La casa lucente.
La zia Emma ha detto:
— Quando avrete finito il cómpito potrete andare in giardino; ma prima,
no! —
Ed ora si è sporcato tutte le mani con l’inchiostro, ha disegnato una
fila interminata di soldati, di uomini con la pipa, di cavalli e di
elefanti, ma un’idea non gli è venuta ancora. I cómpiti che gli dà la
zia Emma sono, a volte, tanto curiosi! Che cosa si può scrivere mai?
Rilegge il tema: _Scrivere al babbo ringraziandolo per il bel regalo
che vi ha fatto_.
Ma il babbo, proprio in quei giorni, non gli ha fatto alcun regalo,
di che cosa deve ringraziarlo adunque? Forse di quelli che gli farà.
Saranno molto lontani probabilmente, perchè Suor Lucia ha raccontato la
spedizione alla selva dei Gioghi ed il signor papà è inquietissimo.
Si stringe la fronte fra le mani, si concentra e scrive: _Caro
babbo_... virgola e a capo. Poi? Ecco un’idea: — _Ti ringrazio del bel
dono che mi hai mandato e ne sono contentissimo e ti ringrazio del bel
dono che mi hai mandato_.... — Mio Dio! Ma quanto è difficile dire ciò
che non si sente! Perchè infliggere un tale supplizio ad una povera
creatura che non ha fatto male a nessuno?
Leva gli occhi verso la finestra aperta e vede rifulgere nel sole
un gran cespo di lilla in fiore e pensa ai colchici che fioriscono
d’autunno; hanno lo stesso colore. A Villanova ci sono dei prati
immensi e di autunno si vestono di lilla per i piccoli gigli del freddo
che spuntano a fior di terra sopra uno stelo esilissimo. Quando tornerà
mai ai prati di Villanova? Bocca-di-fiore lo attende; andranno a caccia
dei pettirossi nelle mattine lucenti di brina, quando tutte le siepi e
tutti gli alberi sfoggiano immensi diademi.
La zia Emma attraversa la camera; Toti si riscuote, fissa di nuovo
il foglio di carta bianca che gli sta innanzi e si concentra tanto
che, poco alla volta, gli si chiudono gli occhi. Si addormenterebbe
senz’altro, se Miss Edith non lo risvegliasse con uno di quei suoi
piccoli versi incomprensibili, che vogliono dire tante cose!
È sempre all’erta la sua buona signorina! Lo sorveglia con mille occhi
senza abbandonarlo un attimo; pronta, paziente, tenace e tranquilla
come una macchina di estrema esattezza.
Davvero un’ossessione! Come si fa a non avere una sola volta l’allegra
volontà di saltare sopra un tavolino o di prendere una seggiola a
scapaccioni? Per questo Miss Edith è sempre un punto oscuro e Toti la
guarda con molto rispetto ma con la curiosità meravigliata che destano
nei fanciulli gli oggetti complicati e incomprensibili.
E ricompare il tema. Gli occhi si sono chinati per caso su la carta
e si rialzano un pochetto oscurati. Ecco un dovere! Toti si domanda
perchè mai lo stesso dovere non debba essere compiuto dal nonno, dal
babbo o dalla zia Emma; no, tutti i doveri toccano sempre a lui perchè
è il più piccino. È forse giusto tutto ciò?
Ricomincia. Questa volta l’idea è venuta per davvero e scrive con tutta
sicurezza:
_Caro babbo_,
_La zia Emma mi dice che hai intenzione di farmi un regalo e te ne
ringrazio. Siccome il mio elefante ha perduto la proboscide e tre
gambe, farai bene se vorrai regalarmi una pantera._
_Un bacio dal tuo Toti._
Piega il foglio, batte le mani e, dopo aver dato a Miss Edith una
spiegazione sommaria del fatto compiuto, fugge in giardino.
Carciofo deve aspettarlo, perchè il giorno prima gli ha dato un
appuntamento al quale non mancherà. Carciofo è puntuale.
❦
Tommaso, il cocchiere, ha un figlio che si chiama Adalberto, e che,
per la sua struttura tozza e per essere alquanto spinoso, è stato
ribattezzato Carciofo.
