Quadro esistente nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.
Può egli convenientemente affermarsi essere stato il Perugino maestro
vero di Raffaello? Le intelligenze supreme, come quelle del Sanzio,
hanno esse mestiero d'insegnamento? Bene Lucifero annunzia la venuta del
sole, ma non lo accende. Ai figli dell'aquila basta mostrare dalla vetta
delle Alpi lo spazio, e dire: — vola! — onde, confidati alla potenza
delle ale, poggino là dove occhio umano non li può seguitare. La poesia
e la pittura sgorgano da un fonte comune, e questo fonte è il cuore
sublimato nella contemplazione di quanto Dio ne concesse moralmente o
fisicamente bello. Se la pittura ad effigiare il suo poema adopera
l'iride dei colori, e se la poesia l'armonia della lira, ciò non fa sì
che il concetto abbia sede in parte diversa. Chi insegnerà all'uomo la
mesta pacatezza del pensiero, e la segreta voluttà che sente nel vedere
un magnifico tramonto, o nello udire un suono che sembra voce di genio
invisibile, o nel contemplare una sembianza irradiata di gioventù e di
bellezza? Chi educherà l'anima ai misteriosi colloquii col suo Creatore,
per cui, da queste terrestri miserie sollevandosi, arriva a presentarsi
faccia a faccia avanti a Dio? Chi il subito commuoversi, chi il brivido
delle fibre tenuissime, e il nobile entusiasmo e lo sdegno generoso, e
tutti gli altri elementi che formano l'anima dello artista e del poeta
come le corde di un'arpa divina?
Ma posti anche in disparte tutti questi attributi psicologici, a me
sembra, non che difficile, impossibile, che uomo possa per virtù
imparare quanto pure si referisce alle ragioni del bello, considerato
anche più materialmente. L'Urbinate non fu visto frequentare le scuole
di Lionardo e di Michelangiolo, e nonostante apprese da ambedue loro,
bastandogli a questo fine la vista. Per le intelligenze disposte,
comprendere il meglio e conseguirlo, avviene a modo di favilla che arde
le polveri. Una parola scende sopra cotesti sacri capi, come le lingue
infocate sopra gli Apostoli il dì della Pentecoste. Con uno sguardo
penetrano a un punto ed illuminano uno abisso, ove altri non vide,
tranne tenebre e confusione. A me sembra non potersi avvertire
abbastanza la seguente verità: che le cose belle pei supremi intelletti
non corrispondono punto a lavori, ma ad altrettanti emanazioni
facilissime e spontanee. — Però, malgrado i ragionamenti esposti fin
qui, sebbene io non creda che le lezioni del Perugino creassero la
intelligenza dello Urbinate, pure di leggieri concedo che da lui meglio
che da altri egli ricavasse copia d'ispirazioni per arrivare alla
eccellenza dell'arte, di cui terrà (e non fie vano lo auspicio)
eternamente la prima sede.
E forse anche potrebbe riuscire vano lo auspicio, quante volte ci
facciamo a considerare come se Raffaello non veniva al mondo, appena ci
saremmo persuasi che il Perugino potesse andare superato nella poesia
del concetto, nella tenerezza delle passioni, nella soavità delle forme,
nei sobrii colori, nel magistero del disegno, e in ogni altra di quelle
parti che costituiscono il valentissimo dipintore.
Porge testimonianza di questo la Tavola che ho impreso a illustrare.
Consideriamola attentamente, imperciocchè coteste opere, come il
Montesquieu diceva del carattere di Alessandro Magno, meritino essere
esaminate a grande agio.
La Regina del dolore si presenta in mezzo al quadro, e tiene in grembo
il suo figliuolo Gesù, deposto pure ora dalla Croce, sostenuto dal capo
da un Santo, che io credo Santo Iacopo, e dai piedi dalla Maddalena: un
poco più indietro compariscono un vecchio, dalla parte della Maddalena,
e dalla parte di Santo Iacopo, San Giovanni, Tutta la composizione spira
una mestizia profonda, eppure tranquilla solennemente; un dolore che
commuove le tue viscere umane, e che pure non sembra cosa terrena. Santo
Iacopo piagne, ma siccome il suo capo sta accanto a quello di Cristo, in
cui la Madre si affissa, così adempie l'ufficio angoscioso di sorreggere
il capo del Maestro, volgendo altrove, per un senso squisito di
gentilezza, la faccia, onde la Madre non veda coteste sue lagrime, e ne
ricavi argomento di affanno.
