Nuove contradizioni.
Non gli sovvenendo partito migliore, Paolo alla stracca continuava i
colloquii notturni con la Violante, la quale ogni sera se ne pentiva,
ogni sera prometteva di non peccar mai più, ed ogni sera spasimava
rinnovare il dolce peccato: anzi, quanto più Paolo si uggisce, ella si
accalora, e sovente lo rimorchia co' motti pel suo tardo comparire, e
per le sollecite partenze, ed egli o non si scusa, o se ne scusa appena,
onde la donna chiama come per soccorso la consueta superbia, ma questa
male risponde, e ad ogni istante più pigra; così il piagato a morte, pel
sangue che suo malgrado gli sfugge, sente di momento in momento farglisi
grave il braccio. Voi fanciulle, che leggete, state in cervello che,
come vedete, appena nato si fa gigante Amore.
Per la festa di San Valente, secondo il costume della casa nobilissima
Ayerba di Arragona, si celebrò messa solenne nella cappella del palazzo,
e s'imbandirono mense; tenne dietro il festino dove alternaronsi balli,
colloquii e preziosi rinfreschi. La Violante, comecchè presuntuosissima
essendo, si reputasse nella danza uguale a Tersicore, o giù di lì, pure
capiva, che in fatto di dottrina poi e di facondia:
Potea dar trenta, e la caccia sul piede:
quindi con l'arte arguta, in cui le donne valgono la mano di Dio,
raccolse intorno al luogo dove sedeva il padre suo le dame, i cavalieri
e i magistrati più illustri, i quali di breve presero a favellare sopra
argomenti a quei tempi delizia delle Corti, ed oggi capaci di far
dormire ritti qualunque gli ascoltasse. Dopo avere parlato degli uffici
del perfetto gentiluomo, e degli altri troppo più meritorii della
gentildonna, non so nemmeno io come di punto in bianco venissero in
ballo i due Bruti, Giunio e Marco; e la quistione cadde intorno al
giudizio, che si aveva a profferire sul primo quando ammazzò i
figliuoli, e sul secondo quando partecipava alla strage del padre. -- Il
marchese Valente sentenziava:
-- Io aprirò schietto l'animo mio; quantunque comprenda ottimamente come
ciò non possa accadere senza mettere a repentaglio la mia reputazione:
ora il mio intelletto arriva a capire, che uomini senza religione, che
tali furono i gentili tutti perchè non battezzati, possano levare a
cielo Giunio Bruto per avere messo a morte i figliuoli, ma non so darmi
pace, che lo levino a cielo scrittori cattolici, sudditi di S. M.; e per
di più gentiluomini.
-- Anzi, notava Don Emanuele della Scalera presidente della regia camera
della Summaria, nè anco Plutarco, a mio parere, va immune da biasimo,
imperciocchè egli vivesse ai tempi dello imperatore Domiziano, e siccome
bisogna distinguere tra i gentili prima la venuta di Gesù Cristo
redentore, e i gentili che vennero dopo, così per questi non vi ha
salute, non potendo allegare ignoranza. Il sole era già comparso, e se
tennero ostinati gli occhi chiusi alla luce, peggio per loro.
-- Certo, soggiunse il marchese Valente, verranno tempi in cui la gente
rimarrà sbigottita a considerare come ai giorni nostri così durasse
pervertito il giudizio, che Giunio Bruto si tenesse in conto di eroe, i
figliuoli di colpevoli, mentre è chiaro che costui si fece ribelle, ed i
figliuoli da perfetti gentiluomini serbassero fede al legittimo loro
sovrano.
-- Con inestimabile tenerezza io lessi già in Plinio, osservò Don
Giovanni Cespedes cappellano maggiore della cappella regia, e non senza
commozione rammento, che il giorno della morte del re Pirro i capi delle
vittime furono visti leccare il proprio sangue su le bipenni, che gli
avevano recisi in testimonianza dell'ossequio dovuto alla regia
autorità.
-- Già, riprese il vice-cancelliere del Collegio dei Dottori Alfonso
Crivella, questo si legge nel medesimo libro, dove Plinio ci fa sapere,
che le leggi delle dodici Tavole vietavano alle donne di radersi la
barba.
-- Riesce doloroso a pensare, così metteva il becco in molle la Violante,
che i bovi e i montoni sentano maggiore rispetto alla autorità regia
degli uomini. Quando prima andrò a Roma io intendo commettere la
incisione del capo della vittima lambente la scure che gliel'ha reciso,
sulla corniola, e vo' portarla sempre in dito per ricordo del rispetto
che ogni leale gentiluomo ha da professare verso il suo signore e
padrone.
-- Nobiltà obbliga, favellò il Cespedes, però non si deve razionalmente
mettere in dubbio, che ella non sappia compire il suo debito, senza
esempio o conforti; lodo nondimanco il pensiero, avvertendo, però, per
tutti noi, massime per voi signora, essere le precauzioni inutili.
