Suor Lucia.
— Signor Toti! Voi discendete dalla famiglia più nobile del paese, nota
ed amata per intemerate virtù, specchio di purissima grazia, ornamento
nostro di dolcezza spirituale; voi siete il nuovo vaso di elezione che
deve servire di esempio alla cittadinanza che vi guarda; io dunque vi
sono grata e sono confusa per l’indegno onore che mi fate affidando
l’anima vostra a me, umilissima serva di Dio. Vi sono grata perchè fra
i miei innocenti porterete il segno del vostro alto valore che sarà
incremento alla nobile schiatta dei buoni; sono confusa perchè siete
voi che insegnerete qualcosa a me, ignorantella meschina, magra agnella
del gregge spirituale.
Siate il benvenuto, signor Toti, e possiate rimanere fra noi — nostra
vera dolcezza — fino alla consumazione dei secoli! —
Pronunciate le quali ultime parole, Suor Lucia nasconde in fretta
la carta su la quale aveva scritto il suo discorso e, rivolta a due
monelli che si bisticciano in un angolo, grida a tutta voce:
— Anselmuccio, Giacomino volete smetterla? È sempre per la mela che vi
bisticciate? D’ora in avanti mangerò io tutte le mele che portate nel
cestino, e così starete in pace. —
I due monelli si avvicinano a capo chino borbottando; ma Suor Lucia non
bada più a loro.
Toti guarda e stupisce.
È dunque quella la tanto favoleggiata Suor Lucia, lo spauracchio del
quale ha temuto? Quella creatura tutta umile e compunta che lo ha
salutato con tante parole delle quali non ha capito niente?
Egli la pensava grande e nera, e invece è piccina, magra e ossuta;
bianca come un cero. Dal suo volto affilato, tutto racchiuso in un
velo nero, stretto sotto il mento, traspare una bontà rassegnata che
fa pena. Suor Lucia deve aver sofferto e deve soffrire tuttavia; chi
sa mai perchè! Ella non è veramente suora; le hanno dato quel nome
perchè indossa sempre una veste monastica e perchè si è volontariamente
votata ad una regola di penitenza assidua. È poverissima; campa di
quel poco che le danno le famiglie che affidano a lei i loro bambini;
ed anche quel poco è troppo per Suor Lucia, che vive di niente. Dorme
nelle case della carità. Il giorno, con la sua gaia nidiata, non fa
che pellegrinare dalle chiese agli orti, dagli orti alle piazze, dalle
piazze ai giardini e non potrebbe altrimenti perchè non possiede una
stanza nella quale raccogliere gli scolari ribelli. D’altra parte i
genitori desiderano ch’ella faccia far del moto ai loro bimbi, e Suor
Lucia è come una spola che dal mattino al tramonto si affanna dietro
l’inesauribile foga di una barbara gaiezza che non può e non saprebbe
frenare. Ogni tanto nell’andito di una chiesa, in una sagrestia, sotto
qualche portico remoto si ferma, raccoglie intorno a sè la sua nidiata,
apre il libro che non abbandona mai ed impartisce ai disattenti uditori
i primi insegnamenti della dottrina sacra.
Suor Lucia legge maluccio, ma sa spiegarsi con chiarezza sufficiente;
e questo può bastare. Le lezioni sono brevissime; è già molto s’ella
riesce a tener fermi i suoi monelli per un quarto d’ora; quando
essi si stancano e vogliono andarsene, ella non può comandare, deve
semplicemente ubbidire; tale è anche la volontà del Signore. Così
riprende la via sotto una siepe; attraverso un prato; lungo i sentieri
di una piccola selva, e i suoi bimbi le vogliono bene.