ARGOMENTO.
_In ruinosa fuga il piè rivolve
L'oste infedel: grida Bostange invano.
Ma l'empia Furia che trovar risolve
Scampo a salvar l'esercito ottomano,
In un momento d'ombra oscura involve
L'aria serena, e tutto abbuja il piano.
Ne va Folco a incontrar il sommo Duce,
E dentro la città seco il conduce._
I
In sì torbido tempo indomito erra
Bostange, e, pien d'ardir le membra antiche,
Garrisce i suoi, che ne la dubbia guerra
Non osano aspettar l'armi nemiche:
Tornate in Asia, e da la patria terra
Quì mandate a soffrir vostre fatiche
Stuolo di donne, o cavalier codardi,
Ch'elle più forte avventeranno i dardi.
II
Così ne i vinti cor va rinforzando
L'ardir caduto, e con terribil guardo
Vibra dintorno trascorrendo il brando,
Saldo sul fianco, e sovra i piè non tardo;
Errando scerne, che gittava Urgando
Del già feroce Alete il gran stendardo,
E che per l'orme de l'ignobil via
Appresso il vile alfier lo stuol sen gìa.
III
Sozzo infamato, egli dal cor profondo
Grida ver lui, che lo stendardo abbatte,
Così si lascia ogni virtute al fondo?
Uomo in grado d'onor così combatte?
Che pera il giorno, che nascesti al mondo,
E la ria madre, che ti diede il latte.
E tanto di furor gridando ei s'empie
Che con l'elso a l'alfier batte le tempie.
IV
Nè meno a gli altri incontra aspro si sdegna;
Ma dice: il brando ha da recarvi aìta:
Fuggite in van; cotesta fuga indegna
Con esso un palo vi torrà di vita.
Ma non per tanto rinfrancar s'ingegna
La turba indarno; ella sen va smarrita,
Nè prego ascolta, nè conforto aspetta;
E pur Bostange intorno i passi affretta.
V
Errando avviensi, ove del duol sofferto
Fatto avea 'l fiero Oronte in sè ritorno,
Ed a l'aure serene il guardo aperto
Il rivolgea pien di vergogna e scorno.
Da lunge il Duce di sua vista incerto,
S'appressa ove il guerrier facea soggiorno,
E quando in ravvisarlo errar non puote,
Apre il varco del petto a cotai note:
VI
Oronte, guerreggiando unqua mirasti
Sembiante assalto? ove virtù mortale
Sembra, che 'n campo contrastar non basti,
E contra l'armi d'un guerrier sia frale?
Ma dimmi, come ne l'assalto entrasti?
Come nullo altro in su l'arcione assale
Con forte destra gli avversarj teco?
E la tua piaga alcun periglio ha seco?
VII
Sì Bostange dicea. L'altro solleva
Dal polveroso suolo, ove è disteso,
Il fianco infermo, e con la man stringeva
Il sangue, che venìa dal fianco offeso.
Risponde poi: mentre a fuggir prendeva
La turba quì, n'ebbe il tumulto inteso
Il signor nostro; e de le genti ancise
Ch'io ricercassi la cagion, commise.
VIII
Onde io quì venni: ed, o Bostange, oh quanto
Per noi raccolgo suscitarsi affanno!
Come estinto rimansi il nostro vanto!
In fumo i nostri onor come sen vanno!
Giorno eterno di duol, giorno di pianto,
Giorno dove il morir fia 'l minor danno;
E tu pur chiedi, se mia piaga è forte?
Avessemi ella già condotto a morte.
IX
Quivi lo sguardo nel guerrier rivolto
Spinse dietro le voci alto sospiro;
E Bostange si diè con saldo volto
A di lui consolar l'aspro martiro:
Quale hai dal fianco sospirar disciolto?
E dal tuo mesto cor quai note usciro?
Uomo, ch'imbianca guerreggiando il crine,
Non sa che de gli assalti è dubbio il fine?
X
Rimembra, Oronte, ed indivina a pieno
Per le passate le stagion future:
Pria ch'Asia d'Ottoman soffrisse il freno
Quante ore volser sanguinose e dure?
