Di su tali cantàri e di su gli anteriori poemi, dopo che Firenze
ebbe ottenuto il primato della lingua e della poesia e l'ottava rima
da lirica diventò narrativa, i cantastorie toscani e specialmente
fiorentini ripresero la materia epica. La nuova letteratura era
riuscita, proprio come Dante voleva, aristocratica (egli diceva
_aulica_): per una gran parte di popolo la Commedia anche coi commenti
rimaneva maestosamente oscura, e il Decameron era troppo artistico:
del Canzoniere non è a dire. I dantisti, gli ammiratori del Petrarca
e gli amici del Boccaccio disprezzavano coteste storie di paladini
udite lombardamente o venezievolmente strillare da rauche voci pei
trivii. I Ciompi invece, che bruciavano i palazzi dei cittadini grassi
per poi far cavalieri i padroni su le macerie, ammiravano i colpi
d'Orlando, forse piangevano su la gran rotta di Roncisvalle, certo
applaudivano ferocemente al supplizio di Gano; mentre i mercantucci
dagli ozi delle oscure botteghe proseguivano l'ideale delle avventure
per le plaghe d'Oriente, gli amori delle fanciulle reali per lo
stalliere, e il trionfo e le vendette dello stalliere tornato re. Ma
l'abbandono alla plebe di così nobil materia cristiana e cavalleresca
dovè dispiacere ai popolani serii, che pur compiacendosi dell'arte
nuova erano rimasti fedeli alle tradizioni romane ecclesiastiohe
del medioevo. In servizio dei quali e per lettura nelle camere e
nelle sale, Andrea da Barberino, notaro ed uomo di studi, ricompilò
da molti testi molte prose di romanzi, tra le quali più conosciuti
e diffusi i _Reali di Francia_, e il _Guerrin Meschino_: ricompilò
con intenzioni critiche il riordinamento cronologico e genealogico,
con intendimenti storici e religiosi, con pretensioni di stilista:
ricongiunse i Franchi ai Romani, Carlomagno a Costantino, Orlando a
Scipione, e al racconto disceso a saltelloni dalla lassa monoritmica
francese sostituì la flessuosa dicitura della novella italiana colorata
morbidamente qua e là di qualche lume ovidiano. Le compilazioni del
Barberino certamente furono lette anche allora, rimasero poi lettura
prediletta al popolo specialmente di campagna, che nei grossi libri in
ottave non ci raccapezzava di molto, mentre in quelle prose credeva
seriamente leggere la storia della Chiesa e dell'Impero; ma nulla di
nuovo e d'importante conferirono al lavorìo plebeo toscano su l'epopea
carolingia, alle cui prime e caratteristiche produzioni pare che
seguissero anzichè precedessero.
Lo spazio a cotesto lavoro, che tanto più crebbe quanto l'uso della
letteratura volgare veniva scemando negli alti ordini tutti invasati
di greco e latino, può essere posto dal 1350 al 1480. Da prima erano
cantàri staccati, poi storie in due o in quattro cantàri, poemi in
fine di quaranta o più canti, recitati questi un per giorno o a due
sessioni per giorno, con un cenno in fin di ciascuno alla contenenza
del seguente. Più famosi e stampati, e ristampati in edizioni di carta
straccia fin quasi al nostro secolo, il _Buovo d'Antona_ in ventidue
canti, la _Spagna_ in quaranta, la _Regina Ancroia_ in trenta, tutti
tre di autori fiorentini, tutti tre del secolo decimoquarto finiente, o
al più del decimoquinto cominciante. Nel primo l'argomento è anteriore
all'impero di Carlo, e si raccontano le avventure di un lontano avo
d'Orlando: il secondo contiene la parte eroica e religiosa della
leggenda carolingia, la più gran guerra contro i Saracini e la rotta di
Roncisvalle con la morte di Orlando: il terzo i fatti di Rinaldo, che
tien fronte a una regina infedele venuta ad assalire il regno di Carlo.
