La festa delle rose.
— Sei pronto, Toti?
— Io sì. È miss Edith che impiega un anno a vestirsi.
— Toti!!!
— Zia Emma, vieni a vedere! Per mettersi un guanto infila un dito alla
volta ed ha dieci dita lunghe lunghe.
— Toti, dico!!!
— Io non ne ho colpa, sai! Anzi le ho consigliato molte volte di
portare i mezzi guanti; farebbe più presto; ma miss Edith non vuol
seguire i miei consigli.
— Toti, finiscila, m’intendi?
— Sì zia, t’intendo.
— Perchè non vieni in salotto, che cosa fai in camera?
— Aspetto la signorina.
— Ma sei pronto?
— Sì, non c’è male.
— A che punto sei, si può sapere?
— Debbo ancora mettermi le scarpe.
— E perchè non lo fai da te? Chi aspetti?
— Aspetto la signorina.
— Voglio sperare che non avrai bisogno del suo aiuto.
— No, zia Emma, sono io che aiuto lei perchè non si affatichi; facciamo
da buoni fratelli.
— Quando sarai vestito, vieni in salotto.
— Va bene zia; verrò in salotto. —
La zia Emma riprende la lettura interrotta; Toti, nella stanza vicina,
guarda miss Edith che è ferma innanzi allo specchio. Egli è ancora
seduto sul letticciuolo, ed attende.
Quanto tempo impiega quella benedetta figliuola! Ora si passa la cipria
sul viso; ma quale soddisfazione può provare mai a infarinarsi tutta in
quel modo? Vorrà forse nascondere le macchioline rosse delle quali ha
cosparsa tutta la pelle.
— Signorina?
— Toti?
— La zia Emma mi aspetta.
— _I am ready!_ (Sono pronta).
— Anch’io sono pronto. Debbo solo mettermi le scarpe e mettermi la
cipria sul viso.
— Toti! _You are unkind!_ — (Siete scortese).
Toti abbassa gli occhi e tace. Perchè mai non è stato cortese? Gli
sarà forse vietato di darsi la cipria? Quando sarà grande vorrà levarsi
questa soddisfazione tutti i giorni. Per ora la sua vita è un continuo
divieto; questo non si può fare, quello non si può fare, di mille
desiderii che gli nascono può soddisfarne solo qualcuno e con quanti
stenti!
Verrà il giorno della rivincita, il giorno in cui, libero di sè, potrà
disporre del suo tempo e della sua vita a suo talento, e allora vorrà
sempre sporcarsi le mani d’inchiostro; e saltare su tutti i tavolini
che troverà su la sua via; e rovesciar le sedie; ed entrare in casa
gridando, senza timore di disturbare nessuno; e empirsi le tasche di
piselli, di fiammiferi, di carta, di bottoni; e dire a tutti ciò che
pensa:
— Tu mi annoi! Tu sei brutto! Non tornare più in casa mia! Ora
vattene che voglio star solo, ecc. ecc. Oh! allora sì, sarà felice,
completamente felice! Questo pensiero lo rincuora e non si sa spiegare
perchè papà, che potrebbe, non faccia altrettanto. Nossignore! Toti
sa, per esempio, che la signora Penelope è antipaticissima a papà, e sa
altresì che non può digerirla; ma quando capita in casa le va incontro
e le dà il benvenuto, e le sorride; perchè non le dice piuttosto:
— Scusa, sai, signora Penelope, ma io in casa mia non ti ci voglio,
perchè sei brutta, perchè sei pettegola, ineducata, astiosa,
vendicativa e sciocca! —
Così dovrebbe dire, e la signora Penelope non tornerebbe più e non
darebbe a lui, che non li può soffrire, que’ suoi baci umidicci che
lasciano il cerchiolino su le guance.
Miss Edith ha compiuto il suo abbigliamento, e si avvicina a Toti che
l’attende sorridendo.
Toti è in vena sentimentale; gli occhi suoi rivelano una improvvisa
pensosità, che ben presto dovrà esser nota, perchè Toti non sa celare i
suoi sentimenti.
Ad un tratto, mentre miss Edith lo aiuta a stringere i laccetti di una
scarpa, esclama:
— Noi siamo crudeli! —
Miss Edith non risponde com’è suo costume, e Toti continua per conto
suo.
— Noi siamo crudeli perchè uccidiamo i vitelli per farci le scarpe!
Potremmo andare scalzi, sarebbe più comodo e non toglieremmo i figli
alle povere vacche! —
Miss Edith si rialza, l’opera è compiuta. Toti è pronto; può uscire con
la zia Emma.
Prima di andarsene getta un’occhiata all’angolo nel quale il suo
elefante invalido siede con la proboscide raccolta fra le gambe, lo
saluta, poi si volge tutto raggiante di gioia, ed esce a grandi salti:
— Domani è la festa delle rose. Evviva la primavera! —
❦
Vanno di casa in casa con la zia Emma; tutti gli amici di Toti debbono
partecipare alla festa delle rose. Marinella, Orsetto, Dorry, Fauvette,
Rando e Celestina interverranno immancabilmente. Sono già passati dalla
piazzetta del Carmine dove abitano i due inseparabili, e le donne che
li sorvegliano sono state commosse dal gentile invito fatto loro dalla
zia Emma e da Toti.