-- Magari, che come per voi fosse per altri, continuò la Violante; ma io
mi ricordo la sentenza di Sua Maestà Ferdinando il cattolico, il quale
sovente andava ammonendo come, per giudicare del vino, non bastasse
informarci donde veniva, bensì sapere eziandio se nello sciaguattare
avesse dato la volta. Guardimi Dio di turbare la pace delle ossa del
signor Contestabile di Borbone che adesso riposano in Gaeta, ma s'ei
camminasse sempre diritto nella via della perfetta nobiltà vel dica il
buon marchese di Villena, il quale, dopochè lo ebbe albergato per
obbedienza allo imperatore Carlo V di gloriosa memoria, appiccò il fuoco
al palazzo. Difatti la stanza di un ribelle al suo Re non poteva più
accogliere un idalgo spagnuolo. Concludiamo dunque: Giunio Bruto si deve
bandire ribelle e parricida, all'opposto se i figliuoli avessero
ammazzato lui, gli saluteremmo oggi eroi della lealtà, e come santi li
venereremmo sopra gli altari.
-- Mia signora figliuola, _est modus in rebus_, voi mi parete un zinzino
abbrivata.
-- Guai ai tepidi, che trovano troppo l'ossequio per l'autorità!
Esclamava il regio cappellano Cespedes levando il dito, e poi
ripigliava: giovami fare avvertire in questo punto, che i capi delle
vittime, bovi fossero o vitelle, leccando il sangue sopra la bipenne
sacerdotale attestassero piuttosto devozione al sacerdozio, che alla
monarchia, però concedo, che subito dopo Dio viene il re.
-- Ma la chiave della volta, prosegue la Violante, sta nel conservare
illibata la chiarezza del sangue; dalla quale cosa come retta sequela ne
deriva quest'altra, che dove restasse bene dimostrato, che Giulio Cesare
contaminasse i natali di Marco Bruto in grazia dello illecito commercio
con la madre di lui, bene e dirittamente questi avrebbe vendicato
l'oltraggio fatto al sangue trafiggendogli il cuore....
-- _Est modus in rebus_, signora figliuola, interruppe spaventato il
marchese di Ayerba.
-- _Sano modo; sano modo_; non potè astenersi di replicare a precipizio
il cappellano regio Don Giovanni Cespedes.
-- No, illustrissimo signor padre, no, reverendo Don Giovanni, l'altra
invasata continuava, non bisogna pigliare il male per medicina; fuoco e
ferro ci vogliono contro le ree passioni, e i turpi fatti del secolo, ed
anco non bastano; se san Domenico, se fra Gaspero Juglar, e il canonico
Pedro Arbues di Epila non erano, a quest'ora i nobili reami di Castiglia
e di Arragona rimarrebbero deturpati da giudei, da saraceni e da
marrani.
-- Per me, anco a costo di offendere la modestia della nobilissima
signora Violante, saltò su a dire il vecchio principe della Riccia, il
quale mirava gratificarsi la ricca erede per farla sposa del suo
primogenito conte di Montoro, dichiaro espresso, che, quando ella parla,
mi sembra proprio di leggere un capitolo dell'Apocalisse.
Il Cespedes, cui parve soverchia la dose, si affrettò di riprendere: --
lasciamo l'ispirato evangelista di Patmo, ma egli è certo, che le
sentenze della signora Violante valgono tanto oro di coppella. --
Udito ciò, immaginate voi, se la prosunzione della donna ruppe gli
argini, onde proseguiva a sfringuellare.
-- Dopo il re hassi a reverire la nobiltà, e procurare di conservarla
diligentemente inalterata; queste le colonne su le quali tutto l'UMANO
consorzio si appoggia; le macchie fatte alla nobiltà sono di quelle che
tutte le acque dell'oceano non lavano. Per mio avviso, come il corpo del
poeta fiorentino Dante Alighieri fu condannato al fuoco, meriterebbe
essere arso il suo libro se non lo salvasse la estimazione nella quale
teneva la nobiltà, e lo abbominio lodevolissimo di vederla alterata; di
fatto egli da pari suo ammonisce così:
Sempre la confusion delle persone
Principio fu del mal della cittade
Siccome il cibo al corpo a cui si appone.
Dio ha creato i nobili, ed ha creato i plebei, ora è chiaro come
confonderli insieme sia contradire alla natura, anzi peggio, un
rinnegare Dio.
-- E non fa punto impressione a vostra signoria, interrogò con sottile
sogghigno il vicecancelliere Crivella, che Gesù Cristo nostro Redentore,
potendo scegliersi a padre il più glorioso uomo della terra, si
pigliasse un falegname?
-- Possibile mai, rimbeccava la Violante, che una cima di letterato come
don Alfonso abbia messo nel dimenticatoio, che Maria madre di Gesù
scendeva in linea diritta dal re David, e per padre egli avesse
nientemeno che lo Spirito Santo?... Vorrei un po', che mi si dicesse
dallo illustrissimo signor Don Alfonso, se può darsi nobiltà più sublime
di questa.
-- Disgraziato me! Il cervello davvero mi viaggiava pel paese dei
Digesti, riprese beffardo il vicecancelliere.
