VI.

Nella decadenza del vecchio, nella preparazione del nuovo, s'intende

come ben poco avemmo che abbia importanza oltre la storia. Ma la poesia

non era morta nella vita: quante volte l'arte ebbe il coraggio di

rappresentarla schiettamente, tante riapparve, così nelle forme vecchie

come nelle nuove, e ci commuove pur oggi. Cose non parole diceva

Michelangelo; e ne' suoi versi duri palpita ancora il suo gran cuore

per gli alti ideali dell'amore, della patria, dell'arte: egli a Dante

risaliva, su dal petrarchismo, e Dante riabbracciava con ardore di

concittadino e di confratello:

Di Dante mal fur l'opre conosciute

E 'l bel desio, da quel popolo ingrato

Che solo ai giusti manca di salute.

Pur foss'io tal! Ch'a simil sorte nato,

Per l'aspro esilio suo con la virtute,

Darei del mondo il più felice stato.

Un sentimento vero moveva l'Alamanni esule a riaffacciarsi dalle Alpi

sulle terre d'Italia; e per ciò diceva anch'egli cose e non parole:

Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passo

Dopo il sest'anno a rivederti almeno,

Superba Italia, poi che starti in seno

Dal barbarico stuol m'è tolto, ahi lasso!

E con gli occhi dolenti e 'l viso basso

Sospiro e inchino il mio natio terreno,

Di dolor, di timor, di rabbia pieno,

Di speranza, di gioia, ignudo e casso.

Poi ritorno a calcar l'Alpi nevose.

Non mentiva il Guidiccioni, quando al tempo del sacco di Roma,

rammentava le glorie del passato dinanzi alla enorme miseria del

presente; e per ciò il rimpianto gli usciva facondo dal labbro:

Tal, così ancella, maestà riserbi,

E sì dentro al mio cor suona il tuo nome,

Ch'i' tuoi sparsi vestigi inchino e adoro.

Che fu a vederti in tanti onor superbi

Seder reina, e 'ncoronata d'oro

Le glorïose e venerabil chiome?

Non mentiva Vittoria Colonna, quando nel piangere il marito lo

ricordava ne' suoi trionfi e ne' ritorni felici; ricordava di averlo

pregato a narrarle le venture sofferte e i rischi e le ferite:

Vinto da' prieghi miei, poi mi mostrava

Le belle cicatrici, e 'l tempo e 'l modo

De le vittorie sue tante e sì chiare.

Quanta pena or mi dà, gioia mi dava;

E in questo e in quel pensier piangendo godo

Tra poche dolci e assai lagrime amare.

Nè Gaspara Stampa mentiva quando osava confessare nel verso di

aver ceduto all'amore che, vilipeso, la uccise; e si volgeva al suo

Collatino, e lo confortava a lasciare le guerre. A che guerreggiare, se

si può vivere amando?

Perchè tante fatiche e tanti stenti

Fan la vita più dura, e tanti onori

Restan per morte subito spenti.

Qui coglieremo a tempo e rose e fiori

Ed erbe e frutti, e con dolci concenti

Canterem con gli uccelli i nostri amori.

Ma anche più schietta di loro, nella percossa immediata e recente,

riuscì Barbara Torelli; e il suo sonetto è per ciò la miglior poesia

ch'io mi sappia di donna italiana. Era vedova; amava un gentil

cavaliere e poeta, Ercole Strozzi; ma lei desiderava e voleva Alfonso

duca di Ferrara, il marito di Lucrezia Borgia. Per sottrarla alla

insistenza del duca, lo Strozzi la sposò; e tredici giorni dopo,

una mattina, fu trovato per terra, con aperte le canne della gola,

e ventidue ferite su la persona. Non fu fatto processo di sorta. La

Torelli, mentre tutti tacevano si alzò vendicatrice del suo diletto, e

additò, chè non poteva nominarlo, l'assassino:

Spenta è d'Amor la face, il dardo è rotto

E l'arco e la faretra e ogni sua possa,

Poi c'ha morte crudel la pianta scossa

A la cui ombra cheta io dormia sotto.

Deh, perchè non poss'io la breve fossa

Seco entrar dove hallo il destin condotto,

Colui che a pena cinque giorni et otto

Amor legò pria de la gran percossa?

Vorrei col foco mio quel freddo ghiaccio

Intepidire, e rimpastar col pianto

La polve, e ravvivarla a nuova vita.

E vorrei poscia baldanzosa e ardita

Mostrarlo a lui che ruppe il caro laccio,

E dirgli: Amor, mostro crudel, può tanto!

