III.

La selva dei Gioghi.

Col capo all’aria e gli occhi intenti alle finestre di un secondo

piano, Toti e Orsetto gridano a tutta voce:

— Marinella, vieni? —

Un visetto vermiglio appare fra due imposte socchiuse:

— Aspettatemi, vengo subito.

— Fa’ presto, la strada è lunga!

— È pronta la giardiniera?

— Ci aspetta da un’ora, spicciati.

— Vengo, vengo! —

Il visetto scompare, giungono dall’alto le grida festose della monella;

Toti e Orsetto si volgono verso l’estremità della strada dove Suor

Lucia, circondata dalla sua coorte, li attende.

Rando annusa con accigliata serietà un gran fiore di girasole, e

Celestina tende il nasetto a virgola per gustare l’ipotetico profumo

della girandola floreale.

— Come è bello! — esclama Celestina — Dove l’hai preso?

— Me l’ha dato Ciuffolo — risponde Rando senza levar gli occhi.

— E tu che cosa gli hai dato?

— Io gli ho dato due nòccioli di pesca e un bottone.

— Dio! — esclama Celestina giungendo le mani per significare

tutta la sua ammirazione per l’abile mercato. — Hai fatto un buon

baratto! —

Rando non risponde. Ciuffolo, riparato dietro le sottane di Suor

Lucia, si nasconde in bocca i due nòccioli di pesca e il bottone per

non cedere alle insidie di Cola che gli gira attorno e lo guarda con

occhi sparvieri; le guance di Ciuffolo si gonfiano sempre più, sembrano

due piccoli otri, due calotte sferiche applicate ad arte sul viso del

pacifico marmocchio.

Marinella giunge di gran corsa.

La pamela, assicurata con un elastico sotto il mento, le è caduta su

le spalle e le forma un’aureola intorno al capo adorno da una selva di

capelli nerissimi e ricciuti.

Uno schioccare di frusta avverte i monelli che la giardiniera è pronta

all’angolo della via, e che si attendono i ritardatari.

— Presto presto! — gridano coloro che sono già saliti nell’ampio

calesse. In un volo tutta la nidiata si affolla e si sospinge intorno

al predellino. Comincia la lotta per occupare i posti migliori. Le

esortazioni di Suor Lucia, la quale non perde mai la sua celeste

serenità, non ottengono nessun risultato. Adalgisa vuol salire a

cassetta e si arrampica su per le ruote con grande sconcio della sua

vesticciuola bianca, campione di candore se non di eleganza. Toti,

Marinella e Orsetto vorrebbero salire sul tetto della vettura, dove si

allineano ordinariamente i bauli, ma Suor Lucia non consente; Rando e

Celestina hanno occupato un angolo e se ne stanno tranquilli, annusando

il loro girasole. Alla fine tutti prendon posto nicchiando, perchè

nessuno ha ottenuto ciò che desiderava ad eccezione di Adalgisa, la

quale troneggia a cassetta, al fianco del vetturino. Ella si volge

a guardare coloro che stanno nell’interno e allargando la bocca e

travolgendo gli occhi si abbandona ad una squisita serie di versacci

schernevoli; ma ad un tratto interrompe la pantomima e scoppia in

pianto dirotto perchè Toti, allungato furtivamente un braccio, le ha

dato un solenne pizzicotto nella parte ch’ella espone con maggiore

evidenza al pubblico sottostante.

Un nuovo schioccare di frusta, un bubbolìo rapido di sonagliere, il

sobbalzare della giardiniera sui ciottoli, interrompe il pianto, di

Adalgisa che si asciuga gli occhi su le maniche della veste bianca.

Il sole nuovo scivola lungo le vie della città. Qualche passante si

sofferma ad osservare. Suor Lucia sorveglia senza cipiglio e senza

sorriso; il volto di lei, pallido e grave, non ha mutevolezze.

[Illustrazione: Mentre la giardiniera corre verso i colli

azzurreggianti.... (pag. 56.)]

Per ingannare il tempo, mentre la giardiniera corre verso i colli

azzurreggianti al limite del piano, comincia lo scambio di oggetti

svariatissimi e s’iniziano ardenti discussioni su la valutazione

dei medesimi. In ciò porta una nota tutta personale Anselmuccio, un

monello su gli undici anni, dai capelli rossi e gli occhi obliqui.