La nonna di Rando si è un poco preoccupata perchè non ha un vestitino
degno da fare indossare al nipotino; ma la zia Emma e Toti l’hanno
rassicurata. I bimbi sono sempre belli, non occorre loro ricchezza di
vestiti, sono come i fiori: si vestono d’aria e di luce.
Toti ha chiesto particolarmente a Rando:
— Ci vieni volentieri a pranzo da me, domani? —
E Rando ha risposto senza alzar il capo:
— Sì; ma io voglio molta minestra.
— Anch’io, — ha soggiunto Celestina.
— Ce ne sarà, non dubitate.
— E ci sarà anche il pane? — Sì.
— E le ciliege?
— Anche quelle. —
Allora Rando e Celestina si sono guardati, hanno riso un attimo dalla
contentezza, e poi si sono allontanati cantando:
— La gatta va al mulino
Per fare un covaccino
Con l’olio,
Col sale,
Con l’unto di maiale.... —
Toti e la zia Emma continuano il loro giro d’inviti. Adalgisa accetta
con discreto entusiasmo, ma più ne dimostra Ciuffolo, il quale
incomincia a far capriole in mezzo alla stanza con grave rischio e
pericolo della sua incolumità personale.
Alla fine della loro passeggiata la zia Emma chiede a Toti:
— Ma sai dirmi adunque dove abita Suor Lucia?
— Nelle case della carità.
— Se non mi dài una indicazione più precisa sarà impossibile trovarla.
— Ne domanderemo a Giacomino, — risponde Toti. E da Giacomino sanno che
Suor Lucia non è in città.
— Quando è partita?
— Due giorni sono.
— E domani tornerà?
— Non lo so.
— Da chi potremmo informarci?
— Ora chiamo la mamma; ella potrà dar loro tutte le indicazioni che
vogliono. —
Dopo i convenevoli che sogliono scambiarsi fra persone bene educate, la
zia Emma e la signora Erminia, madre di Giacomino, entrano in soggetto:
— Saprebbe indicarmi per favore dove abita Suor Lucia?
— Abita nelle case della carità al numero nove; ma ora è assente.
— E quando tornerà?
— Fra due giorni, forse; non so quando potrà ritornare, povera donna!
— Le è toccata qualche disgrazia?
— È tanto tempo che soffre! Non sa nulla dunque? —
Toti vorrebbe ascoltare ciò che dicono le due signore, le quali si sono
tratte in disparte e parlano a bassa voce, e fa tutto il possibile per
udire, con tutta garbatezza, qualcosa; ma non gli riesce; non afferra
neppure una parola.
Che cosa sarà toccato mai alla povera Suor Lucia? Egli prova una vera
tenerezza filiale per la buona creatura stanca, che ha tollerato,
sempre in santa pace, tutte le loro monellerie e non una sola volta
li ha rimproverati con parole aspre; le vuol bene come tutti le
vogliono bene, dai più piccini ai più grandi. Ora il pensiero ch’ella
possa soffrire lo accora. Tornerà ancora? La festa delle rose non può
riuscir compìta senza Suor Lucia; il suo zendado nero, del quale va
sempre ricoperta, non avrebbe dato tristezza a nessuno; ella sarebbe
stata alla tavola dei bimbi come un compimento necessario, e tutti
l’avrebbero accolta battendo le mani.
Quando la zia Emma lo invita ad uscire egli tace ed attende una frase
che gli spieghi l’assenza di Suor Lucia; ma la zia Emma non parla,
segno evidente che Toti non potrà saper nulla.
Però la curiosità lo spinge a fare una domanda innocente, che potrebbe
metter la zia su la via delle confessioni.
— Verrà poi Suor Lucia?
— No.
— E perchè mai?
— Perchè ha molte cose alle quali attendere.
— Cambia di casa?
— No.
— E perchè?
— Perchè sta bene dove si trova.
— Già!... Sta bene dove si trova!... Dunque non viene?
— Non viene.
— Sarà ammalata, non è vero, zia?
— Quante cose vuoi sapere, Toti? Non è ammalata, rassicurati.
— Vedi? Sono in pena! Dovresti dirmi che disgrazia le è toccata.
— I curiosi si puniscono col silenzio.
— Non sono curioso, zia; puoi parlare. —
La zia Emma non risponde; il tiro non gli è riuscito, e Toti se ne va
mogio mogio, almanaccando mille avvenimenti stranissimi dei quali Suor
Lucia è l’eroina.
C’è un mistero che lo seduce e lo accora; egli deve scoprirlo e lo
scoprirà.
❦
La casa odora acutamente, perchè le rose sono dovunque profuse con
dovizia straordinaria.
È il 4 di maggio, il giorno in cui Toti compie gli anni.
La zia Emma, con pensiero squisito, ha voluto che la festa di Toti
fosse anche la festa delle rose, della primavera. I bimbi ed i fiori si
rassomigliano tanto!
Toti si è svegliato quattro volte durante la notte, e si è levato su le
coltri per vedere se dalle imposte chiuse trapelasse qualche raggio di
luce; ma il sole è tanto più pigro del suo desiderio! Miss Edith russa
tranquillamente, metodicamente; dorme come agisce, russa come parla, è
sempre uguale miss Edith!