Così di Rodi n'avverrà non meno:
Oggi d'un lampeggiar vane paure
Empiono a queste turbe il cor di ghiaccio,
Dimane avranno invitto il petto e 'l braccio.
XI
Tu le piaghe a saldar, come è dovuto,
Ritorna, e del morir lascia il pensiero;
Pensa a l'acquisto del vigor perduto
Per farti poi de la vittoria altiero.
E già de gli scudier col pronto aiuto
In sella il fa salir del buon destriero;
Poi dolce l'accommiata, e 'n varia parte
La fuga affrena de le genti sparte.
XII
Ma sprona Oronte, e, studïando il passo,
Del campo afflitto immantenente è fuora,
E colà torna infievolito e lasso
Ove il suo re tra' cavalier dimora;
Fattosi da vicin col capo basso,
Poi ch'è disceso dal destrier, l'onora;
E mentre egli la lingua a dir sciogliea,
Dal fianco il sangue tuttavia scendea.
XIII
Signor, posto in oblìo l'antico onore,
Langue il tuo campo da temenza oppresso;
E di quello AMEDEO l'opprime orrore
Per solo scampo a' Rodïan concesso;
Ma non de' duci tuoi langue il valore:
Dirà di lor virtù, lor sangue istesso,
Mal grado de' cristian, nel caso avverso,
Ciò che dice di me, questo ch'io verso.
XIV
Tace, e con occhi di furor turbati
Stassi Ottoman a riguardarlo alquanto;
E via più sempre da gli stuol fugati
Cresceva il grido ed il tumulto intanto.
Sentelo il Turco, e con sembianti irati
Volto a i Baran, c'ha reverenti a canto,
Armi chiedea. Ma ne le furie accensa
Aletto sovra lui forte ripensa.
XV
Poi batte l'ali, e de gli aerei regni
Va tra gli umidi campi in un momento,
Là dove rei demon tra rei disdegni
Errano intenti ne l'altrui tormento;
Però che 'l dì, che de gli spirti indegni
Si vendicò nel ciel l'empio ardimento,
E da l'eccelso olimpo ebbono bando,
Per varie parti fur dispersi errando.
XVI
Verrà stagion, che l'universo intenda
Terribil tromba di giudicj estremi
Nel ciel sonarsi, e quindi ogni alma attenda
Per sè miserie sempiterne, o premi:
Allor sotterra ne la fiamma orrenda,
Allor nel fondo de gli orror supremi
Rinchiuderansi fulminati, allora
Faran nel centro, e senza fin, dimora.
XVII
In tanto ognun per mille vie procura
Che 'n ogni alma il peccar cresca diletto.
Ora a quegli empi, che per l'aria oscura
Han loro albergo, favellava Aletto:
Già sprezzar l'armi, abbandonar le mura
Era poc'anzi il Rodïan costretto;
Già nulla di suo scampo avea speranza:
Cotanto io crebbi ad Ottoman possanza.
XVIII
Quando AMEDEO fin da l'Italia corse
E scese in Rodi ad arrecar salute,
Ove gli amici così fier soccorse,
Che son le glorie d'Ottoman perdute.
Chi sia costui, ch'a noi contrario sorse,
Qual ne la destra sua splenda virtute,
Io nol dirò: del Vatican devoto,
A grande onta di noi, pur troppo è noto.
XIX
O de l'orride nubi, o de' sonori
Turbini al mondo eccitator famosi,
Densate nebbie, e con più cupi orrori
Gli almi raggi del sol volgami ascosi:
Se 'n terra ad AMEDEO gli aspri furori
Destra non è, che d'interromper osi,
Voi sì misero giorno omai spegnete,
Onde il campo de' Turchi aggia quiete.
XX
Fiera fremendo a questi detti a pena
Ella il fin pose, che l'orribil stuolo,
Come sua furia scelerata il mena,
Su gli spazj di Rodi affretta il volo.
Ed ecco perturbar l'aria serena,
Ecco tempesta minacciarsi al suolo,
Ed in un punto abominevol ombra
Il cielo afflitto oscuramente ingombra.
