CAPITOLO II.

_OTTONE II succede al padre; disordini nel Principato di Salerno, nel

quale finalmente vi succede PANDULFO._

Essendo morto in quest'anno Ottone il Grande, Ottone II suo figliuolo,

che vivente il padre era stato associato all'imperio, cominciò a

regger solo il Regno d'Italia, e ad esercitare quivi tutta quella

sovranità, che suo padre aveasi acquistata, la quale sopra queste

nostre province assai più accrebbesi per la discordia de' nostri

Principi longobardi; poichè mentre Pandulfo Capo di ferro restituito

in Capua sua sede, insieme con Landulfo IV suo figliuolo, che sedeva

in Benevento, reggevano questi due Principati, accaddero in Salerno sì

strane revoluzioni e sconvolgimenti, che posero sossopra tutto quel

Principato. Origine di tanti mali fu la soverchia fidanza, ch'ebbe

Gisulfo con suoi congiunti, i quali da esuli ch'erano, avendo voluto

richiamargli ed ingrandirgli, portarono con inaudita ingratitudine la

ruina del suo Stato.

Atenulfo II quegli, che, come si disse, discacciato da Capua erasi

ricovrato in Salerno sotto Guaimaro II suo genero, lasciò più

figliuoli, ch'esuli insieme col padre lungo tempo eran andati raminghi.

Uno d'essi Landulfo chiamato, si ricovrò prima col padre in Salerno,

da poi andossene ad abitare in Napoli; ma da poi ad intercessione

di Gaidelgrima sua sorella, moglie che fu di Guaimaro II, e madre di

Gisulfo I. fu da questo Principe ch'era suo nipote, per non disgustarsi

sua madre richiamato in Salerno; e Gisulfo oltre averlo affettuosamente

accolto diedegli anche il Contado di Consa; ma perch'era un uomo assai

crudele ed insoffribile, i Consani non potendolo più soffrire, lo

discacciarono da Consa, nè Gisulfo potè tollerarlo guari in Salerno,

onde discacciato bisognò che di nuovo in Napoli facesse ritorno con la

sua casa: avea procreati Landulfo quattro figliuoli, Guaimaro, Indolfo,

Landulfo e Landenulfo.

Accadde, che mentre Landulfo con questi suoi figliuoli erano in

Napoli, Gisulfo s'ammalasse, onde Gaidelgrima sua madre, toltolo a

tempo cominciò tutta dolente e lagrimosa a piangere, di che Gisulfo

accortosi, dimandò, che s'avesse: ella rispose immantinente; piango,

perchè avendo perduto mio marito, ora veggo te infermo: nè ho chi

in tanta amaritudine possa consolarmi, poichè anche il mio fratello

è da me lontano: che dunque, rispose Gisulfo, avrò da fare? che si

richiami, replicò ella, con tutta la sua famiglia. Gisulfo vinto dalle

lagrime di sua madre, che si richiami le rispose: e risanato da quella

infermità, fu Landulfo tosto richiamato in Salerno, e portò seco tre

suoi figliuoli, lasciando in Napoli Landulfo uomo d'ingegno astuto e

pieno d'inganni.

Fu accolto Landulfo dal Principe con molti segni di stima, di molti

poderi l'arricchì, e restituigli ancora il Contado di Consa; e

niente prevedendo di ciò che poteva accadergli, l'innalzò tanto, che

narra l'anonimo Salernitano[24] suo contemporaneo, che lo costituì

dopo lui nel primo grado in Salerno. Co' suoi figliuoli fu ancora

liberalissimo, a Guaimaro diede il Contado di Marsico nel Principato

di Salerno, concedendogli quasi tutte le ragioni ed emolumenti del suo

fisco. Ad Indolfo donò il Contado di Sarno. A Landenulfo il Contado

di Lauro, pure nel Principato di Salerno; ed essendosene costui poco

da poi morto nell'anno 971 fu richiamato da Napoli Landulfo, al quale

Gisulfo concedè il Contado stesso di Lauro, non senza indignazione

de' Salernitani e de' Nobili di quella città, che vedevano con tanta

imprudenza di Gisulfo sublimati questi Principi.

