Quando un'età è ancora poetica, cioè quando la poesia già arte
d'individui è per altro in contatto ancora co'l sentimento
dell'universale e in iscambio di cooperazione con la fantasia e la
leggenda popolare, allora la epopea non è nè può esser mai individuale
affatto. La materia epica resta in comune per un pezzo fra tutta una
razza, ma disposta a prendere nel continuo rimaneggiamento dal genio
delle nazioni vario, nelle vicende opposte dei tempi, sotto le forze
dei singoli artisti, spiriti, atteggiamenti e forme diverse. Al secolo
decimoquinto materia epica erano tuttavia le leggende cavalleresche in
specie carolingie nelle quali la immaginazione del popolo e l'arte dei
poeti pur rinnovandosi si dilettavano per antico abito, come già, per
altro, con meno d'efficacia, la poesia alessandrina rilavorava nelle
intelaiature omeriche e su' miti argonautici. La poesia carolingia
francese, trasportata in Italia dai trovieri e giullari feudali de'
secoli decimosecondo e decimoterzo, ci divenne ben presto popolare,
e, quando in Francia l'antica pianta spogliavasi, i nuovi rampolli
avevano messo qui foglie e fiori. Il popolo italiano, come aveva
tredici e più secoli prima tolto in prestito dalla Grecia non pure il
mito iliaco ad innestarci i miti suoi ma l'epos omerico sol di poco e
nel men vivo rimaneggiandolo, così allora pigliava dalla Francia la
leggenda carolingia, in attenenza anche maggiore con la sua storia
recente, con le più fresche idealità, apprestandosi per altro ad
animarla e atteggiarla di spiriti e di forme singolarmente nuove. A
quelle francesi scaturigini d'epopea si abbeveravano volentieri sì
la plebe, sì i grandi e letterati: questi per amore al ristorato nome
dell'impero raffigurato in Carlomagno, quella pe'l sentimento religioso
che l'accendeva a venerare in Orlando un glorioso martire della fede.
E come ispiratrice e arbitra e giudice dell'epopea, quando spontanea
e quasi fatale, è la plebe o vero la moltitudine, e come nella plebe
prevalgono con l'istinto del soprannaturale e co'l sentimento religioso
il culto della forza e l'entusiasmo per il valore, così il carattere
epico che signoreggiò tutti gli altri e intorno o sotto al quale si
coordinarono gli altri fu Orlando.
La immagine di Ruodlando, prefetto della marca di Britannia ucciso con
altri officiali del palazzo imperiale in una imboscata di Guasconi tra
le gole de' Pirenei l'anno 777, rozzamente scolpita con tradizione
e arte monastica su la facciata della cattedrale di Verona, fu da
prima venerata come d'un santo dal popolo italiano. Il quale poi,
imparando a più genialmente conoscerlo nella marziale ardenza delle
canzoni di gesta recitate e cantate su i teatri mobili e in piazza,
se ne innamorò, se lo prese, lo fece nascere poveramente in Imola,
pargoleggiare eroico mendicante in Sutri, abbattere miracoloso
giovinetto un esercito infedele co'l suo re in Aspromonte, lo creò
senatore romano, lo vide assistere alla sacra delle vecchie chiese in
Firenze, scoprì nell'etrusche rovine di Fiesole l'antro delle fate onde
egli uscì tutto incantato, lo ritrovò a Spello gigante e peccatore,
ammirò su i campi delle battaglie nazionali i macigni che il paladino
aveva lanciati, intitolò dal nome di lui il bel promontorio presso
Castellamare e molte torri fin nell'isola di Lampedusa.
La leggenda carolingia s'allargò dunque assai presto in tutta Italia,
ma la prima confermazione letteraria l'ebbe nelle contrade del
settentrione; ella s'acclimò e si svolse in quel movimento che dal
secolo decimoterzo al cominciare del decimoquarto, avanti la egemonia
toscana, tendeva a constituire nella Lombardia, nella Venezia, nelle
regioni circumpadane una lingua e letteratura che dal francese
attingeva e derivava assai degli argomenti e non poco di forme e
colori alla elocuzione. Le poesie carolingie che corsero i castelli
e le piazze dell'alta Italia furono di più maniere. Pe'l contenuto:
canzoni di gesta francesi, con alterazioni poche e di sole parole:
poemi di argomenti simili a canzoni di gesta, ma discostantisi dalla
configurazione epica francese e con introduzione di racconti, favole
e personaggi nuovi: poemi la cui contenenza è affatto nuova, o tra
le canzoni di gesta fin qui conosciute non se ne trova che ad essi
corrispondano. Per la forma: canzoni di gesta in lingua e verseggiatura
francese: poemi di lingua e verseggiatura ibrida, nei quali il fondo
francese è tutto invaso e guasto da forme del dialetto veneto o meglio
di quella lingua letteraria che mal provò d'impiantarsi nel Veneto
e nel Lombardo, e il modello della verseggiatura francese è alterato
negli accenti, nelle sillabe, nelle rime: cantàri in dialetto veneto
con verseggiatura del modello epico francese e serie monoritme.
