di voi. (_fugge_).
(_Elena impietrita non ha nè voce nè moto_).
_Cala la tela._
FINE DELL'ATTO TERZO.
ATTO QUARTO
In casa della Contessa Del Pallio. Serra piccola e poco
rischiarata. Invetriata a destra che mette in giardino. Al
fondo, due porte che dànno nell'appartamento, dove c'è un
ballo.
SCENA I.
FILIPPO e D'ALMÈNA.
FILIPPO
Qui non verrà nessuno. Di là ballano.
D'ALMÈNA
Che mistero!
FILIPPO
Ti prego di parlarmi come ad un fratello.
D'ALMÈNA
Ah no! Che servirebbe aver dei fratelli se la fraternità
s'improvvisasse alla prima richiesta?
FILIPPO
Come ad un amico.
D'ALMÈNA
Sì.
FILIPPO
Credi che la Marchesa ami il dottore?
D'ALMÈNA
Che Marchesa e che Dottore?
FILIPPO
Lo sai.
D'ALMÈNA
Ci sono di là almeno quindici marchese e mezza dozzina di dottori.
FILIPPO
Va bene. La Marchesa Elena e il dottor Sarni.
D'ALMÈNA
Non vado più dalla Marchesa, credo che nemmeno il Sarni ci vada; tu
che sei di casa lo devi sapere meglio di me.
FILIPPO
Non mi vuoi rispondere?
D'ALMÈNA
No; rispondo che ti sei indirizzato male. Conosco una sola persona che
sia in grado di darti le informazioni che desideri, e questa è la
Marchesa. Domandane alla Marchesa.
FILIPPO
Gliel'ho domandato.
D'ALMÈNA
Benissimo.
FILIPPO
E mi ha detto che non era vero.
D'ALMÈNA
Ed eccoti contento.
FILIPPO
D'Almèna, D'Almèna, ti parlo sul serio. Tu vedi un uomo martoriato.
Sei così avvezzo a sapermi di buon umore, che non ti deve parer vero.
Ma è così. Mi sono rivolto a te perchè sei un uomo di cuore e
discreto. Un altro terrebbe la mia domanda come ad uno sfogo di
vanità. Tutti credono che la Marchesa abbia saltato il fosso con me e
non è vero!
D'ALMÈNA
Ah!... non è vero?
FILIPPO
Ecco... ti dirò...
D'ALMÈNA
Ah! Non voglio confidenze.
FILIPPO
Lasciami sfogare. T'ho chiamato per questo. Non ne posso più. Sai che
un mese fa ci dev'essere stata una scena violenta fra la Marchesa e
il Sarni. Lui deve aver indovinato la storia della scomessa; lo sai?
D'ALMÈNA
L'ho argomentato. Sarni non me ne ha mai fatto parola.
FILIPPO
Nemmeno essa. Ma l'indomani la trovai così abbattuta che venni in
sospetto della cosa. Poi a vedere che il Dottore non si faceva più
vivo, ne fui sicuro. I primi giorni si mostrava agitata, cogli occhi
rossi, cattiva con me, avversa a suo zio, tanto che il marchese
Teodoro finì per aversene a male sul serio. Una mattina la incontrai
nei quartieri dove abita il Sarni. Vedendomi, arrossì e cercò delle
scuse, l'indomani mi appostai e la rividi passare; ma se essa avesse
indovinato il mio spionaggio non me l'avrebbe mai perdonato, per cui
non m'avventurai a tenerle dietro. Aspettai che tornasse. Se veramente
fu in casa del Dottore, non ce lo trovò, perchè ne tornò quasi subito.
So che gli scrisse. Un giorno che ero solo nel suo salotto, la posta
portò una lettera dove c'era l'indirizzo del Sarni scritto di pugno
dalla Marchesa, e sotto questo, che era stato cancellato con un tratto
di penna, l'indirizzo della Marchesa scritto da una mano virile.
