V.

E ora che dire del _Furioso_? Anzi tutto, non cose nuove.

Che Angelica e Bradamante non raggiunte mai da' cavalieri i quali si

ostinano a seguitarle rendano imagine del genio d'Italia; che anche

Orlando dia come una somiglianza del popolo italiano inebriato dal

filtro del medio evo; che l'Ariosto abbandoni, abbattuto dal trono,

alle risate del volgo il vecchio Cesare, il quale aveva di tante

illusioni pasciuto lo spirito di Dante, che colpisca l'impero di Carlo

V e il regno di Francesco I, rimandando essi oltr'alpe con in dosso

a pena gli stracci degli orpelli onde la tradizion cavalleresca aveva

ammantato le loro povere persone; sono volate di fantasia storica che

nella poetica prosa del Quinet posson piacere, anche perchè movono

da un principio di vero; ed è, che il _Furioso_ è tutto informato

al sentimento e alla vita del tempo in che fu composto. Non so se

la fantasia storica del Quinet fosse almen di lontano ispirata da

un'idea estetica del Gioberti, il quale, cercando invano con dottrinali

preoccupazioni nel _Furioso_ una finalità epica, scoprì in vece in

quella continuata ironia la satira della cavalleria e del medio evo.

Ma la finalità del poema romanzesco è in sè stesso, è, come scriveva

l'Ariosto al doge di Venezia, nel raccontar piacevole a ricreazione

delle persone d'animo gentile. L'Ariosto in questi propositi continuava

il Boiardo; il quale scherzò anch'egli su gli eroi e su le donne,

e mescolò l'umore all'entusiasmo e la novella all'epos, e pure è

giustamente annoverato tra i più seri e sentimentali poeti della

cavalleria. L'epopea romanzesca, nel lavorio di rifacimento col quale

gl'italiani la vennero di continuo trasmutando, non pur non rimase

nè potea rimanere in fedel soggezione d'uno spirito tradizionale o

quasi originale che la movesse e atteggiasse sempre ad un modo, ma

nè fu nè si tenne obbligata mai a riprodurre caratteri stabilmente

fermati in un tipo consuetudinario, anzi nello svolgersi a fasi nuove

rinnovava tuttavia spiriti e colori secondo gli ambienti diversi.

E come gli autori de' poemi franco-italiani e dei cantàri veneti

del secolo decimoterzo e decimoquarto avevano con un primo natural

processo italianizzati i paladini francesi delle canzoni di gesta, e

come i cantastorie di Firenze gli avevano poi ridotti alle proporzioni

e alle fattezze intellettuali de' Ciompi; così l'Ariosto vide e

ritrasse gli eroi del Boiardo e degli altri suoi prossimi antecessori

tra il prisma del molteplice Rinascimento. E male fu scambiato per

intenzionale ironia quel fine spirito del tempo nuovo che scherza

luminoso e tranquillo fra i pennoni dei paladini e i veli delle dame

del buon tempo antico. E male si giudica prosaicamente ironico e

volgarmente scettico quel tempo, nel quale anzi lo spirito italiano

(e fu questa la sua gloria e la sua grazia immortale) giunto al

sommo dell'ascensione parve abbracciare, se mi si conceda l'imagine,

l'antichità e il medio evo, l'occidente e l'oriente, con tale una

potente gioia di amore espansivo che anche parve per un momento volerli

e poterli in quel suo divino abbracciamento fondere e confondere a sè.

La generazione poi della quale era l'Ariosto serbava ancora, malgrado

gli Sforza ed i Borgia, qualche sentimento di cavalleria: lo attestano

i soldati francesi in quella memorabile liberazione e resistenza di

Pisa giuratisi campioni e difensori alle dame, lo attesta la disfida

di Barletta e la figura di Baiardo cavalcante severo e gentile tra

i lanzichenecchi. La luce del _Furioso_ spuntò tra la battaglia di

Ravenna e la battaglia di Marignano, vinta quella da un giovin capitano

che per amore della dama vi combattè con un braccio tutto ignudo, vinta

questa da un giovine re che prima di dar dentro volle esser armato

cavaliere da Baiardo. Che se la vittoria di Ravenna fu guadagnata

dalla fanteria villana di Dumolard e dalla artiglieria sapiente

del duca Alfonso (le due arme della rivoluzione e della monarchia

moderna), la cavalleria italiana fece nella resistenza dalla parte

dei confederati prove gloriose; e Fabrizio Colonna, dopo romanamente

respinti dalle mura delle città sette assalti, si precipitò nella

battaglia caricando a capo dei suoi cavalieri i cannonieri e i cannoni

d'Alfonso e di Francia sin che fu fatto prigione in mezzo ai pezzi. E

la battaglia di Marignano che durò tre giorni, e nella quale eserciti

di tre lingue si mescolarono al lume di luna per iscannarsi, e il re

di Francia credendo aver raggiunto un corpo di suoi si trovò in mezzo

a ottomila Svizzeri, che per farsi riconoscere gli puntarono (come

egli scrisse) seicento picche al naso, “bevve dell'acqua d'un ruscello

tutta sanguinosa, mentre un trombetta italiano al suo fianco soffiava

tutta notte nel corno, come Orlando a Roncisvalle, contro i corni di

Unterwald ed Uri; la battaglia di Marignano non è veramente ariostesca?