Landulfo padre, entrato in tanta grandezza, tosto cominciò a pensar

modi, come potesse invadere il Principato di Salerno: egli vedutosi

con tante forze si proccurò ancora il favore de' Duchi d'Amalfi e di

Napoli, perchè l'assistessero a quest'impresa ed ajutato da quelle

de' suoi figliuoli, e da Landulfo precisamente uomo accorto ed astuto,

avendo con alquanti congiurato il modo, una notte, avendo corrotti i

custodi, ebbe modo d'entrare nel Palazzo del Principe: ivi avendo preso

l'infelice Gisulfo insieme con l'infelice Principessa Gemma sua moglie,

figliuola d'Alfano ed agnata di Lamberto Duca di Spoleto, furono

imprigionati, e dando a sentire agli altri essere stati ammazzati,

fu la città posta sossopra. I Salernitani credutigli morti si posero

in somma costernazione, nè sapendo che si fare in tanta revoluzione,

furono costretti di giurare per Principe Landulfo lor tiranno, il quale

temendo non si scoprisse esser vivi Gisulfo e la Principessa Gemma,

tosto gli fece levare da Salerno ed in Amalfi gli fece condurre; indi,

discacciati che gli ebbe, assunse anche per collega al Principato

Landulfo suo figliuolo in quest'istesso anno 972 ovvero 973.

Presedeva in questi tempi per Duca in Amalfi Mansone Patrizio, ed in

Napoli, come si disse, Marino Patrizio. Questi intesi della congiura,

subito che udirono essere stato Gisulfo da Salerno scacciato, vennero

in Salerno con alquante truppe per soccorrere Landulfo, e stabilmente

fermarlo nel Principato[25]. Non si vide maggiore ingratitudine di

quella che usò Marino Duca di Napoli in quest'incontri, il quale

dimenticatosi tosto de' beneficj ricevuti da Gisulfo, dimenticatosi

ancora de' tanti giuramenti fatti di soccorrerlo, ora s'unisce col

tiranno per discacciarlo dalla sede.

Ma furono questi disegni ed iniqui consigli dissipati ben tosto; poichè

ricredutisi i Salernitani, che Gisulfo e la Principessa Gemma non

eran morti, ma vivi erano in Amalfi, tosto cominciarono a tumultuare

e a fremere contro essi medesimi di tanta credulità e de' passi che

avean dati. S'aggiunse ancora, che Indolfo, che aveva veduto assunto

per collega al Principato Landulfo suo fratello, e di lui niun conto

tenersi, contro ciò che il padre con più sacramenti gli avea promesso,

cominciò ad aspirare al Principato, sollecitando perciò Marino Duca

di Napoli, che l'ajutasse in quest'impresa: fu perciò, per sedare in

parte i tumulti, risoluto di prendere Indolfo e mandarlo in Amalfi,

siccome preso che fu, nascostamente fu mandato in quella città: e tolto

l'oppositore, i Salernitani furono costretti a giurare a Landulfo il

Giovane, Principe assai crudele e scaltro. Ma con pernizioso consiglio

richiamato non molto da poi Indolfo in Salerno, questi dissimulando

il torto, cominciò a rendersi i Salernitani benevoli, co' quali

profusamente trattava, e ridotti al suo partito i più principali

e' congiunti del Principe Gisulfo, cominciò ad insinuar loro, che

discacciati i tiranni si dessero a Pandulfo Capo di ferro, il quale

saprebbe colle sue forze restituirgli Gisulfo, ed intanto proccurassero

fortificarsi ne' Castelli, affinchè alla venuta di Pandulfo potessero

tosto portargli ajuto e soccorso. In fatti molti Proceri salernitani,

e fra gli altri gl'istessi Riso e Romoalt, due celebri personaggi,

pentitisi di quanto aveano cooperato nella congiura, si portarono in

Amalfi avanti i Principi discacciati, ed ivi con molti giuramenti e

pianti dolutisi del torto, che si era a loro fatto, promisero fare ogni

sforzo di ritornargli nella pristina dignità.

Il Principe Pandulfo invitato da' congiunti del Principe Gisulfo e da'

