La lettura è compìta. Adalgisa per qualche istante rimane col naso
all’aria. Toti e Orsetto si guardano negli occhi.
— Povero Temistocle! — esclama Toti compreso da sincera pietà.
Orsetto, vinto dallo stesso sentimento, ripete più sommessamente:
— Povero Temistocle! —
Rando e Celestina si succiano le dita.
Dopo un fervorino di Suor Lucia la quale per la millesima volta
consiglia la sua brigata di prendere ad esempio le molteplici virtù di
Temistocle, l’angiolo per antonomasia, si dirigono all’uscita.
L’ultima sosta è alla pila dell’acqua santa nella quale Suor Lucia
immerge la mano per inumidire le piccole fronti che si offrono al segno
rituale.
— In nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo e così
sia! —
Finalmente la porta si schiude. Ecco il sole, ecco il sole!
Gli occhi si socchiudono abbacinati dalla gran luce che fa tornare il
sorriso su tutte le labbra.
Volgono a destra per una strada che costeggia la chiesa. Suor Lucia ha
cura di separare provvisoriamente i piccoli dai grandi, e dice a questi
ultimi:
— Andate avanti, vi raggiungeremo subito. —
Toti non sa spiegarsi la sosta, e chiede ad Orsetto:
— Ohe cosa fanno? —
Orsetto gli sussurra una parola in un orecchio e Toti non trattiene una
fresca risata che si comunica ai compagni.
Fatti pochi passi si rivolge come distrattamente e sogguarda.
Suor Lucia, occupata nella sua faccenda, non se ne accorge. Ella ha
allineato vicino al muro i suoi marmocchi, da una parte i maschi,
dall’altra le femmine; si volgono le spalle ed imitano concordi il
pispiglìo delle fontanelle.
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— Marinella è allegra come te, — dice Orsetto a Toti mentre si dirigono
ai prati ombreggiati dagli alti filari dei pioppi.
— E perchè la mandano da Suor Lucia?
— Perchè ogni giorno fa qualche nuova scappata. Ieri riempì d’acqua
tutte le scarpe che trovò in casa. Ieri l’altro, avendo promesso alla
sua bambola di farle fare un viaggio in mare, prese la tuba di suo
padre e la mise nella tinozza....
— Com’è graziosa questa! — esclama Toti battendo le mani.
— Sì, è graziosa, — soggiunge Orsetto — ma la tuba era nuova e
Marinella è stata al buio.
Toti pensa agli occhi severi della zia Emma ed al volto impassibile di
miss Edith; egli non potrà compiere certamente un’impresa simile, però
come palliativo soggiunge:
— Ma l’acqua non fa male! Non prendo il bagno, io, tutte le mattine?
— Ma tu sei una tuba?
— Non lo so, — risponde Toti, pensieroso.
— Non lo sai? —
Dopo breve esitazione Toti soggiunge:
— Tutti siamo uguali di fronte al buon Dio! —
Orsetto tace perchè non intende bene la profondità del pensiero di
Toti; egli è ammirato e stupito dalla prontezza con la quale il suo
nuovo amico risolve ogni difficoltà.
Ad un richiamo di Suor Lucia sostano. Una signora saltellante, col
cappellino pieno di piume si avvicina.
— Chi è? — chiede Toti.
— È la mamma di Adalgisa, — risponde Orsetto — è una signora buffa; si
chiama Cleopatra.
— Guarda che bel nome! Almeno si sbrigasse presto! —
La signora Cleopatra s’inchina amabilmente innanzi a Suor Lucia ed
esclama:
— Tanti augurî, Suor Lucia, tanti augurî.
— Grazie, altrettanto! — risponde Toti. Orsetto gli consiglia il
silenzio.
— Come si porta la mia Adalgisa?
Bene, bene, — risponde Suor Lucia.
Adalgisa si è avvicinata, è tutta rattratta in sè, e scrolla le spalle
come se le parole di sua madre le facessero dispetto.
— Ti fai onore, bambina mia? — le chiede la madre inchinandosi a
carezzarla.
— No. —
— Di’ la verità, sii buona!
— Va’ via, va’ via, — risponde l’incomparabile dolcezza.
— Me ne andrò, amore mio; ma tu sii rispettosa con Suor Lucia.
— No. Io voglio piangere.
— E perchè?
— Perchè sì, e se non vai via, ti faccio le corna.
— Dio, com’è carina! — esclama la signora Cleopatra — non le pare?
— Oh sì! — risponde Suor Lucia debolmente.
— Ma a casa è tanto più graziosa. Vede, per esempio, ogni sera, prima
di andare al riposo, continuerà un’ora ad augurarci la buona notte, e
noi facciamo un carnevale! —
Suor Lucia vorrebbe assentire, ma non le riesce.
— Addio, cara, — riprende la madre accarezzando l’istrice filiale; poi,
rivolta alla brigata s’inchina e ripete con comico ossequio: — Tanti
augurî, tanti augurî! —
Toti, vinto da un impeto di gaiezza, agita le mani in atto di saluto e
risponde:
— Buone feste e buon capo d’anno!
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Pochi passi ancora ed entreranno nel prato verde, nel loro infinito
dominio.
Toti è pensoso perchè un dubbio passeggero lo agita, un dubbio che gli
fa rivolgere questa domanda ad Orsetto:
— Perchè si devono dir sempre bugie? —
Orsetto lo guarda senza intendere.
— Ma sì, — riprende Toti — se io dico alla signora Penelope che è
brutta e non mi piace, la zia Emma mi guarda male e mi punisce; se dico
che mi annoio a far le visite, mi lasciano senza frutta e poi vogliono
ch’io sia sincero! Ma se ci costringono a dir le bugie! —
Orsetto tace sempre.
