Morte di Aulete (50). L’Egitto e i partiti politici romani dopo la
spedizione di Gabinio. Epilogo.
Nuovi destini erano, con la reggenza di Cleopatra, già toccati
all’Egitto, e il duello ad armi invisibili, che, da due secoli
e mezzo, esso combatteva con Roma aveva avuto la sua catastrofe
colla sommissione piena ed intera della monarchia dei Lagidi. Colla
spedizione infatti di Gabinio, con il presidio da questo largito al
paese, Roma, senza saperlo, aveva affondata la sua zampa di leone nel
cuore dell’impero dei Tolomei. E l’ultimo principe semi-indipendente
della regione con un’incoscienza, che più non meritava attenuanti,
avea dato di mano a rincrudire le ferite, che non avea saputo evitare
alla sua patria. Aulete morente avea scongiurato il popolo romano a
voler rendersi (facile sacrifizio!) esecutore del suo testamento, copia
del quale egli avea curato di spedire a Roma, così come il senato di
depositare nelle mani di Pompeo[548].
Quella valle remota, dove un principe doveva a Roma, anzi a un romano,
Pompeo, e trono e vita, donde potevasi reclutare ancora una riserva di
soldati della republica[549], sarebbe fra breve, come tutto l’oriente e
l’occidente, divenuta palestra della prossima guerra civile fra Cesare
e Pompeo, ch’era anche la definitiva fra la nobiltà romana e le classi
inferiori della popolazione.
Allorchè quest’ultimo, dopo averne esaurito le risorse, navigò, come
ad estremo approdo, verso l’Egitto, a rifugiarsi sotto le ali della
potenza Lagida, il fato della monarchia Tolomaica fu segnato per
sempre. Invano si tentò bruciare l’ultima cartuccia, allorchè l’ultimo
dei Lagidi, continuando la politica della sua corte, immolò sugli
altari della gloria del vincitore il capo del fuggiasco generale.
L’ex-proconsole delle Gallie, l’autore della legge agraria di Servilio
Rullo, il corifeo di quel partito democratico, che da venti anni
sosteneva l’annessione piena ed intera dell’Egitto, non aveva più
assemblee senatorie con cui fare i conti, nè motivi per continuare
nell’opportunismo e nella transigenza; e, dalla rada di Alessandria,
dalle lagrime sparse sul mozzo capo del nemico, spiegata la pompa
eloquente delle insegne consolari, passò ad installarsi nella magione
dei Tolomei. Nove mesi ancora e tutto l’Egitto sarebbe caduto nelle sue
mani[550].
Giammai, quasi senza colpo ferire, aveva Roma ultimato impresa più
ricca di utili materiali. L’immenso patrimonio egizio di vantaggi
naturali, industriali, commerciali e pecuniari, come fiumana di cui
si fosse spostata l’incanalazione, veniva a riversarsi dall’Africa in
Italia. La chiave fatata dei suoi tesori era stata ritolta all’Oriente,
e, come da Cartagine, dalla Grecia, dalla Sicilia, rivoli infiniti
d’oro e di gemme sarebbero affluiti a smorzare l’inedia dei pezzenti e
a colmare i debiti e lo spreco degli epuloni della capitale d’Italia.
La politica di vampirismo cosmopolita, verso cui l’oligarchia romana
aveva, fin dalla terza delle guerre puniche, indirizzato decisamente
i suoi sudditi, e delle cui conseguenze era stata costretta ad
atterrirsi, aveva, per le necessità medesime del conseguito svolgimento
della società romana, rintracciato il più fedele dei suoi continuatori
nel più tremendo ed implacabile dei democratici. Con Giulio Cesare,
salvo transitorie mutazioni, il circolo della sua storia era chiuso: ai
suoi due capi rilucevano foscamente l’incendio di Cartagine del 146 e
quello di Alessandria del 49.