loro grato, creò Ruggiero suo Legato in Sicilia. In quest'anno 1098,
ed in questo Congresso fu istromentata quella Bolla, di cui non
vi è memoria che sia stata conceduta ad alcun altro Principe della
Cristianità, per cui vanta la Sicilia la sua Monarchia, e per cui s'è
preteso, che i successori del G. Conte Ruggiero fossero padroni ne'
loro Stati, così dello spirituale, come del temporale.
Erasi introdotto costume da' Pontefici romani di spedir loro Legati
appostolici in varie province dell'Orbe cristiano; e n'ebbero di varie
sorte. Alcuni che erano i più eminenti, ed a' quali era conceduta più
ampia e particolar giurisdizione, eran chiamati Legati a _latere_,
poichè dal Concistoro e Collegio de' Cardinali, che sedevano a lato
del Pontefice, erano prescelti, e perciò _Laterali_ chiamogli Ivone
Carnotense in una lettera[352] ch'e' scrisse a Pascale II. Altri erano
o Vescovi, o Diaconi della Chiesa romana, i quali erano destinati dal
Pontefice per Legati presso gl'Imperadori o Regi, i quali non aveano
altra incumbenza, se non nella Corte di que' Principi di proccurar i
negozi della Sede Appostolica, ed invigilare per gl'interessi della
medesima, e questi presso gli antichi si dissero _Apocrisiarii_,
ovvero _Responsales_. Ma fu ancora da poi introdotta un'altra sorta di
Legati, che si chiamavano Provinciali. Questi per lo più erano Vescovi
o Arcivescovi delle province istesse ove reggevano le loro Cattedre,
ai quali come Legati della Sede Appostolica veniva data molta autorità
e giurisdizione, e conceduti vari privilegi da potersene valere co'
loro provinciali, e sovente la Legazione si dava alla Cattedra, non
alla persona. Così l'Arcivescovo d'Arles era Primate e Legato delle
Gallie in vigore d'un antichissimo privilegio conceduto a quella sede,
e confermato da poi da Ormisda e da Gregorio I, e dagli altri romani
Pontefici[353]. Così ancora l'Arcivescovo di Cantorberì era Primate
e Legato d'Inghilterra per un privilegio, che Innocenzo II concedè a
Teobaldo Arcivescovo di quella città, ed a' suoi successori; onde è che
in Inghilterra questi erano appellati Legati nati, come ci testimonia
Polidoro Virgilio[354], poichè non alla persona, ma alla Cattedra
fu tal privilegio conceduto. Siccome il Vescovo di Pisa, ed i suoi
successori, da Gregorio VII furono dichiarati Legati della Santa Sede
nell'isola di Corsica.
Si davano ancora queste Legazioni in alcune province dell'Orbe
cristiano, non già alle Cattedre, ma alle persone, destinando i Sommi
Pontefici certe persone per Legati in vari luoghi. Così Lione il
Grande costituì Anastasio Vescovo di Tessalonica Vicario della Sede
Appostolica per l'Oriente, e nelle regioni dell'Affrica. Gelasio I,
per l'Egitto elesse Acacio. Ormisda per la Betica, e per la Lusitania
Salustio Vescovo di Siviglia; e per le Gallie l'istesso Pontefice
costituì suo Vicario Remigio di Rems, senza derogare al privilegio
dell'Arcivescovo d'Arles: Ormisda istesso elesse il Vescovo Giovanni
per tutta la Spagna. Vigilio creò per l'Illirico, il Vescovo di
Locrida, siccome fece anche Gregorio I. Martino I costituì Giovanni
Vescovo di Filadelfo per Legato nell'Oriente contro i Monoteliti. E
sopra tutte le altre province la Francia ebbe molti di questi Legati
ne' tempi di Carlo Martello, di Carlo il Calvo, e più ne' tempi
ne' quali siamo, sotto Gregorio VII ed Urbano II, tanto che per la
frequenza di questi Legati s'estinsero in gran parte le ragioni e
preminenze di Legato e di Primate nell'Arcivescovo d'Arles; e non solo
i romani Pontefici vi mandavano Legati perchè presiedessero a tutta
la Gallia; ma ancora a certe province vi mandavano particolari Legati,
come nell'Aquitania, de' quali Alteserra[355] ne rapporta un numero ben
grande.
