La =Signora Borkman,= poi la =Cameriera,= poi =Ella Rentheim= e =Gian
Gabriele Borkman.=
(_La signora Borkman, con lo sciallo sulla testa, entra in preda
a vivissima agitazione per l’uscio d’ingresso e va alla finestra,
dove solleva per un momento le cortine. Poi s’avvicina alla stufa e
vi si siede acanto. Quindi s’alza e tira il cordone del campanello.
Rimane per qualche tempo in attesa, accanto al sofà. Non comparisce
nessuno. Tira una seconda volta e più forte il cordone_.)
(_Dopo breve pausa entra la Cameriera dalla porta di destra: ha gli
occhi ancor gravi disonno e gli abiti in disordine — come se aveste
dovuto vestirsi in tutta fretta_.)
Sig.ª BORK. (_con impazienza_). Dove siete stata tanto tempo, Lena? Ho
già suonato due volte.
CAM. Ho udito suonare tutte le due volte, signora.
Sig.ª BORK. E perchè non siete venuta subito?
CAM. (_brontolando_). Ho dovuto pur vestirmi per venire qui!
Sig.ª BORK. Bene: mettetevi ancora un po’ in ordine, e poi uscite e
andate a chiamare mio figlio.
CAM. (_con stupore_). Ho da andare a chiamare il signorino?
Sig.ª BORK. Sì: e ditegli che venga subito; chè ho da parlargli.
CAM. (_facendo il viso arcigno_). E non sarebbe meglio di svegliare il
cocchiere del fattore?
Sig.ª BORK. E perchè?
CAM. Per attaccare la slitta. Stanotte la neve cade a turbini....
Sig.ª BORK. Non importa. Fate però presto! Del resto non ci sono che
pochi passi!
CAM. Pochi passi?
Sig.ª BORK. Non sapete adunque dove si trovi la villa dell’avvocato
Hinkel?
CAM. (_pungente_). Ah, è nella villa dell’avvocato Hinkel che si trova
a quest’ora il nostro signorino?
Sig.ª BORK. (_stizzita_). E dov’altro mai potrebbe egli trovarsi a
quest’ora?
CAM. (_sorridendo_). Il signorino potrebbe trovarsi nella casa, che è
solito frequentare tutti i giorni....
Sig.ª BORK. In casa di chi?
CAM. In casa della signora Wilton!
Sig.ª BORK. Non è abitudine di mio figlio di andare ogni giorno in casa
della signora Wilton!
CAM. (_a voce bassa_). Dicono che ci vada tutti i giorni.
Sig.ª BORK. Tutte chiacchiere, Lena! Andate ora dal signor Hinkel e
domandate del signorino!
CAM. (_alzando in alto la testa_). Bene; ora me ne vado: (_Mentre
s’avvia all’uscio d’ingresso, compariscono Ella Rentheim e Borkman_.)
Sig.ª BORK. (_indietreggiando di un passo_). Cosa vorrebbe mai
significare questa visita?
CAM. (_atterrita e stringendosi istintivamente le mani_). Gesù!
Sig.ª BORK. (_susurrando alla Cameriera_). Ditegli che venga subito!
CAM. (_piano_). Va bene, signora.
(_Ella Rentheim e Borkman entrano nella stanza. La Cameriera esce,
chiudendo dietro a sè la porta. Breve pausa_.)
Sig.ª BORK. (_come se fosse riuscita a padroneggiarsi completamente; ad
Ella_). Che vuole egli mai da me?
ELLA. Borkman vuole tentare di venire ad una spiegazione con te.
Sig.ª BORK. Finora egli non l’ha mai fatto!
ELLA. Ed ora lo vuole!
Sig.ª BORK. L’ultima volta, che siamo stati l’uno di fronte all’altro,
fu al Tribunale.... quando venni citata per deporre....
BORK. (_inoltrandosi_). Ed oggi sono io, che ho da deporre.
Sig.ª BORK. (_guardandolo_). Tu?
BORK. Sì; ma non sul mio fallo, che oramai lo conosce tutto il mondo....
Sig.ª BORK. (_sospirando; con amarezza_). È vero: tutto il mondo
conosce oramai il tuo fallo.
BORK. Il mondo però ignora il motivo, per cui io commisi quell’errore:
ignora il movente, per cui io fui costretto a farlo, perohò io era....
Gian Gabriele Borkman.... e non un altro. È su questo punto che voglio
fare ora le mie deposizioni.
Sig.ª BORK. (_scrollando il capo_). Le tue deposizioni non servono a
nulla. D’altronde anche la scusa d’aver agito sotto l’altrui impulso
non assolve mai nessun colpevole.
BORK. Essa può assolverlo davanti ai suoi proprî occhi.
Sig.ª BORK. (_con un movimento di mano, come se volesse schermirsi_).
Lasciamo quest’argomento! Ho pensato e ripensato tante volte su quella
tua triste storia!
