CAPITOLO II.

_Conquiste de' Normanni sopra la Sicilia._

Intanto essendo accaduta in Firenze nell'anno 1061 ne' principj di

luglio la morte di Papa Niccolò II, che per due anni e mezzo tenne

il Ponteficato[297], insorsero in Roma i soliti disordini e tumulti

per l'elezione del successore. Il famoso Ildebrando per sedargli,

unitosi co' Cardinali e con la Nobiltà romana, dopo tre mesi, elessero

finalmente il Vescovo di Lucca di patria milanese, che Alessandro

II appellossi. Nell'elezione non vi fecero aver parte alcuna

all'Imperadore, il quale perciò fortemente sdegnato, fece eleggere il

Vescovo di Parma suo Cancelliero per Papa, che Onorio II chiamarono per

opporlo ad Alessandro; e non bastandogli questo, lo mandò in Roma con

molte truppe per discacciarne il suo Competitore. Cominciarono quindi

le discordie tra i Pontefici romani, e gl'Imperadori d'Occidente a

prorompere in manifeste guerre e fazioni, e ciascheduno si studiava

d'ingrossare il suo partito. Nè mancarono dalla parte dell'Imperadore

gl'istessi maggiori Prelati della Chiesa, e' più insigni Teologi di

quell'età, che sostenessero la sua causa; ma contro tutti questi con

inaudita arditezza e vigore faceva testa l'intrepido Ildebrando, il

quale, perchè l'Arcivescovo di Colonia avea ripreso Alessandro, che

senza il consenso di Cesare contro ciò ch'erasi dinanzi praticato,

aveva avuto l'ardire di ricevere il Ponteficato: egli con tutto il

vigore ed intrepidezza, gli rispose in faccia, che quella era una

corruttela dannabile e cattiva più tosto, che consuetudine, contro i

canoni della Chiesa; e che nè il Papa, nè i Vescovi, nè i Cardinali,

nè gli Arcidiaconi, nè chi si voglia altro potevan farlo: essere la

Sede Appostolica libera, e non serva: che se Niccolò II l'aveva fatto,

stoltamente portossi, nè per l'umana stoltizia dovea la Chiesa perdere

la sua dignità: che non si sarebbe mai per l'avvenire sofferta tanta

indegnità, che i Re di Alemagna potessero costituir i Pontefici romani.

Crebbero perciò, e maggiormente s'esacerbarono le contenzioni,

ma cresciuto il partito d'Alessandro per la accortezza e vigore

d'Ildebrando, restò depresso quello d'Onorio, il quale in quest'istesso

anno, che s'intruse nel Ponteficato, fu da quello deposto e condennato

nel Concilio di Mantua, ma però non volle mai deporre l'insegne

pontificali.

Nel Ponteficato d'Alessandro II, per l'accordo poco prima fatto col

suo predecessore, non vi furono occasioni di contese tra lui, e'

Principi normanni; anzi Alessandro confermò a Roberto ciò, che gli

avea conceduto Niccolò II, e mandò al Conte Roggiero, nel mentr'era

per accingersi all'impresa di Sicilia, lo stendardo per la conquista

di quella; essendo allor costume, come narra il Baronio[298], che i

Papi quando volevano eccitare alcun Principe cristiano alla conquista

d'un nuovo Regno, di mandargli lo stendardo, dichiarandolo Gonfaloniere

di Santa Chiesa. I Normanni perciò proccuravano i loro vantaggi

nell'istesso tempo, che mostravano avere tutto il rispetto alla Sede

Appostolica; nè mancavano intanto lasciar di loro monumenti di pietà

e di munificenza verso le Chiese, e precisamente verso il monastero

di Monte Cassino, nel quale presidendo l'Abate Desiderio, Riccardo

Principe di Capua gli fece donazioni sì larghe e generose, che narrano

Lione e Pietro Diacono, non essere mai stato miglior tempo e più

accettabile per quei Monaci[299]. Questo Principe, oltre di molti

castelli e luoghi vicini a quel monastero, gli donò il castello dì

Teramo, che per la fellonia del Conte, essendo stato prima _secundum

Longobardorum legem_, com'ei dice nel Diploma riferito dal P. della

Noce[300], aggiudicato al Fisco, passò a quel monastero. Molte altre

Chiese donò al medesimo, essendo allora le Chiese in commercio e fra

l'altre quella di Calena posta nel Gargano vicino la città di Vesti;

poichè secondo la divisione fatta in Melfi, Siponto col Monte Gargano

a Riccardo toccò in sorte. Perciò Desiderio, Abate, ancorchè di sangue

longobardo, s'attaccò ai Normanni e fu loro dipendente, nè molto

curavasi della depressione de' Principi longobardi, ancorchè prima

mostrasse per la sua Nazione contrari sentimenti.

Ma questo Principe Riccardo, sentendo i progressi che i Normanni

della stirpe di Tancredi d'Altavilla, aveano fatto nella Puglia

e nella Calabria, e che ora facevano in Sicilia, imputando a sua

codardia il non corrisponder egli a quel valore, punto da sì acuti

stimoli, non fu contento del Principato di Capua, che avea tolto a

Pandolfo, ma ad imprese più generose e grandi si volle accingere.