Questi Legati per lunga esperienza si conobbe, che recavano alle
Province, ov'erano dirizzati, danni, e molestie insopportabili[356],
poichè oltre di scemarsi con ciò l'autorità e la giurisdizione de'
Vescovi e de' Metropolitani, traendo a se tutte le cause, e sovente
inquirendo e conoscendo delle cause e delitti de' medesimi Prelati, per
la loro avarizia e fasto tenevano depressi i Vescovi e tutto l'Ordine
ecclesiastico, onde vennero in tanta abbominazione a' provinciali,
che ricorsero a' loro Re, perchè vi dessero riparo. Per la qual cosa
i Principi d'Europa proccuravano o di non ricevergli affatto, ovvero
di non ricevere se non quelli ch'essi volevano. In Inghilterra perciò
fu fatta convenzione fra Urbano II col Re Guglielmo, per la quale fu
stabilito, che niun Legato si ricevesse in quell'isola, se non colui
che voleva il Re[357]. In Francia i loro eccessi furon tali, che
finalmente si risolvettero i Vescovi di supplicare il Papa, che gli
togliesse affatto per ristoro delle loro diocesi; siccome in fatti
ottennero, che non più si mandassero, onde risorse la potestà de'
Metropolitani e de' Primati in quella provincia, e si pose quiete in
quel Regno. L'Imperador Federico in Alemagna con suo editto ordinò, che
non si ricevessero affatto. Nella Scozia vi è legge stabilita nel 1188
approvata da' Pontefici Clemente III, Innocenzio III ed Onorio III che
proibisce poter alcuno ivi esercitare il diritto di Legazione, se non
fosse Scozzese; ed il simile si legge per le Spagne.
Nell'isola di Sicilia pur i Papi aveano in usanza crear questi Legati;
e si legge[358] che sin da' tempi di Gregorio I avesse questo Pontefice
creato Massimiano Vescovo di Siracusa Legato di Sicilia, concedendo
questa prerogativa alla sua persona, non già alla Cattedra[359].
Nemmeno ne furono esenti quest'istesse nostre province, ancorchè
tanto a Roma vicine; poichè nella Cronaca di Lione Ostiense[360] si
legge, che Niccolò II, dopo aver fatto Cardinale Desiderio celebre
Abate Cassinense, lo creò ancora suo Legato in tutta la Campagna, nel
Principato, nella Puglia e nella Calabria, se bene la sua autorità
fossegli stata ristretta sopra tutti i monasteri e Monaci di quelle
province come si scorge dalle parole del privilegio, che rapporta ivi
l'Abate della Noce.
Urbano II adunque, volendo in questi tempi, ciò che i suoi predecessori
avean prima fatto, rinovar l'usanza di crear in Sicilia un Legato,
vi nominò il Vescovo di Traina. Non ben s'intese da' Siciliani
questo fatto, e molto più se n'era offeso il Conte Ruggiero, il quale
essendosi così ben distinto per tanti segnalati servigi prestati alla
Santa Sede, con aver discacciati i Saraceni infedeli da quell'isola,
tolte tutte le Chiese al Trono costantinopolitano, con restituirle al
romano, e soccorsa la Chiesa nelle maggiori sue calamità, riputava
non dover meritare questa ricompensa. In questo Congresso tenuto in
Salerno se ne dolse col Papa, e fecegli comprendere assai liberamente
quanto ciò eragli dispiaciuto, e ch'egli era determinato a non punto
soffrirlo.