Ignoro se fu la sola. Quel Sarni è un villano. Questo fu il primo
capitolo della mia storia, e durò una diecina di giorni. Veniamo al
secondo.--Una sera ricevo un biglietto: Caro Filippo, Accompagnatemi
al teatro. Elena. Corro. Le moine che mi fece non te le posso dire. E
più veniva gente e più mi vezzeggiava, tanto che il palco finì per
vuotarsi e si rimase soli. Io capii il latino. Questa, al solito, mi
sventola come una bandiera per farsi scorgere. E vada. L'impiego non è
cattivo.
D'ALMÈNA
E combina colle tue teorie.
FILIPPO
Quali?
D'ALMÈNA
In materia d'amore, colle donne eleganti, non preferisci il parere
all'essere?
FILIPPO
Sì, quando dura poco, e il parere non ha fondamento. Ma qui! Qualche
volta sembrava volerci credere anch'essa.
D'ALMÈNA
Bravo, le tue famose bricciole.
FILIPPO
Ma no. Che non c'erano più. Quando non parevo, le baciavo la mano,
qualche volta mi arrischiavo fin sopra il braccialetto, è sempre
tanto di preso, ma ora..... dieta assoluta. Già meglio così, perchè
colla fame che mi strugge... Se non si trattasse che di far le visite
come gli altri, passi, ma chi è buono a reggere per delle settimane
con una donna come quella, a vederla ogni giorno e ogni sera, spesso
sola, a sentirla stuzzicarvi di proposito, ora con slanci di gaiezza
disordinata, ora con frasi temerarie, ora con amarezze, ora con certe
faccie peccaminose che farebbero squagliare un patriarca; chi è buono
a durare tanto tempo al gioco pericoloso dell'amore, a parlar d'amore,
a ridere d'amore, a far progetti d'amore, a metter l'amore in tutte le
salse....., fuorchè nella buona, senza sentirsi scosso, aggirato,
trascinato, flagellato, morso e strozzato da quest'amore maledetto e
perderci la pace, la salute, l'appetito, il cuore e quella poca testa
che vi regge sul collo? Sono innamorato come uno studente.
D'ALMÈNA
Di che ti lagni se essa lo vuole?
FILIPPO
Sicuro che mi lagno! Chi lo sa quello che vuole? È impazzita. Un
giorno mi dice: Filippo, andiamo in Isvizzera? Quando? Domani. E via
progetti sui laghi, le locande, le zampogne..... poi passa una
nuvoletta, e servitore! sarà per un'altra volta. Si fa per chiasso,
s'intende, ma bisogna esserci al giuoco ed inghiottire tutta
l'acquolina che inghiottisco io! E poi, chi lo dice che si fa per
chiasso? O non è donna da partire davvero sul momento? E quel
satanasso d'un Dottore che trova modo d'andar per le gazzette ogni
giorno! Lo capisci? Un uomo che mi contrasta, e non lo vedo che
stampato. L'altra settimana, già lo sai, quando il Tevere arrivò fino
al Corso, il Sarni vede un vecchio in pericolo di vita, si butta in
acqua nella corrente e lo salva. Ciò prova che sa nuotare, ecco tutto;
ma anche le inondazioni gli fanno per gonfiarmelo. Era il giorno
appunto che si parlava della Svizzera: ogni due sere ci si ricasca; ho
già traversato il Gottardo una diecina di volte....... idealmente.
Capita il giornale: l'eroismo del dottor Sarni. Crac; il treno si
ferma, il Gottardo non è più forato, la Svizzera è sfumata. E le
assenze? Sul più bello d'una mia volata lirica, mentre mi sto
maravigliando meco stesso della mia eloquenza, la guardo, è
trasfigurata. Gli occhi le vanno lontano..... nel paese dei dottori;
capisco che sorride ad immagini che io non so destare, che piange per
dolori che non mi riguardano, il suo sguardo ha delle dediche
intenzionali che mi fanno le corna. Un asino del tutto non sono. Le
cose chiare le intendo. Se quella donna un giorno o l'altro farà la
corbelleria, sarà per amore d'un terzo. Mi capisci?