BORK. L’ho fatto anch’io. In quei lunghi, eterni cinque anni, trascorsi
al cellulare.... ed altrove.... ebbi più d’una volta l’occasione ed
il tempo di farlo: ed ancor più forse negli otto anni, passati lassù
nel salotto. Mi sono ricostruita tutta la situazione giuridica della
mia storia — per esaminarla con gli stessi miei occhi. L’ho studiata
una volta, e poi ancor un’altra.... e così via. Mi sono eretto
successivamente accusatore, difensore, giudice di me stesso: ed in
tutti quelli uffici conservai sempre la più rigida imparzialità....
sì — posso ripeterlo — fui più imparziale di qualsiasi altra persona.
Passeggiando lassù — nel salotto — ho esaminato tutte le mie azioni
sino nel loro più piccolo dettaglio. Le ho esaminate prima da una parte
e poi dall’altra, sempre imparzialmente, sempre scrupolosamente....
come l’avrebbe fatto un avvocato avversario. Ed il risultato di tutte
quelle indagini, di tutto quelle analisi.... fu sempre l’identico: mi
convinsi sempre più che la persona più terribilmente colpita dal mio
fallo.... fui io stesso.
Sig.ª BORK. E non ne fui colpita anche io? non ne fu colpito anche tuo
figlio?
BORK. Sì, anche voi due: quando parlo di me, parlo implicitamente anche
di voi due.
Sig.ª BORK. E tutte quelle centinaia di porsone, che, secondo
l’opinione pubblica, furono rovinate dal tuo fallo?
BORK. (_accalorandosi_). Arrivai al potere! Sorse allora in me
quell’impulso indomabile! M’apparvero allora per tutto il paese e
nelle profondità delle miniere quei milioni incatenati e mi chiamarono,
gridandomi di liberarli dalle loro catene! Ma nessun altro uomo potè
udire la loro voce! Fui io solo!
Sig.ª BORK. Sì, tu solo hai udito quella voce.... per coprire d’infamia
il nome dei Borkman!
BORK. Avrei voluto vedere come avrebbe agito un altro uomo se — come fu
il caso mio — fosse giunto al potere!
Sig.ª BORK. Nessun uomo avrebbe fatto quello che tu osasti di fare!
BORK. Forse nessun altro l’avrebbe fatto, perchè nessun altro possedeva
la mia capacità! E se anche l’avessero fatto, non l’avrebbero
mai conseguito coi miei mezzi.... ciò che avrebbe dato all’affare
un’impronta del tutto diversa.... In poche parole: io mi sono assolto
da me stesso.
ELLA (_con tuono dolce, supplichevole_). Puoi ripetere ciò con intima
convinzione, Borkman?
BORK. (_affermando col capo_). Sì — io stesso mi sono assolto da
quell’accusa. Ma ora sorge la grave, la terribile accusa, che mi sono
scagliato con le mie mani!
Sig.ª BORK. Quale accusa?
BORK. Ho sprecato otto anni preziosi della mia esistenza passeggiando
su e giù per il salotto! Ebbene — nello stesso giorno, in cui mi
rimisero a piede libero, in quello stesso giorno io avrei dovuto
entrare nel mondo della realtà — della realtà, che è immutabile e senza
sogni! Avrei dovuto ricominciare la strada: ricominciarla dal basso....
per slanciarmi un’altra volta in alto — molto più in alto di prima — ad
onta di tutti i fatti accaduti.
Sig.ª BORK. Ah — persuaditi, la tua vita non si sarebbe punto mutata
col mutar di strada!
BORK. (_scrollando il capo e fissando la moglie come per spiegarle
qualche cosa_). Non può accadere nulla di nuovo: ma quello che è
accaduto.... non si ripete più. È il nostro occhio quello che trasforma
le situazioni; e l’occhio trasformatore fa apparire le cose veochie
sotto forme nuove. (_interrompendosi_) Ma tu già non comprendi queste
parole.
Sig.ª BORK. (_secca_). No, non le comprendo.
BORK. Ecco la mia maledizione: non aver mai trovato un’anima umana, che
mi potesse comprendere!
ELLA (_fissando Borkman_). Mai, Borkman?
BORK. Forse una, una sola.... ma molti, molti anni fa.... quando mi
pareva di non aver bisogno di venire compreso da nessuno. Più tardi,
però, io non trovai nè ebbi mai al fianco mio una persona prudente, che
fosse pronta ad ogni istante di chiamarmi.... di svegliarmi come con un
rintocco mattutino di campana.... di spronarmi ad un lavoro nuovo, ad
un lavoro più attivo.... ad imprimermi nella mente che io fino allora
non avevo fatto nulla di duraturo.
Sig.ª BORK. (_con riso ironico_). Ah bisognava adunque che qualcuno te
lo imprimesse nella mente?