Poi c’è il tarlo del cassettone che non si dà pace e lavora e lavora
producendo certi aspri schiocchi, che impressionano. La notte deve
essere ancora alta, perchè non si ode neppure lo strido di una rondine
e le rondini sorgono col sole, si lanciano pei cieli quando le campane
dell’alba danno i loro ultimi rintocchi.
Il silenzio è profondo; bisogna dormire ancora per far piacere agli
altri, mentre sarebbe molto igienico levarsi di buon’ora e guardar
sorgere l’alba. Dio, come deve essere bella l’alba!
E il pensiero si volge ad altro. Toti pensa un’infinita distesa di
cieli bianchicci corsi da nubi che si sfioccano e un mare più bianco
ancora e alcune lontanissime vele, piccoli punti neri su l’orizzonte
che s’incurva. L’anima gli sorride; il momentaneo turbamento
l’abbandona ed il sonno ritorna, un sonno quieto come un alito di
brezza estiva.
Finalmente la luce giunge, e si odono le rondini e le campane
mattutine. Il cuore gli balza tumultuosamente; getta le coltri
da un lato, si alza sul letticciuolo e grida: — Miss Edith? Miss
Edith? —
Un breve suono risponde dal fondo della stanza. La signorina dorme
ancora, dorme sempre, dormirebbe come un baco da seta se la lasciassero
fare; ma Toti non può aver pazienza: è la sua festa, la festa della
primavera.
— Signorina, è giorno! Voglio alzarmi. —
Per quella mattina gli sarà perdonata la fretta, perchè è pur giusto
ch’egli ottenga quel che vuole almeno una volta all’anno!
Miss Edith non risponde con troppa sollecitudine alla chiamata, e Toti
pensa perchè mai debba essere condannato all’eterna sorveglianza di
miss Edith. Papà ha parlato tante volte di signori e di signore che non
possono vivere insieme per incompatibilità di carattere: ora anche fra
Toti e la signorina Edith c’è la stessa incompatibilità, l’unione non
è riuscita, perchè dunque li condannano a star sempre l’uno a fianco
dell’altra? Anche Dorry conosce la lingua inglese e Toti l’imparerà da
Dorry che è una bella bimba e non è punto noiosa.
Finalmente può levarsi; Miss Edith è giunta, ha gli occhi rossi, non
parla.
— Buon giorno, signorina.
— _Buonciorno._
— Quest’oggi io sono allegro.
— Ho piacere.
— È la mia festa!
— _Aucuri._
— E tu non sei allegra, signorina?
— _Yes._
— Ti piacciono le rose?
— _Yes._
— Te ne darò tante tante e tante!
— _I thank you._ (Vi ringrazio).
— E te ne metterò sui capelli, sul vestito, voglio farti bella!
— _Yes._
— Sei contenta?
— _Yes._
— Eri più contenta ieri o oggi?
— _Yes._ —
Toti la guarda un attimo senza parlare, poi gonfia le guance ed esclama:
— _Yes yes yes;_ ma non sai dir altro? —
Miss Edith non risponde e Toti guarda verso la soglia per timore che
la zia Emma sia là ed abbia udito. L’ombra severa non appare, tutto è
salvo.
Le finestre della stanza sono aperte e si diffonde un’aria
deliziosamente odorosa che dà una lieve ebbrezza; le guance di Toti
si arrubinano ancor più ed hanno una lucentezza soave come ne hanno
le rose allorchè il sole le coglie vestite tuttavia di rugiada. Su
la mimosa che s’intravede c’è una capinera che canta e si tace; poi
squittisce timidamente e riprende l’avvio quasi seguisse le instabilità
della brezza che accompagna il mattino.
Toti non conversa a lungo con miss Edith perchè non può riversare il
suo sentimento esuberante nell’anima glaciale della signorina; gli
occorre qualcosa che risponda e non una creatura che ha un’espressione
immutabile simile a quella di Beretta e Pierello, i suoi due fantocci.
Ascolta con somma pazienza gli ammonimenti: essere buono; pensare
ai propri doveri; ascoltare i consigli dei superiori; non far male
ad alcuno; non compiere atti inconsulti; non mostrarsi superbo con
le persone di grado inferiore; moderare i propri desiderii; non
infastidire il prossimo; e tanti e tanti altri che, a volerli osservare
a puntino, non resterebbe altro che sedere in un angolo, non aprir
bocca mai e non muoversi per tutto il giorno. La prima cura di Toti è
quella di ascoltare sorridente e sereno i precetti che gli impartiscono
in abbondanza spaventosa, e la seconda è quella di dimenticarli
immancabilmente un minuto dopo.
Quando esce dalla stanza incontra la zia Emma poi il papà, poi il nonno
e il prozio, e gli augurii seguono agli augurii e i doni ai doni.
Ciò lo commuove tanto, che rivolto alla zia Emma, le chiede:
— Zia, sai dirmi perchè la mia festa viene solo una volta all’anno?
— Perchè sei nato una volta sola.
— E allora perchè quando il tempo è bello il babbo dice: mi sento
rinascere? —
Non gli rispondono se non ridendo, poi la zia lo prende per mano e
lo conduce nella grande sala degli arazzi che è stata arredata in
quel giorno appositamente per lui. In mezzo alla sala è apparecchiata
una lunga tavola, che raccoglierà alla mensa i piccoli convitati che
parteciperanno alla gaia festa primaverile; saranno moltissimi. Agli
angoli della sala sono disposti, entro alti vasi, numerosi tralci di
rose in fiore ed altri sono sparsi su la tavola.