Tanto poi l'Ariosto fu di per sè lontano dall'intenzione d'una finale

ironia contro l'ideale cavalleresco, che a gloria della spada e della

lancia fe' maledire a Orlando l'arma da fuoco e l'artiglieria, forza

e vanto del suo duca. Ma come si può parlare d'ironia intenzionale

dell'Ariosto? dell'Ariosto, che al personaggio di Carlomagno,

mortificato dalla famigliarità birichina dei piazzaiuoli di Firenze,

restituì la maestà d'imperatore e il contegno d'eroe? dell'Ariosto

che l'Astolfo fatto buffone dal Boiardo rifece cavaliere d'avventure

e miracoli, pronto a tutto affrontare, le porte così dell'inferno come

del paradiso, con quella sua seria audacia inglese che lo costituisce

degno istromento della provvidenza alla salute d'Orlando? dell'Ariosto

che in Orlando il peccato dell'amore, peccato per l'eroe e pe'l

cristiano, punisce con la terribil pazzia? E come si può parlare

d'ironia continua e finale dinanzi alla terribilità tragica di quella

pazzia in quella più che descrizione e narrazione epica, la quale dalla

minuta e fedele osservazione dei succedentisi momenti psicologici va

a passo a passo crescendo vorticosa e vertiginosa e finisce in uno

scoppio titanico? dinanzi all'eroica grandezza dell'ultimo abbattimento

fra i tre re saracini e i tre paladini, e alla mossa, tutta di cuore,

del poeta, su'l cadere di Brandimarte,

Padre del ciel dà fra gli eletti tuoi

Al martir tuo fedele omai ricetto?

La cavalleria feudale era morta da un pezzo, ma l'idealità della

cavalleria civile colorava ancora d'un'ultima luce crepuscolare

l'Europa trasformantesi nelle monarchie accentratrici e amministrative.

Francesco I invecchierà, e diverrà traditore, spergiuro, brutale. Verrà

la triste figura di Carlo V. Egli, nella incoronazione, a Bologna,

toccava colla spada la testa di chi voleva essere cavaliere dicendogli

_Esto miles_; e tanti si affollarono chieditori intorno a lui,

gridando — _Sire, sire, ad me, ad me_, — che egli stanco e sudato e

dicendo ai cortigiani — _No puedo mas_ — inchinò sopra tutti la spada,

soggiungendo — _Estote milites, todos, todos;_ — e così replicando, gli

astanti partirono cavalieri tutti e contenti. Allora Teofilo Folengo

frate e Pietro Aretino vivente su le tristi lusingherie della rea

penna poteron bene con grossolana caricatura fare strazio d'Orlando, di

Rinaldo e d'ogni cavalleria. L'Ariosto no: egli era troppo gentiluomo e

poeta.