D'ALMÈNA
Ti spieghi così bene!
FILIPPO
Senti: è onestissima, piena d'ingegno, di grazia, di coltura, buona se
occorre.....
D'ALMÈNA
Ma...
FILIPPO
Ho detto: ma?
D'ALMÈNA
No, l'ho detto io.
FILIPPO
Ah! perchè io..... Dicevo dunque che è un'onestissima donna, piena
d'ingegno, di cuore.....
D'ALMÈNA
Avanti... di cuore...
FILIPPO
Ma...
D'ALMÈNA
L'hai detto tu.
FILIPPO
Ma considera la pace d'un galantuomo come una cosa secondaria.
D'ALMÈNA
Eh già! Non sono io che l'ho fatta così.
FILIPPO
Nemmeno io.
D'ALMÈNA
Tu sì, mio caro. Ricordati la scommessa del dottor Sarni. Tu ce l'hai
incoraggiata.
FILIPPO
Che m'importa di quel sapiente?
D'ALMÈNA
Bravo, e a lei che importa di te?
FILIPPO
Giusto.
D'ALMÈNA
E nota che il Sarni ci rimetteva molto di più.
FILIPPO
Ebbene, che si decida una buona volta.
D'ALMÈNA
Sì. E tu pure, perchè se mi hai fatto questo discorso ci sarà una
ragione.
FILIPPO
Non ne potevo più. Quando seppi qui del ballo della Contessa Gemma e
seppi che ci doveva venire il Sarni, pensai: facciamola finita:
mettiamoli di fronte, che si spieghino. Lo dissi con lei. Dovreste
andare, ci sarà il Dottore... gli parlerete.....
D'ALMÈNA
Ed essa?...
FILIPPO
Essa mi rispose: andiamoci, gli parlerò.
D'ALMÈNA
Ah! è sincera!
FILIPPO
Oh sincerissima! Or ora venendo in carrozza aveva gli occhi così
lucenti che rischiaravano intorno; salendo le scale mi prese la mano e
mi disse: _Filippo, fra poco sarà deciso_. Le parole le saltavano in
gola da soffocarla.
D'ALMÈNA
Ti ha detto questo?
FILIPPO
E già! E me lo sono lasciato dire tranquillamente. A che ne siamo eh?
Ora tu devi aiutare quest'incontro. Che si vedano: io farò la guardia
perchè non siano interrotti... da lontano, perchè non voglio
sentirli... almeno questo!
D'ALMÈNA
Farò io.
FILIPPO
Bravo, e allora io starò fumando in giardino.
D'ALMÈNA
E se fanno la pace?
FILIPPO
Che il Signore li benedica!
D'ALMÈNA
Sei un bravo ragazzo.
FILIPPO
No. Non ci ho merito. Se fosse stato un capriccio, ti giuro che avrei
saputo approfittarne. Ma le voglio bene a buono e l'avvenire mi
spaventa. Se non si accordano vorrà dire che non sono destinati, e
finirà bene per riconoscere che qualche cosa valgo anch'io.
D'ALMÈNA
Che ci voglia sempre una vittima?
FILIPPO
Felice te che parli in genere. Io dico: che debba proprio toccare a
me?
D'ALMÈNA
Hanno smesso di ballare.
FILIPPO
Ora comincia un altro divertimento. Stai a sentire: Gli amici che mi
credono arrivato si rallegrano, e vorrebbero farmi dire. E io
imbecillisco del tutto. Se ho l'aria di offendermi:... naturale, tu
devi fare il paladino. Se la volto in ridere: Ah tu ridi, un uomo
invidiabile! Se cambio il discorso: già non sai che rispondere. Se
faccio il modesto è segno che annuisco, se dico di no, credono di sì,
se dico di sì, credono anche di sì. È una morte... Eccoli!