L’aria, luminosa come di un oro diffuso, è satura di un profumo
soavissimo.
Su piccoli cartellini, disposti fra i fiori, è scritto il nome dei
convitati; Toti compie un giro intorno alla tavola leggendo ad alta
voce; quando ha finito, fattosi pensieroso, si accosta alla zia Emma
per parlarle e pare che non ardisca.
— C’è qualcosa che non ti garba?
— No, tutto mi garba; ma vorrei chiederti un favore.
— Quale?
— Io ho due amici poveri.
— Ebbene?
— Vorrei invitarli.
— Ma sicuro. E chi sono?
— Uno è Carciofo.
— Il figlio di Tommaso?
— Sì.
— Va bene. E l’altro?
— L’altro è Anatroccolo.
— Di chi è figlio?
— Non è figlio di nessuno, è nipote della zia Geltrude.
— Ma come trovarlo?
— Carciofo lo conosce; diremo a Carciofo di condurlo con sè.
— Benissimo. Allora farò preparare i posti per i tuoi due amici, e tu
corri a cercarli ed invitali.
Non chiede di meglio nè si fa ripetere la proposta: anzi, si affretta a
fuggire perchè la zia Emma non abbia a pentirsi.
È tanta la gioia di lui, che tutta la vecchia casa ne vibra; egli
crede che il mondo, per quanto è grande, sia tutto uno specchio di
sole partecipante, in quel giorno, alla sua felicità e crede che i
fili d’erba, i cespugli, gli alberi, le nubi, tutte le cose vicine e
lontane siano tanto belle unicamente per lui. La terra ed il cielo sono
tutto un giardino; le corolle che fioriscono a cespi, a grappoli, a
vere ondate, su la terra, hanno le loro sorelle lassù, in quei fiocchi
d’argento che gli uomini chiamano nubi e che sono corolle senza lo
stelo fiorite come ninfee nel gran lago azzurro. Lassù si nasconde
Iddio e gli alberi lo vedono forse, e le allodole lo vanno a salutare.
❦
I parenti e gli amici sogguardano dalle soglie, nella sala degli arazzi
non debbono essere che i bimbi ed i fiori.
Marinella è venuta; Orsetto, Fauvette, Dorry, Ciuffolo, Adalgisa,
Nicoluccio, Doretta, Miranda sono giunti; Rando e Celestina fanno il
loro ingresso in quel punto, ed è una fortuna che i compagni loro siano
intenti ad ascoltare Dorry, la quale siede al pianoforte, altrimenti,
storditi come sono da tutte quelle cose nuove, immense e lucenti, o
scoppierebbero in pianto o prenderebbero la via del ritorno.
Giungono inosservati, e ciò dà loro un coraggio formidabile, nonostante
il quale ritengono opportuno soffermarsi su la soglia.
La donna che li accompagnava, abbandonandoli ai piedi delle scale
li ha esortati a proseguire il cammino, cosa che hanno fatto come in
sogno, credendo entrare nella dimora sontuosa di qualche re di fiaba.
Celestina ha detto una parola; ma la sua voce le è parsa tanto grande,
in quella vastità, che si è taciuta subito, impaurita. Hanno fatto le
scale gradino per gradino, lentissimamente, tenendosi sempre per mano
e guardando i dipinti della vòlta, i grandi candelabri disposti sui
ripiani e Celestina ha chiesto sommessamente:
— È una chiesa? —
E Rando ha risposto:
— Sì. —
Si sono fatti il segno della croce ed hanno proseguito.
Giunti al termine, un uomo vestito di nero ha detto loro, indicando una
porta tutta dorata:
— Toti è laggiù, andate. —
Ed hanno proseguito passando di meraviglia in meraviglia, sempre più
turbati.
— Che casa è questa? — ha chiesto Celestina.
E Rando ha risposto:
— Non lo so. —
Tutto è lucido, anche i pavimenti che sembrano specchi e attutiscono
il rumore dei loro passi, sì che pare di andar su la lana. Nella
prima stanza passano a testa china perchè hanno intravisto sui muri
certi ceffi, chiusi in tante finestre d’oro, i quali non sono affatto
rassicuranti; nella seconda si stringono ancor più a fianco a fianco,
per una figura tutta bianca ritta in un angolo sopra un piedistallo,
e quando sono per entrare nella terza, si soffermano e si nascondono
tremando, dietro le portiere semicalate.
— Hai veduto? — sussurra Celestina.
— Sì.
— Ora ci mangia! —
Dopo una breve attesa, Rando sporge nuovamente il capo e si ritira
pieno di spavento. Stanno rannicchiati in un angolo e non uscirebbero
più dal loro nascondiglio se non li intravedesse un servo che passa.
— Che cosa fate lì?
— Niente; abbiamo paura.
— E di che cosa?
— Della bestia.
— Ma di quale bestia?
— Quella là. —
Il servo guarda e ride.
— Non vedete che è morta?
— È morta?!
La cosa li rassicura e si fanno innanzi; ma perchè dunque, se è morta,
li guarda con quegli occhi così larghi e tiene la bocca aperta?
— È una pelle di tigre — ripete il servo sollevando e lasciando cadere
lo spauracchio disteso ai piedi di un divano. I marmocchi cominciano a
convincersi, però passano a rispettosa distanza sbirciando.
