Questioni sull’autenticità del testamento. Rinunzia a tanta eredità.
Ragioni del fatto.
Se non che l’autenticità di codesto testamento non fu mai un fatto
provato nemmeno pei contemporanei. E in verità la violenta e imprevista
morte di Alessandro, perito in una sedizione, dopo soli diciannove
giorni di regno, rende poco probabile l’idea di un lascito regolare.
Quando poco di poi Cicerone vorrà riassumerne gli argomenti in
favore, non saprà trovarne altri all’infuori di un’indefinita e remota
testimonianza individuale e del fatto che il senato aveva spedito degli
ambasciatori coll’incarico di ritirare, per conto del governo, le somme
dell’erario regio depositate a Tiro[324], come se il senato, l’unico
ente, cui si sarebbe potuta imputare la diceria o la falsificazione,
avesse dovuto rinunziare ai benefici effetti della medesima, in grazia
dei quali avrebbe soltanto pensato a fabbricarla.
Tuttavia, non ostante l’esistenza più o meno legale del testamento,
il senato non ebbe pel momento voglia alcuna di aggregare l’Egitto ai
possedimenti della republica.
Le ragioni palesi, che se ne portarono, non furono troppe, nè tutte
sincere. Si protestò non essere opportuno dimostrare eccessiva bramosia
di conquiste, che avrebbero condotto ad una soverchia aggregazione
di stati entro l’ambito del dominio romano. Si palesò una tal quale
preoccupazione sulla non improbabile eventualità che, un governatore
fra tante ricchezze naturali ed industriali, difficilmente avrebbe
potuto serbarvisi immune da corruzione[325]. Se non che, il primo di
codesti argomenti, quantunque ci stia ad indizio di quella recente
diffidenza, insinuatasi fra le superiori classi romane contro i
benefici effetti della tradizionale politica espansionista, perde nel
caso nostro la sua ragion d’essere, dappoichè, se apocrifo, erano state
appunto le medesime, per mezzo del loro organo politico, a confezionare
il testamento, e, se reale, era stata egualmente la trascorsa politica
di violenta ingerenza negli affari dell’Egitto a renderne possibile
l’origine. Il secondo pretesto cela tra le righe una ragione molto
più grave. Non era infatti la corruzione morale del governatore, che,
con gentile sentimento cristiano, si temeva, ma la soverchia potenza
e ricchezza, che gli sarebbe derivata dalla gestione di una provincia
così estesa e così doviziosa, e che quegli, un giorno, avrebbe potuto
rivolgere come macchina di guerra contro gli avversari politici
della madrepatria[326]. L’Egitto, a rigore, non poteva essere escluso
dal rango di provincia consolare, al quale appartenevano la Gallia
Narbonese e la Cilicia, e, sotto l’impero della legge Sempronia, cui
Silla non aveva derogato, la designazione delle province si sarebbe
dovuta attendere dal senato prima dell’oscura elezione dei consoli, e
la ripartizione delle medesime sarebbe stata affidata alla sorte[327].
L’aura di _fronda_, che cominciava a spirare, non consigliava un simile
giuoco d’azzardo, e il senato non tardò a smetterne la voglia.
A questa ragione, che non varrà soltanto per l’anno del testamento
di Alessandro IIº, sono da aggiungere alcune altre circostanze, che
in quel giro di tempo dovettero paralizzare l’azione del governo in
Egitto.
All’83 era terminata la guerra, che Silla, fin dall’86, aveva
ingaggiata contro Mitridate[328]. Ma, se il generale romano avea così
felicemente condotto gli affari d’Oriente, non altrettanto poteva dirsi
della situazione propria e di quella dell’aristocrazia romana. In Roma
il potere era caduto in mano dei democratici (i _populares_), i quali,
dopo una quadriennale lotta all’estero, ne apparecchiavano una peggiore
all’interno. Così infatti accadde; e, mentre il Tolomeo testava in
favore di Roma, Silla e i suoi avversari insanguinavano l’Italia e le
province occidentali delle stragi di una guerra civile, che non ebbe
fine se non al 79 con la vittoria dell’ex-generale asiatico[329].
Tanti torbidi all’interno, dopo tanti rischi all’estero, basterebbero
a spiegare pel momento l’indifferenza del governo romano rispetto
ai destini d’Egitto. Ma il guaio si fu che la restaurazione, cui
il vincitore si accinse, dopo la disfatta degli avversari, riescì a
tutt’altro che a spargere l’oblio sulle trascorse contese. L’esercito,
che sarebbe occorso per occupare quell’Egitto, che aveva con una
rivoluzione sbalzato di seggio il re, impostovi da Silla, urgeva d’ora
innanzi in Roma, quale puntello della rinsaldata oligarchia, nè la
morte di Silla, avvenuta al 78, alterò gl’inalterabili termini della
situazione.
Ma, se questo era lo stato delle cose all’interno, la guerra d’Oriente
era terminata soltanto per modo di dire. L. Lucullo e Murena dovettero
proseguire sino all’81, anzi all’80, la campagna, già in massima parte
condotta dal loro generale supremo, e, solo dopo questi anni, si potè
parlare di una cessazione generale delle ostilità e dell’insurrezione
in quelle contrade[330]. Così stremato di eserciti e di finanze, così
agitato e all’interno e all’estero, poteva lo stato romano impegnarsi
nella nuova e forse malsicura impresa d’Egitto? Tuttavia il senato
possedeva di nome, e, volendo, anche di fatto, la forza necessaria ad
imporre il rispetto dei propri voleri. Ciò capirono remoti eredi dei
Lagidi, i quali, più tardi, preferiranno venire a Roma a sciorinarvi i
titoli delle loro pretese.