Egli ha il genio del commercio, è nato commerciante e, per questo

istinto di natura, svaligia alla lettera la casa paterna. Le sue tasche

sono sempre rigurgitanti e contengono oggetti di indole disparata:

francobolli, pipe, vecchie casse da orologio, astucci da gioielli,

bottoni, piccoli coperchi, pentolini, fibbie da scarpe, turaccioli

e mille altre cose simili. Tali quisquilie acquistano, in mano ad

Anselmuccio, un valore straordinario; un turacciolo, ricoperto da

un poco di stagnola dorata, è un rarissimo cimelio e non è ceduto se

l’oggetto offerto in cambio non ha qualità assolutamente superiori;

potrà scambiarsi, per esempio, con un francobollo del Guatemala o con

una nappina da chepì, ma non mai coi volgarissimi bottoni i quali

rappresentano, nel commercio infantile, l’ultimo grado del valore.

Anselmuccio sdegna e si rifiuta di trattare coi piccini, i quali non

hanno a loro disposizione se non qualche bottone rapito furtivamente al

patrimonio materno. Una volta Cola, dalle gambe arcuate, per ottenere

da Anselmuccio un vecchio lunarietto si staccò tutti i bottoni che

aveva addosso e rimase con le brachine penzoloni; ma anche questo

supremo sacrificio, questa violazione della privata decenza, non

ottenne risultato e Suor Lucia ne pagò le spese in tanto filo per

rimetter le cose a posto.

Anselmuccio ordinariamente non parla, osserva i compagni, spia

l’occasione propizia; nulla gli sfugge; è onniveggente. Ogniqualvolta

scorga una cosa che gli sembri utile e commerciabile è pronto ad

intervenire e ad offrire. Quasi sempre gli affari gli riescono bene; ha

un’abilità tutta sua, che i compagni gli riconoscono.

All’infuori di ciò, nulla lo seduce; rimane indifferente ai giuochi ed

agli scherzi, vive a sè calcolando e premeditando.

Marinella lo chiama l’astuto citrullo, e Anselmuccio ne ride, pago di

soddisfare la sua vivissima bramosia dello scambio.

Il sole si avviva e le allodole navigano per l’aria azzurra; si odono

i loro trilli, le loro cadenze sperdute; scendono, si inabissano nel

dolce cielo d’aprile; e dagli olmi le verlette e dalle macchie gli

usignoli rispondono alle sorelle del sole. Fa fresco e l’aria reca

dolcissimi aromi dai frutteti e dagli orti in fiore.

Celestina si sporge a guardare la strada; ad un tratto si volge a

Rando, e gli chiede con aria trasognata:

— Perchè girano le ruote? —

Rando guarda a sua volta, sta assorto qualche secondo, e risponde:

— Perchè gli alberi corrono e la strada scappa. —

Celestina ride stringendosi nelle spalle; ma ride convinta dalla

spiegazione che le ha data Rando; è un attimo di perfetta fusione

dell’anima sua bambina con l’anima di tutte le cose che la rende gaia.

È pur buffo che gli alberi corrano per far piacere al suo compagno e

a lei, e che la strada fugga per farli giungere più presto sui monti

celesti, dove sorride la neve e dove si mangiano le castagne!

❦

— Quando torneremo noi alla selva di Lucchetto? — chiede Toti a

Marinella.

— Chi sa? — risponde la monella alzando gli occhi e le ciglia in atto

di vaga incertezza. — Chi sa?

— Una volta Suor Lucia ci conduceva tutte le domeniche alla selva e ai

prati di Villanova — dice Orsetto — ora ci andiamo molto di rado e io

non so perchè!

— Vi trovavate con Bocca-di-fiore?

— Sì; sempre.

— E con Allodola?

— No, Allodola l’ho veduta due volte sole. La cercavamo sempre perchè

canta bene, ma Suor Lucia ci diceva che era malata.

— Infatti, anche domenica scorsa era molto pallida! — esclama Marinella.

— E di chi è figlia? — domanda Toti.

— Non lo so, — risponde Orsetto.

— Con chi vive?

— Vive nei prati ed ha un gregge di pecore bianche. Tutti le vogliono

bene.

— Che bel nome ha!

— Bellissimo! — esclama Marinella — Ha anche gli occhi belli. Non deve

essere figlia di contadini.

— Io ho sentito una storia di principi, — soggiunge Orsetto — una

storia confusa della quale non ricordo nulla. La raccontò un piccolo

pastore.

— Non ricordi il nome?

— No; era un amico di Zulù.

— E credi che Zulù ne sappia qualcosa?

— Credo di sì, perchè Allodola è la sola creatura alla quale il piccolo

lupo voglia bene.

