Cerchiamo altrove i principii delle forme nuove, della lirica nuova.
E perchè il tempo stringe, mettiamo subito da parte ciò che il
Cinquecento, fuor della lirica petrarchesca, ebbe di eccellente in sè,
ma senza accenni all'avvenire: l'elegia in terza rima dell'Ariosto,
il poemetto in ottava rima del Molza. Destinato a farvi da guida
per una Galleria men buona ma più lunga di quella degli Uffizi, con
l'obbligo di farvela correre tutta in un termine prestabilito, voi
non potreste senza ingiustizia rimproverarmi, o signori, ch'io non vi
lasci il tempo d'ammirare, il tempo di respirare: ne soffro più di voi
pensando che sono costretto, in qualsiasi modo, a spiacervi. Si passi
dunque da una sala all'altra, dalla Scuola petrarchesca, alla scuola
classicheggiante. Non vi aspettate miracoli: in quella trovammo le
prove estreme d'una maniera invecchiata, abbiamo in questa le prime
prove d'una maniera troppo giovane ancora.
O come virtute ben posasi in alta Colonna!
O come chiaro nome, salda Colonna, m'hai!
Or qual sostegno come questo poteva trovare
Virtù? qual'ombra, qual riposato nido?
Or qual caro dono più che virtude potea
A te dintorno porsi, Colonna sacra?
Degna è la virtù di te, alta onorata Colonna;
Tu de la virtude degna Colonna sei....
Non vi spaventate: mi fermo qui. Nel 1441 l'Amicizia, per opera
di Leonardo Dati, era scesa dal cielo nella nostra Santa Maria del
Fiore, a mostrare, nel così detto Certame coronario, l'eccellenza del
volgare nostro, capace di emulare il latino con le armi sue stesse,
cioè con gli esametri, i pentametri, i saffici, e via dicendo. Ma per
allora i nuovi metri, sebbene li sperimentasse anche Leon Battista
Alberti, non ebbero nè molti nè ostinati cultori; e soltanto nel
1539, col libro _Versi et regole de la nuova poesia toscana_, Claudio
Tolomei e i suoi amici e seguaci li presentarono al pubblico di tutta
Italia arditamente. Già vi dissi: il liuto del Petrarca, a forza di
sonarvi su, era tutto scordato; mentre alcuni cercavano riaccordarlo,
questi altri tentavano rimettere invece in onore l'antica lira.
L'intendimento, a parer mio, era buono; l'esecuzione fu pessima:
il libro del 1539 è tutto pieno di versi sul genere di quelli che
avete ora saggiati in lode di monsignor Francesco Colonna, che in
sua casa ospitava l'Accademia della Virtù fondata dal Tolomei. Perchè
imitavano i latini, credevano costoro di poter dai latini dedurre non
soltanto il ritmo apparente dei versi antichi, quale resulta a noi
barbari dagli accenti delle parole, ma quello altresì sostanziale
della quantità relativa delle sillabe. Non basta; stimavano lecito
nei versi all'antica sforzare all'antica la sintassi nostra, troppo
più che non avrebbero fatto nei versi di tradizione italiana. Onde un
viluppo spinoso di suoni dal quale soltanto una poesia alta e altamente
espressa avrebbe potuto balzare a ogni costo incolume, se pure non
senza sgraffiature. Ma poesia alta non avevano essi in sè, più de'
confratelli petrarchisti, nè altamente esprimevano, più di loro, quel
che avevano dentro l'animo. Uno de' più politi cinquecentisti, Dionigi
Atanigi, ebbe il coraggio di volgersi al Tolomei in questo bel modo:
Pastor famoso e degno di gloria
Che d'alti sensi e d'unico stil raro
Vinci o pareggi quanti Atene
Viddene con Roma più lodati:
Per te si pregia l'inclita patria,
Per te s'adorna d'ogni valor vero:
Tu primo scorgi in quella l'alme
Muse da' colli latini tolte;
Onde gli etruschi carmi divengono
Più gravi ed alti, e fuor di viottoli
Imparano anch'essi vagando
Girsene per la diritta strada.
Credeva di fare, a questo bel modo, un'alcaica! quel metro, cioè, che,
ripreso dall'arte di Giosuè Carducci, suona a' giorni nostri così:
Salve, dea Roma! Chinato a i ruderi
Del Foro, io segno con dolci lacrime
E adoro i tuoi sparsi vestigi,
Patria diva, santa genitrice.
Son cittadino per te d'Italia,
Per te poeta, madre di popoli,
Che desti il tuo spirito al mondo,
Che Italia improntasti di tua gloria.
Dopo i quali versi io non oserei davvero recarne altri a documento
della scuola del Tolomei. Meglio dell'alcaica trattarono, di rado, la
saffica, quasi sempre il distico elegiaco; ma tutta la raccolta dei
versi barbari (chiamiamoli pur così, chè se lo meritano!) non offerse
alla lirica nostra un'ode sola di che possa vantarsi. Gli esempii
buoni cominciarono soltanto con Gabriello Chiabrera, che non fu grande
anima di poeta, bensì fu artista di arditi intendimenti e di eleganze
squisite. Se non che il Chiabrera, sebbene nato nel 1554, appartiene
nei modi e nell'efficacia dell'opera sua piuttosto al decimosettimo
che al secolo decimosesto; come Ottavio Rinuccini che, insieme con
lui, mirando da un lato ai Greci, dall'altro ai Francesi, iniziò il
melodramma a imitazione di quelli, e la canzonetta leggiera, melodica,
variata di rime in parole tronche, a imitazione di questi. Dei metri
barbari uno solo riuscì nel Cinquecento a tale bontà da vincere la
forza della tradizione e ottenere la cittadinanza italiana: il metro
dell'Eneide del Caro, del Giorno del Parini, dei Sepolcri del Foscolo,
delle Ricordanze del Leopardi: l'endecasillabo sciolto.
