Del resto (e mi approssimo a finire) io vorrei, o signore, che, nello
studiare Raffaello, teneste conto di una sentenza di Wolfango Goethe,
il quale in materia d'arte aveva una profonda competenza, non solo
perchè era un ingegno sovrano ma perchè era uno spirito eminentemente
sereno. Volfango Goethe aveva l'abitudine di tenere sempre sotto
gli occhi delle stampe di composizioni di Raffaello, e le esaminava
quotidiamente. Un giorno si compiaceva dell'una, un giorno dell'altra;
poi tornava da capo a guardare, a studiare, ad ammirare. Interrogato
dall'Eckermann perchè questo facesse, egli diceva: “Per mantenere
familiare col mio spirito l'idea della perfezione della forma.„ E
questo è tanto vero che trova anche un riscontro nel nostro sentire
e parlare quotidiano. Allorchè ci troviamo di fronte a una vera e
completa bellezza, quando quel senso di dolce turbamento che essa ha
suscitato in noi vogliamo esprimere con un solo vocabolo, diciamo:
bellezza _raffaellesca_.
Dopo questa grande caratteristica notata giustamente dal Goethe nelle
opere di Raffaello, cioè di avere egli saputo cogliere con semplicità
e chiarezza la formosità armonica e piena delle cose, lasciate che
ne ricordi un'altra, e che fa nobilissima testimonianza del merito di
Raffaello nella storia dell'arte, giustificando l'altissima ammirazione
di cui fu oggetto vivo e l'immenso compianto da cui fu accompagnata la
sua morte. Ma qui io non posso far altro che rendermi debole interprete
di una pagina eloquente del mio illustre e compianto cittadino Marco
Minghetti, il quale nella fine del suo bel libro sul pittore sovrano,
consacra parole eloquenti ad encomiare la “elevatezza morale„ che
rappresentano insieme la vita e le opere del pittore d'Urbino. Il
quale, dice il Minghetti, non segnò una linea nè diede un colpo di
pennello che non tenda ad ingentilire il nostro spirito, mentre nulla
troviamo nelle opere sue che al nostro spirito porti degradazione o
turbamento. A questa altezza morale delle opere di Raffaello s'unisce
la buona testimonianza nella vita. Egli fu sempre giusto e cortese con
tutti. Per non citare che un fatto, mentre Michelangelo qualche volta
si lasciava andare a dei moti immeritati d'ira verso di lui, egli non
ebbe mai che parole di rispetto verso il grande fiorentino; anzi (ce
lo narra il Condivi) fu spesso udito esclamare: Ringrazio Dio che mi
ha fatto nascere a questo mondo insieme a Michelangelo!... Lo so bene;
questa bontà morale e ideale delle opere di Raffaello, che trova così
degno riscontro nella sua vita, farà sorridere coloro, che ormai si
sono abituati a non disgiungere l'immagine del genio da quello della
delinquenza. Ma che cosa volete! io non mi sono ancora acconciato a
certe novissime teorie. Per quanto si voglia agitare e tormentare in
tutti i sensi questo benedetto argomento della moralità dell'arte, per
il quale si sono versati tanti fiumi di inchiostro, un fatto rimane
sempre vero; ed è che è brutto e vile l'artista quando si colloca
mediatore e sollecitatore compiacente fra la nostra coscienza e gli
istinti meno nobili della nostra natura. Tutto il resto è sofisma e
paralogismo.
Rallegriamoci dunque senza alcun riguardo, rallegriamoci di tutto cuore
che il nostro grande pittore abbia alla eccellenza dell'arte sempre
accompagnato un nobile rispetto alla dignità di essa. Compiacciamoci di
trovare questo punto luminoso nel nostro Cinquecento tanto bistrattato
e calunniato; anzi proclamiamo alto che questo punto luminoso è
tutt'altro che isolato. Ne abbiamo bisogno, o signore! La storia
di questa nostra grande epoca, noi, pur troppo, l'abbiamo troppo
facilmente abbandonata alla discrezione di giudici forestieri, che
dicono di amarci, e sarà anche vero; ma il loro amore somiglia spesso
all'amore dei medici per i cadaveri, che stanno squarciando sulle
tavole anatomiche.
E ricordiamolo; noi a forza d'aver paura di passare per dei _chauvins_,
finiamo per mettere alla mercè di tutti i grandi documenti del nostro
passato. Intanto che noi lasciamo dire e fare, a poco a poco, tutto
si oscura, tutto si impiccolisce e va in controversia nei periodi
più belli della nostra civiltà. Credetemi, o signore; un po' di
_chauvinismo_, anche per noi, ogni tanto, farebbe così bene!... Esso
ha fatto la forza dei francesi, degli spagnuoli, degli inglesi, e di
tutti i popoli; mentre questo compiangerci continuo, questo renderci
sempre umili e arrendevoli dinanzi alle negazioni di tutti, ci ha
condotto a termini molto infelici. Ma come, poche settimane fa, aveste
la fortuna di sentire dalla bocca di Giosuè Carducci che l'ideale
cavalleresco del tempo dell'Ariosto non era niente affatto spento fra
di noi nel Cinquecento, come certi critici nostri, sempre facendosi eco
compiacente degli altri, avevano sentenziato; e come sentirete dirvi
fra poco da Ernesto Masi che nella Italia di quel tempo, in mezzo alla
corruttela, all'indifferenza e al cinismo di molti, vigoreggiarono
anche delle pure e nobili coscienze con aspirazioni eroiche verso il
rinnovamento dell'ideale religioso, così consentite che io pure vi dica
che mi compiaccio altamente ogni volta che, come italiano e come uomo,
io mi rivolgo a quella nostra grande epoca; e sono lieto di ricordarvi
anche una volta che il Cinquecento italico non è tutto nell'Aretino,
nel Franco, nel Sodoma, nel Sebastiano del Piombo; esso vanta dei nomi
che splendono nella storia umana come dei fari di luce sfolgorante
insieme e purissima. Uno di questi è senza dubbio Raffaello da Urbino.