-- E poi chi sa che in Giudea a cotesti tempi, falegname non fosse titolo
di nobiltà....
-- Veramente questo....
-- Voglio dire al modo ordinato in Tartaria da Tamerlano, che volle le
grandi dignità della Corte portassero sul berrettone le insegne delle
arti esercitate dai loro antenati, onde chi mostrava un mestolo, chi una
vanga, tal altro un martello, ovvero una cazzuola.
-- Tuttavolta, insisteva il perfidioso Crivella, rimarrebbe fermo che
qualcheduno dei suoi maggiori fosse artigiano.
-- Qualcheduno di sicuro, osservò il marchese Valente: Messere Domineddio
dichiarò espresso a nostro padre Adamo: tu _lavorerai_ e ad Eva nostra
madre....
-- Certo le sacre carte non possono mentire, interruppe Violante, e
nondimanco, se io avessi a giudicarne, opinerei, che la condanna del
Signore contro Adamo rassomigliasse a quella, che il re talora pronunzia
contro un gentiluomo, la quale non si conduce mica all'atto, bensì pago
della mortificazione o gliela muta in altra non obbrobriosa, o gli fa
grazia intera. Forse anco, chi sa? può avergli concesso dopo un po' di
tempo di condurre a opera gli angioli. --
Le strampalate e le sublimi cose questo possiedono comune fra loro, che
entrambe percotendo altamente il pensiero, ne sospendono per un attimo
la facoltà per irrompere poi a irridere senza fine le prime, e levare a
cielo le seconde; così appunto avvenne alla donna nostra, la quale,
fingendosi che l'ammirazione avesse costretto al silenzio la lode,
quinci si ritrasse radiante come sazia di palme, e passando dinanzi a
Paolo che se ne stava torbido in disparte, gli vibrò uno sguardo da
abbarbagliarlo, senonchè egli si stette sempre aggrondato, ed ella così
di sbieco lo interrogò:
-- Perchè sì mesto il signor Duca stasera?
Paolo, scotendo il capo come chi volesse gittare lontano un pensiero
molesto, rispose:
-- Mia signora, se avete comandi a darmi io parto domani per Roma....
Se ci fosse il prisma per iscomporre gli affetti compresi nelle parole
come ce ne ha uno per distinguere i colori nella luce, non sette, ma
settanta ci sarebbe occorso di notare passioni in ciò che proruppe fuori
dalle labbra della Violante; dava la pinta il sospetto, avvampava l'ira,
l'amore alternavasi, e la gelosia, con supremo sforzo contendeva la
superbia, ma la piena ruppe, ed ella non potè trattenersi da dire:
-- Sarebbe fellonia di cavaliere villano, nè voi la commetterete; tra
un'ora vi attendo. --
Paolo di corto prese commiato, e quantunque omai vivesse privo di
speranza di arrivare al fine dei suoi disegni sopra la Violante,
tuttavia avendo di lunga mano ammanito ogni suo arnese, in breve l'ebbe
rimesso in punto. Non prevenne l'ora per non parere premuroso, nè si
fece attendere per non mostrare dispregio; arrivò preciso, e tocche
appena le corde della chitarra, la imposta della finestra prese a
stridere su i cardini. La luna nella sua pienezza schiariva tutto il
palazzo del marchese Ayerba, e parte della strada; l'altro lato stava
sepolto nelle tenebre; però colà dove raggiava la luna un amante avrebbe
potuto leggere la lettera della sua innamorata per quanto lunga ella
fosse, e il carattere fitto; tutto altro però, fuorchè lo amante,
avrebbe insaccato la lettera per leggersela a grande agio a casa.
Illuminata dalla luce della luna compariva intera la maestosa persona
della Violante, la quale, o per disegno, o impedita dal turbamento,
venne vestita delle vesti sfarzose onde fu ammirata dagli uomini, ed
invidiata dalle donne al festino; appena ella scorse Paolo, con voce
tremula gli favellò:
-- Signor Duca... Paolo... a sorte vi avrebbe tocco qualche sventura
domestica? Per caso la madre, od altro caro vostro si trova in pericolo?
ditemelo... non me lo celate... voi sapete come e quanto dei vostri
dolori io mi appassioni. --
E queste furono le parole più tenere che le volarono dai labbri dopo che
la sua fortuna le aveva messo davanti il cavaliere; il quale tra iroso e
querulo rispose:
-- Sì certo, la sventura mi ha colto, e la maggiore che io sapessi
immaginare, o che io valga a patire; sventura a cui non mi aspettava, ed
anco attesa non mi sarebbe bastato l'animo di resistere. Pazienza!
nacqui infelice.... e contro i decreti della Provvidenza non vi ha
riparo....
-- Paolo, per quanto amore portate a Dio, non mi tenete sì a lungo su la
ruota.... parlate.
-- Ed ella vuole che parli come se non la sapesse, come se da lei non si
partisse! Qual posso sentire sventura io, che non muova da voi?
-- Io! Chiaritemi questo dubbio angoscioso... ma perchè vi partite Paolo?
