L'Ariosto, per attendere con più riposato animo agli studi, fatta nel
1527 divisione dai fratelli, che egli aveva allevati e messi in istato,
si tirò su una casetta in contrada Mirasole, e vi condusse attorno
un orto o giardino, la cui costruzione e coltivazione e la revisione
del poema gli furono ultime occupazioni della vita. “Nelle cose dei
giardini — scrive suo figlio Virginio — teneva il modo medesimo che
nel far de' versi; perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse
più di tre mesi in un loco, e, se piantava anime di persiche o semente
di alcuna sorte, andava tante volte a vedere se germogliavano, che
finalmente rompeva il germoglio. E perchè aveva poca cognizione d'erbe,
il più delle volte presumea che qualunque erba che nascesse vicina
alla cosa seminata da esso fosse quella; la custodiva con diligenza
grande fin tanto che la cosa fosse ridotta a' termini che non accascava
averne dubbio. Io mi ricordo, ch'avendo seminato de' capperi ogni
giorno andava a vederli, e stava con una allegrezza grande di così
bella nascione; finalmente trovò ch'erano sambuchi, e che de' capperi
non n'eran nati alcuni.„ Quanto alla casa: “perchè — séguita Virginio —
male corrispondevan le cose fatte all'animo suo, solea dolersi spesso
che non gli fosse così facile il mutar le fabbriche come li suoi
versi, e agli uomini che gli dicevano che si maravigliavano ch'esso
non facesse una bella casa essendo persona che così ben dipingeva
i palazzi, rispondeva, che faceva quelli belli senza denari.„ Della
correzione dei versi: “avvedutosi — riferisce il Pigna — che alle volte
il cercar troppo di cambiare ogni minima cosa più tosto di danno gli
era che di giovamento, usò di dire che de' versi quello avveniva che
degli alberi: per ciò che una pianta che piantata da sè vaga risurga,
se vi s'aggiunge la mano del coltivatore che alquanto la rimondi, più
felicemente ancora può crescere; ma se, dopo troppo vi sta attorno,
ella perde la sua natia vaghezza. Parimente una stanza che quasi ne
sia dalla mente in un sùbito uscita e che sia bella, se quel poco di
rozzo vi si lieva che vi si scorge essere avvenuto nel primo parto,
potrà agevolmente parer migliore; ma, se pur tuttavia il poeta vuole
affinarla, rimarrane senza quella prima beltà che portò seco nel
nascere.„
Certo che un sommo buon gusto guidò l'Ariosto alla perfezione nel
correggere, che non avvenne al Tasso. Ma anch'egli, come il Tasso,
sarebbesi abbandonato a troppi critici e consiglieri, se fosse vero
che avesse dato a esaminare ed emendare il poema al Bembo, al Molza,
al Navagero, al Sadoleto, a Marc'Antognio Magno e a non so quanti
altri; se fosse vero, ciò che racconta il Giraldi, che, aumentatolo,
due anni innanzi di darlo alla stampa, lo ponesse nella sala della
sua casa, lasciandolo in balia del giudizio di ciascuno. Benissimo
pensava il La Bruyère, non essere opera per quanto perfetta che non
s'andasse dissolvendo per la critica, se l'autore consentisse a tutti
i censori che volessero tolto via il luogo che a loro piaccia meno.
Ma l'Ariosto pare a me chiedesse e accettasse consigli ed emendamenti
soltanto su l'elocuzione, nè c'è prova che ad altri per ciò si
rivolgesse che al Bembo; al quale a' 23 febbraio del 1531 scriveva:
“Io son per finir di rivedere il mio _Furioso_; poi verrò a Padova
per conferire con V. S. e imparare da Lei quello che per me non sono
atto a conoscere.„ E a Padova fu di fatto nell'ottobre, ma v'andò dai
bagni d'Abano con la febbre e vi restò pochi giorni pure ammalato, per
poi seguitare il duca a Venezia. Con la terzana a dosso e in pochi
giorni le conferenze non poterono essere sì lunghe che l'Ariosto
imparasse dal Bembo a correggere un poema di quarantasei canti. Ci
sarebbero anche stati, secondo la tradizione, correttori più umili:
un monaco Severo camaldolese di Volterra o di Firenzuola; un Annibale
Bichi, uomo d'armi da Siena, che scrisse certe stanze e una lettera
all'Aretino; l'Alessandra Benucci di Firenze. Che il frate volterrano
e il soldato senese potessero suggerire o migliorare al poeta qualche
frase o qualche forma, non si vuol negare; ma che potessero insegnargli
e correggergli tutta la lingua con la quale è scritto il _Furioso_
par difficile. Che l'amore su la fiorentina bocca dell'Alessandra
potesse dirozzare certe grossolanità del ferrarese, amerei crederlo; ma
l'Alessandra nelle lettere che di lei ci rimangono lombardeggia ella
a tutto spiano. E pure è fama che l'Ariosto negli ultimi anni fosse
venuto a tali scrupoli di fiorentinismo da dar dei punti al Manzoni;
non voleva, per esempio, scrivere _palazzo_, perchè i Fiorentini
allora dicevano _palagio_. Tutto si accomoderebbe se fosse vero ciò che
asseriva il Salviati, facendosi della toscanità di messer Ludovico arma
e scudo contro il Tasso, cioè che egli dimorò in Firenze, per imparare
i vocaboli e le proprietà del linguaggio, parecchi anni. Ma l'Ariosto
fu, è vero, in Firenze, ben sei volte, ma sempre o di passaggio o per
breve soggiorno: al più si può concedere al Fornari che un qualche anno
(forse il 1520) ei ci restasse per ispazio di sei mesi in casa d'un
Vespucci parente dell'Alessandra. Ma sei mesi sono eglino sufficienti a
tesoreggiare tanta ricchezza di gentil parlare quanta è nei quarantasei
canti? E pure il Foscolo notava giustamente: “Se si confrontino le due
edizioni (del 16 e del 32), e il confronto sarebbe lezione a' giovani
poeti utilissima, apparirà incomprensibile come uno scrittore che
incominciò dal peccare sì grossamente contro le regole del buon gusto e
della dizione poetica potesse in séguito espungere tali colpe e mettere
in loro luogo così gran numero di trascendenti bellezze.„ In somma, se
fosse poi vero che all'Ariosto anche di proprietà e d'eleganza fosse
trovatore e affinatore l'ingegno aiutato da una facoltà di percezione
prontissima e squisitissima?