SCENA PRIMA.

La =Signora Borkman= sola; poi la =Cameriera=; poi =Ella Rentheim=.

(_La signora Borkman, una donna attempata, dai capelli incanutiti

e dall’aspetto freddo e grave, è seduta sul sofà e sta lavorando

d’uncinetto: le sue mani sono affusolate e diafane. È vestita

di un abito di seta nera, fuori di moda ed alquanto usato: sulle

spalle porta uno scialle di lana. All’alzarsi della tela la signora

Borkman tralascia di lavorare e se ne sta immobile e meditabonda.

Si ode il tintinnìo dei sonagli di una slitta, che arriva._)

Sig.ª BORK. (_dopo di essere stata in ascolto, esclama quasi

involontariamente, ma raggiante di gioia:_) Erardo! Finalmente!

(_S’alza e guarda fuori della finestra: ma poi, delusa, ritorna al

tavolino e riprende il lavoro. Poco dopo dalla porta di destra entra la

Cameriera con un vassoio._)

Sig.ª BORK. (_impaziente_). Dunque il signor Erardo non è ancora

arrivato?

CAM. No, signora. C’è però di fuori una signora....

Sig.ª BORK. (_mettendo da parte il lavoro_). Sarà la signora Wilton....

CAM. (_avvicinandosi alla signora Borkman_). No, è una signora che non

conosco.

Sig.ª BORK. (_indicando il biglietto di visita sul vassoio_). Datemi

quel biglietto.... (_dopo aver dato un’occhiata al biglietto, s’alza

fissando la cameriera_) Ma siete proprio certa che il biglietto è per

me?

CAM. Sì, è per la signora, o almeno così mi parve d’aver sentito....

Sig.ª BORK. E quella signora vi ha detto che voleva parlare con me?

CAM. Sì, con lei, signora.

Sig.ª BORK. Ebbene, fatela entrare.

(_La cameriera va ad aprire — Ella Rentheim entra. Ella Rentheim è

molto somigliante alla sorella: il suo aspetto però è di persona

sofferente, quantunque i lineamenti del volto rivelino ancora

le tracce di una splendida bellezza. I capelli folti ed ondulati

sono completamente bianchi. Porta cappellino e veste un abito di

velluto nero ed un mantello foderato di pelliccia. Le due sorelle

si guardano vicendevolmente con sguardo indagatore; tutte e due

sembrano dapprima perplesse di rompere il silenzio._)

ELLA RENT. (_ferma accanto alla porta_). Sei meravigliata di vedermi

qui, Gunilde?

Sig.ª BORK. (_immobile, in piedi fra il sofà ed il tavolino, sfiorando

il tappeto con le punte delle dita_). Non ti pare d’aver sbagliato

strada? Dovresti pur sapere che il fattore abita dall’altra parte della

casa.

ELLA. Oggi non ho da parlare col fattore.

Sig.ª BORK. Hai forse da parlare con me?

ELLA. Sì. Ho da parlare con te.

Sig.ª BORK. (_movendole incontro_). Allora.... prendi posto.

ELLA. No, grazie; posso starmene bene anche in piedi.

Sig.ª BORK. Fa come meglio ti aggrada. Ma levati almeno il mantello.

ELLA (_sbottonando il mantello_). Infatti in questa stanza fa un po’

troppo caldo....

Sig.ª BORK. Soffro tanto freddo!

ELLA (_fissando la sorella ed appoggiando un braccio sul seggiolone_).

Gunilde, sono ormai trascorsi quasi otto anni dall’ultima volta che ci

siamo viste.

Sig.ª BORK. (_fredda_). Sì, otto anni dall’ultima volta che abbiamo

parlato insieme.

ELLA. Hai ragione: dall’ultima volta che abbiamo parlato insieme —

giacchè nel frattempo avesti più d’una volta occasione di vedermi....

ogni anno, quando venivo qui, dal fattore.

Sig.ª BORK. Credo due o tre volte, tutt’al più.

ELLA. Anche io ti vidi un paio di volte, alla sfuggita.... là, alla

finestra.

Sig.ª BORK. È possibile; m’avrai visto rincantucciata dietro le

cortine. Che buona vista la tua! (_ruvida e pungente_) Ma l’ultima

volta che ci parlammo fu proprio qui, in questa stanza....

ELLA (_interrompendo_). Lo so, Gunilde!

Sig.ª BORK. Una settimana prima.... prima che egli venisse fuori....

ELLA (_facendo qualche passo per la stanza_). Non tocchiamo

quell’argomento!

Sig.ª BORK. (_con voce sommessa, ma energica_). Una settimana prima che

egli.... il direttore di Banca, venisse rimesso in libertà.

ELLA (_c. s._). Sì — è vero! Mi ricordo benissimo di ogni particolare!