Di tanto in tanto Carciofo compare nella scuderia per aiutare il padre
e, quando non deve andare a scuola, si trattiene gran parte della
giornata adducendo varie scuse alla sua permanenza. C’è tanto da fare!
Ma in verità non è il lavoro che lo inciti a restare, bensì l’amenità
del luogo.
Le scuderie si aprono nell’estrema parte del vastissimo giardino e sono
cinte da alberi grandi e il laghetto viene a morire ai loro piedi.
Soltanto per guardare, può impiegarsi benissimo tutta una giornata.
Carciofo ha lo spirito contemplativo e non si stanca di ammirare il
piccolo lago e le oche, le quali sembrano tanti orciuoli naviganti.
Quando Tommaso deve andarsene dice a Carciofo:
— Finite di pulire le stalle; quando ritorno il lavoro deve esser
terminato. Non fate rumore, non disturbate il signorino e lasciate in
pace le oche. —
Carciofo promette solennemente di osservare i comandamenti paterni; ma
non appena Tommaso si è allontanato esce a sedersi su la porta delle
stalle e guarda. Le oche passano e ripassano sul laghetto; ce n’è una
che dirige la passeggiata, le altre la seguono senza sbandarsi. E sono
tanto serie! Carciofo ha osservato che la gente di grande importanza ha
la stessa serietà.
Toti molte volte va a salutare Gaetanino, il suo _poney_, e così
incontra Carciofo che lo guarda senza parlare e se ne sta tutto
accosciato e sembra pieno di vergogna. Nei primi giorni Toti non
osserva Carciofo, poi lo punge la curiosità. Chi sarà quel signore?
E perchè se ne sta sempre assorto e non gli augura neppure il buon
giorno?
Una volta che è uscito di casa un poco indispettito per una lunga
paternale fattagli dalla zia Emma, si ferma di botto innanzi al placido
ammiratore delle oche e gli chiede: — Chi sei?
— Io sono Carciofo, — risponde l’interloquito.
— E di chi sei figlio?
— Sono figlio di Tommaso.
— Il mio cocchiere?
— Sì, signorino.
— Io mi chiamo Toti.
— Lo so.
— E perchè non mi saluti mai?
— Il babbo ha detto che non vi debbo disturbare.
— Dammi del _tu_.
— Il babbo ha detto che voi siete il figlio del padrone.
— Ebbene, che cosa t’importa?
— Bisogna ch’io vi rispetti.
— Non te ne curare. Non sono mica un uomo grande. Quanti anni hai?
— Dieci.
— Vai alla scuola?
— Qualche volta.
— Perchè qualche volta?
— Perchè quando fa bel tempo andiamo a pescare e andiamo alla caccia
col vergillo.
— Come vi divertirete! Siete in molti?
— Siamo in tre: io, Anatroccolo e Zulù.
— Tu conosci Zulù? — chiede Toti allargando gli occhi ed arrossendo
dalla contentezza.
— Sì, e perchè?
— Perchè mi hanno detto che nessuno può avvicinarlo e che vive sempre
solo come un lupo.
— Vive solo perchè lo bastonano. Io lo conosco.
— E potrai farlo conoscere anche a me?
— Certo, se volete.
— Sì sì, io lo voglio. —
In breve diventano amicissimi; si trovano tutti i giorni al laghetto
delle oche e formulano le più strane imprese, i propositi più arditi.
Carciofo è un ragazzo meditativo e violento, e per queste sue peculiari
qualità che lo rendono secondo i casi, solitario come un rospo o
pungente come un istrice, ha pochissimi amici. Egli sogna di possedere
il mantello di Leombruno col quale potrebbe entrare a gran galoppo nel
regno dello straordinario e sogna imprese eroiche, atti di sovrumano
coraggio per i quali prova una spiccata tendenza sentimentale. Quando
rimane per ore ed ore intento ad osservare le evoluzioni delle oche,
la sua fantasia è assente e l’anima con lei. Gli si presenta allora
il chiaro specchio delle imprese che vorrebbe compiere, e vede gli
atteggiamenti ed ode le parole grate delle vittime ch’egli trae a
salvamento e gli urli della folla frenetica che lo applaude; è sì
intensa la figurazione, che non di rado gli occhi gli si empiono di
lacrime silenziose, le quali imperlano un attimo le ciglia e traboccano
dileguando. Carciofo ha il cuore di un paladino, e attende l’occasione
per mezzo della quale la sua anima eroica possa rivelarsi agli uomini.