Ed eccoli su la soglia della sala degli arazzi dove sono adunati i loro
compagni. Mio Dio, il paradiso non potrebbe essere più grande e più
bello. Fra poco si faranno cuore; il suono del pianoforte li rianima.
Rando indossa l’eterno gonnellino rosso e non ha che due varianti al
consueto abbigliamento: le scarpette di vitello adorne su la punta
da una breve lamina di ottone, e il suo vecchio cappellino che, per
l’occasione, è stato rivestito da una bella ghirlanda di rosoni di
carta.
Celestina ha una veste di bordatino, la quale comincia a gonfiarsi
sotto le ascelle e sempre più si gonfia discendendo, fino a
raggiungere, al termine, una inverosimile ampiezza. Il corpicciolo
della bimba scompare entro il paltoncino decorativo di cui l’hanno
rivestito. Per compiere la linea di eleganza le hanno cucito sotto alle
spalle un grande nastro di seta gialla che si innalza in due turgidi
sboffi e ricade in due code rigidamente fino all’altezza dei calcagni.
Celestina si crede molto bella, e si pavoneggia nella sua veste
rigida e solenne. I suoi poveri capelli rialzati sulla fronte e su le
tempie sono costretti su la nuca in una trecciolina contorta; così per
ottenere l’intento di non essere mai spettinata pare un piccolo topo
uscito da un bagno d’olio.
Il lieve canto di Dorry li seduce, calma i loro spiriti turbati, li
invita. Avanzano ascoltando. Si sentono come in casa propria, perchè
nessuno si preoccupa della loro venuta, nè li turba con parole cortesi,
con saluti, e con baci.
Giunti in mezzo alla sala, Rando abbandona la mano di Celestina, perchè
riprende il dominio di sè stesso.
Si accosta alla tavola, poi si dirige ad un vaso ricolmo di rose,
ne coglie una e l’odora. Celestina lo segue sempre secondo la sua
instancabile fedeltà.
Il possesso di un bel fiore riempie di gioia l’anima del bimbo, gli
occhi di lui si illuminano, la bocca sorride, poi ride. Anche la
musica è bella. Rando l’ascolta, anzi l’ascoltano, perchè Celestina è
il fedele specchio del compagno suo, e si animano, si animano sempre
più, guardandosi negli occhi finchè, liberi ormai da ogni soggezione,
cominciano a gestire, poi a batter le mani, poi a saltare gridando
allegramente, soli e imperturbati come due piccoli imperatori.
[Illustrazione: La piccola Dorry si accompagna sul pianoforte
una canzoncina.... (pag. 138.)]
Frattanto la piccola Dorry dagli occhi d’angelo; tutta sottile e bionda
si accompagna sul pianoforte una canzoncina che un poeta inglese,
Mark Ambient, ha scritta in onore di lei e che un musicista italiano
ha rivestita di note per dare il suo contributo di ammirazione alla
gentilissima creatura.
Dorry ha una veste bianca e disciolta che le scende lungo l’esile
figura come una carezza, e i capelli biondi che le inquadrano
soavissimamente il perfetto viso dai grandi occhi stellari, le si
allargano su le spalle in un fiotto lucente. Un raggio di sole la
illumina. Ella siede composta, ha il viso un poco levato e sorridente.
Aggruppati intorno e silenziosamente intenti le stanno i monelli. Toti
la guarda senza battere ciglio, ma più la guarda e più si appassiona
nella sua muta estasi Lionello, un ragazzo di tredici anni, cugino di
Toti, il maggiore della compagnia. L’adolescente è nel periodo in cui
il sogno della vita si trasfigura per il primo albore di un’ansia nuova
e gentile.
E Dorry continua dischiudendo appena la bella bocca dalle lievi
sinuosità di fiore. La maggior parte degli ascoltatori non intende ciò
ch’ella dice; ma la voce di lei è chiara e la musica è bella.
La canzone ha la freschezza di un canto davidico.
Gracefull as a young gazelle
Dainty little Dorry;
Merry as a marriage bell
Dimpled little Dorry.
Hair so fair and eyes so blue
Little heart that bits so true,
Who could live with’ loving you
Darling little Dorry?
Ah! we all love little Dorry,
And for you I am very sorry
If you don’t know little Dorry
Dainty little Dorry.
Loving, little, sweet, and simple
Dimpled little Dorry!
Finita l’ultima cadenza arrossisce e si leva di scatto.
— Continua continua, non è finita! — le dice Toti, tentando di farla
tornare al piano; ma Dorry si schermisce con semplicità e con fermezza.
Ciuffolo rimane col pollice immerso nella profondità della boccuccia
rossa; Adalgisa si aggiusta i numerosi nastri della veste; Miranda e
Doretta stanno tuttavia col naso all’aria e continuano a sorridere;
Anselmuccio, che ha ravviato i suoi capelli rossi, ordinariamente
scompigliati, pare distratto mentre valuta a colpo d’occhio i vari
oggetti atti all’incremento del suo piccolo commercio; Rando e
Celestina sono scomparsi, hanno trovato, nel bel mezzo della sala,
un’isola inesplorata, nella quale nessuno potrà disturbarli; sono sotto
la tavola, e la lunga tovaglia li nasconde entrambi agli sguardi dei
presenti.
