CANTO IX.

ARGOMENTO.

_Ode d'Ifigenia la trista istoria,

E d'Alcmano AMEDEO: ma niega poi

Che Agitercan rapisca a lui la gloria

(Come promette co' disegni suoi,

Uccidendo Ottoman) della vittoria.

Folco a veder va gli impiagati Eroi;

E, lor soavi compartendo accenti,

Ne puote serenar le afflitte menti._

I

Già sposò mio fratel per sua ventura,

E per sua disventura una donzella,

La qual formando s'ingegnò natura,

Ch'avesse con ragion titol di bella;

Taccio, che la sua treccia era ambra pura,

Ed ogni sguardo suo fulgida stella,

Rubin le labbra, e che di bel sereno

Splendea la fronte e d'alabastro il seno.

II

Se movea passo, o se facea soggiorno,

S'a detti, o s'a sospir la bocca aprìa,

Posasse gli occhi, o li girasse intorno,

Seco era gentilezza e leggiadrìa;

E, se 'n nobile danza, abito adorno

O domestici manti ella vestìa,

Lasciava in dubbio altrui, quando maggiore

Fosse di sua beltà l'almo splendore.

III

E queste doti eccelse e questi vanti,

Di che pregiolla il cielo, incoronava

Con una fè non mai veduta avanti,

Onde gioconda il suo consorte amava:

Ella da' cenni suoi, da' suoi sembianti

Pendeva, i detti suoi soli ascoltava:

Per tal modo in costei vedeansi insieme

Somma virtù, nè men bellezze estreme.

IV

Or mentre il suo fratel söavemente

Per sì fatta cagion mena la vita;

Ecco caso avvenire, onde repente

Sommerse tutti noi pena infinita:

Un giorno in Prusia la più nobil gente

Ottoman lieto a festeggiare invita,

Bramoso d'onorar duci fenici

Ch'indi facean cammin sì come amici.

V

Fessi di donne memorabil danza:

Altra ammirossi per serene ciglia,

Chi d'abito gentil, chi di sembianza,

E chi di leggiadrìa diè meraviglia.

Ma come ogni chiarezza in cielo avanza

Febo, quando il precorre alba vermiglia;

Per cotal guisa ogni beltà famosa

Ivi del mio german vinse la sposa.

VI

Allo splender di quella luce altiera

Ratto si volse ognun, come ella apparse;

Ma guardolla Ottoman per tal maniera

Che da prima lodolla, e poscia n'arse:

Si danzò, si gioì, giunse la sera,

E con doglia d'ognuno il sol disparse:

Stassi Ottomano alquanto, e poscia invìa

Bagon suo messo a la cognata mia.

VII

Perle, cui già nudrì l'onda eritrea,

E forza d'or, che l'universo apprezza,

Recolle in dono. Indi così dicea,

Per adescar la feminil vaghezza:

Recarti ei stesso questi don volea

Ottoman per ornar la tua bellezza,

Onde l'imperio suo si rende adorno:

Ma poi volle serbarsi ad altro giorno.

VIII

Or manda me, ch'a nome suo t'onori,

Onde la speme tua rimanga certa

Che de' reali altissimi favori

Per me ti faccia non bugiarda offerta.

Felice te, che 'n sì sublimi amori

Trovi la via senza cercarla aperta,

E grazie godi, che per nulla etate

S'affidò disïare altra beltate.

IX

Ifigenìa, che del parlare intese

L'occulto fin, tale risposta diede:

Troppo altamente il gran signor cortese

Ad una vil sua serva usa mercede:

Ma non mi dir, che meraviglia il prese

De la scura beltà, che 'n me si vede;

Ch'egli usato a mirarne alme ed altiere,

D'una sì fral non può sentir piacere.

X

E qual mi sia, sai ben, ch'al mio consorte

Mi lega d'Imeneo salda promessa,

Sì che nol debbo ingiurïar sì forte;

Ma non meno amar lui, ch'ami me stessa.