Salernitani, i quali in varj castelli s'erano fortificati per ricever

il suo ajuto, compassionando il caso di quell'infelice Principe, che

era suo consobrino, prese con incredibile allegrezza l'impegno di

restituire Gisulfo in Salerno; ed avendo unito alquante sue truppe

s'incamminò verso Salerno. Fu incontrato da Indolfo, che gli cercò

per se il Contado di Consa; ma Pandulfo dichiarandosi che non poteva

ciò fare; questi pien di mestizia pensò tornare in Salerno, ove fu

preso da' suoi stessi ed a Landulfo consignato. Intanto Capo di ferro

unitosi co' Salernitani, che stavano ne' castelli, espugnò tutti i

luoghi del Principato di Salerno, depredando il paese intorno, ei cinse

Salerno di stretto assedio. I Landulfi padre e figliuolo gli fecero

molta resistenza, e non fidandosi de' Salernitani valevansi di Mansone

Patrizio, che tenevan presso di loro nel Palazzo co' suoi Amalfitani,

ai quali diede la custodia delle torri che circondavano la città; ma

non poteron lungo tempo resistere alle forze di Pandulfo, il quale

finalmente nell'anno 974 l'espugnò, e discacciati i tiranni, non per se

occupolla, ma in quest'istesso anno la restituì al legittimo Principe.

Gisulfo e Gemma, o perchè così fra di loro fossero convenuti o pure

per gratitudine di tanti beneficj, non tenendo figliuoli, adottaronsi

per loro figliuolo Pandulfo figliuolo di Pandulfo, che vollero anche

istituirlo Principe di Salerno, e Gisulfo volle averlo per Compagno

nel Principato insin che visse, cioè sin all'an. 978[26]. Ed egli

morto in quest'anno, restando Pandulfo successore in Salerno, volle

anche Pandulfo suo padre assumere il titolo di Principe insieme col

figliuolo, onde si fece, che nella persona di Pandulfo _Capo di ferro_

s'unissero tre titoli, e fosse detto Principe insieme di Capua, di

Benevento, e di Salerno. Quindi l'Anonimo Salernitano, che in questi

tempi vivea, e che fin qui continuò la sua istoria, che a questo

Principe dedicolla, in un carme che compose in lode del medesimo, lo

chiamò Principe di queste tre città dicendogli:

_Tempore praeterito Tellus divisa maligno_

_Unitur tuo ecce, tuente Deo_[27].

Siccome il valore e prudenza di Atenulfo I potè far argine alla

ruina de' Longobardi, la quale per le tante rivoluzioni e disordini

di queste province, era imminente; così ora la potenza di Pandulfo

_Capo di ferro_ trattenne alquanto il corso della loro caduta; ma

s'avrebbe potuto sperare dal valore di questo Principe qualche buon

frutto, se non avesse già poste profonde radici quella pessima usanza

de' Longobardi di partir ugualmente i loro Stati tra' loro figliuoli,

i quali se bene presentemente si vedevano ne' titoli uniti in una

sola persona, non è però, che _Capo di ferro_ non avesse aggiudicato

il Principato di Benevento a Landulfo IV, suo figliuolo, e quello di

Salerno a Pandulfo altro suo figliuolo. Tutti i Principi longobardi

della razza di Landulfo I Conte di Capua, que' di Benevento ancora

e gli altri di Salerno, ebbero costume di provvedere tutti i loro

figliuoli di proprj Feudi; e se bene nel principio gli amministravano

indivisi, ancorchè ciascuno riconoscesse la sua parte, e sotto le

medesime leggi; nulladimanco la condizione umana dovea portare per

conseguenza la discordia fra di loro, onde poi divisi in fazioni

diedesi agli esterni pronta occasione d'occupargli. Le massime della

politica s'apprendevano allora dalla Scrittura Santa, non avendo per

la barbarie de' tempi altri libri donde fossero meglio istrutti: essi

leggendo quivi l'ammonizione di Davide, dicente, non esservi cosa più

gioconda, che _habitare fratres in unum_, si regolavano da questo

detto: ma non vedevano che ciò era ben da desiderare, e conseguito

da tenersi caro; ma per la condizione umana era difficile a porsi in

pratica; e potevano dalla medesima scrittura apprendere, che ogni regno

diviso, per se stesso sì dissolverebbe. Comunque siasi non gli dava il

cuore che al primogenito si dasse tutto, per ciò fattosi luogo alla

successione, la città principale era ritenuta dal primogenito, e gli

altri fratelli erano investiti di Contadi ed altri Feudi, de' quali

per essere i possessori della stessa razza, da dependenti Signori, che

ne erano, se ne rendevano assoluti. Così abbiam veduto di Radelchiso

Principe di Benevento, il quale avendo da Caretruda generati dodici

figliuoli, oltre Radalgario, che gli succedette, gli altri furono tutti

Conti. Lo stesso accadde del Principato di Salerno, il quale, come si

è detto, diviso da Gisulfo, con indignazione de' Salernitani, in tanti

Contadi tra i figliuoli di Landulfo, fu veduto possedersi da tanti,

oltre i Proceri salernitani, i quali ne' loro castelli viveano ben

fortificati con assoluto ed independente arbitrio.