— Non è vero? — domanda Toti.
— Sì, ma se non fai così non ti regalano più i dolci!
— Che cosa m’importa! — esclama Toti; e l’idea è già trascorsa, ha
brillato un attimo, si è spenta; l’anima di un bimbo è come un seno
di mare in cui l’onda succede all’onda placidamente in una dolce
lucentezza, velata appena da qualche ombra di nube.
In fondo rilucono i colli, una corona azzurra; nei più vicini si vedono
i profili delle case, dei castelli, le ombre nere delle selve; ma poi
tutto si allontana e si fonde, trascolora azzurreggiando quanto più
sale al cielo. Le estreme vette dell’Appennino si confondono alle nubi;
forse lassù si apre la strada che giunge al sole.
I pioppi che fiancheggiano il prato verso levante (e pare che l’Astro
sorga fra i colonnati di un tempio grandissimo) si sdoppiano per
distendersi al suolo in un’ombra protettrice. I pioppi amano le voci
dei nidi e quelle dei bimbi, perchè tanto le une quanto le altre hanno
ugual significato per gli immobili giganti.
È tempo di primavera.
Liberi da ogni freno, i monelli si sbandano e gridano e si rincorrono
passando nel sole come in un volo. Suor Lucia siede all’ombra dei
pioppi e, attorno a lei, si raccolgono i più piccini ai quali deve
raccontare la fiaba dello _Stelo d’oro_.
Rando e Celestina; Lola e Miranda; Nicoluccio, Doretta e Ciuffolo
seggono in semicerchio; Suor Lucia è nel centro; fra le alte rame il
sole sogguarda ad attimi con mille occhi abbaglianti. La frescura è
deliziosa.
— «C’era una volta una via lunga lunga come il cielo e partiva da un
capo del mondo per giungere all’altro capo e nessuno l’aveva percorsa
mai tutta quanta, benchè molti vi si fossero provati. Dopo dieci, dopo
venti anni tornavano vecchi senza ricordare niente di ciò che avevano
veduto e delle avventure che erano toccate loro nel viaggio pauroso.
Morivano senza riacquistar la parola.
»Ora partivano uomini poveri, ora principi, ora imperatori che
preparavano spedizioni numerose di cavalli e di armati; ma o non
tornavano, o tornavano muti e vecchi come tutti gli altri.
»In fondo alla strada infinita, custodito da ventiquattro principesse
sorelle tutte vestite di seta turchina, sorgeva lo _Stelo d’oro_
attorno al quale esse danzavano eternamente, allacciate in catena,
una farandola d’amore. Chi fosse giunto allo Stelo d’oro sarebbe stato
Signore del mondo e di tutti i cieli.
»Ora c’era, in un paese della terra, un povero mercante che aveva un
solo figlio al quale avrebbe dato anche il suo cuore pur di vederlo
contento, e il figlio di questo povero mercante si chiamava Graziolo ed
era un fanciullo buono e pensoso, ed era sempre triste.
»Tutte le cure del padre non bastavano a farlo sorridere una volta; e
quando il padre gli chiedeva piangendo: — Che cos’hai, Graziolo? — Il
fanciullo rispondeva: — Voglio andare al mio viaggio! — Ma non tornerai
più, figliuolo! — Sì, babbo, tornerò e voi sarete contento. Lasciatemi
partire.
»Tanto disse e tanto fece, che un bel giorno il povero mercante pose
in una bisaccia tutto il suo danaro, lo dette a Graziolo e gli disse:
— Segui la tua sorte, figlio mio. Se fra cinque anni non sarai tornato,
ti raggiungerò nei cieli dove vorrai attendermi. — E Graziolo rispose:
— Babbo, fra cinque anni sarò con voi. La mia ventura mi guida, babbo;
io parto e tornerò contento! — Si abbracciarono lungamente, e Graziolo
si pose per la terribile via dalla quale nessuno era ritornato a
raccontare le sue avventure.
»Il padre lo vide dileguare, si gettò in terra e pianse disperandosi.
Il sole sorgeva allora....» —
La voce di Suor Lucia è lenta e grave; i monelli ascoltano con la bocca
socchiusa. Qualcuno fra loro tende l’orecchio allo stormire dei pioppi,
perchè i pioppi parlano, pei bimbi, e ascoltano le fiabe che ripetono
poi alle stelle piccine.
Più lontano Toti, Orsetto, Anselmuccio, Giacomino, Adalgisa e tutti gli
altri monelli, imitano la danza delle ventiquattro principesse sorelle
attorno allo stelo d’oro e, allacciati per mano, cantano e girano in
un volo di nastri, di capelli, di vesticciuole che schioccano al vento.
Pare che tutta l’aria, tutta la luce s’empia di quella festosità.
— Giro giro tondo
Cavallo imperatore
Cavallo d’argento
Che costa cinquecento.
Cento cinquanta
E la gallina canta
Lasciala cantare
La voglio maritare....
S’interrompono e si fermano guardando verso il fondo del prato dov’è
apparsa una piccola ombra nera. Rimane immobile su quel confine estremo
e pare non ardisca avanzare.
— Chi è? — chiede Toti a Orsetto.
— È Zulù, il piccolo lupo.
— Perchè lo chiamate così?
— Perchè nessuno gli ha parlato mai; perchè non ha casa e non ha
famiglia; perchè ha paura di tutti.
— Oh vieni vieni, andiamo a salutarlo — grida Toti.
— Ma fuggirà.
— Vieni, proviamo. —
Si avviano; Zulù è già scomparso dietro le prode dei fossi.
Toti si lancia in corsa; vuol seguire le tracce di quella creatura
misteriosa.