Quì tacque. E visto per sì nobil sorte

Mostrar la donna la sua voglia espressa,

Fu stupido Bagon: poscia raccolse

I suoi pensieri, indi la lingua sciolse:

XI

Forse avvien, che di me vergogna prendi;

O ch'al mio favellar non dai credenza:

Ma per mia bocca quelle cose intendi

Ch'avria detto Ottomano in tua presenza.

Or la cagione, onde al mio dir contendi,

E che narrasti, è popolar sentenza,

Ed indegna di te, nel cui bel petto

E senno ed accortezza han suo ricetto.

XII

Qual sì felice fia per l'Orïente

Alma, o sì paga degli uman desiri,

Che per invidia non divenga ardente,

Quando alle tue grandezze ella rimiri?

Tu su le voglie d'Ottoman possente

Sì ch'ubbidisca del tuo guardo ai giri?

Sì che cangi color per tuoi sembianti?

Sì che venga di ghiaccio a te davanti?

XIII

Sommo trïonfo di beltà, nè mai

Visto fra noi; ma di tesori immensi

Per ogni tempo il pieno arbitrio avrai,

E fia tua sola man che li dispensi.

Che di cotanto onor biasmar giammai

Ti deggia Alcman, torto gli fai, sel pensi

Ei come saggio sa, che 'l nostro bene

Ne la grazia del re por si conviene.

XIV

Nè questo detto io vo' tenerti ascoso;

D'Ottoman l'alma a disdegnarsi è presta.

Ed io vorrei, pria che 'l suo cor sdegnoso,

Incontrare un leon per la foresta.

Sì disse lusinghiero e minaccioso;

Ma non d'Ifigenìa la mente onesta

Per forza di speranza e di spavento

Scosse dal suo gentil proponimento.

XV

Ella con franca voce il fea sicuro

Ch'ogni artificio s'adoprava invano:

Era qualunque strazio a lei men duro,

Che caricar di tanta infamia Alcmano,

Credi Bagon; con veritade il giuro;

Tanto del re non può donar la mano,

Ch'a lui mi venda: e l'or, ch'oggi mi porgi,

Io lo reputo vil; ben te n'accorgi.

XVI

Sia tuo; serbalo teco; io tel consegno:

E tu del gran Signor tempra le voglie,

Ed affatica il conosciuto ingegno

Ad ammorzar l'ardor che 'n se raccoglie.

Visto, ch'ella d'amar prende disdegno

Sì fortemente, il messo indi si toglie;

E noi creder dobbiam, ch'egli dicesse

Poscia al tiranno fier quanto successe.

XVII

Finse Ottoman di disïar piacere

Una giornata in caccia; e sul mattino

Mosse con pochi a perseguir le fere,

Per entro un bosco a la città vicino.

Quivi lasciò de le seguaci schiere

L'usata corte, e travïò camino,

E, trapassando per lo folto, disse

Co' cenni al mio fratel, che lo seguisse.

XVIII

Ed ei seguillo. Come seco il vede,

Gli dimostra Ottoman volto giocondo,

E seco parla, fin c'ha posto il piede

In su la riva d'un vallon profondo.

Come l'ebbe colà, spinta gli diede

E traboccollo: non pervenne al fondo

Il corpo infelicissimo, che spento

Spirò la vita, e la disperse al vento.

XIX

Fornì la caccia; e sul fornir del giorno

Ognuno il piè rivolse a le sue case:

Torna ognun: solo Alcman non fa ritorno;

E quinci Ifigenìa trista rimase.

Spedì messaggi a ricercarlo intorno

Ove lui ritrovar si persuase;

E nulla fu del risaperne. Intanto

Fingeasi in cor varie cagion di pianto.

XX

Mentre languisce, e ch'ella un dì sostiene

Col sonno il cor da l'amarezza vinto,

Ecco, che su l'aurora a lei sen viene

In sogno l'ombra del consorte estinto.

Ah che le ciglia sue non fur serene,

Nè di neve, nè d'ostro il viso tinto!