XXI
Quanti torbidi nembi austro governa
L'odiosa squadra in su quei campi aduna;
Stende uggia folta; e d'atra nebbia inferna
Abbuia l'aura, e più che pece imbruna;
S'annotta sì, che de la fiamma eterna
De l'aureo sol luce non splende alcuna
Per l'orror tetro; indi si finge Aletto
Le membra e l'armi e d'Ebräin l'aspetto.
XXII
E dove ardente il corridore ei sprona,
Ottoman giunge, e, serenando il ciglio,
Parla: Febo de' tuoi l'armi abbandona;
Or di riposo è via miglior consiglio;
Diman le trombe a novo assalto suona,
Come il dì sorga in sul mattin vermiglio;
Allor mia destra in guerreggiar fia teco.
Sparve ciò detto, e va per l'aer cieco.
XXIII
A l'ammonir del tenebroso nume
Placasi il Turco, e, raggirando il freno,
Impon il suon, c'ha di raccor costume,
E fra le tende aspetta il dì sereno.
Ma, poi ch'a l'armi sue vien manco il lume,
Da la pugna AMEDEO cessa non meno,
E per mezzo il dolor, ch'alto s'udìa
De' Turchi oppressi a la città s'invìa.
XXIV
Subito allor su le percosse mura
L'Angel di Rodi protettor discende,
E del greco Argilan presa figura,
Col vecchio Folco a favellare ei prende:
Ecco che sorta omai la notte oscura
Rodi pur con le tenebre difende,
E chiamano le trombe saracine
I fieri Turchi a riposarsi al fine.
XXV
Nè men l'alto AMEDEO, che 'n sì brev'ora
Ha percossa de' Tartari la spene,
Da l'armi cessa, e fino a nova aurora
Per teco starsi a la città sen viene.
Tu movi incontra e riverente onora
La fortissima destra, a cui s'attiene
Nostra salute. E così detto sparve,
E del ciel messo, disparendo, apparve.
XXVI
Udito il messaggier nulla altro aspetta
Folco, nè sente quel parlare in vano:
Ma de' gran duci suoi schiera diletta
Seco s'aggiunge, il buon Velasco ispano,
Il Baglione, il Brisacco; indi s'affretta
Il rege invitto ad incontrar sul piano:
Come fu da vicin, le guardie apriro
La ferrea porta; e quei gran duci usciro.
XXVII
Ma fuor de la città corto cammino
Segnaro d'orma le robuste piante,
Che quasi su l'uscir fatto vicino
Lo splendor de l'Italia ebber davante:
Ei sotto l'elmo dell'acciar divino
Sfavillava in magnanimo sembiante,
E con le membra del rio sangue asperse
Nobile vista e sovra umana offerse.
XXVIII
La destra porge caramente, e poi
L'inchina: e dice il Rodïano appresso:
Inclito sangue de' più forti eroi,
Per nostro scampo a noi dal Ciel concesso,
Se, pugnando Ottoman, da' furor suoi
Doveva in guerra rimanermi oppresso,
Io per far scherno a la miseria rea
Qual miglior destra unqua invocar potea?
XXIX
Certo a l'orecchie altrui chiara memoria
Nel mondo fia, ch'a noi porgendo aita,
Rompesse d'Ottoman tanta vittoria,
E s'affannasse così nobil vita.
Così diss'egli. Ed AMEDEO: la gloria,
S'a me pur ne verrà, verrà gradita,
Poscia che per decreto io m'affatico
Del Cielo, a scampo di cotanto amico.
XXX
Sì brevemente al Rodïan risponde;
Poi rinova, d'amor la fronte adorno,
Accoglienze dolcissime, gioconde;
Ed indi fanno a la città ritorno.
In tanto il suo venir fama diffonde
Con spesse voci; ed a le porte intorno
Già per tutto si spande il popol folto,
Di veder vago il gran guerriero in volto.
XXXI
Gioioso incontro; qual veggiam, se il lume
Rimena il sol de la fiorita estate,
Che di volar gioconde han per costume
Presso de l'aureo re l'api dorate;
Con lui ne i campi erbosi, o lungo il fiume,
O vanno intorno da le cere amate;
Tal vanno i Rodïan, dove a grande agio
Posi AMEDEO dentro il real palagio.