Ma è così angoscioso, di non poter pensare a quei ricordi così

tristi.... oh!

Sig.ª BORK. E con tutto ciò non è dato liberarsi di quei pensieri,

che continuano a girare e rigirare incessantemente nella fantasia!

(_con impeto, battendo le mani_) No, non lo comprendo! Dovessi vivere

ancora cent’anni, non lo potrei comprendere! Non posso comprendere

come una simile disgrazia.... una disgrazia tanto terribile abbia

potuto piombare sur una famiglia! E pensa.... sulla nostra famiglia!

Una famiglia tanto rispettabile quanto la nostra! Chi avrebbe mai

potuto soltanto pensare che proprio la nostra famiglia dovesse venirne

travolta!

ELLA. Oh Gunilde.... molte, molte altre famiglie furono colpite da

quella disgrazia.

Sig.ª BORK. Sì, hai ragione; ma di quelle famiglie non mi do tanto

pensiero, perchè per loro la catastrofe si ridusse unicamente alla

perdita di qualche centinaio di corone.... o di qualche centinaio di

banconote.... Ma per noi....! Per me! Per il mio povero Erardo! Per

il mio povero bambino — perchè in allora Erardo era ancora bambino!

(_sempre più eccitata_) L’onta, di cui fummo coperti noi due innocenti!

E poi la vergogna! Quell’odiosa, quell’orribile vergogna! E per giunta:

rovinati completamente!

ELLA (_con diffidenza_). Dimmi, Gunilde.... come sopporta le

conseguenze del suo fallo?

Sig.ª BORK. Chi? Erardo?

ELLA. No.... lui. Rispondimi!

Sig.ª BORK. Credi forse ch’io gli domandi....?

ELLA. Oh, ma non occorre domandare....

Sig.ª BORK. (_guardandola meravigliata_). Spero bene che non vorrai

credere che io viva con lui! Trovarmi con lui? Vederlo?

ELLA. Neppur vederlo!

Sig.ª BORK. Vedere un uomo, che dovette scontare cinque lunghi

anni di carcere? (_nascondendosi il viso fra le mani_) Oh quale

onta! (_alzandosi_) Se poi penso di quale aureola fosse a suo tempo

circonfuso il nome di Gian Gabriele Borkman!... No, no, no.... non

voglio più vederlo.... mai più.

ELLA (_fissandola per qualche tempo_). Gunilde, tu hai un cuore ben

duro!

Sig.ª BORK. Verso di lui — sì.

ELLA. Al postutto egli resta sempre tuo marito.

Sig.ª BORK. Ma non fu forse lui, che in tribunale, durante il suo

processo, incolpò me di essere stata la causa, che lo aveva trascinato

al precipizio, la causa della rovina, rinfacciandomi di avere sprecato

migliaia di corone?

ELLA (_esitante_). Che non ci fosso un po’ di verità in quelle sue

confessioni?

Sig.ª BORK. No, egli voleva che tutti sprecassero con quella

leggerezza....

ELLA. Lo so, lo so: ed appunto per questo motivo avresti dovuto

mettergli a tempo un freno. Oh quanto bene gli avresti procurato

mettendogli un freno!

Sig.ª BORK. E doveva io sapere che non era suo il denaro.... sì, il

denaro che egli mi lasciava sprecare? E quanto e come ne sprecò lui!

Dieci volte più di me.

ELLA (_con calma_) Forse il posto coperto da Borkman avrà portato con

sè tutto quello spreco o almeno una buona parte.

Sig.ª BORK. (_ironica_). Certo: ci fu un tempo, in cui si andava sempre

ripetendo che la famiglia del direttore Borkman doveva figurare. Ed

egli sapeva “figurare„ e splendidamente. Quando sdraiato nel suo tiro

a quattro passava davanti alla casa, pareva come se passasse un re:

egli rispondeva ai saluti della gente proprio come un monarca. La gente

pronunciava il suo nome come il nome di un re: “Gian Gabriele!„ “Gian

Gabriele!„ Tutti sapevano di quanta grandezza fossero circonvolti quei

due nomi!

ELLA (_risoluta e con calore_). Allora egli era infatti una grandezza.

Sig.ª BORK. Sì, apparentemente. Mai, però, mai egli mi fece conoscere,

neppure con una sola parola, quali fossero le sue condizioni

finanziarie; nè mai m’indicò la provenienza di tutto quel denaro.

ELLA. Oh no.... anche gli altri non avrebbero potuto supporlo.

Sig.ª BORK. Verso gli altri non lo avrei tenuto responsabile; ma

verso di me era suo dovere di dire la verità. E la verità non me

la disse mai! Menzogne, menzogne, ecco il suo sistema; e m’ingannò

sfrontatamente.

ELLA (_interrompendola_). Scaccia dalla testa una simile idea, Gunilde!