Egli pensava profittare delle gravi discordie, che passavano tra

'l Papa e l'Imperador Errico per le cagioni esposte, e per ciò non

ebbe alcuno ritegno d'invadere la Campagna di Roma, e di avvicinarsi

presso Roma istessa per prevenire ad Errico, che intendeva doversi

portare a quella città per ricevere dalle mani del Papa la corona

imperiale[301]. Com'egli fu avvicinato presso Roma, tentò tutti i mezzi

co' Romani, perchè gli dessero il Patriziato, ch'era un sommo onore,

e che soleva precedere all'altro dell'Imperio; ma Errico avendo avuta

tal notizia, non perdè un momento di tempo a calar tosto in Italia con

grand'esercito, portandosi ancora in suo soccorso Goffredo Marchese di

Toscana. I Normanni, conosciutisi di impari forze, furono costretti

abbandonar l'impresa, e ritirarsi dalla Campagna: e dopo alquante

scaramucce, finalmente essendovisi frapposto Papa Alessandro, Riccardo

accordossi con Goffredo, e fece a Capua ritorno.

Il Papa essendo poco da poi stato invitato dall'Abate Desiderio per

consecrar la Chiesa di M. Cassino, da lui magnificamente rifatta, vi si

condusse con Ildebrando e molti Cardinali, ove con solenne cerimonia

e grande apparato, celebrò la funzione, intervenendovi dieci nostri

Arcivescovi, e 43 Vescovi. E per renderla Desiderio più magnifica

v'invitò anche tutti i nostri Principi così normanni, come longobardi

che tenevano allora queste province, come ancora i Duchi di Napoli

e di Sorrento. Vi venne Riccardo Principe di Capua con Giordano suo

figliuolo, e col fratello Rainulfo. Fuvvi Gisulfo Principe di Salerno

co' suoi fratelli: ma ciò che dovrà notarsi al nostro proposito

sarà, che in questa celebrità, come narra Ostiense[302], intervenne

anche Landolfo Principe di Benevento, confermandosi per l'ocular

testimonianza di Lione che vi fu presente e trovavasi Bibliotecario di

Monte Cassino, quel che scrisse l'Anonimo Beneventano nella Cronaca de'

Duchi e Principi di Benevento, che Landolfo fu restituito al Principato

di Benevento, nè se non molto tempo da poi s'estinse il Principato

dei Longobardi, passando la città sotto il Papa ed il resto di quello

sotto i Normanni. V'intervenne ancora Sergio Duca di Sorrento; poichè

Sorrento erasi distaccato dal Ducato di Napoli, al quale prima era

sottoposto, come molto tempo prima avea fatto Amalfi; e questi due

Ducati, essendo Amalfi già passata sotto i Principi di Salerno, in

forma di Repubblica co' loro Duchi e Consoli si governavano ancorchè

dependenti dall'Imperio greco[303]. Furonvi anche i Conti di Marsi, e

molti altri Baroni longobardi e normanni, de' quali fin da questi tempi

era un buon numero in queste province.

Solo il famoso duca Roberto quivi non convenne. Ritrovavasi egli

insieme col Conte Ruggiero suo fratello in Sicilia, ove all'assedio

di Palermo avea rivolti tutti i suoi pensieri e le sue forze.

Quest'isola, che caduta sotto il giogo de' Saraceni, erasi sotto

Maniace, coll'aiuto de' Normanni, restituita in buona parte all'Imperio

d'Oriente, disgustati i Normanni, e succeduti a Maniace Governadori

poco abili, era stata ripigliata di bel nuovo da' Saraceni, i quali

aveano discacciati i Greci da tutte le Piazze, e solo Messina era

loro rimasa; ma alla fine furono costretti nell'anno 1058 anche

abbandonarla, e lasciare tutta quell'isola alla discrezione e balia

di quest'Infedeli. Roberto Guiscardo col suo fratello minore Ruggiero

la invase, e dopo aver soggiogate quasi tutte le sue più principali

città, era solo rimasa Palermo da conquistarsi; Piazza la più forte

e principale dell'isola, ove i Saraceni aveano riposto tutto il loro

presidio; ma l'assedio che vi posero questi due valorosi Campioni fu

così stretto e vigoroso, che non passarono cinque mesi, che furono

obbligati i Saraceni a renderla nelle mani di Roberto, il quale insieme

con Ruggiero entrarono nella città con infinite acclamazioni de'

Popoli. Roberto conquistato ch'ebbe Palermo, per cattivarsi gli animi

de' Saraceni renduti ormai siciliani, diede loro libertà di religione,

facendogli intendere, che stesse in loro libertà, o di farsi Cristiani,

ovvero rimanere nella loro religione maomettana. Allora fu che Roberto

investì[304] di tutta quest'isola Ruggiero suo fratello, creandolo

Conte di Sicilia, colle forze ed egregie virtù del quale aveala

acquistata. Ritenne per se la metà di Palermo, di Valle di Demona e di

Messina; e lasciato in Sicilia suo fratello, in Puglia fece ritorno, ed

in Melfi fermossi[305]. Quindi è che Ruggiero non ricercò investitura

dal Papa, perchè la teneva da Roberto suo fratello.

