Quantunque la regina avesse fatta al suo cocchiere la stessa
raccomandazione che sir William al suo, questi nullameno arrivò venti
minuti prima di noi, possedendo i migliori cavalli di Napoli, senza
eccettuarne quelli del re.
Ne risultò che, entrando nel palazzo, la regina trovò il consiglio
riunito, il ministro Acton aveva da parte sua ricevuta la notizia
dell’arresto del re di Francia, ed aveva pensato che la cosa valesse la
pena di un Consiglio.
Siccome io non seguii la regina, e la carrozza dopo averla deposta al
palazzo mi condusse all’Ambasciata, non seppi che da lei, quanto era
passato.
Il re aveva preso posto di assai malo umore, dichiarando alla bella
prima che aveva affari ben altrimenti importanti che quelli, i quali
occupavano il Consiglio, e prevenendo i ministri ch’egli non resterebbe
fino alla fine; ma quando scorse la regina fu ben peggio, pensò tosto
di scaricare sopra lei la presidenza del Consiglio, ed avvicinandolesi,
chiamandola cara maestra, le fece ogni maniera di gentilezze, ciò che
non accadeva tranne nei momenti di supremo buon umore. Di tratto, nel
punto in cui la discussione era più animata, si udì picchiare alla
porta senza alcun riguardo.
La regina dimandò con impazienza, chi mai avesse l’audacia di battere
con tale familiarità alla porta del Consiglio, ma il re fece un segno.
— Cara maestra, diss’egli, non turbarti; è per me, so di che cosa si
tratta. E uscì.
La regina allungò la testa, e per la fessura della porta vide un
bracchiere che attendeva il re.
Quasi subito la porta si riaperse.
— Io non posso rimanere, ho da fare. Sostituiscimi, cara Carolina, come
sempre; quanto farai sarà ben fatto.
E salutando la regina ed i ministri con un gesto della mano, rinchiuse
le porte e si udirono i passi, che rapidamente si allontanavano.
La regina era avvezza a questo modo d’agire del re, e per solito poco
se ne inquietava; ma questa volta le circostanze le parevano abbastanza
gravi, perchè il re, malgrado la sua astensione dagli affari, dovesse
restare al Consiglio fino alla fine, dappoichè fosse un po’ la sua
causa che si discuteva.
A mezzo il Consiglio, venne portata alla regina una lettera appena
allora giunta da Vienna. Era di suo fratello Leopoldo, e le annunciava
novelle della più alta importanza.
L’imperatore le scriveva che nel mese seguente, verso il 20 di agosto,
avrebbe un ritrovo a Pilnitz col re di Prussia Federico Guglielmo,
secondo ogni probabilità, risulterebbe da questa conferenza una
dichiarazione di guerra alla Francia.
Pregava suo cognato Ferdinando di tenersi pronto per questo caso, e
fornire il contingente che egli stesso s’era imposto nel suo viaggio a
Vienna. L’imperatore ignorava ancora l’arresto di Varennes, o piuttosto
doveva conoscerlo a quell’ora, essendo più rapide le comunicazioni fra
Parigi e Vienna, che fra Parigi e Napoli: ma la sua lettera, datata il
23 di luglio, era stata scritta tre o quattro giorni prima che avesse
potuto sapere la trista nuova.
Fu una fortuna per la regina, che suo marito le avesse addossata la
presidenza, poichè il re, entrato al Consiglio ad un’ora e mezza, non
avrebbe mai consentito di rimanervi fino alle sei.
La regina ebbe la soddisfazione di sapere, dai dati raccolti dal
generale Acton, che se le ostilità non erano ancora cominciate colla
Francia, almeno tutto si preparava per l’invasione del territorio
francese. Trentacinque mila tedeschi si avanzavano verso le Fiandre,
quindici mila altri verso l’Alsazia; quindici mila svizzeri si
apparecchiavano a muovere sopra Lione, un’armata piemontese minacciava
il delfinato, e venti mila spagnuoli si tenevano pronti a passare la
frontiera.
Il generale Acton, come ministro della marina e della guerra, fu
incaricato di completare il materiale da guerra, di bastimenti, di
cannoni, di casse. Egli promise alla regina di organizzare manifatture
d’armi e fabbriche di polvere, in fine scrisse ai principi di Hesse
Philipstadt, di Wurtemberg, e di Sassonia, offerendo a tutti e tre
comandi.
Questo riguardava l’esterno, ma la regina era risoluta di sottomettere
l’interno ad una sorveglianza che prevenisse ogni avvenimento che, nel
principio o nello scopo, avesse rapporto con quelli che si compivano
in Francia. Si decise di numerizzare le case della città, che non
lo erano, si stabilirono in ogni sestiere commissari incaricati
esclusivamente della polizia politica; finalmente un giovane, che
il generale Acton credette potere raccomandar alla regina, come
intraprendente, abile ed ambizioso, ricevette il titolo da lungo tempo
abolito di _Reggente del Vicariato._
Questo giovane era il cavaliere Luigi de’ Medici, che una volta salito
al potere, non doveva più abbandonarlo.