— Allora dirò a Zulù di raccontarmi la storia di Allodola — soggiunge

Toti.

— È inutile, non ti risponderà e lo faresti inquietare.

— Chi sa?! — riprende Toti in tono leggermente ironico. — Potrebbe

darsi ch’io riuscissi!

— Sei stata mai alla capanna di Bonaventura? — chiede poi a Marinella

come per sviare il discorso.

— Ci sono stata quand’ero piccina.

— E che c’è di bello?

— Allora c’era la mia balia e c’era un maiale addomesticato che ci

seguiva sempre come un cane e mangiava a tavola con noi.

— E adesso ci sarà più? — chiede vivamente Orsetto.

— Chi lo sa? Allora era già vecchio e sono passati tanti anni!

— Quanti?

— Oh, per lo meno cinque. —

Trascorre una pausa poi Toti sussurra:

— Sapete chi troveremo lassù?

— Chi?

— Indovinate.

— Non saprei, — risponde Marinella.

— Non saprei, — soggiunge Orsetto.

— Troveremo Zulù.

— Zulù? E quando l’hai veduto? — domanda Marinella oscurandosi.

— Questo è affar mio, — risponde Toti.

— Gli hai parlato?

— Sì.

— È venuto a trovarti?

— No; sono andato a trovarlo io.

— Solo?

— Solo.

— E non hai avuto paura?

— Zulù è buono, e non fa male a nessuno.

— Ma allora perchè vogliono portarlo in prigione?

— Io non lo so, — risponde Toti. — Noi torneremo verso sera; poco prima

del tramonto Zulù sarà alla Selva dei Gioghi che è poco distante dalla

capanna di Bonaventura, e ha detto di trovarci là. Verrete?

— Io verrò, — risponde Marinella.

— Anch’io, — soggiunge Orsetto.

— Non ne parliamo ora, perchè gli altri se ne potrebbero accorgere, e

vogliamo esser soli.

— Sì, soli soli.

— Poi, se fossimo in molti, Zulù non verrebbe; lo ha detto.

— Io però ho un poco di paura, — soggiunge Marinella ridendo.

— Anch’io, — replica Orsetto.

Toti è lusingato dal timore dei compagni; ciò accresce a mille doppi il

suo coraggio.

— Verrete con me; — risponde — io conosco Zulù, siamo buoni

amici. —

Marinella ha un lampo ne’ suoi grand’occhi neri.

— Gli chiederemo se è giunto mai alla casa dell’Orco.

— E se ha veduto i nani dei boschi, — sussurra Orsetto.

— Zulù deve saper tutto, deve aver veduto tutto, — replica Marinella. —

Oh io gli darò due bacioni sugli occhi!

— Non hai più paura? — le chiede Toti.

— Ora mi pare di no; ma può darsi che a vederlo la paura ritorni. È

tanto brutto! —

L’alto vocìo dei compagni interrompe il loro dialogo. Giacomino,

l’astuto monello tirato a pulimento come il fodero di una sciabola,

propone una serie d’indovinelli ai compagni che non ne capiscono niente

e appunto per questo ridono e si divertono un mondo.

— Indovinate questo che è bello, — grida Giacomino — e lo sanno anche i

boccali di Montelupo:

In cima a una finestraccia

Ci sta una vecchiaccia

E quando tentenna un dente

Chiama tutta la gente:

Alalè alalè

Indovina quel che gli è. —

Segue un attimo di silenzio.

— Nessuno lo spiega? — chiede Giacomino rivolgendosi ai più piccini.

Ciuffolo guarda il cielo e ripete beandosi:

— Alalè, alalè, alalè! —

Adalgisa guarda dall’alto e sorride malignamente.

— Brava, spiegalo tu! — le grida Toti che si è accorto dell’aria

canzonatoria assunta dall’istrice domestico.

— Ci vuol poco, — risponde Adalgisa sdegnosa.

— Avanti dunque, che cos’è? — ripete Giacomino.

— Domandalo a Toti, — ribatte la monella arruffata.

— No, no; sta a te che fai la brava!

— Sì, a te, a te! — urla il coro.

Adalgisa tace un attimo, e poi con voce stridula grida:

— Ma chi non lo sa? È la chiesa! —

Segue un diavolìo; tutti i monelli si levano in piedi per gridare e

punire così la presunzione dell’istrice domestico.

Sopraffatta dall’impeto impreveduto Adalgisa si volge e scrolla le

spalle per assumere un atteggiamento; ma le lacrime le scendono copiose

su le guance e si perdono agli angoli della bocca contratta.

