— Suor Lucia è come la Madonna: ha gli occhi di seta celeste. —
Qualcuno suppone che, la sera, quando li abbandona, vada a dormire
su le nubi rosse del sole e che ritorni all’alba dall’altra parte del
cielo.
Toti non sapeva tutto questo; ora, mentre si dirigono alla chiesa,
un compagno al quale lo ha stretto una sùbita simpatia, gli narra le
vicende della piccola suora.
Ascolta senza distrarsi, cosa che gli accade ben di rado.
— Da quanto tempo stai con Suor Lucia?
— Da un anno — risponde Orsetto.
— E sei contento?
— Contentissimo. E tu verrai ancora?
— Verrò. —
Orsetto non assomiglia a Toti. I capelli neri, spartiti in due bande,
gli scendono intorno al viso quasi fino alle spalle e si arricciano
al termine, deliziosamente; è di carnagione bianchissima, dalla
quale traggono maggior risalto gli occhi grandi e neri e pieni di una
luminosità infantile non mai velata. Pare un piccolo paggio. Tanto
dalle sue parole come dall’espressione del volto traspare una ingenuità
priva di qualsiasi malizia.
— Fra qualche giorno verrà anche Marinella, — riprende Orsetto.
— Chi è Marinella?
— È la figlia del dottore. Stiamo vicini di casa.
— Quanti anni ha?
— Ha dieci anni ed è grande. —
Per la via trascorrono numerosi veicoli, è domenica; suor Lucia si
affanna perchè la sua nidiata non si sbandi e proceda unita rasentando
i muri. La lunga fila si spiega ridendo e cinguettando, e sosta, e
ondeggia e si confonde fra la folla delle persone grandi. Assomiglia a
un serpentello multicolore, ad un ruscelletto gaio in una pianura tutta
grigia.
Trascorron per l’aria luminosa, fusi nell’identica serenità, bianchi
colombi e suoni di campane.
Toti viene esaminando i compagni che la sorte gli ha dato; saranno
forse una ventina fra grandi e piccoli, fra coloro che ancora
si succhiano il pollice e quelli che sentono già di essere figli
dell’uomo. I primi si aggruppano intorno a Suor Lucia le si cuciono
alle vesti o la precedono di un passo tenendosi per mano, a volte serii
serii con un musetto rosso del tutto simile a una ciliegia, a volte
distratti e sorridenti per una carta di caramella che hanno trovato su
la loro via, o per un ciottolino bianco, o per una festuca lucente;
un nulla basta alla loro vita, una sola formica può destare il loro
sconfinato stupore. Forse sono figli di povere mamme le quali, per
camparli, debbono lavorare anche la domenica.
Toti li osserva, mentre Orsetto glie li viene indicando.
Uno si chiama Rando, è un marmocchio quasi microscopico, avrà
tutt’al più tre anni; va solo, con le mani annodate dietro le reni,
gravissimamente; non guarda i compagni e non si cura di rispondere alle
interrogazioni che gli muovono; ciò che gli si agita intorno non lo
preoccupa nè lo commuove; forse potrà curarsi di una mosca, di un uomo
mai, l’uomo è troppo grande, egli non può considerarlo. Tiene gli occhi
bassi e si guarda le scarpe che slabbrano un pochino; per lui sono
rimaste belle e lustre come dal primo giorno che se le mise, formano
la sua ambizione. Ancora, se si degna di interloquire con uno dei
marmocchi coetanei suoi è per dirgli:
— Guarda che belle scarpe! —
E non attende approvazioni, tira innanzi sicuro del fatto suo.
Indossa un gonnellino rosso che non gli arriva al ginocchio; gli
è assicurato alla persona per mezzo di due straccali verdi, posti
sopra alla camiciola di bordatino celeste, la quale gli serve anche
da giubbetto. Compie il suo abbigliamento un vecchio cappellino da
signora, dalla tesa immensa e dal cocuzzolo microscopico; è di paglia
annerita; un elastico che gli passa sotto il mento glie lo assicura al
capo.
Qualcun altro potrebbe essere grottesco con simili indumenti; Rando non
è tale; la sua gravità accigliata conferisce nobiltà ai piccoli cenci
che lo ricoprono.
Lo segue guardandolo di tanto in tanto, una bimba della sua stessa età:
Celestina. Ha i capelli canapini raccolti in un ciuffo bizzarro che le
si alza su la nuca, e ricorda un pennello da barba.
Celestina ha le calze lunghe e un grembialuccio bianco fermato alla
vita da un nastro giallo. Per lei Rando rappresenta un inesplicabile
mistero. Se qualche cosa straordinaria non la distrae, segue sempre il
marmocchio con devozione ignara; e quando egli si ferma, anch’ella si
ferma; e quando l’attenzione di lui è attratta da un nuovo miracolo,
ella pure, con la stessa serietà, considera il nuovo miracolo. È
l’unica che gli dica con vera compiacenza:
— Rando, le tue scarpe sono belle! —
Contuttociò Rando non la degna di uno sguardo ma Celestina non se ne
accora, anzi se Rando le parlasse, la ragione dello stupore di lei
verrebbe a cessare.
Poi ne seguono molti altri in mirabile varietà; vanno appaiati:
Nicoluccio e Doretta; Lola dalle gambe torte e Miranda dal naso a
virgola; si volgono a quando a quando a considerare il viso di Suor
Lucia.
Fra i più grandi, Toti osserva Adalgisa, una monella spinosa come un
istrice, bruttina, palliduccia, dispettosa. Ha una pamela striminzita,
ornata di girasoli e rosolacci; nonostante la goffa ineleganza della
sua veste, va scutrettolando e si pavoneggia reggendosi un lembo della
gonnelluccia disadorna.
