II.

Suor Lucia.

— Signor Toti! Voi discendete dalla famiglia più nobile del paese, nota

ed amata per intemerate virtù, specchio di purissima grazia, ornamento

nostro di dolcezza spirituale; voi siete il nuovo vaso di elezione che

deve servire di esempio alla cittadinanza che vi guarda; io dunque vi

sono grata e sono confusa per l’indegno onore che mi fate affidando

l’anima vostra a me, umilissima serva di Dio. Vi sono grata perchè fra

i miei innocenti porterete il segno del vostro alto valore che sarà

incremento alla nobile schiatta dei buoni; sono confusa perchè siete

voi che insegnerete qualcosa a me, ignorantella meschina, magra agnella

del gregge spirituale.

Siate il benvenuto, signor Toti, e possiate rimanere fra noi — nostra

vera dolcezza — fino alla consumazione dei secoli! —

Pronunciate le quali ultime parole, Suor Lucia nasconde in fretta

la carta su la quale aveva scritto il suo discorso e, rivolta a due

monelli che si bisticciano in un angolo, grida a tutta voce:

— Anselmuccio, Giacomino volete smetterla? È sempre per la mela che vi

bisticciate? D’ora in avanti mangerò io tutte le mele che portate nel

cestino, e così starete in pace. —

I due monelli si avvicinano a capo chino borbottando; ma Suor Lucia non

bada più a loro.

Toti guarda e stupisce.

È dunque quella la tanto favoleggiata Suor Lucia, lo spauracchio del

quale ha temuto? Quella creatura tutta umile e compunta che lo ha

salutato con tante parole delle quali non ha capito niente?

Egli la pensava grande e nera, e invece è piccina, magra e ossuta;

bianca come un cero. Dal suo volto affilato, tutto racchiuso in un

velo nero, stretto sotto il mento, traspare una bontà rassegnata che

fa pena. Suor Lucia deve aver sofferto e deve soffrire tuttavia; chi

sa mai perchè! Ella non è veramente suora; le hanno dato quel nome

perchè indossa sempre una veste monastica e perchè si è volontariamente

votata ad una regola di penitenza assidua. È poverissima; campa di

quel poco che le danno le famiglie che affidano a lei i loro bambini;

ed anche quel poco è troppo per Suor Lucia, che vive di niente. Dorme

nelle case della carità. Il giorno, con la sua gaia nidiata, non fa

che pellegrinare dalle chiese agli orti, dagli orti alle piazze, dalle

piazze ai giardini e non potrebbe altrimenti perchè non possiede una

stanza nella quale raccogliere gli scolari ribelli. D’altra parte i

genitori desiderano ch’ella faccia far del moto ai loro bimbi, e Suor

Lucia è come una spola che dal mattino al tramonto si affanna dietro

l’inesauribile foga di una barbara gaiezza che non può e non saprebbe

frenare. Ogni tanto nell’andito di una chiesa, in una sagrestia, sotto

qualche portico remoto si ferma, raccoglie intorno a sè la sua nidiata,

apre il libro che non abbandona mai ed impartisce ai disattenti uditori

i primi insegnamenti della dottrina sacra.

Suor Lucia legge maluccio, ma sa spiegarsi con chiarezza sufficiente;

e questo può bastare. Le lezioni sono brevissime; è già molto s’ella

riesce a tener fermi i suoi monelli per un quarto d’ora; quando

essi si stancano e vogliono andarsene, ella non può comandare, deve

semplicemente ubbidire; tale è anche la volontà del Signore. Così

riprende la via sotto una siepe; attraverso un prato; lungo i sentieri

di una piccola selva, e i suoi bimbi le vogliono bene.

Le gaie farandole · 第 5 / 21 题