Gli unici che non partecipano al gaio tumulto sono Rando e Celestina.

Come se nulla accadesse intorno a loro, stanno muti e inciprigniti

perchè non sono riusciti ad acchiappare un moscon d’oro... che si era

posato sul girasole. Suor Lucia che fino allora aveva taciuto, tutta

curva sui grani del rosario che fa passare interminabilmente fra le

scarne dita, è costretta ad intervenire perchè le cose hanno preso una

piega differente.

L’orgasmo ha alzato di vari toni l’allegria dei fanciulli. Ora

Giacomino ed Anselmuccio si trovano di fronte in aria minacciosa;

Anselmuccio, contrariamente ad ogni sua abitudine, ha assunto la difesa

di Adalgisa, e da ciò un rapido diverbio che pare voglia condurre a vie

di fatto. I due fanciulli si squadrano con occhi torvi.

— Se ti dò un pugno, — grida Anselmuccio — ti getto giù dalla

giardiniera! —

E l’altro, avvicinandosi ancor più con aria provocante:

— Pròvati!

— Oh! ci vorrà molto!

— Pròvati, dunque! —

Pausa.

— Moccione!

— Imbecille!

— Lo dici a me?

— Sì, a te!

— Ripetilo, se hai core!

— Imbecille!

— Bada! Non hai provato ancora le mie mani!

— Credi di farmi paura?

— Ma neanche tu me ne fai! —

Altra pausa, ed altro scandaglio come sopra.

— Se fai un altro passo, ti picchio!

— Ecco! — E il passo è fatto. I combattenti si trovano a viso a viso,

il momento pare decisivo, i cuori palpitano.

— Anche se sei più grande di me, io ti compro e ti rivendo! — grida

Giacomino. — Scostati!

— No!

— Scostati!

— No! —

La prima spinta è data, Giacomino ha attaccato il nemico che attacca a

sua volta; in un attimo i due monelli si acciuffano e cadono in grembo

a Suor Lucia, la quale, non avendo ottenuto alcun risultato positivo

con le esortazioni amorevoli, è intervenuta di persona.

Toti, Orsetto e Marinella prestano man forte a Suor Lucia; i

contendenti sono divisi e riprendono i loro posti; fra poco anche

il broncio che serbano scomparirà, e la pace sarà ristabilita

compiutamente.

— Mio Dio, — esclama Miranda, un battuffoletto di quattro anni che ha

atteggiamenti di donna matura — questi uomini come sono gelosi! —

Ad un attimo di stupore segue una franca risata.

Miranda arrossisce e china gli occhi.

— Che hai voluto dire? — le chiede Marinella.

La piccola tace.

— Ma che c’entra la gelosia? —

Miranda leva una mano ed indica Adalgisa, causa prima del breve

pugilato.

— Miranda, voi non capite niente! — esclama Suor Lucia — E dovete

tacere sempre; e dovete occuparvi solo dei fatti vostri! —

Si odono già, dalle prime selve di roveri, i canti delle calandre.

La pianura pare un immenso mare azzurro, costellato di piccole gemme

bianche.

❦

Il momento si avvicina, e i tre piccoli cuori palpitano di ansia e di

timore: hanno saputo che la Selva dei Gioghi, luogo fissato da Zulù per

l’appuntamento, è piuttosto lontana. Bonaventura glie l’ha indicata:

per giungervi conviene attraversare una piccola valle e risalire il

versante opposto del monte; a mezza costa, dove sorge una piccola casa,

comincia la selva. Hanno a loro disposizione poche ore perchè il sole

comincia a declinare, conviene dunque affrettarsi per giungere alla

mèta all’ora fissata.

Toti, Marinella e Orsetto si sono dati convegno dietro ai pagliai per

sfuggire agli sguardi del prossimo importuno.

— Vogliamo partire? — chiede Orsetto.

— Sei ben sicuro che nessuno ci abbia veduto?

— Sicurissimo.

— E se Suor Lucia ci cerca?

— Chiamerà e le risponderemo; non andiamo mica in capo al mondo!

— Sai la strada?

— Sì. —

Saltano un rivoletto, vanno curvi dietro una siepe e, giunti ad una

viottola, scendono a valle.

Il sole declina; le ombre azzurreggiano sempre più, si allungano; in

fondo alla valle si fanno più dense. Passano nell’aria le grida dei

compagni, giungono dall’alto, dall’aia di Bonaventura perduta nella

gaiezza solare a sommo del verde colle.