Toti lo ama e a volte lo ascolta parlare con ammirazione.
— Dunque tu non avresti paura di niente?
— Se si trattasse di salvare un uomo io mi butterei nel fuoco! —
risponde Carciofo.
— Dici davvero?
— Lo farei! —
Basta! Toti non replica; il tono della voce è decisivo; Carciofo lo
farebbe certamente. Quando Marinella lo sentirà parlare così, gli
getterà le braccia al collo, perchè Marinella è sempre eccessiva,
cosa che contrarierebbe assai miss Edith. Frattanto Toti si serve di
Carciofo per avvicinare Zulù, il figlio di una lupa.
❦
Anche quel giorno Toti trova l’amico sulla soglia delle scuderie, ma
questa volta non è solo, ha con sè un compagno: Anatroccolo.
Toti si sofferma a guardare, e prima di avvicinarsi scoppia in una
allegra risata. Gli è che il nuovo arrivato è tanto buffo! Poi gli
torna in mente ciò che di lui gli ha raccontato Carciofo e se da un
lato gli fa pena quel povero figliuolo che è il sacco delle busse,
dall’altro, il ricordo della pena alla quale è sottoposto dalla vecchia
zia, che ha il gran cuore di dargli l’alloggio e un poco di pan secco,
gli desta l’ilarità.
Ogni qualvolta Anatroccolo fa inquietare per una parola, o per un
gesto, o per qualsiasi altra lieve mancanza all’umore la vecchia
zia bisbetica ed irascibile, è sottoposto ad una pena crudele: deve
trangugiare, sotto gli occhi tiranni della tutrice, mezz’oncia di olio
di ricino. Una bagatella! E la pena sta nelle conseguenze.
Nonostante il ripetersi troppo frequente delle lezioni purgative, il
viso di Anatroccolo è rotondo e pieno come una mela appiola. Forse
gli occhi, che sono chiari chiari, hanno uno sguardo un po’ vago e
la bocca troppo sovente si socchiude in un floscio abbandono; ma chi
resisterebbe alla pena alla quale è sottoposto Anatroccolo? È troppo
già s’egli è ancora robusto e sopporta tutto con impassibile serenità.
L’impassibilità è la sua dote peculiare; è la sua inconscia filosofia
la quale fa sì ch’egli si pieghi a tutte le avversità che si sono date
convegno su la sua strada. Anche quando la zia Geltrude lo picchia,
cosa che si ripete quasi giornalmente, egli non strepita, non piange e
non si ribella, almeno in apparenza; allunga le mani, o la parte scelta
all’uopo dall’implacabile aguzzino, chiude gli occhi e attende che
il vimine sibili per l’aria e scenda ad illividirgli le povere carni
martoriate. Non si fa l’abitudine alle busse, ma si tollera il dolore.
Anatroccolo lo tollera perchè ormai è un elemento essenziale nella sua
vita.
Contuttociò è buffo, e Toti più se ne persuade quanto più lo guarda.
È piccolo e tozzo, ha la testa grossa e le gambe arcuate. Il viso
rotondo, coronato da una gran selva di capelli canapini, può esprimere
molte cose e nessuna. Il timore di render noti i moti dell’animo ha
tolto a quel viso ogni mobilità, l’ha irrigidito in un atteggiamento
costante che può dar la tristezza e destare il buonumore. Il naso
a virgola che pare stia per spiccare una capriola e saltare su la
fronte; gli occhi rotondi; i padiglioni dell’orecchio assai larghi
quasi fossero aperti ad una perenne intesa, come quelli di un timido
agnelletto, lo fanno assomigliare ad un bizzarro pentolone, di quelli
variopinti che si vedono alle fiere. E Toti ride. Il riso è come la
tempesta, vuol fare il suo corso, nulla può trattenerlo. D’altra parte
Anatroccolo non si scompone, guarda Toti e rimane nella sua perfetta
immobilità, affogato nella giacchetta enorme la quale gli giunge fino
ai ginocchi che sono nudi. Un vecchio berretto da soldato ch’egli porta
con ogni compostezza e un paio di vecchie scarpe della zia Geltrude
compiono l’abbigliamento. Potrebbe anche possedere una camicia; ma
forse non la possiede, perchè la grande giacchetta accuratamente
abbottonata, lascia scorgere alla sommità il petto nudo.
