VI.

Quantunque la regina avesse fatta al suo cocchiere la stessa

raccomandazione che sir William al suo, questi nullameno arrivò venti

minuti prima di noi, possedendo i migliori cavalli di Napoli, senza

eccettuarne quelli del re.

Ne risultò che, entrando nel palazzo, la regina trovò il consiglio

riunito, il ministro Acton aveva da parte sua ricevuta la notizia

dell’arresto del re di Francia, ed aveva pensato che la cosa valesse la

pena di un Consiglio.

Siccome io non seguii la regina, e la carrozza dopo averla deposta al

palazzo mi condusse all’Ambasciata, non seppi che da lei, quanto era

passato.

Il re aveva preso posto di assai malo umore, dichiarando alla bella

prima che aveva affari ben altrimenti importanti che quelli, i quali

occupavano il Consiglio, e prevenendo i ministri ch’egli non resterebbe

fino alla fine; ma quando scorse la regina fu ben peggio, pensò tosto

di scaricare sopra lei la presidenza del Consiglio, ed avvicinandolesi,

chiamandola cara maestra, le fece ogni maniera di gentilezze, ciò che

non accadeva tranne nei momenti di supremo buon umore. Di tratto, nel

punto in cui la discussione era più animata, si udì picchiare alla

porta senza alcun riguardo.

La regina dimandò con impazienza, chi mai avesse l’audacia di battere

con tale familiarità alla porta del Consiglio, ma il re fece un segno.

— Cara maestra, diss’egli, non turbarti; è per me, so di che cosa si

tratta. E uscì.

La regina allungò la testa, e per la fessura della porta vide un

bracchiere che attendeva il re.

Quasi subito la porta si riaperse.

— Io non posso rimanere, ho da fare. Sostituiscimi, cara Carolina, come

sempre; quanto farai sarà ben fatto.

E salutando la regina ed i ministri con un gesto della mano, rinchiuse

le porte e si udirono i passi, che rapidamente si allontanavano.

La regina era avvezza a questo modo d’agire del re, e per solito poco

se ne inquietava; ma questa volta le circostanze le parevano abbastanza

gravi, perchè il re, malgrado la sua astensione dagli affari, dovesse

restare al Consiglio fino alla fine, dappoichè fosse un po’ la sua

causa che si discuteva.

A mezzo il Consiglio, venne portata alla regina una lettera appena

allora giunta da Vienna. Era di suo fratello Leopoldo, e le annunciava

novelle della più alta importanza.

L’imperatore le scriveva che nel mese seguente, verso il 20 di agosto,

avrebbe un ritrovo a Pilnitz col re di Prussia Federico Guglielmo,

secondo ogni probabilità, risulterebbe da questa conferenza una

dichiarazione di guerra alla Francia.

Pregava suo cognato Ferdinando di tenersi pronto per questo caso, e

fornire il contingente che egli stesso s’era imposto nel suo viaggio a

Vienna. L’imperatore ignorava ancora l’arresto di Varennes, o piuttosto

doveva conoscerlo a quell’ora, essendo più rapide le comunicazioni fra

Parigi e Vienna, che fra Parigi e Napoli: ma la sua lettera, datata il

23 di luglio, era stata scritta tre o quattro giorni prima che avesse

potuto sapere la trista nuova.

Fu una fortuna per la regina, che suo marito le avesse addossata la

presidenza, poichè il re, entrato al Consiglio ad un’ora e mezza, non

avrebbe mai consentito di rimanervi fino alle sei.

La regina ebbe la soddisfazione di sapere, dai dati raccolti dal

generale Acton, che se le ostilità non erano ancora cominciate colla

Francia, almeno tutto si preparava per l’invasione del territorio

francese. Trentacinque mila tedeschi si avanzavano verso le Fiandre,

quindici mila altri verso l’Alsazia; quindici mila svizzeri si

apparecchiavano a muovere sopra Lione, un’armata piemontese minacciava

il delfinato, e venti mila spagnuoli si tenevano pronti a passare la

frontiera.

Il generale Acton, come ministro della marina e della guerra, fu

incaricato di completare il materiale da guerra, di bastimenti, di

cannoni, di casse. Egli promise alla regina di organizzare manifatture

d’armi e fabbriche di polvere, in fine scrisse ai principi di Hesse

Philipstadt, di Wurtemberg, e di Sassonia, offerendo a tutti e tre

comandi.

Questo riguardava l’esterno, ma la regina era risoluta di sottomettere

l’interno ad una sorveglianza che prevenisse ogni avvenimento che, nel

principio o nello scopo, avesse rapporto con quelli che si compivano

in Francia. Si decise di numerizzare le case della città, che non

lo erano, si stabilirono in ogni sestiere commissari incaricati

esclusivamente della polizia politica; finalmente un giovane, che

il generale Acton credette potere raccomandar alla regina, come

intraprendente, abile ed ambizioso, ricevette il titolo da lungo tempo

abolito di _Reggente del Vicariato._

Questo giovane era il cavaliere Luigi de’ Medici, che una volta salito

al potere, non doveva più abbandonarlo.