— Suor Lucia ci chiama! — esclama Toti sostando. È stato un inganno;

non si ode che un frastuono indeterminato simile al gridìo dei passeri

che si adunano all’albergo quando il cielo si imporpora e dolcemente

riluce. Suor Lucia farà passare fra le scarne dita i grani del

rosario, come sempre, e sorveglierà i più piccini perchè non abbiano a

disperdersi. Possono proseguire tranquilli.

— Toti, sei ben certo che Zulù ci aspetti? — chiede Marinella.

— Ne sono certissimo.

— Quanti anni ha, Zulù?

— Ha dodici anni.

— E dove è nato?

— Non si sa. Glie l’ho chiesto, e mi ha risposto che nessuno glie lo ha

detto mai.

— Allora non conosce sua madre?

— Sua madre è stata uccisa dai cacciatori.

— Dai cacciatori!

— Sì, era una lupa! — risponde Toti con tutta semplicità. Orsetto sente

il suo cuore battere sempre più rapidamente; ma di che cosa si tratta

dunque? Zulù è un ragazzo o una bestia? Marinella si accorge della

paura del compagno, e per incorarlo gli si accosta, lo abbraccia e gli

mormora con voce materna:

— Non aver paura. Non ti ricordi? Anche Romolo e Remo erano figli di

una lupa ed hanno fondato Roma! —

Pare che l’originale trovata abbia efficacia anche sul timido cuore di

Orsetto.

— Corriamo? — propone Toti.

— Sì, corriamo. —

La strada è facile, il pendìo dolce. Traversano rabbrividendo una

macchia che si schiude al loro passaggio, e si trovano in un’aia;

proseguono in mezzo ai prati, poi fra le vigne, di sentiero in

sentiero, senza voltarsi mai, senza pensare alla strada percorsa; i

loro occhi son fissi lassù, dove cominciano le roveri della selva, dove

l’anima loro è giunta già ad esplorare.

— Quanto è lunga la strada! — mormora Marinella ad un tratto.

— E si fa buio! — aggiunge Orsetto.

Sono giunti in fondo alla valle, corsa da un torrentello quasi

asciutto. Toti si lancia per primo fra i grandi ciottoli che coprono il

letto del torrente, e raggiunge la riva opposta; i compagni lo seguono.

Ora conviene attraversare una fitta macchia di rovi per risalire la

costa.

— Non c’è il sentiero — osserva Orsetto.

— Per di qua, per di qua! — grida Toti che ha superato il punto più

difficile, aggrappandosi agli sterpi. Marinella gli tende le mani.

— Aiutami dunque! Da sola non posso. —

Toti ritorna su’ suoi passi, si sporge, punta i piedi... ecco, il passo

difficile è vinto, ma i rovi han voluto la loro preda: la veste di

Marinella cade in brandelli.

Ciò preoccupa un poco lo spirito ordinato di Orsetto, ma non commuove

Marinella la quale, scrollando le spalle, riprende la via.

Qualche goccia di sangue imperla la sommità delle dita di Toti.

— Ti sei fatto male? — gli chiede Marinella.

— No.

— Fa’ vedere. —

Toti porge la mano che la bimba prende fra le sue.

— Ti brucia?

— No.

— E se gli spini erano avvelenati? Non ridere — soggiunge — ci sono

anche le spine di San Giorgio, e quelle uccisero il dragone! —

Marinella accosta le labbra alle piccole ferite e sugge il sangue che

spiccia lentamente.

Quando risolleva il capo, i due monelli si guardano e arrossiscono

senza sapere il preciso perchè. I colli opposti rilucono nella

moribonda gloria solare.

❦

— Chi sono? — sussurra Orsetto.

Toti e Marinella non rispondono, ascoltano sostando ai limiti del prato

sul quale la selva si muore. Molti fanciulli, allacciati per mano,

girano in tondo e cantano a coro; cantano bene; sembrano allodole e

calandre. Sono scalzi, hanno i capelli disciolti.

— C’è anche Zulù? — chiede Orsetto.

— No, — risponde Toti.

— Dove lo troveremo allora?

— Bisogna chiedere a qualcuno se è questa la Selva dei Gioghi.

— E a chi si può domandare?

— Quando quei signori avranno finito, ci accosteremo. —

Tacciono, raccolti dietro una macchia di quercioli; dall’alto del

monte scendono le ultime strie d’oro del sole, si perdono fra le rame,

ricompaiono su l’erba, nelle radure. Il canto dei fanciulli sale verso

le altitudini e lassù, nel sereno, si unisce agli squilli di campane

remote e si disperde.