Paolo dove andate?...
Paolo di botto si era staccato dalla finestra e con frettolosi passi
ridottosi nell'ombra dall'opposto lato della via, dove si rannicchiò nel
vano di un portone, e di corto si fece palese la causa ond'ei si mosse,
imperciocchè un cittadino venne a passare in cotesta tarda ora di notte,
sia che s'incamminasse a casa, sia che ne uscisse; appena passato, Paolo
tornò alla posta, dove la Violante più smaniosa di prima proseguiva:
-- Orsù via, Duca.... mio caro Paolo, apritemi senza ambage l'animo
vostro....
-- Ahimè! donna per me cara e funesta, poichè mi sforzate a dire, io vi
confesserò come per mille prove mi sia fatto manifesto, che voi non mi
amate....
-- O santa Teresa benedetta! non vi amo io?
-- No.... no... ve lo dico con le lagrime agli occhi, soggiunse Paolo
piagnucolando -- ma pur troppo la mia rea fortuna vuole così.
-- Come mai, Duca, potete sospettare questo? Non vi ho preferito io a
tutti gli altri miei pretendenti? Non mostrai la mia parzialità per voi
in guisa, che ne corrono le novelle, ed oggimai sono usi a considerarci
come promessi per fede? Le mille volte non vi accertai, e torno ad
assicurarvi adesso, che tosto voi sarete in grado di chiedermi al mio
signor padre, voi non avrete presso di lui migliore avvocato di me? Qui
consentii a ricevervi.... qui vi parlai.... e vi parlo.... o che volete
di più da me?
-- Questo gli è quanto basta, e ce ne avanza per procurarsi un marito,
non già per appagare un cuore amante quale si professa il mio. L'amore
traverso questa inferrata mi si presenta come uccello infermo dentro la
gabbia; infermo sì, che s'ei si sentisse gagliardo, si avventerebbe
contro gli odiati ferri a rischio di rompercisi l'ale; ora so bene, che
taluno amore, a mo' della rondine, al mutare della stagione rivolge
altrove il volo, ma egli è uccello pellegrino, mentre l'usignolo
innamorato della rosa non muta stanza e pure non sa cantare che a cielo
aperto, e dondolando su la verde frasca.... Ora qual pegno mi deste voi,
Violante, di credere al fervido e rispettoso amor mio? Appena un bacio a
malincuore sofferto sopra la mano prigioniera? Quando confondemmo
insieme i nostri sospiri? Come io commisi in voi, cuore del cuore mio, i
secreti palpiti dell'anima, e come a me voi commetteste i vostri? Noi
sembriamo piuttosto legati dalla catena del Corsaro che da vincolo di
spontaneo affetto a istanza nostra tessuto dalle mani di Amore....
Qui da capo s'interrompe Paolo, e guadagna sollecitamente l'ombra,
udendo il passo di persone, che movono a cotesta volta: come di fatto
avvenne.
-- Uditemi Paolo, riprese la Violante quando il Pelliccioni, tornata
deserta la strada, si riaccostò alla finestra; voi avete a diventarmi
marito; ora io so che quanto la donna dona all'amante, ella sottrae a
quella dote di decoro, che per lei si deve portare intatta al consorte.
Non vi dolga la Violante fanciulla severa per averla a sperimentare poi
moglie incontaminata.
-- Mia dolce signora, a voi sembra ragionare dirittamente, mentre per mio
giudizio persona si attenterebbe ingiuriarvi peggio, che voi non
facciate, perchè viva Dio! e' sembra, che voi non abbiate fede nella
vostra virtù; di vero o che virtù sono elleno queste che per difendersi
hanno mestieri di porte, o di inferriate? Virtù paurose, Violante mia,
virtù codarde, virtù che si confessano impotenti a resistere dove non
sieno riparate. Quando stava a studio, udii da certo mio maestro
raccontare come gli Spartani, a verun patto consentissero munirsi di
muraglia, giudicando il petto ignudo il migliore dei ripari a cui basta
l'anima, e però furono tra tutti i Greci giudicati fortissimi....
-- Il decoro di gentildonna... l'onore illibato di famiglia mi percotono
la mente, Paolo, e il puro sangue castigliano, che per tanto ordine di
avi scese nelle mie vene.
-- E che? signora, questo tesoro commesso a me uomo della vostra elezione
temereste per avventura contaminato? -- E allora cui sceglieste voi? E
voglio darvi anco vinta, che potesse in me, vinto dal desio, sorgere
qualche affetto, il quale fosse meno che riverente, e credete voi che la
maestà della vostra sembianza non valesse a frenarlo? Potrei, signora,
perdonare la offesa fatta a me, ma a voi non posso. E notate, che oltre
le ragioni di un cuore infiammato, che gli angioli contempleranno senza
scandalizzarsi davvero, io ho bisogno di esporvi a lungo la mia
condizione, e le risposte di Roma, e la minaccia di perdere un
fideicommisso legato al patto di condurre in matrimonio certa parente
lontana cui non conosco, anzi non udii fin qui ricordare nè manco; ora
come possa farsi questo, stando a ragionare con lo struggimento, che
taluno sopravvenga, e la vostra reputazione ne riporti il più piccolo
smacco, lascio che il vostro buon giudizio consideri; andate per la
chiave del giardino, porgetemela; venite sotto il boschetto dei lauri;
quivi ragioneremo di amore, o se più vi piace di negozi, perchè, se ai
casi nostri non provvediamo da noi, certo veruno ci penserà....