Quando Toti si avvicina, Carciofo gli muove incontro, dicendo:
— Questo è Anatroccolo.
— L’ho riconosciuto, — risponde Toti.
Anatroccolo si toglie il berretto ed esclama:
— Buon giorno! —
Dopo una pausa imbarazzante, Toti gli domanda:
— Vuoi esser dei nostri?
— Sì, se voi volete, signor barone! —
Toti lo guarda con occhi pieni di stupore.
— Ma io mi chiamo Toti! Non lo sai?
— Lo so.
— E allora perchè dici barone?
— Perchè siete un signore! —
E Anatroccolo atteggia le labbra ad un sorriso; crede aver detto
una cosa grande: i signori non si chiamano mai per nome; sarebbe un
disconoscere il loro grado indiscusso di superiorità. D’altra parte
egli non conosce che le busse e la fame e ciò non basta a dare un’idea
esatta degli uomini e del mondo.
❦
— Dunque vi siete incontrati? — chiede Carciofo?
— Sì, — risponde Toti — ma perchè mai Zulù non è venuto con te, oggi?
Lo aspettavo; me lo aveva promesso.
— Io non l’ho veduto, — risponde Carciofo.
— Neanch’io, — soggiunge Anatroccolo.
— Avevamo fissato ch’egli sarebbe venuto qui.
— Per che fare?
— Zulù conosce la vecchia della valle.
— Chi? la strega? — chiede Anatroccolo.
— Non è una strega, — risponde Toti — è una buona vecchia che sa molti
segreti.
— E sa molte malìe, — aggiunge Carciofo.
— Ma tu la conosci dunque?
— Certamente.
— E potresti condurmi da lei?
— Io posso condurti da nonna Simona, ma prima devi dirmi che cosa vuoi
chiederle.
— Te lo dirò, se mi prometti di non parlare.
— Te lo giuro!
— E tu, Anatroccolo? —
Anatroccolo fa un gesto evasivo e si pone una mano sul petto.
Si sono seduti all’ombra di un gruppo di acacie su la riva del
laghetto. Le oche giungono di tanto in tanto a sogguardarli, ma si
mantengono a rispettosa distanza.
Le ombre delle acacie si prolungano nel seno delle tremule acque, e si
perdono verso un cielo remoto.
Toti prima di parlare si guarda attorno; potrebbe darsi che la zia Emma
o miss Edith venissero a cercarlo. Quando si è assicurato che nessun
indiscreto può udire le sue parole, si china verso i compagni, e chiede
loro a voce sommessa:
— Sapete che cosa sia la casa lucente?
— Lo sappiamo.
— E sapete la strada che conduce alla cima dell’altissimo monte?
— No.
— Ebbene, nonna Simona può indicarcela.
— Chi te l’ha detto?
— Zulù.
— Nonna Simona è gelosa; — riprende Carciofo — anche se conosce il
segreto non lo dirà a noi.
— Ma le faremo un bel regalo.
— Non potremmo regalarle nulla; — soggiunge Anatroccolo — ha le cantine
piene d’oro.
— Come lo sai?
— Zia Geltrude, quando mi picchia, dice sempre: Sei uno straccione e
vuoi fare l’arrogante! Neanche se tu avessi l’oro di nonna Simona!
— È molto ricca, allora?
— Mi hanno detto — riprende Anatroccolo — ch’ella sa dove si trovano
tutti i tesori sepolti e che, se volesse, potrebbe essere la più gran
signora del mondo!
— E perchè non vuole?
— Perchè sarebbe inutile per lei. Nonna Simona non è una donna come
tutte le altre, è una strega.
— Ma tu la conosci? Le hai parlato mai?