Ma sopra tutto il Principato di Capua patì questa deformazione; poichè

dalla razza d'Atenulfo, come dal cavallo trojano ne uscirono tanti

Conti e Signori, che riempierono non meno Capua, che Benevento di

Contadi e Signorie. Del sangue di questo Principe uscirono i Conti

di Venafro, di Sessa, d'Isernia, di Marsico, di Sarno, di Aquino,

di Cajazza, di Teano e tanti altri. Li quali se bene, come si è

altre volte detto, nel principio fossero stati conceduti in Feudo,

nulladimanco poi ciò che era loro stato dato in amministrazione passò

in signoria; ed insino a questi tempi la cosa era comportabile, perchè

la concessione per la morte o fellonia del Conte, restava estinta, nè

il Contado passava all'erede; ma in questi tempi indifferentemente

praticavasi, per la ragione altrove rapportata, che passasse a'

figliuoli ed eredi, concedendosi l'investiture _pro se et haeredibus_,

siccome tra gli antichi monumenti si legge investitura fatta nell'anno

964 in Capua da Pandulfo Capo di ferro, e da Landulfo suo figliuolo

della città d'Isernia colle sue pertinenze a Landulfo e suoi eredi[28].

Così concedendosi tanti Contadi e Feudi, non solo vennero a

multiplicarsi e poi dividersi in tante parti, ma investendone quelli

del medesimo loro sangue, si invogliavano ad aspirare alla signoria

independente, e posero con ciò in iscompiglio e disordine gli Stati,

che per ultimo restarono preda d'altre nazioni.

§. I. _Cognomi di famiglie restituiti presso di noi, che per lungo

tempo erano andati in disuso._

Dal numero di tanti Feudi e Contadi posseduti da varie famiglie,

sursero i cognomi per disegnarle; poichè i Longobardi non avendo

cognomi per denotare le particolari famiglie, dalle città e terre

che possedevano ed ove aveano fermata residenza, presero i cognomi;

e cominciossi tratto tratto in queste nostre parti a restituire il

costume degli antichi Romani; i quali cognomi se bene in questi tempi

degli ultimi nostri Principi longobardi si cominciassero a restituire,

succeduti da poi i Normanni, questi furono che gli accrebbero in

immenso, onde si restituirono in tutti i cognomi, che diedero da poi

distinzione alle famiglie.

I Romani, che non conobbero Feudi trassero i cognomi altronde, non

da' luoghi che forse avessero i loro maggiori posseduti. Ma come che

presso i medesimi la pastorizia e l'agricoltura era avuta in molta

riputazione, moltissime famiglie trassero il cognome dalle cose

rusticane a queste appartenenti: quindi i Latuzj, i Melj, gli Frondisj,

i Fabj, i Pisoni, i Lentuli ed i Ciceroni; e dalla pastorizia, i

Bubulci, i Bupecj, Juvenci, i Porzj, Scrofe, Pilumni, Juni, Satirj,

Tauri, Vituli, Vitellj, Suilli, Capriani, Ovini, Caprillj, Equini ed

altri, de' quali fece lungo Catalogo il Tiraquello[29].

Anche presso i medesimi sortirono le famiglie il cognome dalla natura,

che ora propizia, ora inimica deformò loro il corpo o l'animo d'alcun

vizio, o l'arricchì di qualche speziale avvenenza, o di buon costume:

così dalla larghezza de' piedi, surse il cognome de' Planci; dalla

grassezza, quello de' Grassi; dagli capegli l'altro de' Cincinnati;

da' nasuti, i Nasoni e tanti altri. Sovente da' costumi, come Metello

Celere, dalla sua celerità; altronde dal caso, come Valerio Corvino;

altrove dal luogo conquistato, come Scipione Affricano, e così degli

altri[30].

