LUZIO e MINIO scolari, CECA serva.
LUZIO. Lassame caminare, ché 'l mastro non me dia un cavallo; ché me par
sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza
la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta
nell'aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme,
adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li
latini per li passivi e poi me vole leggere la _Boccolica_. Ma, alla
fé, poi ch'io sono qua, voglio chiamare Minio e vedere se vole venire
con esso meco alla scola: ben che lui non impara se non la santa croce.
Tic, toc.
CECA. Chi è lá?
LUZIO. Ècci Minio, in casa?
CECA. Sí, è. Che ne vòi fare?
LUZIO. Ditegli se vol venir alla scola.
CECA. Sí, sí. Aspetta.
LUZIO. Cosí farò. Oh! cagna! come l'è fresco, stamattina! Alla fé, ch'io
mi sono levato troppo a buon'ora. E me sono scordato de fare collazione,
ch'è peggio: benché madonna me ha dato un quatrino ché me ne cómpari una
ciambella.
MINIO. Oh! bon dí, Luzio.
LUZIO. Buon dí e buon anno. Vòi venire?
MINIO. Sí, voglio. Andiamo.
LUZIO. E dove è lo legno che tu porti?
MINIO. Eccolo, e è piú grosso che non è lo tuo.
LUZIO. Non è vero. Attenta un po' come pesa lo mio.
MINIO. Gran mercé, ché lo tuo è piú bagnato! Per ciò...
LUZIO. E lo mio è piú meglio. Ma dimme un po': chi era quella ch'era
alla finestra?
MINIO. Era la fantesca.
LUZIO. Me credevo che fussi tua madre.
MINIO. No. È piú bella madonna mia. Ma non sai, Luzio, ch'io ho una
sorella che lo mastro li vole bene? E per ciò non me dá delli cavalli
come fa a te.
LUZIO. Ed essa vuole bene a lui?
MINIO. Credo de sí, io. E lo mastro me ha promesso delli quatrini, veh!
LUZIO. Io non lo sapevo, questo.
MINIO. Manco lo sa madonna.
LUZIO. Alla fé, ch'io gli voglio dire se se vole innamorare de sòrema
ancora ma che non voglio mi dia delli cavalli.
MINIO. Caminamo, ché non ci veda fermati: ché non dicessi che facemo le
tristizie.