— Sì, le ho parlato. Una volta zia Geltrude mi aveva lasciato due
giorni senza mangiare; alla fine del secondo giorno ero seduto su la
porta di casa ed aspettavo che la zia venisse ad aprirmi come faceva
sempre per darmi un pezzo di pane e perdonarmi. L’uscio si aprì, ed io
stavo per rivolgermi, quando sentii un urlo e ricevetti una spinta che
mi mandò ruzzoloni in mezzo alla strada: — Va’ a guadagnarti il pane,
vagabondo! — I miei dodici soldi che avevo guadagnato se li era già
presi. Quando mi levai, zia Geltrude aveva richiusa la porta. Non mi
provai a bussare perchè correvo rischio di buscarmi un’altra dose di
scapaccioni. Così tutto indolito com’ero, presi la strada e me ne andai
per la campagna. Era notte, ed era buio pesto.
— Ma non avevi paura?
— No. Avevo fame. Non so quanta strada avessi percorso, quando mi
sentii chiamar per nome, e mi fermai. Era Zulù. Mi chiese dove andavo;
gli dissi che non lo sapevo, e gli domandai un po’ di pane. Allora
mi prese per mano e girammo, girammo fra le tenebre da un campo
all’altro, da una siepe all’altra. Traversammo un fiume; traversammo
un bosco, poi salimmo per un’erta piena di spini. Io sentivo nelle
orecchie un ronzìo continuo e sentivo che la mia forza era più poca
ancora; ma non dissi nulla, non domandai nulla. Ad un tratto Zulù si
fermò. — Siamo arrivati, — disse. Alzai gli occhi e vidi una grande
quercia e una piccola capanna; ma le vidi appena, perchè la notte era
buia buia e non c’era una stella. Zulù si accostò alla porta dalla
quale filtrava un poco di luce, e con le nòcche delle dita bussò tre
volte ma così leggermente, ch’io intesi appena. Nessuno rispose. Io
pensai: dormiranno! E sentivo il battere del mio cuore. Dopo aver
aspettato qualche tempo, Zulù bussò ancora e più forte, poi un’altra
volta, sempre più forte. Allora udimmo un passo che si avvicinava
all’uscio, e udimmo una voce domandare: — Chi è? — Amici! — rispose
Zulù — Chi? — riprese la voce. — Sono io: Zulù. — Che vuoi a quest’ora?
— Debbo domandarvi un piacere. — Quale? — Aprite e lo saprete. — Si
udì brontolare, poi udimmo un lungo cigolìo di catenacci e l’uscio si
aperse. Mamma mia che brutta vecchia! Aveste veduto com’era brutta!
Avrebbe fatto paura anche al diavolo! Lasciò l’uscio aperto appena da
potervi passare un braccio, sporse un po’ la lampada e ci guardò per
il pertugio. — Chi è quello là? — chiese. — È un amico mio, — rispose
Zulù. — Ebbene, che volete? — Perchè non ci aprite? — Dimmi che cosa
vuoi. Io non ci ho posto, qua dentro, per voi due. — E chi ci avete, di
grazia? — Ci ho il diavolo, vuoi saperlo? — Senza volere detti un salto
indietro; ma Zulù rise, ed il suo riso mi rincorò. — Nonna Simona, —
riprese — voi siete tanto buona, nonna Simona mia, che dovreste farci
una carità. — Quale? — chiese la vecchia. — Abbiamo fame. — Ebbene? —
Non avreste proprio niente da offrirci? volete che passiamo la notte
così, senza poter dormire? — Ma se ritorni sempre?! Credi ch’io abbia
tanto da poter sfamare tutti i poveri della terra? — Zulù non rispose,
perchè nonna Simona si era allontanata. Quando tornò sporse la mano e
ci dette del pane e del formaggio, poi richiuse la porta e ci rimandò
per la campagna.
— E dove bevesti? — chiede Toti.
— A una fonte.
— E per dormire, dove andasti?
— Ci distendemmo nel fondo di un fosso. Era d’estate e le erbe erano
alte. Si stava meglio che su un letto di piume.
— Tu dici dunque che nonna Simona non vorrà riceverci?
— Io non ho detto questo. Voi siete ricco, e per voi è un altro conto.
— E credi che ci insegnerà la strada?