Della prima famiglia è la _Chanson de Roland_, che fu anche in Italia
il nòcciolo eroico di tutto il ciclo; della seconda sono sei poemi
(Beuve d'Hanstone, Berte, Karleto, Berte et Milon, Ogier le Danois,
Macaire) di mani diverse, ma raccolti insieme con evidente intenzione
ciclica, come quelli che contengono le storie della famiglia carolingia
e de' suoi principali eroi. Importantissima la storia degli amori di
Berta e Milone e della fanciullezza d'Orlando nato di loro, sì perchè
la invenzione non pure non ha riscontro in veruna canzone francese ma
è anzi alla leggenda francese del tutto contraria, sì perchè l'azione
è posta in Italia e Orlando fatto italiano, e più ancora perchè negli
amori occulti e perseguitati di Milone e di Berta, nelle avventure
della fuga e dell'esilio, sin che l'imperatore riconosce nel fanciullo
mendicante di Sutri e nella madre nascosta in una grotta il nipote e
la sorella, vediamo annunziarsi l'elemento romanzesco che è per essere
l'anima della poesia con la quale gli Italiani ricomporranno la materia
epica carolingia.
Questi poemi si conservano nella biblioteca marciana di Venezia insieme
con altri due, della terza famiglia, ma scritti ancora in francese
ibrido, _Entrée en Espagne_ e _Prise de Pampelune_ che vorrebbero più
lungo discorso. Autore del primo è un Nicolò, che annunzia, con esempio
nuovo nell'epica, la sua persona e la patria, ricordando gloriosamente
il mito iliaco tra le leggende carolingie. Son padovano, egli dice,
_della città che il troiano Antenore fece nella gioiosa marca del
Trevigian cortese_. Si è messo a _trovare_, egli afferma, _del miglior
cristiano che fosse mai cantato da giullare perchè vuole castigare i
codardi e vani, far ritornare i villani a cortesia e crescere i rettori
di terre in sano consiglio_. La sua istoria l'ha composta _acciò sia
intesa e cantata_; e _tutto questo vi so dire_, aggiunge, _perchè io
ne sono stato l'autore_. Nulla qui dunque manca del poema propriamente
letterario, nè l'affermazione della personalità, nè la rivendicazione
dell'invenzion propria, nè il fine civile, nè l'intenzione popolare.
Aggiungasi che il padovano non condusse su modelli francesi il suo
racconto di ben ventimila versi; che ricorre a fonti nuove, certo anche
alla sua fantasia, forse a tradizioni indigene; che tratta con abilità
molta il dialogo e sfoggia vera eloquenza nei discorsi dei personaggi;
che è il primo a narrare e forse a imaginare le avventure di Orlando
peregrino per isdegno in Oriente; che è il primo a citare testimone e
mallevadore di avventure anche da sè inventate Turpino.
All'_Entrata in Ispagna_ seguita nella materia la _Presa di Pamplona_
anch'essa d'un italiano di Lombardia. Egli non solo fa partecipare alla
guerra di Spagna Desiderio re dei Lombardi, in nessuna delle canzoni
francesi degnato mai di tanto, ma anche narra come, avendo i Tedeschi
dell'esercito di Carlo voluto rubare ai Lombardi il pregio e il premio
d'una loro vittoria, questi ne fecero strage; di che adiratosi Carlo
riprese e condannò i Lombardi, ma Orlando gli giustificò e difese
presso l'imperatore; il quale per ammenda concesse a Desiderio tre
privilegi: che quelli di Lombardia fossero sempre e tutti franchi, che
tutti senza distinzione di natali potessero divenir cavalieri, che
tutti potessero portare la spada a fianco anche in cospetto dei re.
La democrazia dei comuni entrò così trionfante nell'epopea feudale.
Che se a ciò che già notammo intorno l'_Entrata in Ispagna_ aggiungasi
ora come e in questa e nella _Presa di Pamplona_ le favole di più
poemi e canzoni sono raggruppate e svolte in un racconto molteplice
e continuato a cui è come guida e lume il fatto dell'antagonismo
dei prodi e dei traditori, della casa di Chiaramonte e della casa di
Maganza (che era la nota caratteristica e il nesso logico della futura
epopea romanzesca italiana), dovremo confessare che di essa epopea
l'idea tipica, la forma organica e il procedimento tecnico sono già più
che in germe ne' due poemi franco-italiani della Venezia. Anello tra
questi e la futura epopea romanzesca in ottava rima furono i cantàri in
dialetto veneto e in verseggiatura di modello francese: dei quali ci
avanza un Buovo d'Antona in 2525 versi, che deriva dall'omonimo poema
della Marciana, ed annunzia il poema toscano su lo stesso argomento. E
con essi si chiude il primo periodo della poesia romanzesca italiana,
il periodo lombardo-veneto, nel quale Orlando e Oliviero erano recitati
su teatri mobili in Milano e i cantastorie delle cose di Francia
disturbavano gli anziani di Bologna nel loro palazzo che li bandivano
dalla piazza del Comune (1278).