QUADRO IN TAVOLA DI MASACCIO DA SAN GIOVANNI.

Nella I. e R. Accademia delle Belle Arti di Firenze.

E' sembra che la tavola da noi impresa a illustrare venga indicata da

Giorgio Vasari nella Vita di Masaccio là dove dice: «È di sua mano una

tavola fatta a tempera nella quale è una Nostra Donna in grembo a

Sant'Anna col Figliuolo in collo, la quale tavola è oggi in

Sant'Ambrogio ec.» Cotesta tavola, come lo stesso biografo ci avverte,

appartiene alla prima maniera di fare del Masaccio; ed invero quel

solenne maestro, persuaso in processo di tempo di condursi a Roma, colà

per virtù di studi alacrissimi e di meditazioni profonde, per cui

mostrandosi al popolo come uno scemo di senno e trascurato ebbe nome di

Masaccio, condusse il suo stile a tanto suprema altezza, che poco ci

volle per attingere la eccellenza. Chiunque si faccia a considerare

attentamente questo dipinto non ridotto a perfezione, noterà due cose

che paiono ereditate dal paganesimo. Ingegni posteriori al Masaccio, e

più potenti di lui, non seppero affrancare l'arte dalle tradizioni dei

Gentili: colpa non loro e neppure colpa dei primi padri del

Cristianesimo, ma sottile consiglio che li rese inchinevoli ad

assorbire, anzichè combattere con troppa fatica, quanto della religione

antica poteva conciliarsi con la nuova: contenti del principio, poco

curavano la forma, ed all'opposto abbracciandola se ne avvantaggiavano;

nè arguti com'erano, potevano non avvertire gli uomini attenersi più

tenaci alla forma, come quella che riesce a tutti sensibile, che alla

sostanza intesa da pochi; e la forma e i riti esterni più che non si

pensa stanno congiunti co' temperamenti degli uomini e con le condizioni

dei paesi e dei climi: così dove la primavera fiorisce tepida e lieta, e

il cielo sereno si volge con le sue splendide curve sopra i campi, la

religione proromperà sempre fuori dei templi mescolando timiami e

cantici agli odori e alle armonie che emanano dalla natura. Questa

considerazione spiega ancora la causa dell'architettura delle chiese,

rimasta per la massima parte fra noi di stile greco o romano; del tutto

gotica, o con quale altro nome più acconcio si abbia a chiamare, nelle

frigide regioni.

Delle due cose a considerarsi notabili, la prima consiste nelle tre

figure aggruppate una sopra dell'altra, nel modo stesso che i Gentili

costumavano fare nelle statue di Erme od Ermete, poste sopra i crocicchi

delle vie. La seconda negli angioletti quasi che nani in proporzione

delle figure principali.

Quando gli uomini non seppero concepire la Divinità spiritualmente

sublime, la ritrassero materialmente smisurata; e noi vediamo in questo

i Greci antichi, comunque trovatori di ogni più esquisita maniera di

bello, andare errati come gli artefici dei grossi mosaici bizantini. I

primi ritrassero Giove di statura assai maggiore agli altri Dei

consueti, e i secondi effigiarono Cristo su per le volte dei tempii

immane per grandezza di forme in proporzione delle figure che gli posero

al fianco. Non senza sorriso in alcune terre dei Della Robbia mi è

venuto fatto osservare una Nostra Donna dentro il suo manto accogliere

una popolazione di devoti incappati, non altrimenti che la favola

racconta Ercole chiudesse nella pelle del leone infinito numero di

pimmei.

La mia fortuna mi serbò tanto onore da assistere negli anni andati a

certo colloquio tra un filosofo scienziato, e letterato d'ingegno

rarissimo, oggi defunto, e un pittore che tuttavia sostiene la gloria

del nome italiano. Insisteva il primo affinchè il secondo dichiarasse

chi, se quegli ch'era non fosse, avrebbe prescelto essere degli antichi

maestri famosi nell'arte. A cui il pittore rispondeva: quegli che

concepì la idea di effigiare Dio, trascorrente nella sua solitaria

grandezza lo spazio infinito dei cieli, con braccia aperte in atto di

sospendervi con la man destra il sole, con la sinistra la luce!

La poesia peccò come l'arte. Omero presenta Nettuno, che dipartendosi da

Samo in quattro passi giunge ad Ega, il che fa poco meno di un grado per

passo, come si prende cura di informarci il Pope; e in altre parti,

Minerva, che si pone sul capo la celata capace di cuoprire i fanti di

cento città, e il carro di Giunone che con un salto degl'immortali

destrieri arriva al finimondo, sicchè con un altro salto (nota irridendo

il Perrault) non si sa dove mai sarebbe capitata la figlia di Saturno.