Ma Urbano che si sentiva cotanto obbligato a questo Principe, e dal
quale si prometteva maggiori ajuti per la Sede Appostolica, riputandolo
il più abile istromento in questi tempi, ove potesse appoggiare tutte
le sue speranze contro gl'Imperadori d'Occidente, non tralasciò sì
bella occasione per maggiormente obbligarselo. Non solamente su questo
punto gli diede tutta la soddisfazione, annullando in quell'istante
la Legazione, che avea data al Vescovo di Traina, ma con raro esempio
trasferì al G. Conte medesimo tutta quella autorità che come suo
Legato avea data a quel Vescovo, creando lui ed i suoi legittimi
eredi e successori Legati nati della Sede Appostolica in quell'isola,
promettendogli di non mettervi giammai alcun altro contra suo grado, e
che tutto ciò ch'egli era per fare per un Legato, fosse fatto per lui,
e suoi successori. Ne fu tosto spedito in Salerno per mano di Giovanni
Diacono della Chiesa romana il privilegio, nel mese di luglio, il
settimo dell'Indizione, e l'undecimo del Ponteficato di Papa Urbano II.
Questo avvenimento in cotal guisa lo narra Malaterra, il quale insieme
porta la Bolla d'Urbano, Scrittore gravissimo, e di que' tempi, il
quale qui termina i quattro libri della sua Latina Istoria; e di cui
Orderico Vitale[361] antico Scrittore delle cose normanne scrive:
_De quorum (idest Ducis Roberti Guiscardi, et Comitis Rogerii)
probis actibus, et strenuis eventibus Gotifredus Monachus cognomento
Malaterra, hortatu Rogerii Comitis Siciliae elegantem libellam nuper
edidit_.
Questa scrittura sì notabile meritava, che si fosse rapportata tutta
intera; ma riguardando la politia di quel Reame, non del nostro, ci
siamo contentati d'averne recato con nettezza ciò che contiene, tanto
più, che non mancano Scrittori[362], che la rapportano intera, e ben
negl'istessi Annali del Baronio potrà leggersi.
Questo è il fondamento della cotanto famosa Monarchia di Sicilia,
per cui i successori di Ruggiero, e sopra tutti i Re d'Aragona, che
signoreggiarono da poi quel Reame con lunga serie d'anni, si sono
mantenuti nel possesso di questa sì nobile ed illustre prerogativa
contro tutti i sforzi, e' dibattimenti surti sopra questo punto in
processo di tempo. Non riputandosi cosa impropria, e strana d'essersi
potuto a' Principi concedere tal facoltà di Legato della Sede
appostolica, quando i Papi stessi reputarono queste persone, come
sacrate, essendosi già introdotto il costume di ungersi col sacro
olio, e non come all'intutto laici, ma partecipi ancora del Sacerdozio
gli riputarono; e se non stimarono incompatibile alle loro persone di
creargli Canonici di S. Pietro, con ammettergli coi sacri abiti al
Coro, e rendergli consorti in tutte le altre funzioni, e celebrità
sacre; non dovrà parere strano che possano ancora ritener queste
prerogative, che finalmente si raggirano intorno alla ecclesiastica
giurisdizione, non già intorno all'ordine.
Secondo le massime del dritto Canonico, e la pratica della Corte di
Roma si è in più occasioni veduto, che nel diritto la potenza della
giurisdizione è distinta dalla potenza dell'ordine, e che quest'ultima
è attaccata all'ordine medesimo, e non può essere comunicata a
quelli, che non l'hanno per loro carattere. Non si può commettere
ad un Prete per far l'ordinazione; nè ad un Diacono per consecrare,
o per assolvere; poichè la facoltà dell'ordinare è attaccata al
carattere episcopale, ed il potere di consecrare e d'assolvere
all'ordine presbiterale: ma per ciò, che riguarda la potenza della
giurisdizione, ella può essere comunicata a persone, che non sono negli
ordini, ancorchè s'eserciti sopra quelli, che vi sono, o anche negli
ordini più elevati, che non sono quelli a chi si è accordata questa
giurisdizione. Li Papi non hanno fatto difficoltà di praticarla in
più occasioni, nominando Legati, i quali erano semplici Diaconi per
giudicare materie di fede, e cause di Vescovi, anche per tenere il loro
luogo ne' Concilj, e dando privilegi ad Abati e Monaci per esercitar
la giurisdizione episcopale; e ciò ch'è più stonante, anche alle
Badesse, che danno dimissorie, hanno Archidiaconi, ed altri Officiali,
ed esercitano tutto ciò, che appartiene alla giurisdizione episcopale;
ed in quest'istesso nostro Regno oggi giorno veggiamo, che la Badessa
del Monastero di Conversano esercita sopra i suoi Preti giurisdizione,
ed ha privilegio di valersi di Mitra, e di Pastorale, come i Vescovi
fanno. E Carlo II d'Angiò nella Chiesa di S. Nicolò di Bari ebbe luogo
in quel Coro sopra gli altri Canonici, e fu riputato come di lor corpo,
ed ebbe giurisdizione sopra que' Preti, come diremo al suo luogo.