Ma presso questi ultimi nostri Longobardi per la maggior parte

i cognomi sursero dalle città e castelli, che i loro antenati

possederono, e ne' quali essi trasferivano la loro abitazione, ed ivi

dimoravano in tutto il tempo della loro vita. Così dal castello di

Presensano surse il cognome di _Presensano_, la qual famiglia insieme

col castello mancò in Capua dopo il tempo del Re Roberto. Così ancora

presso Erchemperto[31], Marino in cognominato Amalfitano, perchè

presideva in Amalfi, della quale città fu Duca; e presso il medesimo

Autore[32], Landulfo fu appellato Suessulano, perchè presideva a

Suessula; e da Lione Ostiense[33] Gregorio fu cognominato Napoletano,

perchè fu Duca di Napoli; e il medesimo Autore[34] cognominò Landulfo

di Santa Agata (del quale più innanzi parleremo) non per altro, perchè

fu Conte di quella città. E poichè tutti questi Proceri da Capua,

dalla prosapia d'Atenulfo discesero, perciò presso gli Scrittori di

questi tempi furono anche detti Nobili capuani, onde surse il cognome

della illustre Famiglia capuana, e furon detti per lungo tempo Nobili

capuani tutti coloro che furono della razza de' Conti e Principi di

Capua, ancorchè fossero divisi in più famiglie, come il dimostra con

somma accuratezza il diligentissimo Pellegrino[35]: quindi si fece che

alcuni ritenessero anche da poi il cognome di _Capuani_ o di _Capua_;

ed altri dai luoghi che possedevano, ancorchè dell'istesso genere,

si cognominarono. Così la famiglia di Sesto surse dal castello di

questo nome nel Contado di Venafro, che da' Conti di questo luogo e da

Pandulfo, al quale fu dato il cognome di Sesto, uscì, della quale parla

Pietro Diacono[36]; la qual famiglia sotto il Re Guglielmo II ancor si

legge essersi mantenuta con sommo splendore, ed occupare i primi posti

della milizia, come potrà osservarsi presso Luigi Lello[37].

E quelle tre famiglie di _Franco_, di _Citello_ e di _Roselle_, siccome

furono della gente longobarda, così ancora devono reputarsi esser

surte dalla razza d'Atenulfo Principe, e da' luoghi posseduti da'

loro antenati esser derivate, ben lo dimostra il Pellegrino; e molte

altre famiglie longobarde, che trassero l'origine da questi Principi

di Capua e da Atenulfo, anche discacciati i Longobardi, si mantennero

in queste nostre parti sotto i Normanni, come più distintamente diremo

innanzi, quando de' Popoli di questa Nazione ci tornerà occasione di

trattare: tanto che ebbe a dire Lione Ostiense, che Atenulfo, ed i

suoi descendenti per molte loro generazioni, tennero il Principato per

cento settantasette anni in questi nostri contorni di Benevento e di

Capua; poichè per molto tempo ne' Principati di Capua e di Benevento

molti Baroni furono del sangue d'Atenulfo, che Signori di varj Feudi,

stabiliron le loro particolari famiglie, dandosi a' loro congiunti

l'investiture di molti Feudi, e sursero quindi in tutta l'Italia

Cistiberina molti Conti e Baroni, ed altri Nobili; e l'istesso si

fece nel Principato di Salerno. Parimente la famiglia _Colimenta_,

donde pruova il Pellegrino esser surta la famiglia _Barrile_, non

altronde, che dal castello Colimento, che ora diciamo Collemezzo,

deriva; siccome il cognome della nobil famiglia _Gaetana_, da Gaeta;

poichè da Lione[38] Ostiense Gaetani sono appellati coloro, che

come Duchi tennero la città di Gaeta. Così ancora il cognome della

illustre famiglia di Aquino, non altronde, che da' Conti di quella

città è surto; siccome quelle de' _Sangri_, de' _Sanseverini_, degli

_Acquavivi_ e tante altre, dalle città, e terre da' loro maggiori

possedute derivarono[39].

Anche presso questi ultimi nostri Longobardi sursero i cognomi, se bene

più di rado, da' nomi de' loro progenitori: così la famiglia _Atenulfo_

ebbe tal nome da Atenulfo, padre che fu di Pietro Cardinal di Santa

Chiesa; e moltissime altre. Trassero eziandio i cognomi origine da'

Magistrati ed Uffizj, così ecclesiastici, come secolari, e per qualche

mestiere da' loro antenati esercitato: la famiglia _Mastrogiudice_

quindi, al dir di Freccia[40], ebbe origine: siccome quella de' _Doci_,

degli _Alfieri_, de' _Conti_, de' _Ferrari_, _Cavalcanti_, _Filastoppa_

e tante altre. Da' costumi ancora e dalla propria indole; da' colori,

dagli abiti, dalle barbe, dal mento; dalle piante, fiori, animali, e da

tante altre occasioni ed avvenimenti che sono infiniti[41].