E non attese risposta, che per la terza volta riparò all'ombra, e quivi
stette più a lungo del solito, perchè non apparve anima viva, ed egli
rimase buona pezza a scredere di avere udito romore, onde, quando si
ravvicinò al balcone, la Violante avvertiva:
-- Parmi non sia passata persona...
-- No, persona, ma importa abbondare di cautela però che il vostro decoro
io tenga caro più della pupilla degli occhi, ed oggimai spetti a voi
come a me.
-- Paolo, disse Violante tremando a verga, sicchè i denti le battevano
come pel ribrezzo della quartana, Paolo, pigliate... ecco la chiave...
Dio mi abbia nella sua santa custodia.
* * * * *
Quando il sole ascende i cieli come un tiranno di oriente sul barbarico
trono, e il raggio inverecondo diffonde a rivelare le più lontane come
le più secrete cose, quando la canzone della mietitura corre scapigliata
quasi baccante per la campagna, e i motti protervi della vendemmia
incoronata di pampini eccitanti alla voluttà si succedono a modo di
grosse gocciole annunziatrici della prossima pioggia, quando uomini e
donne arrotano gli occhi provocando lascivie come il soldato la spada
chiamando battaglia, allora riesce facile alla donna gentile torcere
altrove lo sguardo, ed arruffarsi all'assalto salvatico mosso al suo
pudore, e se taluna casca in balía altrui, ciò avviene come alla Menade
dipinta in Ercolano, la quale furiando pei balzi del Citerone precipita
resupina fra le braccia del Satiro, mentre la Ninfa fugge la
persecuzione anco del Dio, e come Siringa antepone essere mutata in
canna, e Dafne in lauro anzichè diventare preda di Pane, e di Febo. Per
lo contrario havvi un'ora traditrice, la quale possiede virtù di vincere
i cuori più duri; e questa è l'ora in cui la brezza notturna, rasentando
i camposanti, ne raccoglie le care ricordanze e i mesti affetti per
passare poi sopra le labbra dello amante e insinuartisi nel cuore sotto
sembianza di malinconia, mentre di un tratto si rivela amore. O Dio! chi
resiste a quell'ora? Infinite voci della natura mescendosi insieme
spandono pel creato un bisbiglio di amore e di dolore; le stelle paiono
anime di vergini morte immature che piangano la speranza perduta, e
preghino per la cara creatura che lasciarono in terra; la luna stessa
non più vergine acerba apparisce come donna innamorata, che si accosta
di soppiatto tutta tremante a baciare la prima volta Endimione; la
famiglia dei fiori celebra a sua posta divini imenei, e nei silenzi
della notte si fecondano alternandosi aure di profumo. -- Mira i cipressi
dei cimiteri che tentennano le cime al venticello della mezzanotte, non
ti par egli che spasimanti di amore si adoperino anch'essi a baciarsi, e
a susurrarsi i misteri dei sepolcri -- la genesi portentosa degli enti
che si moltiplicano dentro la fossa, la quale noi giudichiamo fine di
ogni cosa creata? Fanciulle tenere, salvatevi da cotesta ora, voi non ci
potrete reggere; non presumete di voi, ch'ella vinse uomini e Dei;
l'amore in quel punto è irresistibile, però che non rida, ma gema.