— Lo credo.
— Allora bisogna fissare il da farsi prima che giungano Marinella e
Orsetto.
— Fissiamo pure; ma io temo — soggiunge Carciofo — che Suor Lucia non
vorrà condurci lassù.
— Suor Lucia no di certo, — riprende Anatroccolo — perchè da due giorni
è al suo viaggio.
— Quale viaggio?
— Ah! non lo sapete? Anche suor Lucia ha il suo mistero. Ogni tanto
parte a piedi e sta assente qualche giorno, e poi riappare.
— E non si sa dove vada?
— Non si sa; ma si dice che passi sempre dalla casa dove vive
Allodola. —
Trascorre una pausa. Le varie cose che ha raccontato Anatroccolo
scombuiano un poco la limpidezza del pensiero di Toti; però ben presto
si riprende.
— Se suor Lucia non c’è, non importa. Noi non abbiamo bisogno di lei
per la nostra impresa. Nonna Simona abita vicino alla selva di Ladino,
e laggiù mio padre possiede qualche podere; chiederò a mio padre di
mandarmi in campagna col fattore e tutto sarà fatto.
— Benissimo! — dice Carciofo. — E noi?
— Potremmo trovarci laggiù.
— Verremo a piedi, — soggiunge Anatroccolo.
— Sicuro, a piedi!
— E se riusciremo nell’impresa, allora vedrete che i nostri genitori
saranno più contenti di noi.
— Senza dubbio, — soggiunge Carciofo.
— La casa lucente! Io la sogno da dieci notti. Come deve esser bella!
— Una meraviglia!
— Un sole!
— E allora quando si parte? — domanda Toti.
— Io direi domani — risponde Carciofo.
— No, domani no; bisogna preparare il viaggio. Domenica, forse... sì,
domenica. Allora resta fissato?
— Resta fissato.
— E ricordatevi della promessa.... Zitti! zitti! —
Si ode una fresca volata di risa e di trilli, si avvicinano gli altri
monelli; ma quanti sono mai? Fra le rame si distingue un vivissimo
luccichìo di vesti e di capelli sciolti. Gli occhi di Anatroccolo ne
sono abbagliati.
❦
Le oche fuggono, spaventate dalle festose grida di Marinella e di
Orsetto i quali giungono in compagnia di due belle sconosciute.
Una è bionda come la seta e il viso pare un giglio tanto è bianco,
aggraziato e soave. Si chiama Dorry. È giunta da Londra pochi giorni
innanzi. L’altra è bruna, ha due grandi occhi neri lucentissimi, pieni
di vitalità esuberante. Si chiama Fauvette.
Toti è compreso d’ammirazione. Chi saranno mai?
Marinella si affretta a togliere ogni dubbio all’amico perplesso.
— Sono venuta con le mie amiche, Toti; il tuo giardino è grande, io
non ho che un cortile e c’è la signora del secondo piano che soffre
di continue emicranie, e non può sentire le nostre voci. È una signora
antipatica che vive con un pappagallo ed una vecchia serva. Noi siamo
venute via col permesso di tutta la famiglia, e per la strada abbiamo
incontrato Orsetto. Ora ci divertiremo qui. Dorry sa giuocare al
_tennis_, ma noi non sappiamo fare; Fauvette canta; oh! tu sentissi
come canta bene! Pare un’orchestra! Anzi, la pregheremo di farci sentir
la sua voce.
Marinella tace e tacciono tutti. Anatroccolo si è nascosto dietro il
tronco di un’acacia; Carciofo si è fermato più innanzi, ma sta con gli
occhi bassi e le mani annodate dietro le reni in un atteggiamento non
si sa se scontroso o meditabondo.
Trascorre un silenzio impacciante, interrotto da Fauvette, che si fa
innanzi con grazia squisita e disinvolta, e dopo aver fatto gli elogi
del laghetto, _vraiment joli, simplement délicieux_ chiede _s’il y a un
tout petit navire pour se promener sur l’eau_!
[Illustrazione: — _Bonjour, mère l’oie!_ — esclama Fauvette,
protendendosi verso una grande oca.... (pag. 116.)]