D'ALMÈNA
Andiamo via.
FILIPPO
No, aspetto la Marchesa. Quando sia venuta tu andrai a cercare il
Sarni e lo porterai qui. È il luogo migliore. È inteso?
D'ALMÈNA
Va bene.
SCENA II.
D'ASPRI, RULFI, RUBACONTI, GEMMA, MASINA e detti. Altri signori e
signore che vanno e vengono.
GEMMA (_a braccio con D'Aspri_)
Ah qui si respira!
D'ASPRI
Finchè ci siete voi io seguito a sospirare..... (_mette Gemma a sedere
e le siede accanto_).
GEMMA
..... Invano.
RULFI
Come! Filippo è qui!
FILIPPO (_a D'Almèna_)
Ci siamo!
RUBACONTI (_che ha accompagnato Masina_)
Cerca l'ombra....
MASINA
E la solitudine.
D'ALMÈNA
Scusate, Baronessa, eravamo in due. La padrona di casa e D'Aspri che
ci hanno sorpresi lo possono dire.
GEMMA
Voi D'Almèna vi farete una nemica.
D'ALMÈNA
Chi?
GEMMA
Quella cui rubate Filippo.
D'ALMÈNA
Oh Contessa, sapete bene che non commetto di questi furti!
GEMMA
Io?
D'ALMÈNA
Sì, non ho detto una parola con D'Aspri in tutta la sera.
GEMMA
D'Aspri, difendetevi, D'Almèna vi accusa di farmi la corte.
D'ASPRI
Io pure me ne accuso.
GEMMA
Ah! gentile! Ve ne accusate?
D'ASPRI
Perchè è tempo perso.
GEMMA
Imparate da Filippo.
D'ASPRI
A far che?
GEMMA
A non perdere il tempo.
FILIPPO (_a D'Almèna_)
E picchia!
D'ALMÈNA
Ciò non dipende dagli uomini.
MASINA
E da chi?
D'ALMÈNA
Dalle signore.
VOCI
Ah vero! vero! (_risa_)
D'ALMÈNA
Mi spiego. Ci sono delle donne colle quali non si perde mai il tempo,
anche essendone respinti, e ce n'è di quelle colle quali si perde
sempre, anche essendone attirati.
FILIPPO
Bravo. Pensare che una volta avevo dello spirito anch'io.
SCENA III.
ELENA, DEL SANNIO e detti.
FILIPPO (_va incontro ad Elena_)
L'avete veduto?
ELENA
Sì, ha mostrato di non riconoscermi. Discorreva ridendo con un
signore. Io gli passai proprio daccanto: mi guardò coll'aria curiosa
con cui si guarda un'ignota e seguitò a ridere.
FILIPPO
Dov'è?
ELENA
Nella seconda sala dopo questa. (_si mette a sedere. Del Sannio le sta
vicino_).
FILIPPO (_piano a D'Almèna_)
È nella seconda sala dopo questa.
D'ALMÈNA
Va bene. (_via_).
ELENA
Filippo.
FILIPPO
Eccomi.
ELENA (_s'alza, prende il braccio di Filippo e lascia Del Sannio ritto
dov'è_)
Dov'è andato D'Almèna?
FILIPPO
A cercarvi il dottor Sarni.
ELENA
Che gli avete detto.....?
FILIPPO
Dove l'avrebbe trovato.
ELENA
D'Almèna sa?....
FILIPPO
Tutto. Gli ho confidato ogni cosa. Ho fatto male?
ELENA
No.
FILIPPO
Badate che a vedervi discorrere con me a bassa voce quelle anime
pietose penseranno male.
ELENA
Vi comprometto?
FILIPPO
Viceversa.
ELENA
Ebbene dovreste esserne lusingato. A me non importa. Tanto più.....
FILIPPO
Tanto più?.....
ELENA
Che sarà ben altro domani. Preparate pure le valigie, le mie sono
leste.
FILIPPO
Sì, la solita Svizzera! Chi ci crede più?