La regina non aveva di che lagnarsi; in questo solo consiglio erano
state combinate faccende, che per solito non si ultimavano in dieci
riunioni di questa sorte.
Uscendo dal Consiglio la regina s’informò quale fosse stato l’affare
tanto pressante che aveva allontanato il re dal Consiglio, e che cosa
volesse da lui il bracchiere che s’era permesso di bussare alla porta.
Questo bracchiere veniva ad informarlo, che una magnifica passata di
beccafichi s’era appena fermata a Capodimonte, e come essa era attesa,
perchè quella fosse l’epoca del passaggio di simili uccelli, il re
aveva ordinato al suo capo caccia di prevenirlo non appena ci fosse un
bel colpo di archibugio da tirare.
Il capo caccia non aveva mancato, e tale era la faccenda importante che
aveva impedito al re Ferdinando di prender parte alle misure, le quali
dovevano, così almeno si sperava, contribuire a salvare suo cognato
Luigi XVI e sua cognata Maria Antonietta.
La regina m’avea detto di trovarmi alle sei precise al palazzo; io
l’aspettava da una mezz’ora quando uscì dal Consiglio. Mi raccontò
alzando le spalle la storia del re, ma, in fin dei conti, la noncuranza
di suo marito la rendeva re e regina allo stesso tempo, ed il suo
dispotismo vi si accomodava assai bene.
Rimontammo in carrozza e partimmo per Caserta.
Verso la metà del viaggio incontrammo una specie di calesse di
posta coperto di polvere e che pareva aver fatto un lungo viaggio.
Riconoscendo la livrea reale, una donna uscì con mezza la persona e
gridò al suo postiglione di fermarsi.
Era evidente che questa donna, da qualunque parte venisse, veniva per
la regina.
La regina fece arrestare la nostra carrozza e aspettò.
La viaggiatrice si precipitò dal calesse ed in un momento fu presso a
noi.
— Da parte della regina Maria Antonietta, disse colei.
— Voi venite da parte di mia sorella?
— Sì, signora.
— Avete una sua lettera.
— Nel mio portafoglio — di lei stessa. — Vostra Maestà conosce la cifra
della regina?
— Perfettamente. Dite al vostro cocchiere che ci segua e montate con
noi. — Il vostro nome?
— Il mio nome vi è ignoto, signora, ma credo che dicendovi esser io
l’Inglesina...
— Ah! sì, sì. Voi siete addetta alla principessa di Lamballe. Salite
con noi, salite.
La giovane rivolse qualche parola al postiglione in eccellente
italiano, montò con noi, si allogò sul davanti, ed il suo calesse ci
tenne dietro.
— Presto, presto! diteci come stanno le cose. In qual giorno avete
lasciato Parigi?
— Il ventisei giugno, signora, il domani del ritorno della regina.
— E mia sorella stava bene?
— Sì, signora, lasciando da parte le emozioni e la fatica di questo
viaggio terribile.
— Qual è la sua situazione alla Tuileries?
— Prigioniera, signora, e non bisogna dissimularselo, essa sarà
prigioniera fino al momento che il re avrà giurato la costituzione.
— La giuri dunque, e guadagni terreno, fino che noi possiamo giungere
in suo soccorso.
— Ah, signora! È questo soccorso ch’io vengo ad affrettare in nome di
Sua Maestà.
— Noi ce ne occupiamo, siate tranquilla.
Durante questo tempo, la regina dissuggellò la lettera di sua sorella,
ma ella tentava indarno di comprenderne il senso.
— Non posso leggere senza la cifra sotto gli occhi, disse la regina con
impazienza.
— È la parola Lodovico, ripetuta tre volte e seguita da un D.
— Sì, ma la leggerò a Caserta a testa riposata. Ditemi chi vi manda,
datemi i particolari del vostro viaggio, ripetetemi ciò che si diceva a
Parigi al momento della vostra partenza.
— A rischio d’essere schiacciata, volli assicurarmi che Sua Maestà era
rientrata nel palazzo senza accidenti, e siccome l’itinerario degli
augusti sovrani era tracciato, poichè si sapeva che entrerebbero per
la barriera dell’Etoile, io mi allogai fin dal mattino nel giardino
delle Tuileries. Appena rientrata la regina doveva andare a renderne
istrutta la signora principessa di Lamballe, che era con suo padre il
duca di Penthièvre; devo confessare a Vostra Maestà che l’aspetto della
popolazione era pieno di minaccia.
— Contro di chi?
— Contro il re e la regina, signora.
— Oh! francesi maledetti.