In tutti tre il legame ciclico e cercato e proseguito nell'antagonismo
tra maganzesi e chiaramontesi. Nel secondo e nel terzo, Orlando, che
per isdegno con Carlo va peregrino venturoso per l'Oriente, comincia a
divenir romanzesco. Nel _Buovo_ cominciano i segni della mistura comica
non senza intenzione satirica nella caricatura di gente di chiesa.
L'_Ancroia_ è il tipo già esagerato della donna guerriera. Nella
_Spagna_ c'è qualche cosa di più singolare. Carlomagno, che incognito
ritornando in Parigi si presenta alla moglie ed è riconosciuto non da
lei ma da un cane di lei, assomiglia all'eroe dell'Odissea in modo che
non par caso. Tutto ciò in Firenze su la fine del secolo decimoquarto
annunzia la fusione degli elementi e degli spiriti che in questa forma
dell'epica andrà a compiersi nel decimoquinto e meglio nel decimosesto.
Del resto nella _Spagna_ le forme esteriori del genere sono già tutte
fissate dalle necessità quotidiane della recitazione: nei principii
de' canti le preghiere o invocazioni cristiane che il Pucci imiterà e
l'Ariosto cambierà in esordii eleganti: nel fine, le licenze o congedi
agli uditori: di più, la interruzione e la ripresa delle diverse fila
della favola. L'autore del _Buovo_ comincia ogni canto con ricordare
ciò che fu detto o a che fu lasciato il racconto nell'anteriore;
come poi fece il Boiardo. Ma il fiorentino chiude una volta il
canto avvertendo gli uditori ch'egli ha sete e va a bere, intanto si
riposino. L'autore della _Spagna_ su 'l fine del quinto li ammonisce
che si ricordino di por mano alla tasca e far dono.
Luigi Pulci, raccogliendo e trasformando spiritosamente la costoro
eredità, chiude il secondo periodo, fiorentino e plebeo, della epopea
romanzesca, e introduce al terzo e ultimo, lombardo, nel quale ella
diventa classica. Anche nella seconda età dell'arte italiana, dal
1480 in poi, il movimento ricomincia da Firenze intorno la materia
popolare e con spiriti popolari. Dopo tanto greco e latino, dopo tanto
ricercare le isole fortunate della gloriosa antichità, si sentì il
bisogno di ritornare un po' in famiglia, se non altro per assettare
a onesta pompa tra le dovizie paterne le ritrovate preziosità degli
avi, per lavorare con l'arte nuovamente imparata le materie gregge
domestiche. Come Lorenzo de' Medici e Angelo Poliziano avevan preso a
rinnovare e rincivilire la ballata, lo strambotto, la lauda, il canto
carnescialesco, così il Pulci volse l'orecchio e l'animo alle storie
che si cantavano in piazza. Fu l'ultimo dei cantastorie; ma salì le
belle scale del palazzo Medici, e lesse, non cantò, alla tavola di
Lorenzo e di sua madre Lucrezia, avendo ascoltatori e consiglieri il
Poliziano, il Ficini, il Landino, genio o demonio suggeritore quel
suo bizzarrissimo ingegno non mai stanco di far capriole e rilevarsi
giovenilmente ridendo. Però, con tutto il rispetto ch'egli serba a
tutte le monotone forme organiche dell'epica popolare, manca al suo
poema la proporzione massimamente tra la prima e la seconda parte;
nè ciò fa male, come non stanno male le finestre fuor di squadra nei
palazzi di quel tempo. Egli séguita fedele nel grosso della favola i
canti dei suoi antecessori, senza darsi briga più volte di pur mutare
i versi; e con tutto ciò il Morgante è fra tutti i poemi italiani
quello nel quale la individualità del poeta si affaccia più ostinata,
più curiosa, più impertinente. Non fece nè potè fare scuola: accennò
al periodo classico, mostrando coll'esempio che anche di storie
cavalleresche si poteva fare un poema lungo, leggibile ai signori ed
ai letterati, e sprigionando tra quella fuga di fantasmi giganteschi e
grotteschi un gruppo elettrico di scintille di buon umore.