ELENA
Oh! vedrete. Il colloquio col Sarni non approderà a nulla e partiremo.
FILIPPO
Siete d'una sincerità spaventosa!
ELENA (_seria, porgendogli la mano_)
Perdonatemi.
FILIPPO
Non sperate proprio nulla da quel colloquio? Rinunciatevi addirittura.
ELENA
No. Voglio essere in pace colla mia coscienza.
FILIPPO
Ecco il Sarni. Devo andarmene?
ELENA
Fra poco. Sediamo.
SCENA IV.
ANDREA, D'ALMÈNA e detti.
D'ALMÈNA (_mostrando ad Andrea la serra_)
È vero che è bella?
ANDREA (_vede Elena, fra sè_)
Lei! (_forte_) Stupenda.
GEMMA
Che state guardando, Sarni?
ANDREA
Ah siete voi, contessa? Qui c'è una penombra deliziosa, ma ingrata,
dacchè quasi nasconde la Dea del luogo. Non conoscevo la vostra serra.
D'Almèna ha voluto farmela ammirare.
GEMMA
La inauguro stassera. Vi piace?
ANDREA
Bellissima. Tanto bella che mi pare pericolosa.
GEMMA
Pericolosa?!
RULFI
Infatti...
ANDREA
Ah! c'è un infatti?
GEMMA
Or ora abbiamo assistito alle confidenze di due tortorelle.
(_Filippo s'alza e s'avvia per uscire.
D'Almèna lo raggiunge ed esce con lui_).
MASINA
Una delle quali prende il volo in questo momento.
ANDREA
Ah il Barone Landucci?
RULFI
Quello non è un tortore, è un rondone.
ANDREA (_ridendo_)
Dite... Dite... e l'altra chi è?
GEMMA
Non siamo nè io, nè la Baronessa.
ANDREA (_guardandosi intorno e vedendo che le signore in scena sono
tre sole_)
L'incognita è presto trovata.
RULFI
È un'equazione di primo grado.
D'ASPRI
Anzi basta la regola del tre.
GEMMA
L'avete riconosciuta?
ANDREA
Ci si vede così poco!
MASINA
Le vada più vicino.
GEMMA
A meno che...
ANDREA
A meno che?
GEMMA
Le rincresca di accertare la persona.
ANDREA
Oh! (_ridendo_) Vado... (_s'avvicina sbadatamente ad Elena_).
DEL SANNIO
Suonano, se vuol fare un giro?.... (_levandosi, ad Elena_).
ELENA (_Alzando alquanto la voce perchè Andrea la possa sentire_).
Grazie. Ho impegnato col dottor Sarni.
ANDREA
Con me, Marchesa? Ci dev'essere errore. Io aspetto che la contessa
Gemma mi dia il braccio per un giro nelle sale.
DEL SANNIO (_ad Elena_)
Dunque?
ELENA
Grazie. Sono stanca. (_Del Sannio s'allontana_). Dottore...
DEL SANNIO (_voltandosi--ad Andrea_)
La contessa Gemma se n'è andata. (_via_).
ANDREA
Eccomi. Perdoni, Marchesa..... (_per avviarsi_).
ELENA
Andrea! Andrea!
(_tutti gli altri sono usciti ridendo e discorrendo_).
SCENA V.
ELENA e ANDREA.
ANDREA
Com'è inutile quanto stiamo per dire!
ELENA
Oh Andrea! Vorrei essere in punto di morte perchè non mi poteste
negare misericordia. Se sapeste quanto ho sospirato e temuto questo
momento! Sono venuta al ballo apposta. Or ora quando siete entrato
qui, temetti di non potermi reggere. Di là vi ero passata vicino
vicino e mi avete guardata ridendo. Sono ammalata, lo vedete. Vi
supplico di ascoltarmi; non so quello che vi dirò; ho provato a
raccogliermi e a meditare per trovare parole efficaci, ma non ho
saputo. Che importa? Qualunque cosa vi dica non ho che da cercare
ciecamente nell'animo mio per trovarci l'umiliazione ed il pentimento.