Fauvette propone a Lionello di suonare qualche ballabile _pour fair
danser les petits_, e Lionello accetta di gran cuore perchè Dorry gli è
vicina e si dispone ad ascoltarlo.
Le coppie si formano: Toti e Marinella, Anselmuccio e Adalgisa: Cola
dalle gambe torte e Miranda, il batuffolo dalle grandi arie di donna
matura; Orsetto e Fauvette e molte e molte altre.
Lo spazio è sufficiente per ballare e per cadere. Lionello incomincia
tremando, ma poi si vince e accenna una gioiosa aria di ballo che
si fa sempre più piena e sempre più rapida, follemente. Le coppie
incespicano, saltano, strisciano, ruzzolano fra scoppi di riso e grida
di gaudio e di incitamento. Un lembo della tovaglia si solleva; Rando e
Celestina sogguardano dal piccolo pertugio.
Ad un tratto coloro che si trovano presso la porta d’ingresso si
fermano e battono le mani gridando.
Entra Ninì.
Il bimbo, senza preoccuparsi dei molti presenti, avanza direttamente
verso Toti, e, raggiuntolo, si ferma a qualche passo di distanza ed
esclama ad alta voce mentre tutti tacciono:
— Ti _avguro_ mille anni contenti in compagnia dei tuoi genitori e
della tua _baglia_ e ti _avguro_ di mangiar sempre delle caramelle e
dei _succherini_ e ti _avguro_ di fare a metà _con io_ come io farò a
metà _con tu_, perchè oggi è la tua festa e domani sarà la mia. Evviva
Gesù, evviva Giuseppe, evviva Maria! —
Il discorsetto quasi improvviso è stato pronunziato con tanta sicurezza
e tale serietà, da destare la più viva gaiezza nell’uditorio.
Toti ringrazia il suo piccolo amico, piccolo sì, perchè ha appena
cinque anni e non arriva ancora col capo alla spalliera di una
seggiola.
Ninì, appena entrato, ha dato un saggio della sua perfetta conoscenza
della madre lingua e della sua disinvoltura a tutta prova. Quantunque
per fargli insegnare qualcosa sua madre lo mandi a scuola dalle suore
del Buon Pastore, egli non fa, invero, progressi straordinari, non già
perchè gli manchi l’intelligenza, che è in lui vivissima, ma per una
certa sua indole ribelle, la quale gli fa accettare a malincuore ogni
correzione.
[Illustrazione: Un lembo della tovaglia si solleva; Rando e
Celestina sogguardano.... (pag. 145.)]
Dalle suore ha imparato con somma facilità tutto un repertorio
di sermoni e di canzoncine sacre, ch’egli modifica e fonde a suo
piacimento, aggiungendovi considerazioni e intercalandovi pensieri
di vario stile e d’indole disparatissima. Nè si fa pregare a fare
sfoggio della sua scienza chè, se ne viene richiesto, scioglie tutta la
parlantina con somma facilità, poco curando la logica e il buon senso,
contento di infilar le parole una dietro l’altra come tante perlette in
un fil di seta.
Ninì ha due grandi occhi rotondi a fior di pelle, ch’egli apre
smisuratamente quando sta per parlare, e pare che partecipino alle
vibrazioni acute della vocetta acerba. L’insieme del suo visetto è
piacente e ridevole per la continua espressione tutta particolare di
serietà burlesca.
Ninì strascica l’esse e non sa pronunziare la zeta, la quale non
entra affatto nel suo alfabeto. Possiede tutte le qualità per riuscire
simpaticissimo. I compagni suoi ridono al solo vederlo ed egli ha la
virtù di non scomporsi, anzi, a volte, ride anche lui, senza altra
ragione se non quella di imitare i compagni.
È famoso per le sue frasi che rimangono celebri nel mondo de’ suoi
coetanei, i quali lo amano e cercano di averlo, quanto più possono,
vicino.
Questa è la ragione per la quale gli inviti gli piovono: senza Ninì non
c’è festa che possa riuscire compìta. Egli è un complemento del buon
umore.
D’altra parte non v’è persona o ambiente che lo preoccupi o lo impacci;
egli è sempre padrone di sè stesso e non si trattiene dal fare le sue
considerazioni o dal ripetere, senza intenderne il senso, l’ultima
interiezione che ha udito per la via, passando.
Quel giorno, prima di uscir di casa, ha avuto un piccolo scapaccione
solo perchè si era voluto rendere utile. Eterna ingratitudine! Quando
suo padre è ritornato, Ninì gli è mosso incontro tutto lieto, per
comunicargli la buona novella:
— Papà, oggi ho _pulisciato_ il tuo studio, ho _mettato_ tutto a posto,
non ho _rompato_ niente e ho _chiudato_ la porta. —
Detto e fatto, lo scapaccione è venuto e Ninì non ha chiesto il
perchè; ha ripreso la strada serio serio con gli occhi sempre larghi,
esclamando sottovoce più volte a necessario sfogo:
— Carognetta, carognetta, carognetta, carognetta.... —
Ma senza pensare di offendere il babbo; oh no! semplicemente per dire
una parola ch’egli sa non permessa e per prendersi una rivincita.