Ma egli è da avvertire, che questa usanza di tramandar i cognomi a'

posteri, perchè meglio si distinguessero le famiglie, cominciò sì

bene appo noi nel fine di questo X secolo, ma molto di rado; onde

nei diplomi ed altre carte di questi tempi, assai di rado si leggono

cognomi. Si frequentarono un poco più nel XI e XII secolo appo i

Normanni; ma nel XIII e XIV furono talmente disseminati e stabiliti,

che comunemente tutte le persone, ancorchè di basso lignaggio, si

videro avere proprj cognomi, con tramandargli a' loro posteri e

discendenti[42].

§. II. _Spedizione infelice d'OTTONE II contro a' Greci, e morte di

PANDULFO Capo di ferro._

Il costume de' nostri ultimi Longobardi, in tante parti di dividere i

loro Stati, cagionò finalmente la loro ruina, e diede pronta e spedita

occasione a' Normanni di discacciarli da queste nostre province;

perchè questi Baroni, ancor che riconoscessero le investiture dei loro

Contadi da' Principi di Capua e di Benevento e di Salerno, nulladimanco

essendo dell'istessa razza d'Atenulfo, e molti aspirando a' Principati

stessi di Capua, di Benevento e di Salerno, donde alcuni n'erano stati

discacciati; ancorchè, come si è detto, Pandulfo Capo di ferro col suo

valore e felicità reggesse insieme con Landulfo IV e l'altro Pandulfo

suoi figliuoli Capua, Benevento e Salerno; nulladimeno morto Capo

di ferro in Capua l'anno 981[43] cominciarono di bel nuovo in queste

province le rivoluzioni e' disordini. S'aggiunse ancora, che Pandulfo,

il quale avea proccurato, che fra gl'Imperadori d'Oriente con quelli

d'Occidente si mantenesse una stabile e ferma amicizia, appena mancato,

si videro rotte tutte le corrispondenze, e rinovate l'antiche gare;

poichè Ottone II che mal sofferiva la Puglia e la Calabria essere in

mano dei Greci sotto gl'Imperadori Basilio e Costantino, che erano al

Zimisce succeduti nel 977, disbrigatosi come potè meglio degli affari

di là de' monti, armato, coll'Imperadrice Teofania calò in Italia in

quest'anno 980[44].

Erasi, come si disse, già introdotto costume, che quando gl'Imperadori

d'Occidente venivano in Italia, presso Roncaglia fermati, luogo non

molto lontano da Piacenza, ivi solevano intimar le Diete, ove univansi

i Duchi, Marchesi e Conti di molti luoghi d'Italia, i Magistrati

delle città, ed anche l'Ordine ecclesiastico per trattar degli affari

d'Italia più rilevanti: si esaminavano le querele de' sudditi contro i

potenti: si davano l'investiture de' Feudi: si decoravano molti Baroni

di titoli: si stabilivano molte leggi attenenti ancora allo Stato

ecclesiastico, ed a' precedenti mali davasi qualche compenso. Ottone

in quest'anno giunto in Piacenza assemblò la Dieta in Roncaglia, ove

diede molti utili provvedimenti. Di questo Ottone sono quelle leggi,

che abbiamo nel libro secondo delle leggi longobarde; e molte sotto il

_tit. qualiter quisq. se defendebeat_[45], ove riprovandosi la prova

per li giuramenti, si ritenne quella del duello, e moltissime altre

sono state raccolte da Melchior Goldasto ne' suoi volumi[46].

Dato perciò qualche ristabilimento alle cose d'Italia, passossene

Ottone in Roma, ove in un pranzo fece inumanamente trucidare molti

Proceri a se sospetti d'infedeltà; indi col suo esercito nel seguente

anno 981 venne in Benevento, dove fermossi per qualche tempo: fu

anche in Napoli ricevuto da' Napoletani, i quali poco curandosi di

violar la fedeltà dovuta agli Imperadori d'Oriente loro Sovrani,

gli diedero anche soccorso; e mentre si tratteneva in queste nostre

regioni proccurò ingrossare le sue truppe con quelle, che gli eran

somministrate da Benevento, da Capua, da Salerno e da Napoli, per

invadere la Puglia. Trattenendosi quivi volle conoscere dello spoglio,

che Giovanni Abate di S. Vincenzo a Vulturno si doleva aver patito

da Landulfo Conte d'Isernia, che avea occupati tre castelli di quel

monastero: pronunziò a favor del monastero, e glie ne spedì diploma in

Benevento in quest'anno 981 a' 10 di ottobre[47].