Andrea, sedete qui ed ascoltatemi; così ritto ho sempre paura che
fuggiate.
ANDREA
Che nuova scommessa avete fatto?
ELENA
È giusto. Dovete rispondermi così, anche se non lo credete; dovete
provare una tale smania d'insultarmi e di farmi del male. Ve ne ho
fatto tanto! Questi giorni cercavo di mettermi al vostro posto, di
immaginare ch'altri m'avesse offesa come vi ho offeso io e ne provasse
poi il pentimento che ne provo. Ebbene, pensate se avrei voluto
dispormi a perdonare! Non ci riusciva. Sentivo che sarei stata
inesorabile.
ANDREA
E allora perchè seguitare questo discorso così penoso? Di me non avete
a temer nulla, del male non ve ne posso fare.
ELENA
Ah! se vi credessi capace di vendicarvi, ne sarei tanto contenta!
Espio per espiare. Se ne sperassi alcun bene, la mia umiliazione non
sarebbe completa.
ANDREA
O piuttosto il vostro orgoglio si compiace di tentare l'impossibile.
ELENA
Non ho più orgoglio, Andrea. Lo sapete. Sono andata a cercarvi in casa
vostra. C'eravate e non mi avete aperto. Sono tornata l'indomani, e il
giorno di poi; sentivo il vostro passo sino all'uscio, ma certo
avevate modo di riconoscermi e bussavo invano. Vi ho scritto, avete
respinte le mie lettere senza aprirle. È giusto, Andrea. Ma vedete che
non ho più orgoglio. Al primo momento, dopo quelle ripulse ho cercato
di stimolarlo l'orgoglio, di persuadermi che avevo fatto assai,
ch'eravamo pari, ed eccomi qui un'altra volta. Si dice: passerà, si
riprende la vita normale, si ride, si rivedono le solite persone, ma
poi ogni sera le vostre parole furibonde mi risuonavano nel petto, ma
il sonno faticoso e agitato mi recava la vostra immagine pallida e
stravolta dal dolore e dallo sdegno.
ANDREA (_con impeto_)
Ed io...?
ELENA
Parlate, parlate! Ho tanto rimorso dei vostri dolori e ho tanta sete
di vedervi soffrire. Andrea! Andrea!
ANDREA.
Badate, Marchesa, che può venir gente, vi possono sentire...
ELENA
Oh! Volete che vi accompagni di là in mezzo alla folla e che mi accusi
e vi domandi perdono? Sono disposta a farlo. Che m'importa di quelli?
Non lo devo a loro il male che vi ho fatto? Se sapeste... Andrea, se
sapeste! Mai un pensiero elevato, mai un affetto gentile, nessuna fede
nella grandezza umana; nessuno di quelli che creda al disinteresse e
al sacrifizio. E sono cresciuta là in mezzo! Le anime tranquille si
adagiano nella noncuranza; le irrequiete provocano il male e fra una
tazza di thè ed una frase galante concepiscono gli orribili agguati
che vi ho teso io, e giuocano la vita d'un uomo per un gingillo.
Domandatene a D'Almèna se non fu così. Quando mi proposi di
trattenervi non vi conosceva, Andrea, e il mio orgoglio ricusava
d'accettarvi per forte sulla fede altrui. Ho recitato un'indegna
commedia fino a quella mattina quando venne Filippo a interromperci.
Ma dal momento che vi consegnai la lettera, ve lo giuro, fui la più
sincera fra le donne, e quando vi dissi quelle parole amare che vi
trattennero, era il cuore che parlava, e se tremavo della vostra
partenza, non era più per ardore di trionfo, ma perchè sentivo che
voi partito, il mondo mi sarebbe sembrato vuoto come un deserto.
ANDREA
Ma poi, ma poi?