Non è del nostro istituto entrare in que' dibattimenti, che da poi
sursero intorno a questo punto, e nelle cose che sono state scritte da'
Spagnuoli, e da altri diversi Autori, come materia lontana dal nostro
proposito. Ma non posso tralasciar di dire, che il Cardinal Baronio
con molta importunità, e poca verità ardì d'impugnarla negli ultimi
tempi, da poi che quel Regno n'era stato in possesso per tanti secoli.
Stampò egli al principio dell'anno 1605 il suo tomo XI, degli annali
ecclesiastici, e venendo di rapportar questo fatto, inserì nella sua
Istoria un discorso lunghissimo contra la Monarchia di Sicilia, ove con
isforzati, e lividi argomenti non trascurò di movere ogni macchina per
abbatterla. Ma ciò che non deve condonarsi alla memoria di quell'uomo,
si è d'aver pieno quel suo discorso di tanta maldicenza ed acerbità
contra molti Re d'Aragona di celebre memoria, e spezialmente contro
Ferdinando il Cattolico, riputandogli Tiranni, e che sotto questo nome
di Monarchia abbiano voluto in quel Regno introdurre la tirannide,
che capitato il libro in Napoli ed a Milano, fu da que' Ministri regi
proibito, ed ordinato, che non si vendesse, nè tenesse, per rispetto
del loro Principe Filippo III, che allora regnava, i cui progenitori
paterni erano stati da quel Cardinale sì indegnamente trattati.
Ma mostrò il Baronio sì gran risentimento di questa proibizione del
suo libro, che avendone avuto l'avviso quando per la morte di Clemente
VIII, era la sede vacante, fece unir tosto il Collegio de' Cardinali,
dai quali fece far un'invettiva contro que' Ministri, e non bastandogli
aver offeso quel Principe in quella guisa, volle toccarlo in un altro
punto non men geloso di sua regal giurisdizione; poichè in quella
apertamente biasimavansi que' Ministri, come nel proibir il suo libro
avessero posto mano nell'autorità ecclesiastica, quasi che a' Principi
non fosse lecito per quiete dello Stato far simili proibizioni. E dopo
creato il Pontefice Paolo V fece scrivere al Re Filippo sotto li 13
Giugno di quest'istesso anno una lunga lettera con grave doglianza,
che in vilipendio dell'autorità ecclesiastica, li Ministri regj in
Italia avessero proibito il suo libro, quando ciò al Papa solamente
s'apparteneva. Però la prudenza di quel Re giudicò meglio di rispondere
coi fatti, e lasciò correre la proibizione pubblicata da' suoi
Ministri.
Ma il Cardinale non si potè contenere, che nel 1607 stampando il
XII tomo non inserisse poco a proposito un discorso di quest'istessa
materia, con molta acerbità e livore declamando contro i Principi,
che voglionsi impacciare a proibir libri, non ritenendosi ancora di
dire, che lo fanno perchè i libri riprendono le loro ingiustizie. Il
Consiglio di Spagna con la solita tardanza e irrisoluzione vi procedè
con lentezza; non si mosse nemmeno per questa terza offesa, ma lasciò
scorrere altri tre anni, e nel 1610 il Re fece un editto, condennando,
e proibendo quel libro con maniera così grave, che destramente tocca
il Baronio, così bene com'egli avea toccato li Re suoi progenitori. E
per dargli maggior riputazione e forza, fu l'editto fatto pubblicare
in Sicilia, con decreto e sottoscrizione del Cardinal Doria, e mandato
per lo Mondo in istampa. In Napoli fu mandato l'editto al conte di
Lemos, che si trovava allora Vicerè, il quale a' 28 febbrajo dell'anno
seguente 1611 fece pubblicar Banno con molta pubblicità, col quale
si condennava il libro. La corte di Roma restò sbigottita tanto per
l'editto, quanto per l'esecuzione fatta dal Cardinale, e del Banno
pubblicato a suon di tromba in Napoli. Però in Spagna non si mossero
punto, e l'editto resta oggi giorno nel suo vigore.