In quest'istesso anno, come si è detto, accadde in Capua la morte

di Pandulfo Capo di ferro, ed avendo la casualità portato, che il

Vesuvio in quest'istessi tempi, siccome suole, eruttasse fuoco e

fiamme, nacque appresso il volgo quella credenza, che quando da quel

monte davansi cotali segni, o era preceduta o dovea seguire la morte

di qualche uom ricco e potente ed insieme scellerato, e che la di lui

anima era da' demonj per quella voragine portata all'inferno, la qual

credenza ebbe origine, siccome sempre accadde in questi casi, dalla

visione d'un Solitario, al quale, come narra Pier Damiano, parve aver

veduta l'anima di Pandulfo esser portata da' diavoli al fuoco pennace

dell'inferno[48]. Infatti Capo di ferro fu il più ricco e potente in

queste nostre province, di quell'età: egli non solo fu Principe di

Capua, di Benevento e di Salerno, ma era ancora Marchese di Spoleto e

di Camerino, possedendo perciò poco men, che la metà di Italia[49]; ed

ancorchè di lui si leggessero molte opere di pietà, d'aver in sommo

onore avuto il Pontefice Giovanni XIII, e d'aver di molti doni e

privilegi arricchito il monastero Cassinense in quel tempo che visse,

che al dir di Lione Ostiense[50] fu il più accettabile per li Monaci;

nulladimanco la visione di quel Solitario fece perdere tutta la stima a

quelli fatti, e fece credere di avergli operati non per animo sincero

di pietà e di religione, ma per mondani rispetti: al che s'aggiungeva

l'enorme discacciamento dal Principato di Benevento di Landulfo suo

nipote.

Così ancora, essendo negli anni seguenti accaduta la morte di

Giovanni Principe di Salerno, che fu avo dell'ultimo Guaimaro, il qual

nell'anno 1052 da' suoi fu ucciso; vomitando in quel tempo il monte

fiamme, Giovanni, che vivea in questa credenza, disse: _Procul dubio

sceleratus aliquis dives in proximo moriturus est, atque in infernum

descensurus_: il che fu poco da poi accomodato all'istesso Principe

Giovanni, il quale la vegnente notte si trovò inopinatamente morto in

braccio d'una sua putta[51]; onde maggiormente presso il volgo crebbe

quella credenza, che ha durato lungamente sino a' tempi de' nostri

avoli, e di credere ancora scioccamente, che il Vesuvio fosse una bocca

dell'inferno.

Ma ritornando in via, morto Pandulfo, lasciò come si disse in Benevento

Landulfo IV suo figliuolo, al quale in sua vita avea egli aggiudicato

quel Principato, ed anche per pochi mesi dopo la morte del padre resse

Capua. Lasciò Pandulfo un altro suo figliuolo, Principe in Salerno,

quegli, il quale era stato adottato da Gisulfo, e che dopo la morte

di suo padre per alcuni mesi resse questo Principato; ed insieme altri

suoi figliuoli Atenulfo Conte e Marchese, Landenulfo, Gisulfo, che fu

Conte di Tiano, e Laidolfo[52].

Ma la morte di questo Principe tosto dissipò quell'unione, che non

potea lungamente durare; poichè Pandulfo II che fu da lui discacciato

dal Principato di Benevento, subito che l'intese estinto, volle

vendicarsi del torto ricevuto, e discaccionne dal Principato Landulfo

IV, appropriandosi a se Benevento, che poi lo trasmise a' suoi posteri;

e Landulfo poco da poi finì ancora i giorni suoi; imperocchè Ottone

avendo indrizzato il suo esercito (ch'era composto oltre di molte

Nazioni, anche di Beneventani, fra' quali volle anche accompagnarsi

questo Landulfo con Atenulfo suo fratello) verso Taranto per debellare

i Greci ed i Saraceni ch'erano stati chiamati da' Greci in lor ajuto,

nella battaglia che nel seguente anno 982 si diede, fu l'esercito

d'Ottone disfatto, ed uccisi fra gli altri Principi Landulfo ed

Atenulfo, e l'istesso Ottone appena potè scampare[53].