Nulla di più alto di questo immaginato miracolo d'amore: in faccia

all'odio che distrusse, amore restituisce la vita e gliela ostenta con

un grido di felicità, ch'è vendetta e castigo. Così talvolta la poesia

della vita faceva anch'ella un miracolo d'amore, risuscitando le voci

dell'arte.

E poesia, come l'amore, è l'indignazione; dalla quale il Berni traeva

versi come quelli contro il Malatesta e quelli, migliori, contro i

preti corrotti:

Godete, preti, poi che 'l vostro Cristo

V'ama cotanto che, se più v'offende,

Più da Turchi e Concilii vi difende

E più felice fa quel ch'è più tristo.

Ben verrà tempo ch'ogni vostro acquisto,

Che così bruttamente oggi si spende,

Vi leverà: chè Dio punirvi intende,

Col folgor che non sia sentito o visto.

Ma il Berni aveva anche lui il torto di nuocere ai costumi con

l'equivoco osceno delle sue rime giocose o, quando a ciò non scendesse,

di sperdere in risate l'ingegno e l'arte che aveva mirabili. Meglio ad

ogni modo il comico de' suoi lazzi, che il vaniloquio degli strambotti

popolareggianti, come quelli di Olimpo da Sassoferrato, che giunse fino

agli _Strambotti di nomi senza conclusione_ e agli _Strambotti tutti di

verbi_:

Pianti, singulti, gemiti, dolori,

Suspiri, isdegni, pena, angoscia, stenti, ecc., ecc.

Quando un sentimento le inspirò, anche in queste forme popolareggianti

la morta poesia risurse. Rozzi versi sono quelli dei Padovani contro

gl'imperiali, fuggiti di sotto al bastione donde Citolo da Perugia li

aveva sbeffeggiati, come allora si usava, agitando sur una picca la

gatta:

Su su su, chi vuol la gata

Venghi innanti al bastïone,

Dove in cima d'un lanzone

La vedete star legata....

Su, Todeschi onti e bisonti,

Su su su, fòr de la paglia;

Voi mai più passati i monti

Se verete a dar battaglia:

Vostre arme poco taglia,

Se la faza v'è mostrata.

Rozzi versi; ma nella bilancia della Musa non pesano più di certi

sonetti del Bembo? Venezia, sui primi del Cinquecento, incarnava, di

contro alla Lega, l'indipendenza d'Italia; e i canti che nacquero

da quella gloriosa difesa son voce fatidica dei canti nei quali i

volontarii nostri pugneranno dal 1848 al 66 contro lo stesso nemico,

e lassù fra le strette delle Alpi venete, nel 48-49, con la stessa

bandiera. Lassù fra le strette, tre secoli prima dell'inno garibaldino,

medesimi sensi avevano echeggiato con quasi il ritornello nostro: Va'

fuori, o straniero.

Ritornati, o discortese,

Imbriaghi e vil canaglia;

Vostre arme sì non taglia

A voler con nui contese.

Ma delle canzoni del Bembo, io non so quante ne darei per la _Canzone

in laude dei Venzonesi_. Nel luglio del 1509 Enrico di Brunswick

entrò per la Pontebba in Italia con mille fanti e duecentocinquanta

balestrieri tedeschi. I nobili veneziani che comandavano la piccola

fortezza di Chiusa, stimando non poterla difendere, l'abbandonarono;

ma il popolo li costrinse a tornare a' posti che la patria voleva

difesi; e un dottore di Venzone, con quaranta de' suoi concittadini,

sorresse per tre giorni, ne' ripetuti assalti del nemico, le scorate

milizie marchesche: venendo meno le munizioni, una gentildonna fuse in

proiettili le scodelle di stagno, e con rischio della vita le recava

ella medesima a' combattenti.

Su su su, Venzon, Venzone,

Su fideli e bon Furlani,

Su legittimi Italiani,

Fate che 'l mondo risuone

Di gridar Venzon Venzone!

Su su, Chiusa, Chiusa, Chiusa,

Ognun gridi ad alta voce.

Chè la gente cruda e atroce

Fuor d'Italia ha spinta e exclusa

Tanto piccol bastïone.

Su su su, Venzon, Venzone!...

Non si teman più Tedeschi

Poi ch'è fatta esperïenzia

Che la barbara violenzia

Con fideli e ver Marcheschi

Non può stare a paragone.

Su su su, Venzon, Venzone.

Eran gionti al stretto passo

Nove millia e più Germani:

Avean preso il monte i cani!;

Ma cacciati fôro al basso

Da quaranta di Venzone.

Su su su, Venzon Venzone....

Un popolo che opera così, e che canta le sue glorie così, meritava

lirici d'arte migliori di quelli del secolo decimosesto; e perchè li

meritava, mutati i criterii dell'arte, li ebbe.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 93 / 116 题