XXXII
Entrano presso l'immortal campione
I sommi duci in quel sovran soggiorno,
Che di trofei, di spoglie e di corone
È la gran corte e le gran scale adorno;
Là su giunto AMEDEO l'armi depone
In chiusa stanza, ed a lui poscia intorno
Sono i guerrieri; e de' guerrieri il duce
In ampia sala con sua man l'adduce.
XXXIII
Ivi il cibaro; ove la voglia accesa
De' cibi è spenta, il Rodïan ragiona:
Non perchè picciol regno a sua difesa
Ponga in sudor la tua gentil persona,
Fia che di ciò, come di vile impresa,
A te deggia venir vile corona,
E deggia il mondo e la cristiana fede
A l'altiera tua man scarsa mercede.
XXXIV
Chè noi quì posti a militar per questa
Isola angusta, e custodir suoi liti,
Fatti siam, come sponda a la tempesta
Che possa uscir da faretrati sciti;
I quai non più ladron per la foresta
Predano biade, o peregrin smarriti;
Ma seguendo Ottoman, che 'n loro regna,
Alzano al ciel non vilipesa insegna.
XXXV
Ei, poste a fren le regïon bitine
Tra ferro e fiamma, in che pugnò primiero,
Allargò dentro l'Asia il suo confine,
Noi minacciando di superbo impero:
Or con mille nocchier l'onde marine
Ingombra, e verso noi prende il sentiero;
Perchè, Rodi abbattuta, una battaglia
Il varco gli apra, onde l'Europa assaglia.
XXXVI
E noi quì lunge ad ogni aita, e stretti
Per dura fame in sì guardati mari,
A Dio sacriamo sanguinosi i petti,
Stancando l'aste ed i nemici acciari;
Ma tu, ch'a nostro scampo il corso affretti,
Chi ti conduce? e di qual parte appari?
Come fra le nostre arme oggi ti trovi?
Senza scorta di noi certo non movi?
XXXVII
Gli risponde AMEDEO: per l'Occidente
Erano a pena i vostri affanni intesi;
Quando la tomba del gran Dio vivente
Peregrinando a visitare io presi.
Sciolsi, e per entro il mar l'onda fremente
Mi fu seconda, e gli aquilon cortesi,
Fin che nei campi dell'Egeo pervenni;
Quivi d'alte procelle ira sostenni.
XXXVIII
Tre giorni in mezzo a le tempeste oscure
Corsi là dove il turbine mi mena.
A Sciro ruppi finalmente; e pure
Giunsi notando in su l'asciutta arena:
Quivi tra scogli e tra foreste oscure
Trassi più giorni solitario in pena.
Mossi indi al fin: ma ch'a trovarvi io vegna
Dal ciel disceso messaggier m'insegna.
XXXIX
Tacque; ed incontra le sue nobil voci
Folco dicea: dunque da noi lontano
Vada ogni tema; i turbini veloci
La sommergano in fondo a l'oceàno.
Tu struggerai gli eserciti feroci
Invitto, altier; fia di tua nobil mano
Ottoman servo: or ne i silenzj ombrosi
De l'alma notte il tuo valor riposi.
XL
Sì disse; e'n questa appar Lancastro inglese,
Al cui valor la rodïana porta
Commessa fu per le guerriere imprese;
Ed egli ad un guerrier faceva scorta.
Il guerrier su le giubbe al piè distese
Lega con cinto d'or spada ritorta,
E volge intorno al crin candida tela,
Ed il sovran de le due labbra impela.
XLI
Ne l'aspetto di lui splende beltate,
Ed era il viver suo lunge non molto
Da' dieci lustri; e pur la lunga etate
Con poche rughe gli solcava il volto.