La regina non aveva di che lagnarsi; in questo solo consiglio erano

state combinate faccende, che per solito non si ultimavano in dieci

riunioni di questa sorte.

Uscendo dal Consiglio la regina s’informò quale fosse stato l’affare

tanto pressante che aveva allontanato il re dal Consiglio, e che cosa

volesse da lui il bracchiere che s’era permesso di bussare alla porta.

Questo bracchiere veniva ad informarlo, che una magnifica passata di

beccafichi s’era appena fermata a Capodimonte, e come essa era attesa,

perchè quella fosse l’epoca del passaggio di simili uccelli, il re

aveva ordinato al suo capo caccia di prevenirlo non appena ci fosse un

bel colpo di archibugio da tirare.

Il capo caccia non aveva mancato, e tale era la faccenda importante che

aveva impedito al re Ferdinando di prender parte alle misure, le quali

dovevano, così almeno si sperava, contribuire a salvare suo cognato

Luigi XVI e sua cognata Maria Antonietta.

La regina m’avea detto di trovarmi alle sei precise al palazzo; io

l’aspettava da una mezz’ora quando uscì dal Consiglio. Mi raccontò

alzando le spalle la storia del re, ma, in fin dei conti, la noncuranza

di suo marito la rendeva re e regina allo stesso tempo, ed il suo

dispotismo vi si accomodava assai bene.

Rimontammo in carrozza e partimmo per Caserta.

Verso la metà del viaggio incontrammo una specie di calesse di

posta coperto di polvere e che pareva aver fatto un lungo viaggio.

Riconoscendo la livrea reale, una donna uscì con mezza la persona e

gridò al suo postiglione di fermarsi.

Era evidente che questa donna, da qualunque parte venisse, veniva per

la regina.

La regina fece arrestare la nostra carrozza e aspettò.

La viaggiatrice si precipitò dal calesse ed in un momento fu presso a

noi.

— Da parte della regina Maria Antonietta, disse colei.

— Voi venite da parte di mia sorella?

— Sì, signora.

— Avete una sua lettera.

— Nel mio portafoglio — di lei stessa. — Vostra Maestà conosce la cifra

della regina?

— Perfettamente. Dite al vostro cocchiere che ci segua e montate con

noi. — Il vostro nome?

— Il mio nome vi è ignoto, signora, ma credo che dicendovi esser io

l’Inglesina...

— Ah! sì, sì. Voi siete addetta alla principessa di Lamballe. Salite

con noi, salite.

La giovane rivolse qualche parola al postiglione in eccellente

italiano, montò con noi, si allogò sul davanti, ed il suo calesse ci

tenne dietro.

— Presto, presto! diteci come stanno le cose. In qual giorno avete

lasciato Parigi?

— Il ventisei giugno, signora, il domani del ritorno della regina.

— E mia sorella stava bene?

— Sì, signora, lasciando da parte le emozioni e la fatica di questo

viaggio terribile.

— Qual è la sua situazione alla Tuileries?

— Prigioniera, signora, e non bisogna dissimularselo, essa sarà

prigioniera fino al momento che il re avrà giurato la costituzione.

— La giuri dunque, e guadagni terreno, fino che noi possiamo giungere

in suo soccorso.

— Ah, signora! È questo soccorso ch’io vengo ad affrettare in nome di

Sua Maestà.

— Noi ce ne occupiamo, siate tranquilla.

Durante questo tempo, la regina dissuggellò la lettera di sua sorella,

ma ella tentava indarno di comprenderne il senso.

— Non posso leggere senza la cifra sotto gli occhi, disse la regina con

impazienza.

— È la parola Lodovico, ripetuta tre volte e seguita da un D.

— Sì, ma la leggerò a Caserta a testa riposata. Ditemi chi vi manda,

datemi i particolari del vostro viaggio, ripetetemi ciò che si diceva a

Parigi al momento della vostra partenza.

— A rischio d’essere schiacciata, volli assicurarmi che Sua Maestà era

rientrata nel palazzo senza accidenti, e siccome l’itinerario degli

augusti sovrani era tracciato, poichè si sapeva che entrerebbero per

la barriera dell’Etoile, io mi allogai fin dal mattino nel giardino

delle Tuileries. Appena rientrata la regina doveva andare a renderne

istrutta la signora principessa di Lamballe, che era con suo padre il

duca di Penthièvre; devo confessare a Vostra Maestà che l’aspetto della

popolazione era pieno di minaccia.

— Contro di chi?

— Contro il re e la regina, signora.

— Oh! francesi maledetti.

— Avevano bendati gli occhi alla statua del re Luigi XV per

simboleggiare l’acciecamento della monarchia; in fine di piazza in

piazza grandi avvisi dominavano la folla, portando questa iscrizione:

«Chiunque applaudirà il re

Sarà bastonato.