Ohè! ohè! ohè! ohè!

La più gaia venga a me.

Getti via la lendinella,

La faremo tutta bella

Chè nel bosco aspetta il Re!

I fanciulli si perdono sotto il muto incantesimo della selva. Le ultime

roveri hanno tuttavia alla sommità una corona d’oro. La cantilena

ha qualcosa di pauroso, Toti, Marinella e Orsetto l’ascoltano con un

tremito nel cuore quasi fossero per assistere ad un subito prodigio:

Marulèi ha fatto il pane

Nella casa delle tane,

E ti aspetta, Martinella.

Tu sei bella, tu sei bella!

Una veste ed una torta,

Marulèi sta su la porta;

Una veste ed una rama,

Marulèi guarda e ti chiama.

Gira, gira,

Gira, gira,

Passa il vento che sospira

E la notte è scura scura,

Ed il bosco fa paura.

Ecco sbucan gli occhi rossi

Dalla selva di Mamù...

Uuuuuuh!

— Andiamo via, — mormora Marinella. — Questa gente mi fa paura. —

Toti ed Orsetto fanno per voltarsi, ma ad un tratto si acquattano;

hanno avvertito un fruscìo alle loro spalle; inoltre i piccoli pastori,

dopo aver finita la cantilena, come è consuetudine del loro giuoco,

fra strane grida si sono dati ad una fuga precipitosa, e in breve sono

scomparsi, dirupando. Le ultime voci salgono dalla valle; sono già

lontane, e i tre esploratori hanno la perfetta coscienza della loro

solitudine nella terra ignota. E se Mamù, l’orco, sbucasse per davvero

dalla spessa selva?

— È una sciocchezza! — grida Toti per farsi coraggio; sta per

rivolgersi, ma avverte un fruscìo più vicino, un lieve rumore di passi;

il brivido della paura lo riprende e non ha più forza di pronunciare

una parola.

Orsetto e Marinella si sono raccolti nell’ombra più fitta, e guardano

attorno con occhi da spiritati.

— Toti? —

Nessuno risponde; i fanciulli si sono immedesimati col cespuglio che li

accoglie.

— Toti, ti ho portato il riccio.

Ah! è Zulù, il benvenuto, il salvatore!

I tre volti si rasserenano, pare che il sole rinasca. Zulù è sporco, ha

i panni a brandelli, il viso nero, i capelli scarmigliati e Marinella

vorrebbe abbracciarlo ugualmente; la trattiene solo la bestiaccia

ch’egli reca fra le mani senza paura di pungersi.

— È molto tempo che mi aspettavi? — chiede Toti a Zulù.

— No, sono arrivato or ora. E tu, che cosa facevi in quella macchia?

— Niente. Guardavo per terra.

— Hai perduto qualcosa?

— No. —

Trascorre una pausa. Zulù non si avvicina perchè si vergogna, Marinella

e Orsetto gli destano soggezione; ha le ciglia aggrottate e gli occhi

bassi; pare seriamente contrariato. Toti nota subito il malessere di

Zulù, e cerca di porvi riparo con una specie di presentazione:

— Non sono venuto solo perchè la strada era lunga e Suor Lucia non mi

avrebbe permesso ch’io me ne andassi. Questa è Marinella e ti vuol bene

perchè sei figlio di una lupa e vivi nei boschi, e questo è il bambino

del generale: si chiama Orsetto e non fa male a nessuno. —

Zulù, per tutta risposta, allunga una mano senza alzar gli occhi e dice:

[Illustrazione: — Vuoi il porcospino? — Sì, dammelo; dove

l’hai trovato? (pag. 79.)]

— Vuoi il porcospino?

— Sì, dammelo; dove l’hai trovato?

— Nel bosco.

— È nel bosco la tua casa? — gli chiede Marinella avvicinandosi.

— Io non ho casa.

— E dove dormi?

— Su gli alberi, sotto le siepi, nei campi di lupinelle, secondo; dormo

sempre dove mi trovo.

— E l’inverno?

— L’inverno dormo nei buchi delle fornaci; ci fa caldo e siamo in molti

là dentro.

— Ma non hai paura? Sei sempre solo?

— Non ho paura.

— Hai veduto mai Mamù, l’orco?

— Non l’ho veduto mai, l’ho sentito. —

Le gaie farandole · 第 9 / 21 题