Borkman non ti ha ingannata — non ha mentito; forse egli credette più

opportuno di sottacerti il vero stato delle cose.

Sig.ª BORK. Fa pure questione di parole, se così t’aggrada: il

risultato rimane sempre l’identico.... Poi sopravvenne la catastrofe e

tutto andò in rovina. Anche tutta l’aureola!

ELLA (_sopra pensiero_). Sì, tutto andò in rovina.... per lui.... ed

anche per gli altri.

Sig.ª BORK. (_alzandosi minacciosa_). Ella.... devo però osservarti,

che non mi do ancora per vinta! Oh io saprò bene ancora procurarmi una

soddisfazione! Puoi esserne certa!

ELLA (_con ansia_). Vuoi procurarti una soddisfazione? Non ti

comprendo....

Sig.ª BORK. Voglio procurarmi una soddisfazione per riabilitare il

nome, che andò perduto coll’onore e coll’agiatezza! Voglio avere una

soddisfazione per la mia vita trascorsa sì miseramente, comprendi!

Sappi che tengo in mio potere un uomo.... un uomo, che deve lavare

l’onta del direttore.

ELLA. Ma Gunilde! Gunilde!

Sig.ª BORK. (_sempre più accalorandosi_). Pensa che esiste una mano

vendicatrice, la mano di un uomo, che deve riparare a tutto il male che

mi fece suo padre!

ELLA. Erardo — dunque!

Sig.ª BORK. Sì, Erardo.... il mio diletto figliuolo! Oh egli saprà

certamente rialzare le sorti della casa, della famiglia, del nostro

nome. Erardo ricostruirà tutto quello che è ancora possibile di

rifare.... e forse anche qualche cosa di più.

ELLA. E come credi che ciò potrà mai avvenire?

Sig.ª BORK. Avvenga quello che si voglia.... io non lo so. Ma è

fuori di dubbio che tutto ciò debba accadere — un giorno o l’altro,

(_tentando di leggere negli occhi di Ella_) E a te, Ella.... non

passò mai per la mente una simile idea, allorquando Erardo era ancora

bambino?

ELLA. Non lo saprei....

Sig.ª BORK. Da senno? E perchè conducesti con te, via di qui, il

piccolo Erardo, quando la bufera scoppiò.... sopra questa casa?

ELLA. In allora tu non avresti potuto occuparti di Erardo, Gunilde.

Sig.ª BORK. Ah, sì, è vero, è vero. E poi suo padre aveva un motivo ben

giustificabile per non poter occuparsi di suo figlio.... era così ben

guardato là, dove si trovava....

ELLA. Gunilde! Come parli!

Sig.ª BORK. (_con tono invelenito_). E pensare che ti adattasti ad

assumere l’educazione del figlio.... del figlio di un Gian Gabriele,

e che lo trattasti come se fosse stato tuo!... Portarmi via il

bambino?... andar con lui lontano di qui?... tenerlo tanti anni in casa

tua, dove egli trascorse quasi tutta la sua infanzia?... (_guardandola

con diffidenza_) Ma, Ella, spiegami il perchè di tutte queste tue

premure verso Erardo? Dimmi perchè lo tenesti tanto tempo sotto la tua

vigilanza?

ELLA. A poco a poco, Erardo incominciò a volermi tanto bene....

Sig.ª BORK. Più che a me.... sua madre!

ELLA (_pronta_). Non lo so.... e poi Erardo era allora di gracile

complessione.

Sig.ª BORK. Gracile? Erardo!

ELLA. Almeno mi fece l’impressione.... quella volta. Oltre a ciò, non

devi dimenticarti che la temperatura di laggiù, alla costa, è molto più

mite di quella di questa regione.

Sig.ª BORK. (_sorridendo amaramente_). Davvero? più mite?

(_interrompendosi_) Sì, sì, tu hai fatto del bene, molto, ad Erardo.

(_cambiando tono_) Del resto era facile per te, Ella, che ne avevi i

mezzi, (_sorridendo_) La sorte ti fu propizia, Ella! Arrivasti ancora

in tempo a salvare tutto il tuo patrimonio!

ELLA (_compunta_). Eppure io non feci neppure un passo per riacquistare

il mio denaro.... te l’assicuro. Non potevo supporre — e lo rilevai

soltanto molto più tardi — che tutte quelle carte, che erano depositate

a mio nome alla Banca.... fossero state risparmiate....

Sig.ª BORK. Bene; bene: io già non me ne intendo di questi affari. Ti

ripeto soltanto che fosti molto fortunata. (_con sguardo scrutatore_)

Ma dimmi quale era la tua intenzione, quando, in vece mia, ti decidesti

di educare Erardo?

ELLA (_fissando la sorella_). Quale fosse la mia intenzione?