* * * * *
Sederono uno a lato dell'altro sopra il medesimo cespuglio; l'ora, il
tempo e la dolce stagione piovevano un'estasi da inebriare le anime più
rudi; e i sensi con divina alternativa venivano commossi, e blanditi
dallo acuto odore dei gelsomini, e dal lene mormorío della fontana
vicina; da prima tacquero come sopraffatti da passione, che non può
manifestarsi con parole; se tale stato non cessasse, gli amanti
rimarrebbero assorti nelle spire dello amore come a parecchie farfalle
avviene di trovare la morte dentro il calice dei fiori: sfocaronsi in
sospiri, poi l'indice della destra di Paolo si attentò scivolare lieve
lieve su la vesta della Violante, in seguito ci si sostenne, di corto
gli fecero compagnia il medio, l'anulare, alfine tutte le dita, e tutte
erravano in cerca della mano amata, la quale si ritirava come chi è vago
di lasciarsi agguantare, sicchè dopo qualche momento di esitanza si può
dire in coscienza, che fu proprio ella, che si fece incontro alla
prigione; e stretta strinse meno dell'altra gagliarda, ma pure forte
assai. Da una parte e dall'altra le parole furono molte, tre quarti
delle quali prive affatto di senso, e un quarto con poco, perchè le
donne che se ne intendono affermino a spada tratta come amore quando
ragiona non sia più amore. Io mi dispenso da riportarle, sicuro, che
quale si sente adesso in _istato amoroso_ o si sentì un giorno, le
immaginerà da sè: e quale non si trova disposto ad amare farebbe le
stimate strabiliando come le si possano mettere insieme tante
cianciafruscole: siccome poi le offese che amore arreca si sanano dallo
amore con la cura dello Hanemann, vo' dire co' simili, quantunque in
dose _allopatica_, così dieci, venti, cento baci su la mano della
Violante seppellirono l'onta, che ci fece il primo bacio. E a Dio fosse
piaciuto, che le parole di Paolo altro non sonassero che amorose
capestrerie, ma egli vi tramezzò un mondo di panzane capaci di mettere
in sospetto ogni fanciulla di poca levatura, nonchè la Violante quanto
altra mai sagace, nelle cose però che non toccavano la sua vanità; ed
ella gravemente le udiva, e chiesta del suo parere, gravemente
rispondeva, non le sembrando vero di pompeggiare la copia di erudizione
teologica e forense di cui come di altre parecchie ella aveva fatto
tesoro: in grazia pertanto dei suoi consigli era stato ormai stabilito
che Paolo partisse per Roma, dove, messi in pratica i partiti escogitati
dalla donna dei suoi pensieri, sarebbe indi a breve tornato glorioso e
trionfante a Napoli a stringere il sacro nodo. A questo punto Paolo
riputò convenevole, che almeno non disdicesse, sigillare il contratto
con una marca di cui sì largo dispensiere è amore, però scorrendole su
su per la vita col braccio destro flessibile come la foglia di acanto,
osservato da Callimaco intorno alla cesta soprammessa al tumulo della
vergine di Corinto, trasse a sè la Violante, e alla sprovvista la baciò
su la bocca.
Il soperchio, come accade, ruppe il coperchio: si rizzò su la
gentildonna pari a vipera pesta, e respigendolo duramente esclamò:
-- Cavaliere, voi dimenticate, che veruno... assolutamente veruno deve
essere ardito di baciare la figliuola del marchese don Valente Ayerba
d'Arragona, dal suo legittimo consorte in fuori.
-- Gran mercede vi domando, signora, ma non credeva in coscienza di
commettere peccato mortale se dopo avervi baciato mille volte la mano io
mi attentava di baciarvi anco in bocca. Avrei giurato che mano e bocca
fossero parti del medesimo corpo; voi mi avete chiarito dello errore.
-- Troppo ci corre, signor Duca, tra l'una cosa e l'altra, dacchè il
bacio su la mano denoti riverenza, mentre sopra la bocca significa
dominio, e possesso della persona amata. --
-- Ma fin qui non divisammo i modi, onde io possa salutarvi ad un punto
amante e sposa?
-- E quando vi diventerò sposa voi riunirete il dominio dell'anima, che
già vi siete acquistato, al possesso del corpo, il quale per ora resta
intero presso di me. Lasciatemi... che l'ora si fa tarda, qualche servo
potrebbe levarsi per tempo ad accudire alle faccende domestiche.
-- Voi partite sdegnata, Violante?
-- E parvi, che io non abbia motivo di esserlo, quando miro passato ogni
termine del rispetto dovuto da cavaliere a gentildonna...?
* * * * *
Traditore, tu sei morto!
Questo grido fu udito allo improvviso ferocemente urlato a poca distanza
dai nostri innamorati, e subito dopo uno incioccare[14] di ferri, e una
mano di persone assalite e assalitrici dalle porte sbatacchiate con
violenza dentro il giardino del marchese.
Misericordia! Lasciatemi, che io ripari in casa... Incauta me! che feci
mai?
-- Non vi movete, replicava Paolo, pure trattenendola con entrambe le
mani -- voi potreste essere scoperta...
* * * * *
-- Sicario da trentadue al grano, impara meglio di colpire al cantone.
To' piglia questa...
-- La è botta stantia; baratta quest'altra...
E così parando e ferendo levavano con lo schermire dei ferri, le
imprecazioni, i vituperi, e le minaccie uno strepito da svegliare il
paese dintorno un miglio. Dopo lunga battaglia, durante la quale,
sembrò, che veruna delle parti arrivasse ad offendersi, s'intese un
doloroso guaito, e subito dopo uno scherno feroce, che diceva:
-- Ah! cane da Dio, ti ha morso al fine il ferro?
-- Mi ha morso sì, e te ne pago in piombo.
Al lampo tiene dietro lo scoppio e allo scoppio un urlo supplicante Gesù
e Maria, come chi ferito a morte si muoia.
* * * * *
La malarrivata gentildonna agitandosi convulsa nelle membra balbettò:
-- Non mi tenete... andatevene per amore di Dio...
-- Questo non farò mai, lasciarvi nel pericolo!
