VIII.

I primi atti del primo consolato di Cesare (59). Tolomeo XIIIº

riconosciuto dal governo romano (59). Tolomeo XIIIº alleato (59).

Dopo tante esitazioni e tergiversazioni, si avvicinava oramai il

giorno, in cui Aulete avrebbe ottenuto il pieno riconoscimento

dell’autonomia del proprio regno. Al 59, Cesare, dopo tanti palpiti e

drammatici scoraggiamenti, perveniva al consolato, e la sua elezione

inaugurava un’era nuova nella storia di Roma republicana. La prima

legge[377], che egli presentò, fu — lievemente modificata — la

trascorsa legge agraria di Servilio Rullo. Ma, adesso che egli aveva

nelle mani il potere, era fermamente deciso a far passare, contro la

cocciutaggine degli oligarchi, la volontà propria, e a soddisfare i

bisogni, da secoli inappagati, di tanta parte delle popolazioni di

Roma e d’Italia. Sullo sfondo del duello titanico si disegnavano i

soliti oppositori e le solite opposizioni, e, a corto di argomenti

più persuasivi, l’aristocrazia scatenava contro Cesare l’invalicabile

veto del di lui collega Bibulo, il pretesto di contrari augurî

metereologici, e, la sorda opposizione del proprio organo politico, il

senato. Ma, quando fu chiaro che nulla avrebbe fatto presa sull’animo

del console, essa, dopo aver consentito che Bibulo con altri pochi

fosse accorso ad oppugnare con la violenza la legge, lasciò che il

medesimo venisse sbalzato dalla tribuna, dalla quale perorava, che gli

si spezzassero i fasci, segno supremo del potere, e che i magistrati, i

quali l’avevano seguito, riportassero anch’essi delle ferite. A tanta

viltà, che misurava la catastrofe inevitabile alla classe, da secoli

detentrice del potere, Bibulo, dopo aver invano tentato che la legge,

già approvata dai comizi, subisse la rescissione della seguente seduta

senatoria, rinunziato al maneggio dei pubblici affari, si chiuse per

tutto l’anno in casa propria, mentre, alla sua diserzione, il senato

e i più minacciosi fra gli oppositori, tra cui M. Porcio Catone[378],

s’inchinavano a giurare l’osservanza della legge.

Una così tremenda lezione aveva infranto i nervi di un’aristocrazia

ormai fiacca e corrotta. Cesare aveva dichiarato che mai più,

durante la sua gestione, si sarebbe chinato a chiedere il parere dei

senatori[379], e questa dovè essere la via tenuta nella ratifica del

riconoscimento di Tolomeo Aulete e dell’alleanza col medesimo. Bibulo,

ritiratosi sdegnosamente della vita pubblica, non ebbe questa volta nè

agio, nè voglia di consultare gli auspicî[380], e la legge, approvata

ai comizi, ricevè del pari la sanzione del senato[381] (59). Così il

popolo romano, dopo venti anni d’indugi, terminava per riconoscere

l’effettiva autonomia del regno d’Egitto.

Il merito primo di codesto atto, nel quale si nota un’opportuna

attenuazione dei propositi altra volta affermati dai democratici,

risale anzi tutto all’uomo, che allora sedeva alla suprema carica del

governo, e che, col contegno energico, tenuto durante l’approvazione

delle sue anteriori proposte di legge, avea ritolto al senato ogni

voglia di resistenza. In seconda linea, esso spetta a quel Pompeo, il

quale ora in Roma, di ritorno dall’Oriente, avea, col fascino della

sua alleanza, sospinto alla riscossa la democrazia medesima, e la cui

gratitudine era stata pochi anni prima accaparrata con tanto lusso

dal Tolomeo. A dar retta anzi a Svetonio, Cesare e Pompeo, con una

richiesta ormai quasi inevitabile nelle nuove consuetudini politiche

romane[382], si fecero pagar caro il frutto della loro benignità,

sì che ben seimila talenti andarono divisi fra il console ed il suo

protettore[383].

Ma nell’arrendevolezza del senato, noi, anche senza guardare troppo pel

sottile, siamo altresì costretti a riconoscere un atto di fine astuzia

politica. Poichè il console era adesso G. Cesare, il quale fra breve

sarebbe stato per legge assunto agli onori del proconsolato, e, poscia,

al governo di qualche provincia, era bene cogliere qualsiasi occasione

per allontanare la già da tempo temuta possibilità di una luogotenenza

egizia, e, in vista di tanto pericolo, il senato non indietreggiò da

una resa, sia pure poco onorevole, di tutte le sue mire sul continente

egiziano.

La ratifica, come era naturale, fu suggellata dal rinnovamento

dell’alleanza egizio romana[384], a tal uopo venne spedita in Egitto

un’ambasceria, che ne ristabilisse gli obblighi ed i diritti. Quali ne

fossero i componenti e quali i resultati noi ignoriamo completamente.

Significativo episodio, anteriore alla medesima, ci è però pervenuta

una notizia, la quale ci fa intravedere la esistita possibilità

dell’inclusione di M. Tullio Cicerone fra i membri della medesima[385].

Le di lui speranze — chè tali infatti ci appariscono — vennero però, e

senza dubbio, frustrate. Ma, ancora una volta, egli ebbe a dichiarare

che, se non fosse stata la presenza degli _optimates_, e, peggio

ancora, di Catone, i quali avrebbero potuto sospettarlo corrotto,

non avrebbe esitato ad obliare le sue trascorse opinioni egizie, ed a

recarsi alla corte alessandrina, nunzio sorridente della buona novella

di Cesare e di Pompeo[386].

Le relazioni politiche di Roma con l'Egitto dalle origini al 50 a. C. · 第 82 / 118 题