ELENA
Ma poi fui aggirata, mi hanno avvelenata con sospetti, e tutta la mia
vita mi aveva così tristamente preparata ad accoglierli! Ho sofferto
quanto si può soffrire, Andrea. Quando vi lasciai insultare, quando
v'insultai, v'amavo pazzamente come vi amo ora, e quest'amore che vi
vendica e mi punisce non vorrei strapparmelo dal cuore neanche se
potessi metterci in suo luogo la dignità e la pace che ho perdute.
ANDREA
Se non mentite vi compiango.
ELENA
Come siete calmo, Andrea! Che fortezza spaventevole è la vostra!
ANDREA
No, sono guarito e diffidente.
ELENA
Guarito! Non lo sperate. Il male che vi ho fatto è troppo grave per
guarire. Avreste potuto scordare l'amore se non vi avessi così
mortalmente offeso, o l'offesa, se non mi aveste amato; ma
compenetrati insieme essi formano un viluppo velenoso che vi morderà
il cuore per tutta la vita. Non lo dite, non lo dite. L'onore, la
dignità, la collera, il disprezzo si irrigidiscono in voi e vi
comandano di negare l'amore, ma voi mi amate ancora, mi amate come il
primo giorno.
ANDREA
No... no... no... no...
ELENA
E avete bisogno di abbrancarvi a questo diniego violento, di
assordarvene e di rinnegare tutta la verità, perchè concedendone una
parte sentite che sareste trascinato alla divina vigliaccheria del
consenso!
ANDREA
Non è vero, non vi amo. Addio.
ELENA
E fuggite!
ANDREA (_tornando_)
Eccomi.
ELENA
E le nostre sorti saranno inesorabilmente divise? E giovani tutt'e due
e coll'anima vibrante e sanguinante, andremo per il mondo solitarii,
incapaci di risognare con altri il dolce sogno della felicità! Oh le
sere che vi aspettavo sola nel mio salotto! Come contavo i minuti!
Sentivo il vostro passo in istrada da lontano, il vostro passo
frettoloso, e pensavo: È qui. Com'è vicino tutto quello, e com'è
lontano!
ANDREA
E che inganno ce ne separa!
ELENA
Oh siete ingeneroso! Lo vedete, mi do tutta a voi, vi getto ai piedi
il mio amore supplichevole, la mia dignità di donna, la fierezza del
mio sangue, la mia gioventù e il mio pudore; vi parlo come non
concepirei si possa parlare, mi disonoro coscientemente e
volontariamente e mi rispondete così! Non è facile nè mediocre quello
che sto facendo. Andrea, imponetemi una prova, sia pur lunga e
difficile, vedrete che saprò superarla, ma non respingetemi, ma non
negate l'amore, non negate l'amore!
ANDREA
E se m'ingannaste ancora?
ELENA
Oh siete inesorabile come la morte! Vi ho troppo supplicato. Non
aspettavo miglior sorte alle mie preghiere, ma non credevo mi sarei
abbassata come ho fatto. Mi avrete perduta! Ma vi starò nel cuore come
una lama e saprò darvi un rimorso uguale al mio.
ANDREA (_esita, s'avvia, vorrebbe tornare_)
No. (_esce pricipitoso. Elena rimane sola_).
SCENA VI.
ELENA e D'ALMÈNA
ELENA (_vedendo entrare D'Almèna_)
Voi? Vi avrei cercato. Filippo vi ha detto ogni cosa. Ho scongiurato
Andrea di perdonarmi, mi sono fatta cencio al suo cospetto, invano.
L'avevo preveduto e avevo disposto dapprima all'uopo. Fui ingiusta con
voi e volli dirvelo per mostrarvi in qual conto vi tengo. Domani
partirò. Ignoro se tornerò più mai a Roma.
D'ALMÈNA
Partite con Filippo?
ELENA
Perchè no?
D'ALMÈNA
Con Filippo!