Sig.ª BORK. Avrai avuto pure una intenzione! Mi spiego: cosa volevi

fare di Erardo?

ELLA (_con calma_). Volevo facilitargli il cómpito di diventare l’uomo

più felice di questo mondo.

Sig.ª BORK. (_con sprezzo_). Bah! I disgraziati della nostra specie

hanno ben altro da fare che di pensare alla felicità!

ELLA. Intenderesti dire....?

Sig.ª BORK. (_con gravità_). Tutti i pensieri di Erardo dovono essere

rivolti tanto in alto, tendere ad un punto sì eccelso, che nessun

uomo del paese possa più scorgere l’ombra, in cui suo padre ha voluto

gettare me.... e mio figlio.

ELLA (_indagando_). Dimmi, Gunilde: Erardo si è proprio prefissa questa

méta per la sua vita....?

Sig.ª BORK. (_meravigliata_). Oso sperarlo!

ELLA. .... o questa méta, alla quale vorresti vederlo indirizzato, non

è che un semplice desiderio da parte tua?

Sig.ª BORK. (_freddamente_). Io ed Erardo abbiamo avuto sempre le

stesse aspirazioni.

ELLA (_accorata_; _lentamente_). Puoi adunque contare in tal modo su

tuo figlio, Gunilde?

Sig.ª BORK. (_con aria di trionfo_). Sì.... grazie a Dio. Puoi esserne

convinta!

ELLA. Allora, ad onta di tutte le tue disgrazie, devi pur sentirti

felice.

Sig.ª BORK. Infatti.... o almeno sotto questo rapporto. — Ma poi, ad

ogni istante, rivive il ricordo di quell’altra storia.... e allora

nella mia anima si scatena la bufera.

ELLA (_cambiando tono_). Dimmi.... dimmi adunque.... perchè sono venuta

qui proprio per questo....

Sig.ª BORK. Ebbene parla! Spiegati!

ELLA. Vorrei parlarti di un affare.... ma prima dimmi un po’.... Erardo

non abita qui, con voi....?

Sig.ª BORK. (_freddamente_). Erardo non può abitare qui, con me. Egli

devo tenere la sua abitazione in città....

ELLA. Lo so da una sua lettera....

Sig.ª BORK. Erardo deve rimanere in città per finire i suoi studi: però

egli viene a trovarmi qui ogni sera.

ELLA. Allora forse lo potrò vedere qui da te? Sta bene: approfitterò

dell’occasione per dirgli qualche cosa.

Sig.ª BORK. Oggi non è ancora venuto, però non può tardare più oltre.

ELLA. Eppure, Gunilde.... a quest’ora Erardo deve essere già venuto:

sento rimbombare i suoi passi sopra di noi.

Sig.ª BORK. (_con uno sguardo fugace_). Qui sopra — nel salotto?

ELLA. Sì. Ho sentito il rumore dei suoi passi durante tutto il tempo

che abbiamo parlato.

Sig.ª BORK. (_volgendo altrove gli occhi_). Non sono i passi di Erardo,

Ella!

ELLA (_meravigliata_). Non è Erardo? (_con aria di presentimento_) Ma

chi è dunque che cammina nel salotto del primo piano?

Sig.ª BORK. Il direttore di Banca.

ELLA (_con un filo di voce, quasi come se provasse dolore_). Gian

Gabriele! Gian Gabriele Borkman!

Sig.ª BORK. Passeggia su e giù — da mattina a sera; tutti i giorni —

sempre così.

ELLA. Mi si raccontò infatti....

Sig.ª BORK. Lo credo. La gente parla qualche volta di noi....

ELLA. Lo seppi da Erardo, che in una delle sue lettere mi raccontò che

suo padre conduceva una vita solitaria, nel salotto del primo piano.

Egli mi scrisse altresì che tu avevi fissato il tuo appartamento al

pianterreno.

Sig.ª BORK. Sì, Ella: tiriamo innanzi in questo modo dal giorno in cui

lo rimisero in libertà e me lo rimandarono a casa. Pensa, sono già otto

lunghi, otto eterni anni, che conduciamo questa vita!

ELLA. Non avrei però mai creduto che si dovesse prender per buona

moneta tutto ciò che Erardo mi scrisse sul vostro metodo di vita. Mi

pareva impossibile....

Sig.ª BORK. (_affermando col capo_). Tutto verità! D’altronde non

poteva essere altrimenti.

ELLA (_fissandola_). Quale orribile vita è la vostra, Gunilde!

Sig.ª BORK. Tormentosa più che orribile.... ed ormai quasi

insopportabile.

ELLA. Lo comprendo benissimo.

Sig.ª BORK. Sento sempre il rumore dei suoi passi: da mattina a

sera.... e come echeggiano qui abbasso!