Pure ella barcollando trasse verso il palazzo, dove ora questa, ora
quella delle sue tante finestre s'illuminava quasi Argo, che aprisse uno
dopo l'altro i suoi cento occhi; a siffatta vista raunate tutte le sue
virtù ella, smesso ogni sussiego, irruppe in corsa scomposta, ansiosa di
arrivare prima che il padre, o i famigli fossero sul portone; le danno
ale alle piante la paura e la superbia, pare che tocchi appena la terra,
eccola a piè della gradinata, a due, a tre salisce gli scalini, -- ecco
giunge alla porta, -- ecco ella è giunta.
È giunta, ma la imposta per ispinta di mano non cede. Caso o malizia, la
porta fu chiusa... La Violante si sentì impietrire, e poco dopo con
subita vicenda le caldane del sangue avvamparle il cervello; levò gli
occhi e le parve, che i grifi sorreggenti l'arme gentilizia di casa sua
si fossero trasformati in due Cherubini con la spada di fiamma nelle
mani, e che brandendola minacciassero: per istrano gioco della fantasia
uno di questi Cherubini le presentava sconvolta la faccia del padre suo,
l'altra dell'ava, purissimo sangue spagnuolo, di cui il ritratto rigido
gelava l'aria della sala, dove lo avevano appeso. Un mucchio di pensieri
la trafissero a un tratto, ed uno più lacerante dell'altro; come
spiegherebbe ella la sua presenza in cotesto luogo e in quell'ora?
Perchè non si era coricata la notte? Perchè non deposte le vesti
sfarzose del festino? Dove la superbia della marchesana d'Ayerba? Finti
dunque i sensi severi, finto dunque lo zelo per la tutela dell'onore
illibato? Lustre, ipocrisie tutte per aombrare i perduti costumi e le
lussurie? Acerbo sentì frugarle addosso il giudizio delle genti, e lo
scherno delle compagne che invidiando sopportavano molestamente la sua
primazia! Quanto più sublime il grado al quale ella si era levata, tanto
più ruinoso il tracollo; -- appena della sua reputazione si sarebbero
trovati i minuzzoli. Non supplicò la terra, che si aprisse, ma se si
fosse aperta l'avrebbe avuto a caro. -- E i morti nel giardino? Il
cancello aperto? Le ferite, e il sangue? Chi avrebbe dissuaso le genti
che la strage fosse per lei, e dalle sue libidini provocata? Chi altri
eccetto lei aveva aperto il cancello? La sua ragione allo impeto di così
fiere ondate rimase sommersa... già per di dentro alle porte udivansi
gli schiamazzi dei famigli accorrenti, e già la stanghetta tratta ella
sentiva stridere, o le pareva, quando ella fuori di sè, travolta dal
terrore, avvilita strinse con moto disperato il polso di Paolo
piuttostochè dicesse, mormorò: -- Fuggiamo! --
E non lo disse a sordo; imperciocchè appena le volò la parola dalle
labbra Paolo la sollevasse nelle braccia, e quinci a precipizio la
togliesse. Quando un poco di calma fu tornata in cotest'anima combattuta
non aveva più luogo a rimedio; il dado era tratto, il Rubicone passato.
Paolo la condusse a casa sua, senonchè ella sul punto di varcare la
soglia riscotendosi domandò:
-- Dove mi menate voi, signor Duca?
-- Nella vostra casa e mia, signora consorte.
-- Tale non vi sono fin qui... Cavaliere, se quanto in questa
funestissima notte mi è successo avvenne per colpa vostra, Dio vi
rimeriti a misura delle opere; se caso, sia maledetta l'ora in cui non
pure il decoro di nobile donna, bensì la modestia di donzella vereconda
dimenticai. La soglia di casa vostra non passerò mai se prima non potrò
dirvi legittimo marito.
-- Violante, se non siete anco mia sposa, voi non me lo potete appuntare
a colpa; però ora e sempre siete e sarete padrona dei miei pensieri, dei
miei voleri, dell'anima mia. Quanto piace a voi, a me piace: dove
desiderate essere condotta?
Ella allora indicò la casa di certa femmina, che aveva usanza nel
palazzo paterno, dove quasi ogni dì recava agrumi e frutti dalla
prossima campagna, e l'era parso che le avesse posto un gran bene. Colà
Paolo la condusse senza indugio, e quivi confortatala a nudrirsi, ella
ricusò, scusandosi col dire: che non lo poteva fare; solo pregava
quiete, e accommiatando Paolo gli raccomandava procurasse con tutti i
nervi operare sì che, ottenute le necessarie dispense, potessero
sollecitamente congiungersi in santo matrimonio; imperciocchè ella non
avrebbe mai ardito presentarsi al marchese d'Ayerba suo signor padre per
implorare perdono, se non fregiata dei titoli di sposa e di duchessa.
Paolo rispose non dubitasse; premergli questa cura, quanto a lei; e se
possibile fosse, anco di più, e diceva il vero.