Ora a i Baron, che ne le sedi aurate
Riposavano a mensa, ei fu rivolto;
E chino ambe le man sul sen si pose;
E 'n questi detti i suoi pensieri espose:
XLII
Il così fatto arnese, onde m'adorno,
E più l'uscir da l'ottomane tende,
Ove palesemente io fo soggiorno,
Che Turco io sia testimonianza rende:
Ma non debbo tacere in questo giorno,
Che da' cristian l'origin mia discende,
A ciò che più lontan d'ogni sospetto
V'entri nel cor ciò, che da me fia detto.
XLIII
Or voi dell'ascoltar fatemi degno,
Nè v'incresca raccor quanto ragiono,
Securi a pien che io mi conduco e vegno
De lo scampo di Rodi a farvi dono.
Ch'ei dovesse parlar fecero segno
Ambo quei grandi: ed ei soggiunse: io sono
In fra ciascun, che de la grazia altiero
Sen vada d'Ottoman, forse il primiero.
XLIV
Strano ad udir; ma le terrene genti
Hanno di vita lagrimosa, o lieta
Specchi a vicenda, onde a le umane menti
Nulla temer, nulla sperar si vieta.
Ora io deggio narrar, che miei parenti
D'Italia usciro, e dimoraro in Creta:
Quì dal grembo materno a la stess'ora
Con un altro fratel men venni fuora.
XLV
Nove anni a pena in ciel Febo rivolse,
Ch'andò la genitrice a l'ore estreme;
Quinci di Creta il genitor si tolse,
Perch'ebbe in Cipro d'avanzarsi speme:
Dunque su legno, che primier disciolse
Fidò se stesso, e noi suoi figli insieme,
E non grande tesor: solcammo i mari,
E fummo colti da' ladron corsari.
XLVI
Vennesi a l'arme, e con terribil core
Travagliossi ciascun per sua salute:
Ma, contrastando a barbaro furore,
Non ebber peregrin pari virtute:
Tratti furo i robusti a l'ultime ore,
Nostre persone al ferro, indi vendute
Ad un turco baron, nei cui servigi
Molto sudammo ne i paesi frigi.
XLVII
II mio fratel, cui la città straniera
Cangiò suo nome, ed appellollo Alcmano,
Si dilettò fin da l'età primiera
Di schermire da' morbi il corpo umano:
Erba non era in giogo alpin, non era
Suco salubre in solitario piano,
Nè pregiate acque di riposto fonte,
Ch'a l'industria di lui non fosser conte.
XLVIII
Lunga stagione in questi studj spese;
Poscia a' popoli infermi egli sovvenne;
Glorïoso si fe'; d'ogni paese
Il suo bel nome a la notizia venne.
E l'istesso Ottoman, come l'intese,
A se chiamollo, ed in gran pregio il tenne,
E quale avesse in lui dimostrò fede;
Che de la vita sua cura gli diede.
XLIX
Sì caro al gran signor pormi in oblìo
Fraterna carità non gli sofferse;
Ma volto ad innalzar lo stato mio
A la grazia real strada m'aperse.
Colto opportuno tempo al suo disìo
Dunque me servo ad Ottomano offerse,
E sì degno mi fe', che notte e giorno
A la persona sua dimoro intorno.
L
Posso a mia voglia entrar le regie tende,
Nè, s'altri il divietasse, il passo arresto:
Quando il re vegghia; e s'ei riposo prende,
Non meno il servo, e le sue membra io vesto:
Disiderio d'onor sì non m'accende
Ch'io menta; quanto parlo è manifesto:
Pregio di ventate apprezzo ed amo:
Son noto a tutti; Agitercan mi chiamo.
LI
E non per tanto, s'appo voi sicuro
Fia mio soggiorno, e, se miei merti avranno
Appo voi grazia, io fo promessa, e giuro
Che segherò la gola al fìer tiranno.
Così fatto parlar sembrò ben duro
A' Rodïan poi che sentito l'hanno;
E co' sembianti lor segno ne fero;
Onde soggiunse il cavalier straniero:
LII
Atto stimate d'ascoltarsi indegno
Questa vendetta, che di far prometto,
E forse incontra me d'aspro disdegno
E di repentino odio empiete il petto:
Ma quando il torto, che sì fier sostegno
Da l'iniquo Ottoman, per me fia detto,
Forse in voi cesserà la meraviglia.