ELLA. Echeggiano forte, è vero.

Sig.ª BORK. Qualche volta mi sembra che i suoi passi sieno simili a

quelli di un lupo ammalato, rinchiuso nel salotto come in una enorme

gabbia. (_stando per un momento in ascolto_) Ascolta, ascolta.... su e

giù.... il lupo si muove su e giù....

ELLA (_con precauzione_). E non potrebbe mutarsi questa situazione,

Gunilde?

Sig.ª BORK. (_pronta_). Egli non ha mai fatto nemmeno un passo verso di

me.

ELLA. E non potresti tu fare il primo?

Sig.ª BORK. (_stizzita_). Io? dopo quel delitto, che egli commise

contro di me!... Grazie tante! Che il lupo resti pure nel salotto, dove

potrà muoversi a suo talento.

ELLA. Il caldo si fa sempre più sentire in questa stanza. Se permetti,

vorrei mettermi un po’ in libertà.

Sig.ª BORK. Te lo dissi già prima....

(_Ella Rentheim depone il mantello ed il cappellino sopra una sedia

accanto alla porta d’ingresso._)

ELLA. E non accado mai che tu l’incontri fuori di casa?

Sig.ª BORK. (_con riso amaro_). Intendi di dire: in qualche famiglia di

conoscenti?

ELLA. No, quando egli esce di casa per pigliare una boccata d’aria

fresca — laggiù nel bosco o....

Sig.ª BORK. Il direttore non esce mai di casa.

ELLA. Nemmeno verso sera?

Sig.ª BORK. Mai.

ELLA (_scossa_). Non può fare uno sforzo?

Sig.ª BORK. Pare di no. Il suo vecchio pastrano ed il suo cappello a

cencio sono appesi in quell’armadio incassato nel muro.... vicino al

portone.... te ne rammenti?

ELLA (_quasi fra sè_). L’armadio in cui da bambine abbiamo giuocato

tante volte....

Sig.ª BORK. (_affermando col capo_). Qualche volta — verso sera — lo

sento scendere dal salotto.... come se volesse vestirsi ed andar fuori.

Ma di solito egli si ferma già a mezza scala.... e ritorna nel salotto

dove ricomincia la sua passeggiata.

ELLA. (_con voce sommessa_). E non viene mai a trovarlo qualcuno dei

suoi vecchi amici?

Sig.ª BORK. Egli non ha nessun vecchio amico.

ELLA. Eppure.... una volta egli aveva molti amici.

Sig.ª BORK. Ehm! egli seppe rompere quelle amicizie in un modo

veramente ammirabile. Gian Gabriele finì col diventare per gli

amici.... un amico troppo prezioso.

ELLA. Hai ragione, Gunilde.

Sig.ª BORK. (_impetuosamente_). Del resto devo confessare che fu vile,

indegno, abominevole da parte dei suoi amici di dare tanta importanza a

quelle insignificanti perdite, che dovettero subire per causa sua. Alla

fine non perdettero che un po’ di denaro: più in là niente.

ELLA (_senza darle ascolto_). Sicchè egli vive lassù nel salotto, solo,

tutto in balìa di sè stesso.

Sig.ª BORK. Probabilmente: mi hanno raccontato però che qualche volta

lo viene a trovare un vecchio impiegato, uno scrivano.

ELLA. Sarà sicuramente un certo signor Foldal. So che questo signore e

Borkman sono amici d’infanzia.

Sig.ª BORK. È possibile: io però non lo conosco. Questo signor Foldal

non faceva parte del nostro circolo.... del nostro circolo d’una volta.

ELLA. E adesso egli viene a tener compagnia a Borkman?

Sig.ª BORK. Il signor Foldal forse non avrà una numerosa cerchia di

amici: naturalmente il suo impiego non gli permette di andare da lui

che sull’imbrunire.

ELLA. Questo signor Foldal fu anche uno di quelli, che ci rimisero del

denaro all’epoca del fallimento della Banca.

Sig.ª BORK. (_schermendosi_). Mi sembra, infatti, di ricordarmi che

il poveretto perdette in quell’occasione un po’ di denaro. Però la sua

perdita sarà stata ben poca cosa....

ELLA (_facendo un po’ risaltare le parole_). Vi perdette tutto il suo

patrimonio.

Sig.ª BORK. (_sorridendo_). Sì, tutto il suo patrimonio.... è vero;

ma la sua sostanza era tanto insignificante, che non vale la pena di

spendervi altro parole.

ELLA. E Foldal non spese neppure una parola su quell’argomento....

durante il dibattimento.

Sig.ª BORK. Posso però assicurarti che Erardo indennizzò generosamente

il signor Foldal della bagatella che il pover uomo perdette alla Banca.

ELLA (_stupefatta_). Erardo! Ma come mai gli fu possibile

d’indennizzarlo?