La Maddalena con sottile intendimento sta intenta a considerare i fori
sanguinosi che lasciarono i chiodi nel piedi divini, e pare che di
questa più che di ogni altra cosa si disperi. Ho detto con sottile
intendimento, imperciocchè i dolori comuni volentieri sminuzzino le
cause dell'afflizione, mentre i grandi rimangono assorbiti per entro una
sintesi di amarezza infinita. Quindi l'anima disposta a consolarsi sta
percossa e si lagna delle livide carni, degli spenti occhi, dei capelli
bruttati di sangue e simili, mentre all'opposto l'anima per sempre
desolata concentra il sentimento in una punta acuta che le toglie il
pensiero e la parola.
Il cuore del vecchio è una coppa da gran tempo vuota o colma dalla mano
della sventura. Molte rughe l'angoscia ha già solcato sopra il sembiante
di lui: egli non piange, perchè volge ormai lunga stagione ch'ei pianse
le ultime sue lagrime; ma ben si comprende come cotesto affanno che
soffre, sia l'ultimo peso che farà traboccare la vita nel sepolcro. Nè
egli già si duole del sepolcro, perchè da molti anni lo desidera come lo
assetato la fonte dell'acqua pura. Quante volte coteste labbra devono
aver detto alla fossa: — Tu sei la madre mia! — Quante volte deve egli
avere teso le orecchie per sentire se Dio lo chiamasse alla sua pace,
nella stessa guisa che il prigioniero attende la voce del custode che lo
restituisce alla libertà!
San Giovanni meno degli altri si mostra rassegnato: egli leva la faccia
al cielo e par che dica: — Nei tesori della tua misericordia, perchè non
trovasti modo, o Signore, di risparmiare questo sagrificio di sangue? —
Se mai dall'affetto ardente dello animoso discepolo volò cotesto
rimprovero contro la Provvidenza, avvenne di quello come della bestemmia
dello zio Tobia: — l'angiolo dell'accusa, nel registrarlo sopra i suoi
libri, lasciò cadere una lagrima, e ve lo cancellò per sempre. —
Cristo anche nella morte è divino: da quel suo volto spira a modo di eco
soavissimo l'amore che il mosse a supplicare perdono ai suoi medesimi
uccisori. Non orma di angoscia, non vestigio di sensazione dolorosa;
quanto aveva di umano, con la sua natura di uomo, passò. Ora il pensiero
che per lui andò placata la giustizia eterna, lasciava diffusa per le
celesti sembianze l'altera contentezza del più grande benefizio che Uomo
o Dio potessero largire. — Egli dorme come un eroe nei sogni del suo
trionfo.