Quì tace alquanto, e poscia a dire ei piglia.
FINE DEL CANTO VIII.
ANNOTAZIONI
AL CANTO VIII.
Argomento del Poeta: «Nel VIII (_sic_) Aletto addensa l'aria in modo,
che si cessa dal combattere: Amedeo entra nella città.»
Nella st. 14 dice il Chiabrera:
Sentelo il Turco, e con sembianti irati
Volto a i Baron c'ha reverenti a canto ec.
E il cav. d'Urfe' nota: «je ne say commant il puisse attribuer ce nom
aux Turcs, qui n'ont point non seulement de ces titres de marquis
contes ny barons, mais qui n'ont pas mesme celuy de noblesse.» Ha
ragione il critico, ove il vocabolo _barone_ si voglia intendere nel
senso feudale dell'occidente; ma le parole pigliano assai volte un
senso più largo che non avevano a principio: così _Marchese_
propriamente significava Governatore civile e militare di una vasta
provincia su i confini d'un grande impero: _Conte_ voleva dire
Governatore d'una città e provincia; ed ora sono puramente titoli
d'onore. Ed anche si potrebbe dimostrare storicamente, che i
Maomettani, se non hanno de' _Baroni_, hanno però de' feudatarj, che
possono in nostra favella meritare quel titolo. Ma non occorre dir
altro su questo proposito, sapendosi che _Barone_ ne' poemi italiani
significa un capitano di alto grado nell'esercito.
Comincia alla stanza 40 un episodio; intorno al quale furono proposte
alcune opposizioni. Ad una porta di Rodi, della quale aveva la guardia
Lancastro inglese, si presenta Agitercano; che, avendo ricevuta una
grave ingiuria da Ottomano, viene ad offerirsi a' Cristiani,
promettendo di uccidere il Signore de' Turchi. Lancastro introduce
Agitercano, e lo presenta a Folco Gran Mastro di Rodi. Parve al Duca
di Savoja, udendo leggere il poema, che Lancastro avesse trasgredito
le regole della guerra, introducendo nella città, in tempo
dell'oppugnazione, un incognito che veniva dal campo nemico,
senz'averne prima ottenuta facoltà dal capitano supremo. Il cav.
d'Urfé trova ragionevole, ed a buon dritto, l'osservazione del Duca;
ed aggiunge che il Poeta «devoit avoir fait faire a ce Turc quelque
chose en vengeance de l'offance de la quelle il se plaignoit,» E
veramente non facendo più nulla questo Agitercano, l'episodio non è
collegato col poema; e senz'avere la bellezza di quello di Olindo e
Sofronia del Tasso, ne ha il principale difetto. Un episodio che si
può stralciare senza che il poema ne riceva danno, è contrario alle
leggi della poesia.
Ma l'Urfé propone un'altra censura, che risguarda alla moralità; ed è
questa, che il Poeta doveva trovare l'incontro di mostrarci punito
Agitercano del suo tradimento «pour montrer que Dieu punit toujours
les traistres, et mesmes ceux qui pour quelque occasion qui ce soit
veulent attanter a la vie de leur prince souvrain.»--Perciocchè,
seguita a dire il critico, debbe il poeta sopra ogni cosa studiarsi
ognora di proporre degli esempj di rimunerazione e di castigamento
delle virtù e de' vizj, per allettare a quelle, e da questi
allontanare i leggitori.» Sentenza degna di cavaliere cristiano!
Com'ebbe Agitercano palesato il disegno di uccidere Ottomano, veggendo
Amedeo che il Gran Mastro non faceva risposta, così prese a dire al
traditore (canto IX 32):
«... Guerrier, le tue ragioni intendo;
L'opra del Re fu scellerata e rea:
Il tuo disegno io volentier commendo;
Ma non vo' che di pregio e che di gloria
Si scemi con tua man nostra vittoria.»
La qual risposta parve al cav. d'Urfé _une chose un peu estrange_: «Il
me semble qu'une telle action ne devoit point estre avouee pour bonne
par un si grand Prince.»
Nell'Amedeide minore non si legge parola di quest'episodio di
Agitercano.