Sig.ª BORK. Erardo si prese cura della figlia minore del signor

Foldal. Ora grazie agli sforzi di Erardo essa ha un’educazione, che

le permetterà di farsi fra breve una posizione indipendente e più

che discreta. Capirai che ciò vale molto di più di quello che avrebbe

potuto fare per lei suo padre.

ELLA. È vero — tanto più che il vecchio Foldal deve trovarsi in

condizioni finanziarie poco floride.

Sig.ª BORK. Nota poi che Erardo si occupò a tal segno della educazione

della ragazza, da farle apprendere anche un po’ di musica. E la ragazza

fece tali progressi, che ora può andare.... da lui.... qui sopra, nel

salotto, e può suonargli qualche pezzo.

ELLA. Dunque egli è ancor sempre tanto appassionato per la musica?

Sig.ª BORK. Certo. C’è sopra il pianoforte, che tu ci mandasti....

quando egli era aspettato qui....

ELLA. Sicchè è proprio su quel pianoforte che ora suona la ragazza?

Sig.ª BORK. Sì, — la ragazza viene qualche sera a fargli un po’ di

musica. — E tutto ciò lo si deve ad Erardo.

ELLA. Ma dimmi: la giovane Foldal deve fare ogni volta quel lungo

tratto di strada per venir qui e per poi ritornare in città?

Sig.ª BORK. Non è necessario. Erardo le ha procurato un’occupazione

presso una giovane signora, che sta qui nella vicinanza: la signora

Wilton....

ELLA (_impressionata_). La signora Wilton!

Sig.ª BORK. Una signora molto ricca, che tu non conosci.

ELLA. Ne conosco il nome. La signora Fanny Wilton.... hai detto?

Sig.ª BORK. Sì.

ELLA. Erardo me ne parlò sovente nelle sue lettere. E questa signora

Wilton abita ora qui vicino a voi?

Sig.ª BORK. Ha preso a pigione una villa non lungi dalla nostra: devi

sapere che la signora Wilton ha abbandonato la città soltanto da poco

tempo.

ELLA (_esitante_). Si vocifera che la signora Wilton viva separata dal

marito.

Sig.ª BORK. Credo che il marito sia morto da parecchi anni.

ELLA. È vero: ma in ogni caso il divorzio ci fu.... il marito si fece

separare da lei....

Sig.ª BORK. Il marito la abbandonò: ecco la sola verità. In tutta

quella faccenda la signora Wilton non ebbe ombra di colpa.

ELLA. Sei in una certa intimità con lei, Gunilde?

Sig.ª BORK. Così, così. Come ti dicevo, la signora Wilton abita qui

vicino e qualche volta mi viene a visitare.

ELLA. Ti è anche simpatica?

Sig.ª BORK. Oh è tanto intelligente! Ha un modo di giudicare le cose

tanto esatto; tanto chiaro!

ELLA. E sa giudicare bene anche gli uomini?

Sig.ª BORK. Sì, soprattutto gli uomini. Su Erardo, per esempio, la

signora Wilton ha fatto addirittura uno studio speciale — uno studio

profondo, fino nell’anima. Ed è perciò che egli la porta ai sette

cieli.... il che è ben naturale.

ELLA (_indagando_). Sicchè lei è in maggiore intimità con Erardo che

con te?

Sig.ª BORK. Erardo ebbe maggior occasione di incontrarla in città....

ancor prima che la signora Wilton si fosse decisa di venire ad abitare

in campagna.

ELLA (_sopra pensiero_). Ah dunque quella signora si è alla fine decisa

di venire ad abitare vicino a voi....

Sig.ª BORK. (_guardandola con sdegno_). Che cosa intendi di dire con

queste parole?

ELLA (_tentando di eludere la domanda_). Dio buono! Volevo dire....

Sig.ª BORK. Quelle parole sulle tue labbra mi parvero strane, Ella! Tu

volevi certamente alludere a qualche cosa.

ELLA (_fissandola con uno sguardo energico_). Infatti, Gunilde, io

volevo dirti qualche cosa.

Sig.ª BORK. Dunque parla!

ELLA. Anzitutto devo farti osservare che io tengo un certo diritto su

Erardo, o almeno così mi pare.... Forse me lo negherai?

Sig.ª BORK. (_volgendo lo sguardo verso la parete_). Dio me ne guardi

bene! Tutto il denaro che sborsasti per la sua educazione....

ELLA. Oh non è per il denaro, Gunilde! È perchè io porto affetto a tuo

figlio....

Sig.ª BORK. (_ironica_). A mio figlio? Sarebbe mai possibile? Tu? Ad

onta di tutto quello che è avvenuto?

ELLA. È possibile, sì.... e ad onta di quanto è avvenuto. È proprio

così. Nutro un vivo affetto per Erardo: l’amo come potrei amare un

uomo.... ora, alla mia età.