Ma sopra ogni altra cosa, venite e considerate, come si merita,
l'atteggiamento e la sembianza della Madre di Cristo. Non linea, non
fibra, non tocco di quel volto senza dolore; però non disperato come di
persona che gittati gli argini della pazienza prorompa, o impietrito
come di persona per troppa angoscia diventata stupida, e quinci emana un
senso di solennità religiosa, uguale a quello che usciva da Gerusalemme
desolata a commuovere i precordii di Geremia profeta. La Madre guarda
gli occhi del Figlio, imperciocchè quivi ella vedesse la favilla estrema
di vita, e le rammentino la traccia ultima della esistenza di lui. —
Forse ella sa che la morte non ha forza di prevalere sul Cristo, che il
termine del martirio terreno è continuazione della sua gloria nei cieli:
anzi ella lo sa, non vi bada adesso; più tardi il pensiero le revocherà
tutto questo alla memoria, e ne andrà consolata.... per avventura anche
lieta. Lei diranno le genti beatissima tra le madri, ed ella si terrà
pur tale, e tendendo un giorno le braccia aperte verso il Cielo, l'amore
materno, a guisa di ali di fuoco, lei trasporterà verso il suo Creatore,
verso il suo Figlio ch'è nei cieli: ora ella si mostra madre terrena,
quantunque di natura più eletta di ogni altra figliuola di Adamo. L'arte
antica e la moderna non seppero, per quanto io conosca, presentarci tipo
di dolore così sublime come quello della Madonna. Veramente Niobe supera
ogni affanno che pensiero umano valga a superare. Niobe non impreca, non
si stempra in lacrime, non prorompe in urli o in atti deliranti, ma cade
segno di vendetta che per uomini sarebbe infame, per Numi poi è
inconcepibile; cruda, sterile e ignobile vendetta, la quale non può fare
a meno che susciti maledizione e furore: il sangue dei figli di Niobe
fuma ira; e se Niobe potesse, l'avventerebbe come una fiamma da ardere
l'Olimpo, e farebbe bene. — Ma il sangue di Cristo supplica perdono:
egli volente lo sparse, egli l'offerse per prezzo di riscatto, e
tornerebbe ad offerirlo di nuovo: di qui la differenza maravigliosa dei
due tipi di dolore materno, di Niobe e di Maria, che io reputo argomento
degno di nobile e profonda scrittura.
Ma se il dolore di Niobe cede a quello della Madre di Cristo, supera poi
qualsivoglia dolore effigiato da mano o da parola mortale. Paragonate
Niobe con Laocoonte, non parlo già del Laocoonte di Virgilio, sibbene
del Laocoonte di Polidoro, Atenodoro ed Agesandro, perocchè gli scultori
vinsero il poeta, e sentirono più magnanimamente di lui. Il Laocoonte
degli scultori soffra col coraggio dell'uomo forte, e con la dignità
dello innocente oppresso, e non fa punto sembianza di prorompere nelle
immoderate strida, che nel poeta suscitarono la similitudine anche più
infelice del loro non bene mazzolato:
E di orribili strida il ciel feriva;
Qual mugghia il loro allor che dagli altari
Sorge ferito, se del maglio appieno
Non cade il colpo, ed ei lo sbatte e fugge.
_Eneid._ l. II.
Comunque però vinca il Laocoonte scolpito il Laocoonte del poeta, pure,
anche il primo del quale ragiono s'ingegna svincolarsi dai nodi dei
serpenti, e ai figli che gli stanno accanto, avviluppati nelle medesime
spire, ei non bada. Non così Niobe! Oh non così! Ella, sente fischiarsi
sul capo la romba dei dardi celesti, e per se non li teme, e non tenta
nemmeno sottrarvisi; solo si ricovra in grembo la fanciulletta unica
della bella figliuolanza che la rese infelicemente superba, e con
estremo conato si sforza salvarla dalla vendetta celeste. Amore di madre
non si supera nè si uguaglia, e di questo vadano orgogliose le donne;
chè se di altre dignità si mostravano loro i cieli avari, questo solo
basta a formare la corona della loro vita, e a farle perdonare di ben
molti peccati. Le donne non ebbero mai più gentile lodatore di quel
Martino Lutero, di cui il nome solo mette spavento alle mie leggitrici
cattoliche. Fra Martino, il quale ebbe, come il Bandello lasciò scritto,
— un bellissimo ingegno, — notando la sua Bibbia, al punto in cui si
narra il sacrifizio d'Isacco, scriveva così: «Quali mai furono i
sentimenti di Abramo allorchè acconsentiva a svenare il suo figliuolo
unico? _Certo egli non ne tenne parola con Sara_....» — Lo Chateaubriand
avverte sembrargli cotesta riflessione per semplicità e per tenerezza
_quasi sublime_. Perchè _quasi_? Io di mia propria autorità tolgo
l'avverbio modificativo, e la dichiaro del tutto sublime, e se taluno si
avvisasse riprendermi, io me ne appello a tali giudici, che so troppo
bene che mi daranno ragione, — voglio dire le Madri.
