E ora che dire del _Furioso_? Anzi tutto, non cose nuove.
Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da' cavalieri i quali si
ostinano a seguitarle rendano imagine del genio d'Italia; che anche
Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal
filtro del medio evo; che l'Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono,
alle risate del volgo il vecchio Cesare, il quale aveva di tante
illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l'impero di Carlo
V e il regno di Francesco I, rimandando essi oltr'alpe con in dosso
a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva
ammantato le loro povere persone; sono volate di fantasia storica che
nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perchè movono
da un principio di vero; ed è, che il _Furioso_ è tutto informato
al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se
la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da
un'idea estetica del Gioberti, il quale, cercando invano con dottrinali
preoccupazioni nel _Furioso_ una finalità epica, scoprì in vece in
quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.
Ma la finalità del poema romanzesco è in sè stesso, è, come scriveva
l'Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione
delle persone d'animo gentile. L'Ariosto in questi propositi continuava
il Boiardo; il quale scherzò anch'egli su gli eroi e su le donne,
e mescolò l'umore all'entusiasmo e la novella all'epos, e pure è
giustamente annoverato tra i più seri e sentimentali poeti della
cavalleria. L'epopea romanzesca, nel lavorio di rifacimento col quale
gl'italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase
nè potea rimanere in fedel soggezione d'uno spirito tradizionale o
quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma
nè fu nè si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente
fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove
rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi.
E come gli autori de' poemi franco-italiani e dei cantàri veneti
del secolo decimoterzo e decimoquarto avevano con un primo natural
processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e
come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni
e alle fattezze intellettuali de' Ciompi; così l'Ariosto vide e
ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori
tra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per
intenzionale ironia quel fine spirito del tempo nuovo che scherza
luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame
del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironico e
volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano
(e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al
sommo dell'ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l'imagine,
l'antichità e il medio evo, l'occidente e l'oriente, con tale una
potente gioia di amore espansivo che anche parve per un momento volerli
e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere a sè.
La generazione poi della quale era l'Ariosto serbava ancora, malgrado
gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano
i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di
Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida
di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile tra
i lanzichenecchi. La luce del _Furioso_ spuntò tra la battaglia di
Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovin capitano
che per amore della dama vi combattè con un braccio tutto ignudo, vinta
questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato
cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata
dalla fanteria villana di Dumolard e dalla artiglieria sapiente
del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia
moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte
dei confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente
respinti dalle mura delle città sette assalti, si precipitò nella
battaglia caricando a capo dei suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni
d'Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E
la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti
di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re
di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo
a ottomila Svizzeri, che per farsi riconoscere gli puntarono (come
egli scrisse) seicento picche al naso, “bevve dell'acqua d'un ruscello
tutta sanguinosa, mentre un trombetta italiano al suo fianco soffiava
tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di
Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca?
Tanto poi l'Ariosto fu di per sè lontano dall'intenzione d'una finale
ironia contro l'ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della
lancia fe' maledire a Orlando l'arma da fuoco e l'artiglieria, forza
e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d'ironia intenzionale
dell'Ariosto? dell'Ariosto, che al personaggio di Carlomagno,
mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze,
restituì la maestà d'imperatore e il contegno d'eroe? dell'Ariosto
che l'Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece cavaliere d'avventure
e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte così dell'inferno come
del paradiso, con quella sua seria audacia inglese che lo costituisce
degno istromento della provvidenza alla salute d'Orlando? dell'Ariosto
che in Orlando il peccato dell'amore, peccato per l'eroe e pe'l
cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare
d'ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella
pazzia in quella più che descrizione e narrazione epica, la quale dalla
minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va
a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno
scoppio titanico? dinanzi all'eroica grandezza dell'ultimo abbattimento
fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore,
del poeta, su'l cadere di Brandimarte,
Padre del ciel dà fra gli eletti tuoi
Al martir tuo fedele omai ricetto?
La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l'idealità della
cavalleria civile colorava ancora d'un'ultima luce crepuscolare
l'Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative.
Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà
la triste figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna,
toccava colla spada la testa di chi voleva essere cavaliere dicendogli
_Esto miles_; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui,
gridando — _Sire, sire, ad me, ad me_, — che egli stanco e sudato e
dicendo ai cortigiani — _No puedo mas_ — inchinò sopra tutti la spada,
soggiungendo — _Estote milites, todos, todos;_ — e così replicando, gli
astanti partirono cavalieri tutti e contenti. Allora Teofilo Folengo
frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea
penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d'Orlando, di
Rinaldo e d'ogni cavalleria. L'Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e
poeta.
Che l'Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando,
come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal
tempo del poeta il Pigna, e raccontò com'egli avesse fin tradotto per
suo uso romanzi francesi e spagnuoli; lo provarono fin dal cinquecento
il Dolce, il Lavezzuola, il Ruscelli, mettendo in vista favole,
descrizioni, comparazioni ch'egli ebbe derivate da greci, da latini,
da italiani. Ultimamente compiè le ricerche con un libro, ove nulla,
credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che più originalmente ha
studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca tra
noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane
all'invenzione dell'Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese
da altre o conservò della leggenda comune od opere d'arte individuali
egli lo ha così trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel
crogiuolo dell'arte sua, che a distinguerlo ci vuole il più delle volte
un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa
assai più alla storia della letteratura che a quella dell'arte. Era
negl'istituti, per così dire, dell'epopea romanzesca, che ogni nuovo
autore prendesse liberamente da' suoi antecessori e vicini tutto che
gli giovasse e piacesse; era nel costume del Rinascimento rivestirsi
delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il
_Furioso_ alla chiesa di San Marco, che i Veneziani fabbricarono a
colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti
dei tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a
riconoscere e distinguere il frammento del tale arco romano, i marmi
di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e
anche la rozza pietra d'un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne
opera dell'architettura: c'è dentro il Dio? Sì? Adoriamolo.
Il dio per noi è l'artista. E artista l'Ariosto è senza paragoni
grande. Non quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici
dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli
episodi sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le
mille sue favole: egli invece ha, come tutti i poeti della famiglia
greco-latina, un senso dell'ordine e della proporzione, un senso della
finalità artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di
continuare l'_Innamorato_ del Boiardo, “per non introdurre, osservava
benissimo il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di
materie nell'orecchie degli italiani, essendo che i soggetti del conte
erano già nella loro mente impressi ed instabiliti in tal guisa, che
egli, non continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco
dilettevole composto avrebbe„: intitolò da Orlando il poema, perchè
Orlando era l'eroe più popolarmente conosciuto ed accetto della gesta
carolingia; la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l'aveva
ereditata dal Boiardo, era d'obbligo, come quella che forniva, per
così dire, il centro d'unità e lo spazio e il termine idealmente
storico a ogni epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò
egli subito e uscì francamente dalla serie o dalla classe de' suoi
predecessori avendo in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero
e di Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale
del poema, soggetto che ha in sè il concetto politico, la illustrazione
della casa d'Este, come l'Eneide ebbe l'apoteosi della casa Giulia.
Così l'Ariosto, lungi dagli intendimenti e dagli spiriti o democratici
o feudali de' suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo,
nel primo ventennio del secolo decimosesto, quando, non rialzatosi
ancora con Carlo V l'impero nella nuova forma e forza di gran potenza
militare straniera a soggettare l'Italia, era possibile, era opportuno,
era utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro
le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine
ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un
classico, ma classico composito del Rinascimento; e il _Furioso_ è,
ben disse il Voltaire, l'Iliade e l'Odissea insieme, il poema politico
e religioso, l'epopea eroica, con Carlo-Magno ed Orlando, il poema
privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante.
Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra fra
tutta la cristianità e tutto l'islam: centro Parigi, con i due re, i
due eserciti l'uno a fronte dell'altro, dai quali e ai quali vengono,
vanno, ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i venti _le
donne, i cavalier, l'armi, gli amori_. Sommo tra i cavalieri Orlando
pe'l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa come per
l'ira d'Achille la presa di Troia: principalissimi tra i personaggi
Ruggero e Bradamante, di nazione e fede diversi, nella disgiunzione
de' cui amori si ricongiunge il vario movimento de' due campi, nella
congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la
guerra cristiana in Africa espugnando Biserta capitale del nemico di
Carlo, e la finisce col gran duello nell'isola di Lampedusa. Ruggero,
nello stesso giorno delle nozze con Bradamante, uccide l'ultimo
e più terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte. Così
la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d'Este ha
principio.