Sono alla soglia della chiesa; Suor Lucia grida:
— Fatevi il segno della croce! —
Tutti eseguiscono, borbottando parole incomprensibili. Poi entrano;
taluni distratti, altri assumono atteggiamenti di sùbita compunzione.
Rando col suo enorme cappellino in capo e le mani annodate dietro le
reni, si è fermato presso Suor Lucia che si è inginocchiata ai piedi
della pila dell’acqua benedetta.
Osserva un ragno che sale per le vesti di Suor Lucia. Celestina è presa
dalla stessa ammirazione; ad un tratto, vinta dalla curiosità, chiede
al compagno:
— Che animale è quello? —
Rando si concentra, corruga le ciglia, cerca una parola grande che ha
udito qualche volta e che deve adattarsi all’occasione; dopo qualche
minuto, senza scomporsi, con la gravità di un vecchio scienziato,
risponde:
— Quello è un mammifero! —
❦
Hanno occupato due panche, e Suor Lucia si è posta al centro della
seconda per osservare e consigliare. Toti non è ancora padrone di
sè stesso; l’ambiente nuovo e la nuova compagnia lo distraggono;
all’infuori di Orsetto, si sente ancora estraneo fra estranei, sta un
po’ serio e umiliato.
La grande chiesa umida e oscura è piena di gente. Dal suo posto elevato
Toti vede un mare di teste chine. Nell’aria si diffonde un vago profumo
d’incenso.
Egli assiste per la prima volta al rito religioso perchè la zia Emma
non lo ha condotto mai in chiesa; tutto ciò che vede lo stupisce e
si domanda se l’ostensorio, che il sacerdote leva silenziosamente in
alto, non sia un dono del buon Dio agli uomini, una stella d’oro tutta
raggiante, discesa dai lontanissimi cieli.
La sosta si prolunga, e i più piccini si distraggono, fuorchè Rando e
Celestina. Il primo pare tutto assorto nell’ammirare gli interstizi che
passano fra pietra e pietra; la seconda è compresa dall’ammirazione del
primo.
Nicoluccio si guarda il naso; Miranda e Doretta si bisticciano
fraternamente e Ciuffolo, il marmocchio dalle enormi guance, conta i
grani di una corona:
— Uno... tei... cinche... tre.... —
Il subito tintinnìo di un campanello riscuote Suor Lucia che era stata,
fino a quel punto, assorta, col capo fra le mani; ella sussurra:
— In ginocchio! —
Nasce uno scompiglio fra le fila del piccolo esercito; ognuno vorrebbe
il posto del compagno:
— Zitti, bambini! Siete nella casa del Signore, zitti! —
L’ammonimento di Suor Lucia ha un risultato parziale; ella si leva per
correggere i più ribelli; dopo non lieve fatica riesce ad ottenere un
po’ d’ordine, ma molto relativo. Rando e Celestina tirano un nastro
della veste di una vecchia signora che è inginocchiata innanzi a loro.
Rando pensa che quella grande cosa, per mezzo di quel sistema, possa
dire — Papà — e — Mamà — come un meraviglioso fantoccio ch’egli
conobbe altra volta. La prova non riesce; anzi la vecchia beghina,
avvertendo l’insolita ginnastica compiuta sui suoi indumenti, si volge,
fulmina di un’occhiataccia minacciosa l’impassibile filosofo e gli
dice:
— Lo dirò alla tua mamma, screanzato! —
La mamma non l’ha più e la seconda parola è misteriosa.
Rando e Celestina si guardano e si stringono nelle spalle.
— Pregate con me, — sussurra Suor Lucia — avanti, pregate con me.
Tutti si volgono per ascoltare e ripetere ciò ch’ella dirà.
— _Pater noster_... — Celestina state ferma!... — _qui es in Coelis,
sanctificetur_.... — Lola, vuoi smetterla di gonfiare le guancie?...
— _nomen tuum. Adveniat Regnum tuum. Fiat_... Togliti quelle dita dal
naso, Ciuffolo! Ma che cos’è?!... — _Voluntas tua sicut in Coelo, et in
terra. Panem nostrum quotidianum_... — Rando, ripeti dunque, non senti
quello che dico?... — _da nobis hodie, et dimitte nobis debita nostra
sicut et nos_... — Zitti, che il diavolo vi porta via!... — _dimittimus
debitoribus nostris. Et nos non inducas in tentationem_... — Miranda,
non ti soffiare così il naso dinanzi a Dio!... — _Sed libera nos a
malo. Amen._
Tutti ad una voce concordemente e altissimamente ripetono:
— _Amen._ —
La vecchia beghina dal nastro, si rivolge scandalizzata:
— Bella educazione! Vergognatevi! —
Nessuno le dà retta. La gente sfolla.
Suor Lucia fa levare la sua coorte per compiere la peregrinazione
consueta ai vari altari prima di tornare al sole. I monelli la seguono
cicalando.
Eccoli alla lapide famosa, alla lapide dell’angiolo; bisogna leggerla
tutte le domeniche a edificazione e ammaestramento delle anime bambine.
Eletta a tale ufficio è Adalgisa, uccelletto nidiace dalle penne
arruffate.
Ella assume un tono d’occasione e si fa innanzi tutt’impettita;
i compagni le si dispongono attorno. Toti e Orsetto osservano in
disparte.
A pochi metri da terra, è una lapide su la quale sono incisi
innumerevoli ghirigori; pare un esemplare di calligrafia.
Adalgisa con la sua vocetta stridula ne incomincia la lettura.