— Oh, sì! La piccola nave c’è, ma non si può staccare dalla riva,
perchè è incatenata a un palo e la catena è chiusa da un lucchetto.
Tommaso ne ha la chiave ma è perfettamente inutile chiedergliela,
perchè papà gli ha dato l’ordine di non cedere a nessuna richiesta che
gli venga fatta da Toti.
— _Oh nous irons tout de même!_ — esclama Fauvette, la quale prende per
mano Toti e si dirige correndo all’altra riva del lago ove è ancorato
il battelletto. Marinella, Dorry e Orsetto seguono i compagni. Carciofo
si muove lentamente, mantenendosi a rispettosa distanza; Anatroccolo
sporge il capo a guardare, ma non abbandona il suo rifugio.
Dorry, la soave angiolella dagli occhi azzurri e lucenti come uno
smalto a foco, dalla persona di giovane gazzella, sorride, e Orsetto la
segue guardandola tutto ammirato. Non parlano perchè non si potrebbero
intendere; a quando a quando si fissano negli occhi.
Fauvette è salita sul leggero battello e Toti l’ha seguita infrangendo
la severa proibizione paterna.
— _Mon Dieu, qu’il est peu sûr ce bateau! Certes on n’y pourrait pas
danser dessus!_
— Fai adagio fai adagio! — grida Toti — Mantienti al centro,
rovesceremo! —
Carciofo, sempre, meditabondo, sogguarda ad una certa distanza. E se
cadessero nell’acqua per davvero?
— _Bonjour, mère l’oie!_ — esclama Fauvette, protendendosi verso
una grande oca che allunga il collo ed apre il becco a minaccia. —
_Bonjour! Est-ce-que vous avez peur ma jolie bête?_
— Fauvette abbiate prudenza! — ripete Toti.
— _Oh ma regarde donc qu’elle est gentille notre mère l’oie! Elle nous
regarde avec des yeux si doux! Viens donc, ma petite, viens!_
— Fauvette! Fauvette! —
Ah è troppo tardi! Fauvette si è fidata della lieve imbarcazione, ed è
andata a fare una visita ai pesci.
Per un attimo lo stupore dell’improvvisa scomparsa fa sì che nessuno
gridi; ma prima ancora che i monelli si riabbiano, Carciofo si rammenta
del suo valore, chiude gli occhi e si lancia nell’acqua.
Succede uno scompiglio generale, perchè Carciofo non sa nuotare.
Alle invocazioni ed alle grida Tommaso accorre trafelato e in un attimo
trae alla riva la vittima e l’eroe.
Per fortuna l’acqua non arrivava loro alla cintura, e se la sono cavata
con un semplice bagno.
Fauvette riprende la sua gaiezza e, fra i compagni che l’attorniano, si
avvia verso casa.
— _Oh! ce n’est rien! L’eau n’etait pas sale vous savez!_ —
Scompaiono in breve.
Carciofo non fiata; gli sguardi feroci di suo padre gli fanno perdere
la tramontana.
— E voi, perchè siete salito sul battello quando sapete che io non
voglio, eh!? Perchè siete salito?...
— Io non ero sul battello! Mi sono gettato nell’acqua per salvarla.
— Per salvar chi?
— La signorina francese!
— E ora dove avete i panni per cambiarvi, marmocchio? Passatemi innanzi
e presto! Imparerete a vivere, imparerete! —
La dose degli scapaccioni aumenta, fidente nel suo profondo valore
educativo.
Carciofo freme, e pensa che suo padre è cieco e non potrà mai essere un
eroe.
Quando tutto è tornato nel perfetto silenzio, Anatroccolo si decide ad
uscire dal suo nascondiglio. Ha fame, ha tanta fame!
Dal giorno prima non ha inghiottito un solo boccone. E se potesse
trovare il pesce d’argento che fece tanto bene a Gianni della fiaba?
Si avvicina a guardar le acque chiare; un musetto lucente si accosta
alla riva e Anatroccolo ripete i versi della fiaba;
— Pesciolino mi’ amante,
Saresti a me costante?
Mi faresti la carità? —
E attende e spera. Tutti lo hanno dimenticato; anche il sole che
scompare e lo saluta dagli alti rami delle lontane betulle.