Fu questa contesa rinovata con modi assai più forti negli ultimi nostri
tempi, quando Papa Clemente XI vedendo il Regno di Sicilia caduto in
mano del Duca di Savoja, credette tempo opportuno di profittare sopra
la debolezza di quel Principe; e ridusse la cosa in tale estremità,
che nell'anno 1715 non si ritenne di pubblicar una Bolla, colla quale
abolì la Monarchia, stabilendo in un'altra in quel Reame una nuova
ecclesiastica Gerarchia; ma riuscirono vani tutti questi sforzi,
poichè nè le Bolle ebbero alcun effetto, nè niuna mutazione o novità
s'introdusse in quell'isola; e molto meno quando poi quel Regno fece
ritorno sotto l'Augustissima Famiglia Austriaca.
Scrisse con questa nuova occasione a difesa della Monarchia il
celebre Teologo di Parigi Lodovico Ellies Dupino, dove fece vedere
quanto insussistente e vano sia ciò che il Baronio avea sostenuto in
contrario, e quel che il Papa avea ordinato in quella sua Bolla. Uscì
questo suo libro nell'anno 1716 dove si narrano minutamente l'origine
ed i progressi di questa contesa, ed i successi di questa briga, con
tanta diligenza e dottrina, che bisogna riportare il Lettore a quanto
egli ne scrisse intorno a questo soggetto.
La Bolla di Urbano fu dirizzata al Conte Ruggiero, e suoi successori, e
non comprendea che i suoi Stati che possedeva allora, cioè la Sicilia
ed alcune Piazze che e' teneva in Calabria, onde perciò s'intitolava
_M. Comes Calabriae, et Siciliae_.
Ma non meno del Conte era benemerito il Duca Ruggiero della Sede
appostolica; ond'era di dovere, che Urbano al Duca di Puglia, ch'era
presente, dispensasse suoi favori; ond'è da credere, che a questo tempo
fosse a' Duchi di Puglia conceduto quel privilegio, di cui l'antica
Glossa Canonica, e molti de' più vecchi Scrittori rapportano intorno
alla collazione dei beneficj del Regno.
In questi tempi per togliere l'investitura da' Principi secolari eransi
ragunati frequenti Concilj, e per ultimo nel Concilio romano celebrato
da Urbano nell'anno 1099 poco prima di morire, erasi di nuovo sotto
terribili anatemi vietato agli Abati, a' Propositi delle chiese, ed
a tutti gli Ecclesiastici di ricevere beneficj dalle mani de' laici.
Con tutto ciò pretesero sempre i Principi non dover essi reputarsi
in ciò puramente laici, nè potersi loro togliere quelle prerogative,
delle quali per lungo tempo n'erano stati in possesso. Che era ben
di ragione, che avendo essi fondate le chiese ed arricchitele del
loro patrimonio, essi ne dovessero aver le investiture; che siccome
prima nell'elezione de' Ministri della chiesa v'avea parte il popolo,
non dovea parere strano, se i Principi, a' quali fu trasferita ogni
potestà, potessero ora farlo per se soli[363]. Che ciò facendo,
niente davano agl'investiti di spiritualità, ma la lor concessione si
restringeva alla temporalità, ancor che nell'investirgli si valessero,
secondo era il costume, dell'anello e della verghetta. Ciò che con
maggior ragione lo pretendevano i nostri Duchi di Puglia, i quali
aveano in queste province molte chiese sin da' fondamenti erette, e
dotate di molti loro beni per la lor somma pietà inverso il culto della
Religion cristiana. Si aggiungeva ancora d'aver debellati gli infedeli
Saraceni, e d'aver restituite tutte le chiese al Trono romano, che
prima gli erano state tolte dal Patriarca di Costantinopoli.