Sig.ª BORK. È possibile; ma....

ELLA. È perciò, vedi, che m’affanno e mi torturo quando penso che

esiste qualche pericolo per lui.

Sig.ª BORK. Qualche pericolo per Erardo? Ma quale è mai questo

pericolo? Chi glielo minaccia?

ELLA. In prima linea tu.... sì, tu.... a tuo modo....

Sig.ª BORK. (_con impeto_). Io!

ELLA. .... sì; in secondo luogo quella signora Wilton.... almeno lo

suppongo.

Sig.ª BORK. (_dopo averla guardata per qualche tempo_). Come lo

giudichi male! Il mio Erardo! Mio figlio! Erardo, che ha da compiere

una grande missione!

ELLA (_con isprezzo_). Quale missione?

Sig.ª BORK. (_sdegnata_). E me lo domandi con quell’aria di sprezzo!

ELLA. Ma credi forse che un giovanotto dell’età di Erardo.... credi

forse che un giovane sano ed allegro abbia voglia di sacrificarsi

per.... quella tal missione!

Sig.ª BORK. (_con intima convinzione_). Erardo la compierà! Ne sono

certa.

ELLA (_scuotendo il capo_). Gunilde, tu stessa non ne sei certa e non

vi presti nemmeno fede.

Sig.ª BORK. Non prestarvi fede? Io?

ELLA. I tuoi sono sogni e nulla più; senonchè, — lo comprendo bene

— senza quei sogni, la tua vita precipiterebbe senza dubbio nella

disperazione.

Sig.ª BORK. È vero; ciò costituirebbe per me una vita di disperazione!

(_con violenza_) Dimmi, Ella! Vedresti tu di buon occhio una simile

soluzione?

ELLA (_alzando il capo in alto_). Sì: la vedrò di buon occhio.... se

non saprai far di meglio che imporre un giogo ad Erardo.

Sig.ª BORK. Dunque tu vuoi intrometterti fra noi due! Fra madre e

figlio! Tu!

ELLA. Io voglio liberarlo dalle tue mani.... dal tuo giogo.... dalla

tua tirannide.

Sig.ª BORK. (_con aria di trionfo_). Non vi riescirai. Erardo rimase in

tuo potere.... sino ai quindici anni. Ora me lo sono riacquistato io —

comprendi!

ELLA. Oh io saprò riprendertelo! (_a voce bassa_) D’altronde noi due,

Gunilde, abbiamo lottato un’altra volta per un uomo.... ed all’ultimo

sangue.

Sig.ª BORK. (_con aria di tripudio_). Sì, ma in allora fui io la

vincitrice.

ELLA (_ironica_). Persisti ancora nel credere che quella vittoria fosse

per te proprio una conquista?

Sig.ª BORK. (_cupa_). No; purtroppo.

ELLA. Anche dalla lotta, che ora stiamo per impegnare, non potrai

aspettarti una vittoria.

Sig.ª BORK. Ma non sarà per me una vittoria il poter conservare

l’autorità materna sopra Erardo?

ELLA. No, perchè tu vuoi conservare sopra tuo figlio soltanto una

specie di tirannia!

Sig.ª BORK. E tu, invece, a che tendi? quali sono le tue intenzioni?

ELLA (_con calore_). Io voglio far mio il suo carattere così

affettuoso.... la sua anima.... tutto il suo cuore...!

Sig.ª BORK. Non vi riescirai mai!

ELLA (_fissandola_). Hai preso dunque tutte le precauzioni per

difendere il potere che vanti su Erardo?

Sig.ª BORK. (_sorridendo_). Sì: mi sono permessa di prendere tutte le

precauzioni immaginabili. — Ma dalle lettere, che ti scriveva Erardo,

non traspariva proprio nulla di tutto questo cambiamento subentrato nel

frattempo?

ELLA (_affermando lentamente col capo_). Sì. A poco a poco il tuo io

s’era infiltrato in tutti i suoi scritti.

Sig.ª BORK. (_pungente_). Per arrivare a questo risultato adoperai

tutti gli ott’anni.... da quando lo riebbi.... sai.

ELLA (_frenandosi_). E cosa dicesti a Erardo sul conto mio? Si potrebbe

saperlo?

Sig.ª BORK. Sì — certo!

ELLA. Dillo adunque!

Sig.ª BORK. Io non gli dissi che la verità!

ELLA. Quale verità?

Sig.ª BORK. Io gli ripetevo sempre e poi sempre di ricordarsi con

gratitudine che dovevamo unicamente a te l’attuale nostra posizione, la

nostra esistenza.

ELLA. E poi? Continua....

Sig.ª BORK. T’assicuro — lo so per esperienza — tali ricordi non si

cancellano nè si dimenticano mai....