So per lettura di effemeridi che pittori francesi, fra i quali
Delacroix, concepirono e dipinsero la Pietà, (che Pietà suole chiamarsi
in arte, la Madonna col Figlio morto in grembo); ma primieramente perchè
non ebbi mai sott'occhio cotesti quadri, e poi perchè mi sento
pochissimo disposto a giudicare con favore della pittura francese, così
parmi onesto tacerne.
Piuttosto mi permetterò alcuna parola discorrere intorno alla famosa
_Pietà_ del Buonarroti. Veramente, quando uomini quale io mi sono, ci
facciamo a ragionare di cotesti prodigi d'intelligenza, pudore e dovere
persuadono a procedere molto rimessi, e a modo di dubbio: però la
reverenza del nome non ha da togliere il giudizio: ossequio non suona
tirannide, come libertà non corrisponde a licenza. Ora dunque a me
sembra la _Pietà_ di Michelangiolo comprendere copiosamente in sè tutte
le qualità egregie e riprovevoli di quel divino intelletto. — Il
pensiero e l'arte, e se vogliamo meglio, la parte materiale o la
spirituale, in cotesta opera sconfinano i supremi limiti della Natura;
per la quale cosa il dardo per tensione soverchia dello arco forvia dal
segno, e l'effetto viene a mancare. Quanto di più infelice e di pauroso
può esercitare il patimento sopra la creatura umana; quanto lo strazio
può lasciare sopra la nostra carne di miserabili vestigi, — tutto è
ritratto dallo spietato scultore in quel gruppo. L'anima nostra, sotto
la sferza cocente del dolore, s'irrita: ella gronda sangue, non lagrime,
e rimane stupida di ribrezzo, non commossa a pietà.
La Madre in Michelangiolo, sola con solo, sta col suo Figlio in grembo,
lacero nelle membra, infranto da torture ineffabili, senza che nulla
temperi lo spettacolo del morto staccato dal patibolo. Da quel congresso
tremendo la Madre non può uscire che in due maniere, o col cuore
impietrito, o col cuore rotto. Ora il concetto spinto a simili estremi
ci vince; noi ci pieghiamo gemendo sotto questa forza, come se fosse un
giogo di ferro, ma tenerezza, pietà, lagrime, ogni maniera insomma di
sensi gentili, irrigiditi per soverchio rigore vengono meno. Ma ogni
uomo è dominato dal proprio genio, e tale appunto la natura dispose,
onde dai modi diversi di concepire e ritrarre il concetto nascesse poi
celesta infinita varietà di cose, per cui l'Universo sembra che
infaticabilmente si rinnuovi. Nè creda alcuno potere dominare il suo
genio, però che muovendogli guerra si sposserà nella lotta, e in ultimo
si troverà inetto ad imprendere opera che valga. Di tutte le contese, la
più sterile è quella che combattiamo contro noi stessi... — Chiunque si
fosse quegli che immaginò ferreo il freno da imporsi al pensiero, certo
fu volgarissimo ingegno. Quando Sansone può starsi legato, è segno che
gli cadde il vigore dei capelli. Trovi l'acerbo censore Milizia quanti
pur sa difetti nel Moisè: egli deve confessare, il primo senso provato
alla vista di cotesta statua, essere stata la paura. Ora se
Michelangiolo si fosse studiato a togliersi la facoltà di atterrire che
gli veniva dalla Natura, l'arte non avrebbe potuto dargli di commuovere
blandamente, ed egli sarebbe rimasto come uomo abortivo.
Affermano alcuni che il concetto non costituisce l'arte; ma io non so
comprendere arte che cosa sia senza concetto: ambedue formano un nesso
che non può stare diviso, e i vizi e le virtù del concetto si
trasfondono necessariamente nei modi di significarlo. I critici vengono
dopo, come i soldati tenevano dietro al trionfo degl'Imperatori romani:
accompagnando essi con parole di biasimo gl'ingegni sublimi, li
ammoniscono mortali essere stati e fallaci come gli altri uomini tutti.
Sterile scopo ed astioso; imperciocchè lo schiamazzo non tolga che gli
errori commessi si emendino, nè che per le virtù esercitate i gloriosi
ascendano al Campidoglio, nè che i futuri grandi uomini possano salirvi
scevri affatto da colpa.