La canzonetta alla francese non durò fatica a vincere, con le altre
forme, il pindarismo arcaico, preparato da quel critico egregio e
poeta miserrimo che fu il Trissino, e proseguito da Luigi Alamanni;
anche perchè fe' sua l'imitazione d'Anacreonte. Le odicine che vanno a
torto sotto il nome del vecchio di Teo, furono edite per la prima volta
nel 1554; e subito imitate in Francia dalla scuola di Pietro Ronsard.
Che piacere dovè essere per quegli avi nostri, tediati a morte dalla
gravità concettosa della lirica medievale ne' suoi ultimi sforzi,
leggere le invenzioncelle minuscole, in versi brevi, tutti rose,
pampani, colombe ed Amori! Le credevano opera di pura classicità; e ciò
faceva legittima e rinfocolava l'ammirazione. Anche gli antichi dunque
non si erano sempre dilettati della poesia noiosa, e si poteva dunque
imitarli in un genere che fosse di sollievo alla mente e all'orecchio!
Ma i nostri, nel secolo decimosesto, non osarono andare oltre, la
parafrasi nelle forme medievali del sonetto e della canzone, o al più
nella forma nuova dell'ode oraziana.
Quello che accadeva ad Anacreonte, era accaduto ad Orazio, tradotto
in sonetti e canzoni. Innanzi di vestirlo di panni a lui convenienti,
gli avevano cacciato addosso, per forza, la tonaca e il cappuccio del
canonico messer Francesco Petrarca: strane vesti, di cui da buon pagano
si vergognava, senza aver troppa consolazione del vedersi accanto
camuffati a quel modo Tibullo e Properzio. Qualche anima buona pensò
poi a trarlo di lì, e gli procacciò un abito tagliato alla peggio,
come si potè allora, sull'uso antico: non che Orazio ci si sentisse a
suo agio e si lodasse del sarto, ma insomma e' non faceva più ridere
le brigate. Codeste anime buone furono, nell'intenzione, il Trissino;
nell'esecuzione, Bernardo Tasso, padre di Torquato, e Benedetto Del
Bene, con più altri, traduttori e imitatori. Onde le strofe brevi
di endecasillabi e settenarii rimati, disgiunte l'una dall'altra, le
strofe che saranno poi care a Giuseppe Parini, e perfette per virtù
di lui; e con le strofe nuove, rinnovati di sull'antico i motivi della
lirica encomiastica, convivale, amorosa, mordace. Anche in ciò non vi
debbo nascondere che non poco giovò l'esempio del Ronsard; dal quale
il Del Bene si lagnava non essere ricambiato delle lodi che gli aveva
profuse.
Ecco un esempio, singolare, di questa lirica neo-oraziana; e ce l'offre
il Del Bene medesimo in un'ode _Ad un signore vecchio innamorato_, che
non riusciva a fare innamorare la bella: l'ode, dopo altri ammonimenti,
chiude così, invitando costui a dimenticare tutto nel vino:
Invan con lieti panni
Et oscurato pelo
Ti sforzi ogn'or de gli anni
Velar le nevi e quell'arido gelo
Che non si scioglie al varïar del cielo.
Lascia di mirto omai
Ad altri la corona,
E de' tuoi giorni gai
Sendo omai giunto a vespro, non che a nona,
D'edera le tue chiome orna e corona,
E di grato liquore
Cingi la mensa e ingombra,
Ivi obliando Amore.
Ma queste voci vivaci son troppo rare nella lirica sì di Benedetto Del
Bene, sì degli altri oraziani. Anch'essi nè sentivano dentro di sè le
sacre fiamme della poesia, nè seppero destare e alimentare con arte
sottile quel po' di brace accesa che avevano. Iniziarono: nulla più.
Ci è lecito ormai voltarci addietro e chiudere in uno sguardo solo la
via faticosa per la quale salimmo. Nel secolo decimosesto l'Italia
non ebbe una lirica tale di che possa vantarsi nel cospetto delle
sorelle europee. Due scuole vi si provarono: ma l'una, di derivazione
medievale, che venerava nume protettore il Petrarca, e onorava
sommo sacerdote di lui in terra Pietro Bembo, non diè frutto perchè
senilmente fiacca; l'altra, nata dal Rinascimento, si divise in due, e
non diè frutto perchè, nella prima gioventù, troppo gracile ancora. La
vecchia pianta, sorretta con artificii dal Della Casa, potè nondimeno
sbocciar fiori un'ultima volta nelle liriche di Torquato Tasso: la
pianta giovine mise sotterra le radici, per merito del Tolomei, di
Bernardo Tasso, del Chiabrera, del Rinuccini; e ne sorsero poi con
rigoglio stupendo la canzonetta melica del secolo scorso, le odi del
Parini, le odi barbare del Carducci.