Quindi accadde, che al Principato di Capua, morto Landulfo, fossero

succeduti Landenulfo suo fratello, ed Aloara sua madre, e che

Ottone, rifatto come potè meglio il suo esercito, ritornato in Capua,

confermasse questo Principato di Capua ad Aloara e a Landenulfo, che

lo ressero dal suddetto anno 982 insino all'anno 993, quando morta

quattro mesi prima Aloara, fu nel mese di aprile Landenulfo da' suoi

miseramente ucciso[54].

Fu così infelice questa spedizione d'Ottone contro i Greci, e così

grande la rotta data al suo esercito, che fu costante opinione, che

se i Greci avessero saputo servirsi della vittoria, avrebbero insino

a Roma portate le loro armi. Ma in questo conflitto, siccome i Greci

s'avvidero della poca fedeltà de' Napoletani e degli altri loro

sudditi, così, e molto più, Ottone imputava la perdita a' Beneventani

ed a' Romani[55], (appresso i quali era venuto in abbominazione per

l'enorme uccisione fatta di molti Proceri in quel convito, onde appo

d'essi acquistossi il cognome di _Sanguinario_) i quali nel meglio

della battaglia l'avean abbandonato. Quindi si narra, che nel seguente

anno 983 ritornato Ottone a Capua, e rifatto al meglio il suo esercito,

sopra Benevento improvvisamente lo drizzasse, e dato in questa città un

memorabil sacco, per recar a' Beneventani maggior dolore gl'involasse

l'ossa di S. Bartolomeo, di cui eran tanto divoti, ed in Roma le

facesse condurre per trasportarle da poi in Germania; ma prevenuto

dalla morte in quest'anno accadutagli in Roma, non potè condurre a

fine il suo disegno, onde rimase in quella città; oggi nella medesima

s'adorano in un tempio nell'isola Licaonia del Tevere, resa oggi assai

più celebre al Mondo per quest'ossa, che per ciò che del suo sorgimento

ne scrisse Livio nella sua incomparabile Istoria.

I Beneventani non possono soffrire ciò che di questa traslazione

narrano Ottone[56] Frisingense, Goffredo di Viterbo[57], Biondo[58] ed

il Sigonio[59], ed altri più moderni. Essi per l'autorità di Roberto

Tuitense[60] appresso il Baronio e dell'Ostiense[61], vogliono che

verso l'anno 1000, Ottone III non il II, essendo dal Monte Gargano

ritornato a Benevento, avesse cercato a' Beneventani il corpo del

S. Appostolo, i quali non avendo ardire di negarglielo, fossero

ricorsi alla fraude, e tenendo ancor essi con somma venerazione il

corpo di S. Paolino Vescovo di Nola, in vece di quello, gli avessero

dato questo di S. Paolino: di che poi accortosi Ottone, grandemente

offeso di tal frode, fosse di nuovo da poi ritornato in Benevento, ed

avendo tenuta assediata per ciò questa città più giorni, non avendo

potuto espugnarla, fu d'uopo che in Roma se ne tornasse. Ma Martino

Polono[62], secondando il genio de' Romani, che lo vogliono nel Tebro,

narra sì bene, che Ottone III dal Gargano ritornasse in Benevento; ma

che a' Beneventani non altro, che il corpo di S. Paolino cercasse,

i quali senza usar fraude alcuna glielo diedero. Così insorta fra'

Scrittori moderni acerba contesa sopra quest'ossa, tra' Romani e'

Beneventani, vengon due corpi in diversi luoghi adorati d'un medesimo

Santo; ed i Napoletani pure pretendono, che il capo di questo Appostolo

non sia nè a Roma, nè a Benevento, ma in Napoli nel monastero delle

Monache di Donna Regina per donazione fattagliene da Maria moglie di

Carlo II d'Angiò figliuolo di Carlo I, il quale dopo avere sconfitto

Manfredi, da' Beneventani l'ebbe; ed il nostro Istorico Giannettasio il

tiene per cosa certa, con tutto che accenni la fiera contesa, che sopra

ciò ancor arde fra' Romani e' Beneventani. Ed abbiamo veduto in questi

ultimi nostri tempi miseramente affannarsi sopra questo soggetto molti

Scrittori, a' quali, da poi che si saranno affaticati a dimostrare,

che sia stato questo corpo trasferito in Roma, ovvero esser rimaso in

Benevento, molto più loro resta da travagliare per render verisimile,

come fino dall'India, siccome narra Sigeberto, si fosse trasportato

in Lipari. Ma tutte queste dispute, non essendo del nostro istituto,

volentieri le lasciamo ad essi, a cui ben stanno.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 3 · 第 5 / 56 题