— Avevano bendati gli occhi alla statua del re Luigi XV per
simboleggiare l’acciecamento della monarchia; in fine di piazza in
piazza grandi avvisi dominavano la folla, portando questa iscrizione:
«Chiunque applaudirà il re
Sarà bastonato.
Chiunque l’insulterà
Sarà appeso.»
Io mi sentii agghiadare, la regina divenne pallidissima.
Io le presi le mani.
— Oh! giammai, giammai, le dissi: siate dunque tranquilla.
— Se tu sapessi come mi odiano; più forse ancora di mia sorella. Ma
essa, essa, vediamo, come raggiunse il Palazzo.
— Essa venne in qualche modo portata dai suoi due più grandi
nemici, il signor di Noailles ed il signor di Aiguillon. Di maniera
che, quand’ella si vide nelle loro mani, si credette perduta, ma
s’ingannava, perchè essi erano venuti colà non per perderla, ma per
salvarla.
— Ed il re?
— Il re scese per ultimo, signora. Egli mi parve assai calmo: camminava
col suo passo ordinario fra il signore Barnare e Péthion.
— E voi allora?
— Io tornai al palazzo Penthièvre a dare questa buona nuova alla
principessa di Lamballe, che la regina era ritornata al palazzo senza
alcun sinistro. Nella sera, la signora Campan venne portando questa
lettera da parte della regina, che ebbi l’onore di consegnarvi or
ora. Essa pregava, a nome della regina Maria Antonietta, Vostra Maestà
di mandarne copia all’imperatore Leopoldo, al quale essa non ebbe il
tempo di scrivere. Fu a Meaux, dove passò la notte del 23 al 24 nel
vescovado, che essa trovò modo di scrivere a Vostra Maestà.
— Ah! mia povera Maria, mia povera Maria, gridò la regina; oh! perchè
non è lei invece di questa lettera che stringo sul mio cuore? Si salvi,
fugga, venga a trovarmi! Essa sarà cento volte più felice a Caserta ed
a Napoli che a Versailles ed a Parigi.
— S’ella potesse, signora, non mancherebbe certo e si reputerebbe
felicissima.
Si pervenne al palazzo di Caserta.
— Incaricati della nostra cara Inglesina, disse la regina volgendosi
a me, veglia acciò ch’ella non manchi di nulla. Io vado a leggere la
lettera della mia povera Maria ed a seguire le istruzioni che mi dà.
Un’ora dopo, un corriere partiva per Napoli, invitando il generale
Acton a venire l’indomani mattina a Caserta, e ordinando al corriere
dell’Imperatore Leopoldo di non partire senza venir a prendere i
dispacci della regina.
— Continuate, diss’ella.
— Vidi venir di lontano la carrozza reale, essa era protetta dai
granatieri, dei quali gli alti berretti di pelo nascondevano le
portiere. Due granatieri stavano sullo sgabello della parte anteriore
della carrozza, ed erano incaricati di proteggere le tre guardie del
corpo, che, rimaste fedeli al re, l’avevano accompagnato nella sua fuga
rifiutando di scappare a Meaux, come aveva loro proposto Barnave, fermi
di seguire fino all’ultimo la fortuna del re.
— Sapete voi il nome di questa brava gente? chiese la regina.
— I signori di Maustier, di Malden e Valery.
La regina notò i tre nomi sul suo portafogli.
— Avanti, avanti, continuò scrivendo.
— Il signor di Lafayette con tutto il suo stato maggiore aspettava la
carrozza alla inferriata delle Tuileries. Quando la regina lo scorse
gridò a lui: «Signor di Lafayette, salvate le tre guardie, esse non
fecero che obbedire al re;» ma per questa semplice obbedienza correvano
maggior pericolo che tutti gli altri.
Una siepe di guardie nazionali si stendeva dalla inferriata del ponte
all’ingiro fino ai gradini che conducevano al palazzo. A questi gradini
bisognava discendere, e là stava il pericolo.
L’assemblea aveva mandato venti deputati ed essi aspettavano a questi
gradini.
Il signore di Lafayette scese di cavallo, fece fare dal terrazzo alla
porta del giardino una vera via di ferro coi fucili e le baionette
della guardia nazionale.
I due figli, madama Reale e il Delfino uscirono i primi e guadagnarono
il palazzo senza ostacoli.
Dopo venne la volta delle guardie del corpo. Si era giurato di non
lasciarle rientrar vive nel palazzo; era stata sparsa la voce che
fossero stati loro a calpestare la coccarda tricolore il 2 ottobre.
Al momento dunque in cui discesero della carrozza, vi fu un istante
di lotta terribile; le sciabole, le daghe degli assassini si facevano
strada fra le guardie nazionali. I signori di Valery e di Malden furono
feriti.
La regina asciugò colla sua pezzuola la fronte coperta di sudore.
— Oh, diss’ella, quando penso che noi siamo forse destinate a vedere
simili orrori. Oh! no, no, continuò serrando i denti; io prima li
sterminerò tutti.