* * * * *
I servi del Marchese desti dallo strepito delle voci e delle armi erano
accorsi alla porta del palazzo, quivi aspettando il padrone, che
ordinasse quanto si avessero a fare; ma il Marchese, sia che non
giudicasse il caso di grande momento, o sia, che perdesse tempo ad
azzimarsi per non comparire scomposto dinanzi alla famiglia, non veniva,
onde il maggiordomo tolto il carico sopra di sè schiuse le imposte, e
insieme con gli altri si dette a rivilicare pel giardino: splendea la
luna in pieno: recavano i servi in copia torce e doppieri, con infinita
diligenza ogni luogo cercarono, ogni cosa rimuginarono, ma non morti
rinvennero nè feriti, anzi neppure traccia di sangue; il cancello del
giardino chiuso, fuori per la via non pesto il terreno; non sapevano
darsi pace, nè argomentando apporsi a cosa che sembrasse vera; taluno
disse, che qualche sguaiato aveva forse mosso cotesto rumore per rompere
il sonno dei vicini, e parve che la imbroccasse; però mandando la malora
e il malanno a quei tristi tornarono a casa, dove trovarono a mezze
scale il Marchese d'Ayerba in corsaletto con la spada ignuda nelle mani,
a destra e a sinistra magnificamente illuminato da due famigli che
reggevano torcie di cera bianca. Egli stette; udì il rapporto del
maggiordomo con gravità pari, o poco diversa da quella con la quale
Filippo II deve avere inteso la relazione della battaglia di San
Quintino; poi pensato alquanto, con voce e modi imperatorii disse:
-- _Buena noche, hijos, volvemos a la cama_[15].
Però egli non tornò a giacersi, se prima, messa in un canto la spada,
non salì alle stanze della sua signora figliuola; ed avendone trovati
chiusi gli usciali raschiò lieve lieve lo sportello per tentare se la
Violante dormisse, dacchè veruno gli rispondeva, come se tanto non gli
bastasse prese con sottile voce a chiamarla traverso il foro della
toppa; non udendo persona gli parve potersene stare sicuro, onde
partendo di là esclamava:
-- Gioventù e innocenza legano l'asino a buona caviglia...
Con l'oro si aprono anco le porte del paradiso, così almeno scriveva
nelle sue memorie Cristofano Colombo, cattolico, apostolico, romano a
prova di bombarda; pensate se a Napoli, ed a cotesti tempi si vincessero
le coscienze dei preti, epperò non badando a danaro Paolo ottenne in un
baleno la dispensa delle tre denunzie in chiesa, mercè testimonianza
dello stato libero degli sposi fatta da quei due fiori di galantuomo
Ciriaco e Renzo, non meno che la facoltà di congiungerli nel santo
matrimonio _delegata_ al parroco della Chiesa di Santo Antonio prossima
alla casa dove aveva preso asilo la Violante.
Però, quantunque Paolo ci si sbracciasse dintorno, non potè mettere in
assetto tutte le faccende prima del vespero; ito verso sera alla stanza
di Violante la rinvenne fuor di misura trista, ma all'ansio domandare se
le difficoltà degli sponsali fossero state spianate, sentendosi
rispondere affermativamente, parve serenarsi alcun poco; nè per nulla
volle cedere alle istanze, che affettuose le moveva Paolo, di differire
la celebrazione degli sponsali il giorno successivo, punto trattenendola
il pensiero, che per quella sera bisognava passarsi della messa del
congiunto. Il parroco colto a soqquadro non sapeva che pesci pigliare,
ma dagli accenti, dai modi, e più dalla insolenza reputandole persone
qualificate, e dall'altra parte lette e rilette le carte, avendole
rinvenute a modo e a verso, co' suoi bravi sigilli arcivescovili in
regola si strinse nelle spalle, e giudicò, che gatta ci covava, onde si
profferse parato. -- La cerimonia si compì senza accidenti; solo
notarono, ch'entrati in chiesa gli sposi, un raggio rosso di fuoco
passando orizzontale alla porta maggiore tinse per alcuni minuti in
sangue il Cristo, il sacerdote e i capi dei coniugi, e quando sparve il
lume delle lampade appese attorno l'altare, il vermiglio sanguigno mutò
ad un tratto in pallore di morto; anco tra una parola e l'altra
bisbigliata dal prete si udiva l'onda del prossimo torrente, che, rotta
dai sassi, parea che piangesse; prima che i devoti raccolti in chiesa
rispondessero _amen_ all'ultimo _oremus_ del parroco, una civetta
traversando per le finestre mandò fuori tre volte l'odiato grido, quasi
urlando: _sventura! sventura!_ Violante uscì barellando, col cuore
chiuso, la testa intronata, e le fu forza per temperarne l'arsura
appoggiare la fronte alla soglia della Chiesa; tolto alcun refrigerio
dal fresco della pietra, se ne staccò mormorando:
-- Santissima vergine, abbiate misericordia di me!
E non ben ferma in piè subito dopo inciampando in uno dei cipressi, i
quali piantati attorno alla Chiesa più che altro le davano sembianza di
Camposanto, ebbe a traboccare: la sostenne sollecito Paolo, ed ella lo
guardò fiso in volto, e poi con tutte le sue potenze dell'anima e del
corpo, contrastando invano, ella a forza proruppe in iscoppio di pianto.
Povera donna! La penitenza già superava il peccato.[16]