Ninì non piange mai, non ha periodi di umor nero; tutt’al più, se
qualcosa lo contraria fortemente, se ne va con le mani annodate dietro
le reni, borbottando qualche incomprensibile parola; ma non ha fatto
dieci passi che l’ombra è già dileguata, ed egli è tornato padrone di
sè stesso.
Ha una cura assidua del suo piccolo fratello, che trascina per tutta
la casa e al quale impartisce saggi consigli ed esempi mirabili di amor
fraterno.
Quando vede che Bebè stringe nel pugno qualche caramella, gli si
avvicina con aria sorridente, e, cercando la sua voce più mite gli
dice:
— Bebè, tu sai che i dolci fanno male. Ora ti persuado. —
Gli toglie la caramella e se la mangia con aria compunta quasi
compiesse un grande sacrificio, mentre Bebè lo guarda con crescente
stupore.
Ora senza curarsi di avere attirato su di sè l’attenzione dei compagni,
compie un giro nella sala guardando e considerando tutto, mentre
canticchia una canzone che ha imparato il giorno prima da un servo:
— Guarda che bel seren con quante stelle,
Questa è la notte da rubar le donne!
Chi ruba donne non si chiama ladro,
Si chiama giovinotto innamorato! —
I più piccini gli si sono aggruppati attorno, compresi Rando e
Celestina che sono usciti dal loro regno. Ninì si volge ad un tratto a
guardarli, e ad uno ad uno li interroga.
— Tu chi sei?
— Io sono un re, — risponde Ciuffolo.
— E tu?
— Io sono un soldato.
— E tu?
— Io sono Dorina Misanti, figlia di Giacomo Misanti e di Elvira Pieri.
Ho quattro anni; sono nata il dieci gennaio millenovecentotrè in via
Leopardi, numero venti, al secondo piano nella finestra a sinistra dove
c’è un vaso di garofani e una gabbia col canarino.
— E tu chi sei?
— Io sono una signora, — risponde Miranda.
— E tu? —
Rando si concentra qualche secondo meditando una grande parola;
risponde poi senza levar gli occhi:
— Io sono un socialista!!... —
Entrano in quel punto Carciofo e Anatroccolo, e si fermano vicino alla
porta senza ardire di muovere un passo di più. Toti va ad incontrarli.
Anatroccolo ha sotto il braccio un berretto da soldato e non ha potuto
fare che una variante al consueto abbigliamento; la zia Geltrude gli ha
concesso un paio di scarpe meno slabbrate ma sempre enormi per il suo
piccolo piede.
— Vieni, vieni.... — gli dice Toti prendendolo per mano.
— Buon giorno, — risponde Anatroccolo che non sa più da qual parte
rifarsi — e... siate felice. —
Lo squillo di una piccola campana si avvicina; è giunta l’ora del
desinare, l’ora sospirata e gaudiosa. La tavola è presa d’assalto da
tutti i lati tumultuosamente.
❦
Il posto è stato assegnato in precedenza, e tanti cartellini disposti
lungo la tavola portano scritto il nome dei singoli convitati, ma
non tutti sanno leggere e il giusto analfabetismo fa nascere una vera
confusione per sedar la quale è necessario l’intervento delle persone
grandi.
Un poco d’ordine è ristabilito ma molto relativo, perchè bisogna far
venire un cumulo di cuscini per coloro i quali, benchè siano seduti,
non arrivano alla tavola neppure col naso. Rando e Celestina sono fra
questi ultimi; essi avrebbero risolto il problema inginocchiandosi su
la seggiola, ma un cameriere sopraggiunto li aggiusta su due cuscini
che alzano il loro livello di qualche centimetro. Quantunque la loro
posizione non sia invidiabile, ora potranno destreggiarsi e adoperare
il cucchiaio senza il pericolo di versarsi la minestra sul capo.
Tanto per cominciare, Rando, che ha perduto ormai ogni ritegno,
comincia a battere le posate sui piatti come è sua consuetudine e
ciò fa per indicare il suo considerevole appetito e la volontà di
soddisfarlo prestamente.
Ninì, che gli è seduto di rimpetto, lo guarda un poco, e poi gli grida:
— Quando mi avrai _rompati_ tutti i piatti me lo dirai,
_pistòla_! —
_Pistòla_ è la interiezione favorita di Ninì, è il gaio insulto di
dubbio significato ch’egli lancia a dritto o a torto, ogni qual volta
se ne presenti l’occasione.
Rando non si mostra turbato per così poco, e continua la sua faccenda
mentre Miranda, che gli siede a destra, spiega con molto sussiego il
tovagliolo, se lo dispone su le ginocchia accuratamente, e, compìto
l’atto preliminare, appoggia appena i polsi su l’angolo della tavola e
attende, tutta seria e stecchita come una signora che sa il fatto suo e
ci tiene e non ammette strappi all’osservanza delle convenienze.
[Illustrazione: Quantunque la loro posizione non sia
invidiabile, ora potranno destreggiarsi.... (pag. 152.)]
Miranda ha quattro anni; a sessanta, modificate alcune apparenze, sarà
forse perfettamente uguale.
Ella sdegna rivolgere la parola a Rando — il quale non se ne offende
troppo — e siccome alla destra di lei è seduto Ciuffolo che proprio
allora è occupato ad affondare tutte le cinque dita nella midolla
del pane quasi a misurarne la profondità, ritiene opportuno, per
non offuscare la sua dignità, di mantenere un silenzio contegnoso e
compassionevole. Ah, la miseria degli uomini è grande!