ELLA. Ma tutto questo Erardo lo sapeva ancor prima di ritornare a casa

sua.

Sig.ª BORK. Quando egli ritornò qui, da me, Erardo supponeva ancora che

tutte le tue cure e tutte le tue premure verso di lui non fossero che

il frutto di un cuor d’oro, (_con sguardo raggiante di gioia_) Ora non

lo crede più, Ella!

ELLA. Ed a che cosa crede adesso?

Sig.ª BORK. Ora crede alla realtà dei fatti. Un giorno gli domandai

come potesse spiegarsi che la zia Ella non venisse mai a trovarci....

ELLA (_interrompendola_). Oh Erardo ne sapeva già prima il motivo!

Sig.ª BORK. Ora però lo sa meglio. Tu avevi trasfuso in lui la

convinzione che ciò accadeva per un riguardo verso di me.... e verso

l’uomo di quassù — del salotto....

ELLA. È vero: fu proprio così.

Sig.ª BORK. Ma di quella convinzione non è rimasta ora in Erardo

nemmeno una traccia.

ELLA. E come mai potesti supplire a quella sua convinzione?

Sig.ª BORKe. Ora egli crede alla realtà: egli crede che tu ti vergogni

di noi.... che tu ci disprezzi. — Non corrisponde tutto ciò alla

realtà? Ci fu un’epoca, in cui accarezzasti il progetto di staccare

Erardo completamente da me? Rifletti un po’, Ella — te ne rammenti?

ELLA (_cercando di scansare la domanda_). Fu all’epoca, in cui lo

scandalo aveva raggiunto la sua più scabrosa fase — quando l’affare era

stato già deferito al Tribunale.... Ormai ho mutato pensiero.

Sig.ª BORK. Però, anche se ciò fosse vero, il tuo desiderio non

ne guadagnerebbe gran cosa. Pensa alla missione di Erardo! Che

succederebbe della sua missione? No.... no. Sono io che ho bisogno di

lui.... non tu.

ELLA (_freddamente, ma insoluta_). È quello che vedremo! Sappi intanto

che mi sono decisa di rimanere qui.

Sig.ª BORK. (_trasalendo_). Qui — nella villa?

ELLA. Sì — qui.

Sig.ª BORK. Qui — da noi? Per questa notte?

ELLA. Voglio chiudere i miei giorni in questa villa, se così sta

scritto nel mio destino!

Sig.ª BORK. (_calmandosi_). È giusto, Ella.... d’altronde la villa è

tua.

ELLA. Ma che!...

Sig.ª BORK. Tutto quello che vedi qui appartiene a te. È tua la

sedia che occupo: è tuo il letto sul quale passo tante notti insonni,

agitate.... sì, anche tutto ciò che ci viene giornalmente servito a

tavola, lo dobbiamo esclusivamente a te.

ELLA. Infatti non è possibile altrimenti. Borkman non può più posseder

nulla: in caso contrario potrebbe venir qui qualcuno dei suoi creditori

e portargli via tutto.

Sig.ª BORK. Oh lo so bene! La nostra posizione è tale che per campare

dobbiamo accontentarci di dipendere dalla tua carità e dalla tua

misericordia.

ELLA (_freddamente_). Gunilde! Non posso proibirti di interpretare in

tal senso l’attuale stato delle cose.

Sig.ª BORK. No, non lo puoi.... E dimmi, quando ho da principiare a

sgomberare?

ELLA (_fissandola_). Pensi di sloggiare?

Sig.ª BORK. (_agitata_) Sì, voglio sloggiare: perchè non crederai già

che io sia disposta di vivere con te, nella stessa villa, sotto lo

stesso tetto! No — piuttosto all’ospedale o sulla strada!

ELLA. Bene. Allora acconsenti che Erardo parta con me....

Sig.ª BORK. Erardo! Mio figlio! Mio figlio!

ELLA. Se l’acconsenti, parto subito.

Sig.ª BORK. (_dopo aver riflettuto per un istante_). Lascio ad Erardo

la scelta fra noi due.

ELLA (_con dubbio_). La scelta ad Erardo?... e l’osi, Gunilde?

Sig.ª BORK. (_ridendo forte_). Se l’oso? Lasciar libera la scelta fra

sua madre e te, ad Erardo? Sì, l’oso.

ELLA (_ascoltando_). È arrivato qualcuno! Mi pare di sentire rumore di

passi....

Sig.ª BORK. Sarà Erardo!

(_Bussano alla porta d’ingresso, che s’apre. La signora Wilton,

in abito di visita e mantello, entra nella stanza: la segue la

cameriera, come se volesse scusarsi di non essere arrivata in tempo

per annunziare la visita._)

Gian Gabriele Borkman · 第 8 / 38 题