I Pontefici romani per non contendere su questo punto co' Principi
amici e ben affezionati, a' quali senza recarsi pregiudizio volevano
gratificare, sovente usavano di conceder loro per privilegio
ciò ch'essi pretendevano per giustizia: i Principi badando solo
all'effetto, nè curandosi d'altro, l'accettavano. All'incontro i
Papi credevano maggiormente così stabilire i loro diritti, acciocchè
secondo che le congiunture portavano, potessero o rivocargli, o
contrastargli. Quindi è che gli antichi Re di Sicilia investivano de'
beneficj ecclesiastici in tutte le Chiese del Regno di Puglia, siccome
ne rende a noi fedel testimonianza l'antica Chiesa Canonica[364],
la quale se contro i canoni stabiliti in tanti Concilj osservò che i
Duchi di Puglia davano l'investiture de' beneficj, disse che ciò lo
facevano per privilegio del Papa, il quale poteva a' laici concedere
questa preminenza; e lo testimoniano ancora tutti i nostri più antichi
Scrittori del Regno, come Marino di Caramanico, Andrea d'Isernia, ed
altri[365]. E per questo privilegio si difendeva Federico II quando se
gl'imputava, che a suo modo dava le investiture delle chiese di queste
province[366]: anzi egli si doleva che i Papi tentavano di diminuire
le ragioni, che i Re di Sicilia aveano nell'elezione de' Prelati,
non ostante il lor privilegio, il quale da Innocenzio III non poteva
moderarsi, come fece con Costanza, quando egli era ancor fanciullo.
Ma di ciò più opportunamente ci tornerà occasione di favellare quando
della politia ecclesiastica tratteremo.
§. I. _Concilio tenuto da Urbano in Bari, e sua morte, seguita poco da
poi da quella del Conte RUGGIERO, e d'altri Principi._
Intanto Urbano dopo essersi in Salerno trattenuto con questi Principi,
se ne passò in Bari, ove avea intimato un Concilio di Padri greci e
latini per determinare il Dogma della processione dello Spirito Santo
dal Padre e dal Figliuolo, nel che i Greci non convenivano[367].
Intervennero in questo Concilio 185. Vescovi, e volle assistervi
anche S. Anselmo Arcivescovo di Cantorberì, che per affari della sua
Chiesa si trovava allora in Italia. Vi furono perciò tra' Greci e
Latini grandi dibattimenti; ma furono da S. Anselmo coloro convinti, e
determinato secondo ciò che teneva la Chiesa latina; ma non per questo
finì lo scisma, che sostenuto con ardore da ambe le fazioni per lungo
tempo tenne divise queste due Chiese, che non valse umana diligenza per
riunirle.
Spedito Urbano da questo Concilio portossi in Roma, ove dopo esser
intervenuto al Concilio romano, del quale poc'anzi si disse, non
passarono molti mesi, che in questo medesimo anno 1099 finì in quella
città i giorni suoi. Meritò questo Pontefice essere annoverato tra i
più grandi Papi ch'ebbe la Chiesa romana; egli tenendo questa Sede poco
men che dodici anni, adoperò molte eroiche azioni, e si rese celebre al
Mondo per la spedizione de' Crociati, essendone stato il primo autore,
Egli sopra tutti gli altri Pontefici fu il più ben affezionato a'
nostri Principi normanni, nè con essi ebbe occasion alcuna di disturbo,
ma gli amò come padre i propri figliuoli, e per quanto s'apparteneva a
lui, proccurò i loro maggiori vantaggi. Per la di lui morte fu eletto
Papa l'Abate Rainerio di Toscana, che Pascale II appellossi; ed in
questo medesimo anno i nostri presero Gerusalemme, e ne fu eletto Re
il famoso Goffredo Buglione, al quale dopo la sua morte succedette
Balduino suo fratello, avendo intanto Boemondo presa Antiochia, e
fattosene Principe, che la trasmise a' suoi posteri.