Così questi due Principi, regnando uno in Puglia col titolo di Duca,

l'altro in Sicilia con titolo di Conte, ponevan terrore a' vicini.

Alcuni, perciò che Roberto investì della Sicilia Ruggiero suo fratello,

han voluto dire, che questi riconoscendo da lui il dominio, ed il

titolo di Conte di Sicilia, quest'isola fosse subordinata a' Duchi

di Puglia; e che il titolo regio ch'ebbe da poi Ruggiero da Anacleto

Antipapa, di Re di Sicilia, confermatogli da Innocenzio II, come

diremo, s'intendesse di questo nostro Regno, che si disse Regno di

Puglia, e non dell'isola di Sicilia[306]. Altri per contrario, come

Inveges[307], dicono, che questo nostro Regno fosse subordinato

all'isola di Sicilia.

Ma da ciò che abbiam narrato, e molto più da quello che saremo per

notare, si conoscerà chiaro, che nè il Regno di Puglia fu subordinato

a quello di Sicilia, nè la Sicilia alla Puglia, avendo avuto ciascuno

sue leggi ed istituiti particolari, ed essendo stati governati da'

proprj Ufficiali. Egli è vero, che riguardandosi che i Normanni dopo

aver conquistata la Puglia e la Calabria, si resero padroni di quella

isola, e che come aggiunta al Ducato di Puglia e di Calabria, ne avesse

da poi Roberto investito Ruggiero, par che la Sicilia dovesse dirsi

subordinata a' Duchi di Puglia; nulladimanco avendo Roberto fermata

la sua sede in Puglia, e Ruggiero in Sicilia, e governati questi

due Stati independentemente l'uno dall'altro, non può assolutamente

dirsi, che l'uno stesse subordinato all'altro. E quantunque morto

Roberto, Ruggiero succeduto anche nel Ducato di Puglia e di Calabria

avesse fermata la sua regia sede in Palermo, ove la tennero anche i

Re normanni suoi successori, non è però che il Regno di Puglia fosse

stato subordinato a quel di Sicilia, ma come due Regni per se divisi

si governavano, nè che fosse stato mai l'uno reputato come provincia

dell'altro, come si farà chiaro nel proseguimento di quest'Istoria.

Roberto intanto ritornato in Melfi fu ricevuto con grande applauso

e giubilo da tutti i Baroni di Puglia e di Calabria, i quali come

loro Sovrano, si congratularono con esso lui della conquista di

Palermo[308]. Solamente Pietro figliuolo del Conte di Trani non volle

mai rendergli quest'onore, affettando questi un'intera independenza,

ed avea perciò rifiutato di dargli soccorso per la spedizione di

Sicilia[309]. Sdegnato perciò Roberto lo condannò a rimettergli in

sue mani la città di Trani ed alcune altre terre che erano sotto di

lui; ma Pietro opponendosi con intrepidezza, cagionò a se medesimo la

sua ruina, poichè Trani assediata, e ben presto presa, l'altre Piazze

di sua dipendenza, come Bisceglia, Quarato e Giovenazzo seguirono

tosto l'esempio di Trani. Ritirossi per tanto Pietro in Andria, ove

egli poteva difendersi assai lungo tempo: ma avendo avuto bisogno di

viveri: ed essendo uscito con una buona scorta per andare a cercarne

nella campagna, portò la sua disgrazia, che nel ritorno fosse preso

da' soldati del Duca. Roberto veggendolo così depresso, usogli

grand'indulgenza; poichè avendosi fatto prestar giuramento di fedeltà,

gli restituì generosamente tutte le Piazze, riserbandosi solamente

Trani.

Intanto per la morte d'Alessandro II, accaduta nel mese d'aprile

di quest'anno 1073, Pontefice che menando una vita tutta solitaria

e privata, avea commesso il governo della Santa Sede al famoso

Ildebrando: questi senza farne ricercare l'Imperadore, fece tosto

unire il Clero ed il Popolo romano per l'elezione del successore; e

nell'istesso giorno nel quale morì Alessandro fu acclamato egli per

Pontefice. Domandò Ildebrando all'Imperador Errico la conferma di sua

elezione; ma questo Principe stette qualche tempo a risolvere, e mandò

il Conte Eberardo a Roma per prendere informazione in qual maniera

fosse stata fatta un'elezione tanto sollecita. Ildebrando fece tante

carezze al Conte, che l'indusse a scrivere in suo favore; ed Errico

vedendo che l'opporsi all'elezione già fatta, non avrebbe avuto alcun

effetto, perch'era Ildebrando di lui più potente in Roma, vi diede il

consenso. Così fu egli ordinato Sacerdote, e poi Vescovo di Roma nel

mese di giugno del medesimo anno 1073 e nella sua ordinazione prese il

nome di _Gregorio VII_.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 25 / 56 题