Chiunque l’insulterà

Sarà appeso.»

Io mi sentii agghiadare, la regina divenne pallidissima.

Io le presi le mani.

— Oh! giammai, giammai, le dissi: siate dunque tranquilla.

— Se tu sapessi come mi odiano; più forse ancora di mia sorella. Ma

essa, essa, vediamo, come raggiunse il Palazzo.

— Essa venne in qualche modo portata dai suoi due più grandi

nemici, il signor di Noailles ed il signor di Aiguillon. Di maniera

che, quand’ella si vide nelle loro mani, si credette perduta, ma

s’ingannava, perchè essi erano venuti colà non per perderla, ma per

salvarla.

— Ed il re?

— Il re scese per ultimo, signora. Egli mi parve assai calmo: camminava

col suo passo ordinario fra il signore Barnare e Péthion.

— E voi allora?

— Io tornai al palazzo Penthièvre a dare questa buona nuova alla

principessa di Lamballe, che la regina era ritornata al palazzo senza

alcun sinistro. Nella sera, la signora Campan venne portando questa

lettera da parte della regina, che ebbi l’onore di consegnarvi or

ora. Essa pregava, a nome della regina Maria Antonietta, Vostra Maestà

di mandarne copia all’imperatore Leopoldo, al quale essa non ebbe il

tempo di scrivere. Fu a Meaux, dove passò la notte del 23 al 24 nel

vescovado, che essa trovò modo di scrivere a Vostra Maestà.

— Ah! mia povera Maria, mia povera Maria, gridò la regina; oh! perchè

non è lei invece di questa lettera che stringo sul mio cuore? Si salvi,

fugga, venga a trovarmi! Essa sarà cento volte più felice a Caserta ed

a Napoli che a Versailles ed a Parigi.

— S’ella potesse, signora, non mancherebbe certo e si reputerebbe

felicissima.

Si pervenne al palazzo di Caserta.

— Incaricati della nostra cara Inglesina, disse la regina volgendosi

a me, veglia acciò ch’ella non manchi di nulla. Io vado a leggere la

lettera della mia povera Maria ed a seguire le istruzioni che mi dà.

Un’ora dopo, un corriere partiva per Napoli, invitando il generale

Acton a venire l’indomani mattina a Caserta, e ordinando al corriere

dell’Imperatore Leopoldo di non partire senza venir a prendere i

dispacci della regina.

— Continuate, diss’ella.

— Vidi venir di lontano la carrozza reale, essa era protetta dai

granatieri, dei quali gli alti berretti di pelo nascondevano le

portiere. Due granatieri stavano sullo sgabello della parte anteriore

della carrozza, ed erano incaricati di proteggere le tre guardie del

corpo, che, rimaste fedeli al re, l’avevano accompagnato nella sua fuga

rifiutando di scappare a Meaux, come aveva loro proposto Barnave, fermi

di seguire fino all’ultimo la fortuna del re.

— Sapete voi il nome di questa brava gente? chiese la regina.

— I signori di Maustier, di Malden e Valery.

La regina notò i tre nomi sul suo portafogli.

— Avanti, avanti, continuò scrivendo.

— Il signor di Lafayette con tutto il suo stato maggiore aspettava la

carrozza alla inferriata delle Tuileries. Quando la regina lo scorse

gridò a lui: «Signor di Lafayette, salvate le tre guardie, esse non

fecero che obbedire al re;» ma per questa semplice obbedienza correvano

maggior pericolo che tutti gli altri.

Una siepe di guardie nazionali si stendeva dalla inferriata del ponte

all’ingiro fino ai gradini che conducevano al palazzo. A questi gradini

bisognava discendere, e là stava il pericolo.

L’assemblea aveva mandato venti deputati ed essi aspettavano a questi

gradini.

Il signore di Lafayette scese di cavallo, fece fare dal terrazzo alla

porta del giardino una vera via di ferro coi fucili e le baionette

della guardia nazionale.

I due figli, madama Reale e il Delfino uscirono i primi e guadagnarono

il palazzo senza ostacoli.

Dopo venne la volta delle guardie del corpo. Si era giurato di non

lasciarle rientrar vive nel palazzo; era stata sparsa la voce che

fossero stati loro a calpestare la coccarda tricolore il 2 ottobre.

Al momento dunque in cui discesero della carrozza, vi fu un istante

di lotta terribile; le sciabole, le daghe degli assassini si facevano

strada fra le guardie nazionali. I signori di Valery e di Malden furono

feriti.

La regina asciugò colla sua pezzuola la fronte coperta di sudore.

— Oh, diss’ella, quando penso che noi siamo forse destinate a vedere

simili orrori. Oh! no, no, continuò serrando i denti; io prima li

sterminerò tutti.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 4/8 · 第 13 / 24 题