Nè ver lei sfavillava al modo usato

La bella luce del sembiante amato.

XXI

Rabbuffato le chiome, il sguardo mesto,

D'orrida pallidezza afflitto il volto,

Ed il busto di piaghe atro e funesto,

E di sangue e d'orror tutto era involto;

E le diceva: il tuo consorte è questo:

Io così sotto il ciel giaccio insepolto

Esposto a saziar belve affamate,

S'aiuto non mi vien da tua pietate.

XXII

Ottoman stesso ingiurioso ed empio,

M'uccise. E quivi le solinghe rive,

Ove sofferse il non temuto scempio,

E come gli avvenisse a pien descrive.

A l'esecrabile atto oltra ogni essempio

Apre le luci di più viver schive

La donna; e l'ombra apparsa più non vede;

Sol pensa a quello annunzio, e vero il crede.

XXIII

E, poi che sorse il sol su l'emispero,

Vien meco: Alcmano a ritrovare andiamo,

Mi dice. Ed io con lei calco il sentiero,

Ed in brev'ora la foresta entriamo;

Molto cercammo, ed oh spettacol fiero!

Al fine in scura valle il ritroviamo

Tutto sanguigno, e le sue membra ancise,

Sbranate e lacerate in varie guise.

XXIV

Subito fummo, io da mestizia oppresso,

Gelido il petto, e con le ciglia immote,

A lei di favellar non fu concesso:

Cotanto pianto l'inondò le gote.

Poi grida: e pur non ingannevol messo

A me venisti, e vere fur tue note?

E quivi di pallor copre l'aspetto,

Stracciando i crini, e percotendo il petto.

XXV

Poscia narrommi d'Ottoman l'amore

Nato fra balli, e che Bagon propose;

I doni, i preghi ad ammollirle il core,

E ciò che disdegnando ella rispose:

Narrommi ancor, che sul notturno orrore

Alcmano istesso i suoi martiri espose.

Io stimai, ch'ei giungesse a quella morte

Per cagion de l'amor de la consorte.

XXVI

E però senno giudicai frodarsi

Con simulato cor tanta sventura,

Che la colpa del re manifestarsi

Mal nostra vita renderìa sicura.

Dunque fra i pianti e fra i sospiri sparsi

Pensammo come porsi in sepoltura

Dovesse il corpo sfortunato; e poi

Di lui non far parola unqua fra noi.

XXVII

Così dove men sodo era il terreno

De l'ima valle ivi per noi s'aperse,

Ed Alcman vi si pose, indi non meno

De lo stesso terren si ricoperse.

Ma chi giammai potrìa narrare a pieno

Di che misere lagrime t'asperse?

Al mesto loco alfin volgemmo il tergo,

E tornammo dolenti al patrio albergo.

XXVIII

Dopo due giorni tra mortale affanno

Secretamente Ifigenìa mi chiama;

Ben nel volto di lei fuor d'ogni inganno

Si conoscea del suo morir la brama.

Ella mi disse: il perfido tiranno

Questa bellezza miserabil ama;

E, per ch'era a sue colpe impedimento

Il tuo fratello, il traditor l'ha spento.

XXIX

Contrastare a la barbara vaghezza

Di sì fiero uom qual sarìa mai bastante?

Ma non vogl'io, che de la mia bellezza,

Trattone Alcmano, altri si veggia amante:

Dunque sul primo fior di giovinezza

D'ognuno a gli occhi io mi torrò davante:

Ho bevuto venen: tu se potrai

Vendica i nostri incomparabil guai.

XXX

Poichè così parlommi, in tempo breve

Abbassar gli occhi, e scolorir si mira;

E sparsa di sudor come di neve

Tutta si scote palpitando e spira.

Sì fatto oltraggio perdonarsi deve?

A torto mi lamento? ingiusta è l'ira?

O pur debbo cercar con ogni ingegno

Scacciar dal mondo il regnatore indegno?

XXXI

Trarlo di vita io ben potei sovente

Con questa man: ma dove poi salvarmi?