La morte di Urbano fu non molto tempo da poi seguita da quella del Gran
Conte Ruggiero: egli essendo già molto avanzato in età, trovandosi
in Calabria, rese chiara al Mondo la città di Melito ove morì nel
mese di Luglio dell'anno 1101[368]. E non a bastanza pianto da' suoi,
fugli nella maggior chiesa di quella città edificata da lui, eretto
un sepolcro, ove ancor oggi si conservano le sue gloriose ossa. Egli
visse settanta anni, avendone regnato sedici dopo la morte di Guiscardo
suo fratello. Ebbe più mogli, dalle quali avea avuti molti figliuoli,
ma tre soli maschi a lui sopravvissero, nati dalla sua ultima sposa
Adelasia, la quale prese il governo degli Stati immantenente dopo
la morte del marito con Roberto di Borgogna suo genero[369]. Questi
tre figliuoli furono Simone, che morto poco dopo il padre, non ebbe
la sorte di succedergli nel Contado di Sicilia[370]. _Goffredo_
soprannominato di Ragusa, di cui l'istoria non ci somministra alcun
riscontro: alcuni[371] credono che fosse nato dalla prima moglie
Erimberga, e che insieme col fratello Giordano fosse al padre premorto.
Ruggiero II fu quegli al quale lasciò i suoi Stati in una situazione
così illustre e vantaggiosa, che poco da poi gli possedette con titolo
e Corona di Re, e che la fortuna l'innalzò ad unire nel suo capo le
due Corone di Puglia e di Sicilia, e che con titolo regio signoreggiò
ancora queste nostre province, come qui a poco diremo. Lasciò ancora
il Conte Ruggiero due figliuole, Matilda ed Emma: Matilda fu moglie
di Rainulfo Conte d'Avellino. Per la qual cagione ne' disturbi che
accaddero da poi tra il Re Ruggiero, con l'Imperador Lotario II ed
il Papa Innocenzio II fu da Innocenzio, Rainulfo costituito duca di
Puglia contro Ruggiero suo cognato nell'anno 1137. Fu questa Matilda
quella che persuase ad Alessandro Abate Telesino di scrivere l'Istoria
di Ruggiero suo fratello, com'e' testifica nel primo libro della
medesima. Emma altra figliuola fu moglie di Rodolfo Maccabeo Conte di
Montescaglioso[372]; non facendo allora questi Principi difficoltà di
dare le loro figliuole, o sorelle per ispose a' loro Baroni, i quali
per la maggior parte erano dell'illustre sangue normanno o longobardo,
e potenti per molti ampi Stati, e ricche Signorie. Coloro che fanno
Costanza moglie d'Errico Imperadore figliuola di questo Ruggiero,
errano di gran lunga; fu ella nipote, non già figliuola del Gran Conte
Ruggiero, come nata dal Re Ruggiero suo figliuolo, come diremo.
Il principio di questo duodecimo secolo, nel quale siamo, fu
luttuosissimo non solo per la morte del Gran Conte Ruggiero, ma di
molti altri Principi che lo seguirono. Morì poco da poi nel mese di
gennaro dell'anno 1106. Riccardo II Principe di Capua dopo la cui
morte non lasciando di se figliuoli, gli succedè al Principato Roberto
suo fratello, che lo tenne insino al 1120 nel qual anno morì[373].
Nell'istesso anno 1106 nel mese d'agosto finì ancora i giorni suoi
l'Imperador Errico III a cui succedette Errico IV suo figliuolo,
il quale non meno che il padre, quasi ereditando co' Stati l'odio
contro i Pontefici romani, fu assai più acerbo con Pascale II e co'
suoi successori di ciò ch'era stato suo padre con Gregorio VII. Egli
volendo sostenere con maggior vigore le ragioni delle investiture,
minacciava di voler calare con potente armata in Italia contro Pascale.
Questo Pontefice per occorrere ad un tanto periglio, venne a Capua
per sollecitare il Principe Roberto, ed il Duca Ruggiero, perchè
l'aiutassero contro gli sforzi d'Errico; ma Errico venuto in Italia
con valido esercito, e giunto in Roma, ove il Papa era ritornato, ed
eragli (credendo così reprimere il suo orgoglio) col Clero e 'l Popolo
romano andato incontro per riceverlo, lo fece conducere con tutti
i suoi dentro i suoi alloggiamenti, come prigioniero, ove per forza
gli estorse le ragioni dell'investitura, e lo costrinse di vantaggio
secondo il solito rito e cerimonie a farsi incoronare Imperadore[374].