ELENA
Ah! mi disprezza? Voglio farmi spregevole. Non mi potrà credere
innamorata di Filippo. Andrea spergiura che non mi ama più. Sono certa
di dargli un dolore mortale. Se m'inganno il mio orgoglio avrà trovato
il suo castigo; ma se è vero egli porterà la pena del suo. La mia
vita non è troppa cosa per la vendetta infernale che mi propongo.
Addio.
D'ALMÈNA
No per carità--per carità!
ELENA
Guardatemi, D'Almèna, vi sembro donna da mutar consiglio? Dov'è
Filippo?
D'ALMÈNA
È... non lo so.
ELENA
Non volete dirlo? Lo troverò da me. Addio, mio nobile hidalgo! Ve ne
ricordate? Come vanno a finire le cose eh? Ma voi non siete cattivo.
(_gli dà la mano_) Via, non ci commoviamo. Non ne vale la pena. Non mi
accompagnate. Non voglio altri consigli e riconosco che il vostro
dovere è di darmeli. (_via_).
SCENA VII.
D'ALMÈNA, poi FILIPPO, poi ANDREA.
(_D'Almèna rimasto solo, apre l'invetriata che mette
in giardino_).
D'ALMÈNA (_chiamando_)
Filippo!
FILIPPO (_entra dal giardino_)
Sono qui.
ANDREA (_dal fondo_)
D'Almèna.
D'ALMÈNA
Che vuoi?
ANDREA
Senti.
D'ALMÈNA
Lasciami dire due parole..... e sono da te.
ANDREA
Vorrei.....
D'ALMÈNA
Abbi pazienza; due minuti; aspetta due minuti.
ANDREA
Non di più!
D'ALMÈNA
No, va...
ANDREA (_accennando il fondo_)
Sto là fuori.
D'ALMÈNA
Sì.
ANDREA (_esce dal fondo_).
SCENA VIII.
D'ALMÈNA e FILIPPO.
D'ALMÈNA
La Marchesa ha deciso di partire con te.
FILIPPO
Sì, se mi coglie. Ho inteso tutto. È innamorata pazza del Dottore.
D'ALMÈNA
Ah!
FILIPPO
E glielo ha detto anche.
D'ALMÈNA
E lui?
FILIPPO
Lui? Le ha ricusato i suoi favori. Ci ho gusto. Bel tiro mi farebbe a
partire con me. Le donne sono magnifiche, in parola d'onore.
D'ALMÈNA
Mio caro, ho veduto tanti disperati ubbriacarsi con una bottiglia di
Cognac!
FILIPPO
Non vedo il rapporto.
D'ALMÈNA
La Marchesa ti piglia per un liquore spiritoso e inebriante.
FILIPPO
Ho inteso anche quello che ha detto con te. Mi piglia per una boccetta
di vetriolo da buttare in faccia al suo innamorato. Fossi grullo!
D'ALMÈNA
Che vuoi fare?
FILIPPO (_fa scoccare il gibus e se lo mette in testa_)
Buona sera. Me ne vado pel giardino senza nemmeno rientrare nelle
sale. E prima che la Marchesa mi riveda, voglio che ne passi
dell'acqua in Tevere. Addio.
D'ALMÈNA
Non vai nemmeno a prenderti il soprabito?
FILIPPO
Se l'incontrassi glie le direi troppo grosse. E poi... voglio potermi
vantare di averle lasciato il mantello a quella Putifarre. Addio.
(_quando è sulla porta a vetri si volta_) Sai, se mi serbi il segreto
mi fai piacere. (_via per l'invetriata_).
D'ALMÈNA
Povero diavolo! a quest'altro. (_apre la porta di fondo_).
SCENA IX.
D'ALMÈNA e ANDREA.
D'ALMÈNA
Che vuoi?
ANDREA
Tu hai parlato colla Marchesa.
D'ALMÈNA
Sì.
ANDREA
Che ti ha detto?
D'ALMÈNA
Che ti ha scongiurato di perdonarle.
ANDREA
È vero.
D'ALMÈNA