La natura di Miranda tende un pochetto al tragicomico. Le sfuriate che
sua madre, donna orribilmente gelosa e tempestosa, fa settimanalmente
al suo miserando compagno, uomo tranquillo e fidato, le hanno dato il
precoce gusto delle lacrime e dei sospiri. Ella studia già l’effetto
che può produrre, e riesce gradevole come una stonatura.
La sorte ha posto Anatroccolo alla sinistra di Dorry. Il povero
figliuolo non sa come atteggiarsi e dove guardare. Per nascondere un
poco le miserie del suo enorme giubbone che cade a brandelli, vi ha
spiegato sopra il tovagliuolo, e perchè non abbia a cadere se lo è
annodato al collo; così non foss’altro, ha assunto un aspetto meno
stridente.
Dorry gli ha rivolto la parola e, per sua maggior confusione, per
quanta buona volontà vi abbia posto, non è riuscito a capir nulla di
ciò che la bella bimba gli ha detto. Carciofo che siede fra Doretta
e Marinella tiene gli occhi fissi sul piatto ostinatamente, ed ha le
ciglia aggrottate e l’espressione di un uomo che volga per la mente
pensieri terribili.
Toti, Marinella, Orsetto, Fauvette ridono e parlano ad alta voce; Ninì
leva le braccia e grida ad un cameriere che passa:
— Ed io ti _dicio_ che ho fame! —
Giacomino, l’astuto monello dai piccoli occhi furbi ha attaccato
alle spalle di Adalgisa un fazzoletto rosso e, insieme ai compagni,
motteggia l’istrice domestico che si arruffa sempre più, minacciando
future rappresaglie.
Anselmuccio ha già fatto scomparire nelle sue ampie tasche la minuta
del pranzo decorata da un fregio delizioso che Gugù, la squisita
interprete dell’anima dei bimbi, ha voluto disegnare in onore di Toti.
Anselmuccio sa che fra qualche giorno quell’oggetto assumerà un valore
di scambio, straordinario, e, da buon calcolatore, lo pone in serbo per
servirsene a tempo opportuno.
Il sole tocca il meriggio; dalle finestre aperte entra una luce calda e
festante, e le vesti e i capelli dei bimbi e i fiori, i vasellami, ogni
cosa che riluca se ne accende.
Ad un tratto i camerieri entrano con le prime portate e servono i
convitati cominciando dai due punti estremi della tavola; Ninì si
trova al centro della tavola; per qualche tempo ha pazienza ma quando
vede che i camerieri si allontanano senza averlo servito grida con un
atteggiamento comicissimo:
— _Briscola!_ Che cosa devo mangiare io? La tovaglia? —
Dopo non molto segue la prima pausa del desinare. Nessuno più pronunzia
una parola; per qualche minuto non si ode altro suono se non quello dei
bicchieri e delle posate. Solo uno tra i tanti, il maggiore, colui che
pur non essendo ancora uomo non è più bimbo, Lionello, mangia appena e
a malincuore; il cibo gli ripugna per l’ansietà costante che lo accora.
Anatroccolo per non sembrare villano, mangia a fior di labbro benchè
la fame, sua fedelissima amica, lo spingerebbe ad affrettarsi; Rando si
passa le posate da una mano all’altra non conoscendone il perfetto uso,
e Ciuffolo, per non perdersi d’animo, prende con le dita i pezzetti di
pane abbrustolito che navigano nel brodo.
Trascorsi i primi minuti la gaia tavolata si ridesta più vispa che mai;
tutti quei capi biondi e bruni si muovono, si agitano incompostamente.
Il vivacissimo cicaleccio ricomincia, e continua per tutto il desinare.
Alla zuppa santè, al fritto composto alla bolognese e ad un timballo
di piccioni, segue un piatto di sparagi al burro. La cosa è novissima
per la maggior parte dei convitati e alquanto imbarazzante. Non sanno
da qual parte incominciare se dal bianco o dal verde; Anatroccolo, per
non sbagliare, mangia tutto con somma compostezza; Rando e Celestina
guardano ai loro sparagi con occhi scrutatori e non sanno decidersi
a mangiare quegli affari bianchi e verdi che sembrano tanti birilli
da giuocare a bocce; Ninì dopo essersi affaticato inutilmente per più
di un minuto, tentando di infilare nella forchetta la punta di uno
sparagio, giunto al colmo dell’irritazione si rivolge a un cameriere
che passa e gli grida:
— Porta via questa roba! —
L’educazione molto sommaria di Ninì stupirebbe senz’altro Dorry e
Fauvette, se esse intendessero la lingua parlata dall’edificante
marmocchio.
Al gelato di fragole, ogni convitato ha una piccola coppa di
_champagne_. Toti prega Ninì di fare un brindisi. Il piccolo giullare
che è già in via di eccitamento si rizza su la sua seggiola e comincia
a parlare e a parlare, mescolando gl’insegnamenti delle suore con
pensieri suoi in un pandemonio di frasi spropositate che accresce il
buon umore degli ascoltatori.
— Gesù fece il cielo e poi fece la carta e poi disse non desiderare la
roba d’altri, e nell’ottavo giorno si riposò. E quando sposò Cana fece
il vino ed io ti _dicio_ che il vino è buono. Evviva Toti! —