Ma subito che Errico partì d'Italia, Pascale in un Concilio tenuto da
poi in Laterano, annullò, e cassò tutti quegli atti, avendo intanto
poco prima sollecitato il Duca di Calabria, ed il Principe di Capua
con gli altri Normanni, e l'istesso Boemondo, perchè unite le loro
armate soccorressero la Chiesa romana contra le persecuzioni, che, come
diceva, sofferiva da Errico.
Ma la morte di questi due Principi Boemondo e Ruggiero accaduta l'una
poco dopo l'altra, frastornò tutti i suoi disegni. Morì Boemondo in
quest'anno 1110 in Antiochia, ed il suo cadavere trasportato in Italia,
fu fatto seppellire a Canosa nella Chiesa di S. Sabino. Lasciò di se un
figliuolo nomato pur Boemondo, che al Principato d'Antiochia, ed agli
altri suoi Stati successe. Lasciò ancora un'altra sua figliuola, ed
amendue raccomandò a Tancredi suo nipote.
Ma più deplorabile fu a queste nostre province la morte accaduta
in Salerno nel mese di febbraio dell'anno 1111 del famoso Duca
Ruggiero[375]. Fu egli con gran pompa, e molte lagrime sepolto nella
maggior chiesa di Salerno, edificata dal Duca Guiscardo suo padre:
nè lasciò di se altra stirpe virile, se non Guglielmo, natogli dalla
Duchessa Ala sua seconda moglie, il quale, morto suo padre, al Ducato
di Puglia ed agli altri suoi Stati succedette.
Il Duca Guglielmo, non meno che suo padre volle continuar col Papa
l'istessa amicizia e corrispondenza, nè mancò di soccorrerlo nelle
contese che con più ardore si proseguivano con Errico. Eransi a questi
tempi cotanto esacerbate queste contenzioni, che l'Imperador Alessio
Comneno pensò profittarne, scrivendo a Pascale II che se voleva
riconoscer lui per Imperadore d'Occidente, l'avrebbe prestati contro
Errico validi aiuti[376]. Ed intanto avendo Guglielmo stabilito in più
perfetta forma lo Stato, non mancò di chiedere al Papa la conferma
dell'investitura del Ducato di Puglia, e di Calabria, come i suoi
predecessori aveano ricevuta. Nè Pascale mancò tosto di concedergliela,
come fece nell'anno 1114 mentre era in Cepperano a celebrar un
Concilio, ove Guglielmo portossi per riceverla[377]. Ma mentre questo
Pontefice era tutto inteso per reprimere gli sforzi d'Errico oppresso
da gravi, e noiose cure ammalossi in questo anno 1118 nel quale a' 12
gennaro finì di vivere[378].
Morì ancora nel mese d'agosto del medesimo anno Alessio Imperadore
d'Oriente, a cui nell'Imperio successe Giovanni Porfirogenito
suo figliuolo. Ben tosto ci libereremo dalla cura di tener conto
degl'Imperadori d'Oriente; poich'essi avendo perduto tutto ciò, che
possedevano in queste nostre province, con poca speranza di più
riacquistarlo, non vi fu occasione di più pensare, ed intrigarsi
negl'interessi di queste regioni. Niente più era loro rimaso che
un'ombra di sovranità, che ancor ritenevano sopra il picciolo Ducato
napoletano, il quale non guari si vedrà passare altresì sotto la
dominazione del famoso Ruggiero I Re di Sicilia e di Puglia. Si
governava ancora questo Ducato sotto forma di Repubblica per suoi Duchi
e Consoli, ed in questi Tempi n'era Duca Giovanni, il quale morto non
molto tempo da poi, mentre regnava in Oriente Porfirogenito, fece luogo
a Sergio, ultimo Duca che fu de' Napoletani. Poichè passata da poi
Napoli sotto Ruggiero, ancorchè non immutasse la forma del suo governo,
vi creava egli nondimeno i Duchi a suo arbitrio e vi costituì Duca,
Anfuso uno de' suoi figliuoli, come si dirà a più opportuno luogo.