Or s'io l'uccido, infra la vostra gente,

Consentendolo voi, posso ritrarmi;

Ucciderollo, e di sue membra spente

Al fin godrò: voi moverete l'armi.

E sbigottito e sfortunato campo

E senza re, quale indi aver può scampo?

XXXII

Quì fa punto al parlar, nè più dicea

Agitercano. Ed AMEDEO, vedendo

Che Folco a quel parlar non rispondea,

Disse: guerrier, le tue ragioni intendo;

L'opra del re fu scelerata e rea;

Il tuo disdegno io volentier commendo:

Ma non vuò, che di pregio e che di gloria

Si scemi con tua man nostra vittoria.

XXXIII

Non ti dar pena, e, fin che sparga i rai

Dimane il sol per l'universo, aspetta;

Che con la morte d'Ottoman vedrai

Farsi di tutti voi degna vendetta.

Cotal diede risposta. E quando omai

Al mezzo del cammin notte s'affretta

Sì che cagion di riposarsi porge,

Il vecchio Folco da la sedia sorge.

XXXIV

E rivolto de Turchi al cavaliero

Ei così gli dicea lieto in sembianza:

Che di' tu d'Ottoman? qual fa pensiero?

De la nostra vittoria ha più speranza?

Quei risponde: Ottoman superbo, altiero

Ne i suoi disdegni e ne i furor s'avanza,

E non sa sbigottir: ben la sua gente

Sorpresa da timor fassi dolente.

XXXV

Ma non per tanto hai da temer: s'attende

Con non picciole navi alta reina;

Ella fra' Colchi impera, in armi splende,

E viene ad affrettar vostra ruina.

Come cosa, che 'n gioco altri si prende

Ascoltandolo Folco oltra cammina;

E pur con voci e con fattezze liete

Sen giva a ritrovar stanze secrete.

XXXVI

AMEDEO seco: ei di sua man l'adduce

Là ove le membra col dormir ristori;

Stanza real, che 'n tenebre riluce,

Sì tutta d'ostri ella è fornita e d'ori.

Posa AMEDEO; solo di Rodi il duce

Vegghia più parte de' notturni orrori,

Ben provvedendo a la città mal forte

Ed a' sommi guerrier piagati a morte.

XXXVII

Verso i tetti d'Enrico i passi ei torse,

E non pochi guerrier gli vanno appresso;

Pervenuto colà tosto s'accorse,

Ch'a lui poco di vita era concesso;

Sì vinto gli occhi, e di pallor gli scorse

Ambe le labbra, e tutto il volto impresso:

Sì palpitava, e per sì picciol via

Dal travagliato sen lo spirto uscìa.

XXXVIII

Vicino al cavalier fermossi in piede

Folco, e gli disse: tra' funesti acciari,

In verso il ciel de la tua nobil fede,

Ecco che i segni a rimirar son chiari.

Per te di gloria a divenire erede

In mezzo l'armi ogni ben nato impari;

E ti fia gaudio: i cavalier sublimi

Corrono a' rischi ed a la morte i primi.

XXXIX

Quì tacque Folco. E raccogliendo al fiato

Ben lentamente, e ravvivando il volto

Enrico favellò: stanco e piagato

Da l'assalite mura oggi fui tolto:

Poscia nulla seppi io del nostro stato.

Signor, che fia di noi? sarà disciolto

Il barbarico assedio? abbiam possanza?

A che segno riman nostra speranza?

XL

E Folco rispondea: rinfranca il core;

Sono al barbaro stuol chiuse le porte:

Noi da le mura lo spingemmo, e fuore

La spada d'AMEDEO gli trasse a morte.

Quì soverchiando del mortal dolore

L'estrema angoscia a favellar fu forte

Con più chiarezza, e poteo far palese

L'interno gaudio il cavalier francese.

XLI

Chiudansi a posta lor questi occhi; omai

Il viver di qua giù lieto abbandono;

E se poco potei, se poco oprai,

Folco, in servigio tuo, cheggio perdono.