BORK. (_con collera_). Ah, quando sento che tutto il mondo è d’accordo
nel dichiararmi in faccia, che Gian Gabriele Borkman è un uomo
irremissibilmente perduto, allora parmi per un momento di dover anch’io
prestar fede all’opinione pubblica. (_alzando in alto il capo_) Ma
poi la mia coscienza prende nuovamente il sopravvento: ed è la mia
coscienza che mi assolve!
Sig.ª BORK. (_guardando Borkman con severità_). E perchè non sei venuto
mai da me per cercare la persona che ti comprendesse?
BORK. E se anche fossi venuto.... l’avrei forse trovata?
Sig.ª BORK. (_con un gesto ripulsivo di mano_). Tu, in vita tua, non
hai avuto che un’unica mira: te stesso!
BORK. (_con fierezza_). Mi stette a cuore la forza!
Sig.ª BORK. Sì — la forza!
BORK. .... la forza di poter rendere immensamente felici tutti gli
uomini!
Sig.ª BORK. Eppure ci fu un momento, in cui tu avresti potuto rendermi
felice: perchè non ne approfittasti?
BORK. (_come se volesse sottrarsi allo sguardo della moglie_). Qualcuno
deve pur venire inghiottito.... in un naufragio.
Sig.ª BORK. E tuo figlio? Hai forse sfruttato il tuo potere in suo
favore.... ti sei forse adoperato mai in vita tua per renderlo felice?
BORK. Mio figlio? Io non lo conosco!
Sig.ª BORK. Hai ragione. Tu non lo conosci!
BORK. (_con asprezza_). Questo non è che il risultato delle cure di sua
madre.
Sig.ª BORK. (_guardandolo con un’aria di superiorità_). Oh tu ignori le
mie cure?
BORK. Le sai tu sola?
Sig.ª BORK. Sì: io sola.
BORK. Parla adunque!
Sig.ª BORK. Le mie cure furono rivolte alla tua memoria.
BORK. (_con un riso secco_). Alla mia memoria? È strano! Parli di me,
come se io fossi già morto!
Sig.ª BORK. (_facendo risaltare le parole_). Tu sei già morto!
BORK. (_lentamente_). Forse hai ragione. (_brusco_) No, no: non sono
ancor morto! Sono stato all’orlo della fossa, è vero: ma ora mi sono
risvegliato! Ora mi sento guarito! La vita s’agita ancora davanti ai
miei occhi: ed io la vedo quella vita ancora iridescente, che palpita e
che m’attende.... La vedrai anche tu....
Sig.ª BORK. (_coll’indice teso_). Non sognare mai più di poter vivere
ancora una volta! Accontentati della tua posizione attuale!
ELLA (_trasalendo_). Gunilde, Gunilde.... come puoi tu mai....!
Sig.ª BORK. (_senza darle ascolto_). Voglio erigere un monumento sulla
tua fossa.
BORK. La colonna infame.... eh?
Sig.ª BORK. (_con un’agitazione ognor più crescente_). No, il tuo
monumento non sarà nè di granito nè di bronzo: sul monumento, che io
intendo di erigerti, non verrà inciso nessun epitaffio ironico. Una
fitta boscaglia di alberi e di cespugli si estenderà sul sepolcro
della tua vita e ne coprirà tutte le macchie. Gian Gabriele Borkman
scomparirà dagli occhi degli uomini, avvolto dall’oblio.
BORK. (_con voce rauca; ironico_). Sarà una bell’opera di carità la tua!
Sig.ª BORK. In quell’opera di misericordia io non sarò sola: avrò
un compagno di collaborazione in un uomo, che io mi sono assunta il
còmpito di educare e che s’è imposto di spendere la sua vita per una
missione. Questo mio collaboratore, conducendo un’esistenza, ispirata
a principî puri, santi e sublimi, cancellerà dalla memoria degli uomini
tutti i ricordi della tua vita tenebrosa.
BORK. (_minaccioso_). Vuoi forse alludere ad Erardo?
Sig.ª BORK. (_fissandolo negli occhi_). Sì, ad Erardo. — Tu devi
rinunziare a tutti i diritti che vanti su lui.... come pena per tutte
le tue colpe.
BORK. (_con lo sguardo rivolto ad Ella_). Come pena per la più grave
delle mie colpe!
Sig.ª BORK. Per il fallo, che hai commesso verso un’altra persona? Oh
pensa piuttosto al peccato di cui ti sei reso reo verso di me! (_con
aria di trionfo, guardando ora Borkman, ora Ella_) Oh il mio Erardo non
ascolterà le vostre parole! Io lo chiamerò in mio aiuto ed egli non
me lo negherà! Erardo vuol restare con me — con me sola e con nessun
altro.... (_s’arresta come per ascoltare se giungesse qualcuno; quindi
esclama:_) Oh sento i suoi passi! Egli è qui — egli viene qui. Erardo!
(_Erardo Borkman entra dall’uscio d’ingresso: ha il soprabito e
porta il cappello in testa_.)