Passando dai colli toscani alle pianure del Po, dalla piazza della
Signoria di Firenze al castello di Niccolò terzo e di Borso, dalla
famiglia dei Pisistrati banchieri alla dinastia dei discendenti di
Adalberto e Matelda e dei guelfi vincitori di Ezzelino, dalla camera
d'un gentiluomo fiorentino scaduto di nome e d'averi alle stanze
merlate d'un governatore e ambasciatore ducale, dal Pulci, dico, al
Boiardo, l'epopea romanzesca ritrovava il luogo e l'uom suo. Nella
biblioteca del duca Borso c'erano molti romanzi d'avventura del
ciclo bretone e della Tavola rotonda. Matteo Maria Boiardo scriveva
egloghe latine, aveva tradotto Erodoto ed Apuleio. Intanto l'elemento
romanzesco erasi già compenetrato all'epopea carolingia non sì tosto
ella fu migrata in Italia; ma nessuno ancora aveva avuto il coraggio
di far innamorare Orlando. Anche il Pulci non scherza con l'eroe di
Roncisvalle: lo fa combattere e morire con un vero sentimento epico
che ricorda la canzone di gesta, lo fa miracoleggiare con una fede
infantile e grossa che ricorda la cronaca di Turpino. Ma il Boiardo
al ciclo guerriero carolingio che piaceva alla plebe intrecciò il
ciclo galante d'Artù che piaceva alle corti; e nell'opera sua il
terribile guercio che tagliava con Durandal i graniti dei Pirenei,
lo sposo di Alda, della quale solo il nome occorre due volte nella
_Canzone di Rolando_, s'innamora d'una principessa della China. Ciò
non per tanto, le avventure più strane, le fantasie più bizzarre, le
forme più grottesche pigliano nell'opera del Boiardo proporzione e
decenza classica. Circe e Medea non erano state fate e maghe? I dragoni
non custodivano gli orti delle Esperidi e il vello d'oro? Vulcano
fabbricò armi incantate ad Achille e ad Enea, e Achille è il primo
degl'invulnerabili. Più, il Boiardo aveva tradotto l'_Asino d'oro_,
ove la novella sensuale e la divina storia di Psiche s'incontrano fra
gl'incanti e le stregonerie più sconce e paurose. Così la nuova forma
dell'epopea romanzesca usciva gloriosamente composita dalle mani dello
scandianese ammirato lui stesso del suo lavoro.
La calata di Carlo VIII distrasse e ruppe il cerchio degli uditori:
la morte ghiacciò la mano del poeta sul principio della terza parte,
che gli rimaneva a cantare la disfatta e la morte del re Agramante
invasore del regno di Francia, con la fine degli amori di Orlando,
di Rinaldo, di Ruggero: morendo, egli lasciava i Saracini vittoriosi
intorno Parigi. Per la curiosità volgare potea bastare la continuazione
affrettata dell'Agostini. Ma la miglior generazione del miglior
tempo del Rinascimento, la generazione a cui il Bembo e il Sannazzaro
insegnavano la lingua e la poesia, e dava precetti di cavalleria il
Castiglione, di politica il Machiavelli, di filosofia il Pomponazzo, la
generazione per cui il Bramante costruiva palazzi che il Primaticcio
ornava e Giulio Romano affrescava, la generazione per cui Leonardo e
Raffaello dipingevano, Michelangelo scolpiva, il Cellini cesellava,
quella generazione voleva qualche cosa di meglio.
Ecco perchè Ludovico Ariosto continuò l'_Innamorato_ del Boiardo
componendo il _Furioso_.