Poscia cedendo de le piaghe a' guai

Fornì del suo parlar l'ultimo suono,

Ed agghiacciando il sangue in ogni vena

Tragge un lento sospir, ch'a morte il mena.

XLII

Fra le turbe dolenti a piè del letto

Stava d'Enrico un ben gentil nipote,

Poco sovra due lustri, altier d'aspetto,

Inanellato il crin, bianco le gote;

E mentre ei piagne, e da l'acceso petto

Con fervidi sospir l'aria percote,

Folco a lui si rivolse in quegli affanni;

E confortò l'infermità de gli anni.

XLIII

E così gli dicea: cessa il tormento,

Nobil fanciul, che ti destini a Marte,

E sappi che 'l cordoglio e lo spavento

Da le scole di lui vanno in disparte:

Le ferite del zio, che piagni spento

Ti siano specchio; indi raccogli l'arte

De le battaglie, e fian di gloria adorni

Se con tal pregio forniran tuoi giorni.

XLIV

Così 'l fanciullo avvalorar procura;

Poi verso Trasideo prende sua via:

Ma quale avesse il grande Orsin ventura

Da' cavalier, che lo seguiano ei spia;

E risponde il Baglion: sovra le mura

Io lo mirai ne la battaglia ria

Col ferro in man fra le nemiche schiere

Da prima fulminar, poscia cadere.

XLV

Ma tramontando il sol, quando rispinti

Furo i Turchi costretti alfin ritrarsi,

Fattolo ricercar fra i corpi estinti.

Ivi non fu concesso unqua trovarsi

Con occhi gravi e di mestizia vinti,

Udendo Folco, dimostrò turbarsi;

E diceva: al maggior dei nostri amici

Non si daran d'amor gli estremi uffici?

XLVI

A l'ingiurie del vento e de la pioggia

Il nobil busto gitteran quei cani?

E già feansi dal tetto ove s'alloggia

Il piagato baron poco lontani.

Come ivi giunse, immantenente poggia

Folco del ricco albergo a i primi piani,

Ed ivi fassi incontra, ove l'inchina

Con esso Ermosa la leggiadra Egina.

XLVII

Chiede da l'alte donne, ed indi intese

Sovra il dolor da Trasideo sofferto,

Che da molte percosse egli s'offese;

Ma non per tanto, che suo scampo è certo;

Onde con esso lor sen va cortese

A trovare il guerrier di sì gran merto,

E con sembianze di allegrezza asperse

Primier le labbra a favellargli aperse.

XLVIII

E seco s'allegrò, che fosser frali

State l'armi nemiche, onde ei s'afflisse;

Ma che del pregio suo palme immortali

Fama nel mondo tesserìa, gli disse.

Rispose Trasideo: l'ore mortali

Non fu veduto mai ch'altri fuggisse,

E de l'uomo caduco il viver breve

Rendere eterno col valor si deve.

XLIX

Tu su l'ultima età con chiari essempi

Infiammasti a la pugna il desir mio,

E ne la pugna difendeansi i tempi,

I sacri altar, le leggi alme di Dio:

Lascio di dir, ch'io ritoglieva a scempi

Donna sola, per cui viver disio,

Per cui le piaghe numerose e gravi

Che soffersi in pugnar mi son soavi.

L

Or se quinci avverrà, ch'onor men vegna,

È la mercè, che da gli affanni attendo.

Per gloria anelo, e così far m'insegna

Il nome di quel grande, onde discendo.

Quì tacque e teme non dolor sostegna

Folco il guerrier più lungamente udendo;

Però non dà risposta, e s'accommiata,

E fa ritorno a sua magione usata.

LI

Di colà manda l'onorata gente

Seco venuta a ristorarsi alquanto,

Ed ei si disciogliea l'elmo lucente,

E l'aureo brando si togliea da canto.

Ma pure al grande Orsin volge la mente,

E ne le ciglia non ritiene il pianto:

Alfin sul letto a ricercar riposo

Le membra adagia, e tuttavia pensoso.