Che l'Ariosto, passando ad altro, attingesse a molte fonti, pigliando,

come dicea La Fontaine, il suo bene dove lo trovava, lo disse fin dal

tempo del poeta il Pigna, e raccontò com'egli avesse fin tradotto per

suo uso romanzi francesi e spagnuoli; lo provarono fin dal cinquecento

il Dolce, il Lavezzuola, il Ruscelli, mettendo in vista favole,

descrizioni, comparazioni ch'egli ebbe derivate da greci, da latini,

da italiani. Ultimamente compiè le ricerche con un libro, ove nulla,

credo, si desidera, Pio Rajna, il critico che più originalmente ha

studiato le fonti e i procedimenti della epopea cavalleresca tra

noi. Ma dopo tante ricognizioni e rivendicazioni la parte che rimane

all'invenzione dell'Ariosto è pur sempre grande, e ciò che egli prese

da altre o conservò della leggenda comune od opere d'arte individuali

egli lo ha così trasformato sotto il fuoco del suo ingegno e nel

crogiuolo dell'arte sua, che a distinguerlo ci vuole il più delle volte

un vero lavoro di critica chimica. Questione del resto che importa

assai più alla storia della letteratura che a quella dell'arte. Era

negl'istituti, per così dire, dell'epopea romanzesca, che ogni nuovo

autore prendesse liberamente da' suoi antecessori e vicini tutto che

gli giovasse e piacesse; era nel costume del Rinascimento rivestirsi

delle spoglie greche e latine. Il Foscolo paragonò benissimo il

_Furioso_ alla chiesa di San Marco, che i Veneziani fabbricarono a

colonne di tutti gli ordini, con marmi di tutti i colori, con frammenti

dei tempii greci e di palazzi bizantini. Gli antiquari fan bene a

riconoscere e distinguere il frammento del tale arco romano, i marmi

di quel tempio greco, le colonne della tale altra chiesa bizantina, e

anche la rozza pietra d'un torrazzo feudale. Noi chiediamo alla solenne

opera dell'architettura: c'è dentro il Dio? Sì? Adoriamolo.

Il dio per noi è l'artista. E artista l'Ariosto è senza paragoni

grande. Non quale se lo favoleggia certo volgo di lettori e critici

dozzinali, fantasia sbrigliata e smemorata che si prodiga negli

episodi sorridendo ella stessa del suo smarrirsi in via dietro le

mille sue favole: egli invece ha, come tutti i poeti della famiglia

greco-latina, un senso dell'ordine e della proporzione, un senso della

finalità artistica, mirabilmente serio e ragionativo. Si propose di

continuare l'_Innamorato_ del Boiardo, “per non introdurre, osservava

benissimo il Pigna, nuovi nomi di persone e nuovi cominciamenti di

materie nell'orecchie degli italiani, essendo che i soggetti del conte

erano già nella loro mente impressi ed instabiliti in tal guisa, che

egli, non continovandogli ma diversa istoria cominciando, cosa poco

dilettevole composto avrebbe„: intitolò da Orlando il poema, perchè

Orlando era l'eroe più popolarmente conosciuto ed accetto della gesta

carolingia; la guerra poi tra cristiani e infedeli, oltre che l'aveva

ereditata dal Boiardo, era d'obbligo, come quella che forniva, per

così dire, il centro d'unità e lo spazio e il termine idealmente

storico a ogni epopea romanzesca. Ma la parte di continuatore abbandonò

egli subito e uscì francamente dalla serie o dalla classe de' suoi

predecessori avendo in prima luce i caratteri già secondari di Ruggero

e di Bradamante e facendo del loro matrimonio il soggetto principale

del poema, soggetto che ha in sè il concetto politico, la illustrazione

della casa d'Este, come l'Eneide ebbe l'apoteosi della casa Giulia.

Così l'Ariosto, lungi dagli intendimenti e dagli spiriti o democratici

o feudali de' suoi predecessori, rientra e rimane tutto nel tempo suo,

nel primo ventennio del secolo decimosesto, quando, non rialzatosi

ancora con Carlo V l'impero nella nuova forma e forza di gran potenza

militare straniera a soggettare l'Italia, era possibile, era opportuno,

era utile sollevare e glorificare una antica dinastia italiana contro

le insidie e le minacce della mostruosa signoria papale che al fine

ingoiò Ferrara. E rientra nel tempo suo anche come artista. Egli è un

classico, ma classico composito del Rinascimento; e il _Furioso_ è,

ben disse il Voltaire, l'Iliade e l'Odissea insieme, il poema politico

e religioso, l'epopea eroica, con Carlo-Magno ed Orlando, il poema

privato e famigliare, il romanzo moderno, con Ruggero e Bradamante.

Favola generale o meglio fondamento del complesso poema è la guerra fra

tutta la cristianità e tutto l'islam: centro Parigi, con i due re, i

due eserciti l'uno a fronte dell'altro, dai quali e ai quali vengono,

vanno, ritornano, intrecciandosi nelle direzioni di tutti i venti _le

donne, i cavalier, l'armi, gli amori_. Sommo tra i cavalieri Orlando

pe'l cui amore e per la pazzia la catastrofe rimane sospesa come per

l'ira d'Achille la presa di Troia: principalissimi tra i personaggi

Ruggero e Bradamante, di nazione e fede diversi, nella disgiunzione

de' cui amori si ricongiunge il vario movimento de' due campi, nella

congiunzione la favola si chiude. Orlando rinsavito trasporta la

guerra cristiana in Africa espugnando Biserta capitale del nemico di

Carlo, e la finisce col gran duello nell'isola di Lampedusa. Ruggero,

nello stesso giorno delle nozze con Bradamante, uccide l'ultimo

e più terribil nemico avanzato al nome cristiano, Rodomonte. Così

la cristianità è non pur salva ma secura, e la famiglia d'Este ha

principio.

La vita Italiana nel Cinquecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1893 · 第 71 / 116 题