LII

Nè così tosto nel silenzio avvolto,

Dolce requie d'altrui, sonno l'adombra,

Che del caro campion dal corpo sciolto

Rapidamente gli s'offerse l'ombra;

Rideano i guardi, sfavillava il volto,

E l'alma fronte era d'affanno sgombra:

Le piaghe, onde sgorgò di sangue un fiume

Pareano a rimirar fonte di lume.

LIII

Egli diceva: estremamente ho caro,

Anima grande, che di me ti caglia;

Ma de' miei giorni, ch'a l'occaso andaro,

Nulla, se prezzi il ver, pena t'assaglia:

Le membra ancise da nemico acciaro,

Tolte per man del ciel da la muraglia,

Son date in Roma a la pietà paterna;

E l'alma gode alma letizia eterna.

LIV

Folco, son fosche nebbie i carri altieri,

E già del Tebro i sì famosi allori

Appo quei che ne l'alto a' suoi guerrieri

Il grandissimo Dio comparte onori:

Esperto il dico; i detti miei son veri:

Tu fanne certi de' seguaci i cori,

Perchè, spendendo l'animose vite,

Aggiano per tesor le sue ferite.

LV

Così diceva, e non d'umani accenti,

Tant'era caro, rassembrava il dire.

Indi si scorse fra bei lampi ardenti,

Tornando al ciel, come balen sparire;

Di repentino oblio sparge i tormenti

Folco ascoltando, ed un novel gioire

Par che nel petto afflitto al duol succeda,

E tutta volta era del sonno in preda.

FINE DEL IX CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO IX.

L'argomento in prosa dice così:

«Nel IX. Agitercano Turco si offere di uccidere Ottomano; et Amedeo

non l'accetta. Il Gran Maestro visita Enrico e Trasideo feriti.»

L'episodio di Agitercano avendo principio nel canto VIII. è da vedere

quanto si è detto nelle annotazioni a quel canto.

Il Cav. d'Urfè ha due sole censure pel IX.

Aveva detto il Poeta, che Ottomano, condotto Alemano

«In sulla riva d'un vallon profondo,

Come l'ebbe colà, spinta gli diede

E trabocollo......»

«Il me samble (_parla il Critico_) que quand Ottoman tue Alcmane ce

soit une chose contraire a ce que les grans Turcs ont accoutumé de

faire, parce que leur ordinaire est de le faire faire par autre;

touttefois s'il se peut excuser sur la colere, je m'en remets au

jugement d'autruy, et mesme s'il y a subjet de colere, puisqu'il

estoit blessé et que mesme il dit que le sang couloit encore, et que

Alcmane le dit luy mesme a Ottoman.»

Quanto al fare che Ottomano uccida l'infelice di sua mano propria,

vero è che i gran Signori de' Turchi si servono in cotali uccisioni

del braccio altrui; ma quì trattavasi di materia gelosa, e in ispecie

nell'Oriente, ed in un secolo non ancora guasto dalla mollezza; e però

il far trucidare Alemano alla scoperta, sarebbe stato come un far

pubblica l'onta di una fiamma disonesta.

L'altra parte della censura, ingenuamente dichiaro ch'io non

l'intendo. Può essere che il Chiabrera mutasse alcuna cosa nel dare

alle stampe il poema; e da ciò verrebbe l'oscurità della critica fatta

sul manuscritto. Più chiara è questa che segue.

«En ce chant on ne voit presque rien que des songes et des apparitions

d'esprits, et des discours des démons entre-eux qui sont du tout trop

ordinaires, comme V. A. a bien remarqué.»

Questo difetto tolse il Poeta riducendo l'Amedeida a soli dieci canti;

e ordinando che fosse pubblicata lui morto. Ma su questo poema convien

leggere le lettere del Chiabrera a Bernardo Castello, che si stampano

dal sig. Ponthenier; essendo in esse la storia minutissima

dell'Amedeida.

Amedeide: Poema eroico · 第 8 / 22 章