Lo spirito d'imitazione servile, peste degl'ingegni anche migliori,

invogliò il Tasso a imitare la celata di Minerva, e quindi descrisse

l'Angiolo Custode che per tutela di Raimondo leva dall'armeria del cielo

lo scudo

di lucidissimo diamante,

Grande che' può coprir genti e paesi

Quanti ve ne ha fra il Caucaso e l'Atlante.

Lo Strabocchevole non costituisce il sublime; se no, chi arriva i

Seicentesti, i quali desideravano a Carlo V

Che ai bronzi tuoi serva di palla il mondo,

e nientemeno volevano che ai suoi funerali servisse il sole di torcia a

vento! — Povera polvere! coronata se vuoi, ma polvere sempre. Longino, o

piuttosto Dionisio di Alicarnasso, nel suo trattatello del Sublime leva

a cielo i passi di Omero da noi accennati; ma con sua pace, egli si

mostra in questo meno buono intenditore di sublime, di quando celebra

concetto altissimo quello della Genesi ove Moisè racconta: — E Dio

disse: sia luce; e luce fu. — Il sublime più spesso sta nei sentimenti

che nelle immagini; pure a me sembra che il Manzoni abbia toccato il

sublime così del sentimento come delle immagini in quei suoi versi:

O Figlio, o Tu cui genera

L'Eterno eterno seco,

Qual ti può dir dei secoli:

Tu cominciasti meco?

Tu sei: del vasto empiro

Non ti comprende il giro:

La tua parola il fè.

Masaccio pertanto, sia negli affetti dei volti, sia nei parchi ed

acconci panneggiamenti, negli scorti dei quali, se non fu inventore, si

acquistò bellissima fama per averli intesi meglio di ogni altro suo

predecessore, e per pregi infiniti, si mostrò raro e felice intelletto.

Ma se per tutto quello appartiene allo stile poco andò lungi dalla

perfezione, per ciò poi che riguarda la immaginativa io non vedo di

quanto avanzasse l'arte, o almeno io non vedo che l'arte da Giotto a

Masaccio progredisse in proporzione dello stupendo incominciamento

ch'ebbe dal primo. Io non so chi si fosse il poeta che compose in sua

lode i bei versi:

Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari:

L'atteggiai, l'avvivai, le diedi moto,

Le diedi affetto: insegni il Buonarroto

A tutti gli altri, e da me solo impari.

Masaccio non era uomo da insegnare al Buonarroti. Questi sortì dai cieli

un'anima ardua, un salvatico ingegno, che da nessuno impara, che si

nudrisce, anzi pure divora se stesso; ed egli ce lo rivelò con quel suo

detto:

Io vo per vie men frequentate, e solo.

Nella mia mente Michelangiolo si confonde con Tacito. — Quando popoli

grandi arrivano all'agonia della loro civiltà, noi troviamo come la

Natura crei qualche gigante di severo intelletto, destinato a rotolare

sopra il suo sepolcro il coperchio di granito. Tacito scrive i funerali

della nazionalità romana, Michelangiolo scolpisce e dipinge i funerali

della nazionalità italiana; e gli Annali del primo spaventano come il

Giudizio Universale del secondo. —

Ma per tornare a Masaccio, a me sembra trovare nei suoi tempi la ragione

per cui l'arte non potesse ampliarsi gran tratto, però che nulla avvenga

quaggiù senza causa convenevole; e se talora rimane troppo occulta, e si

sottrae alle investigazioni umane, male negheremmo che una causa sia.

Gl'ingegni dei cittadini diventarono molli, intenti ai commerci, cupidi

di guadagni, e sopra tutto alieni miseramente dalle armi. I cittadini

non combattono più, ma pagano le battaglie; la politica diventa

cavillosa, proditoria e vile, come la procedura dei giudizi in mano dei

tristi che bene si chiamano sacerdoti della giustizia, — s'egli è a modo

dei sacerdoti pagani, per isgozzarla; le ambizioni e i tumulti del

governo, retaggio di pochi astuti. Studi vi furono, ma non gagliardi e

virili: bene scopersero le opere famose dei greci e dei romani

scrittori, le commentarono, le schiarirono, a lezione migliore

ridussero; ma coteste sono industrie, non arti: lettere e favelle

antiche appresero, ma la favella e la letteratura nostre patirono danno;

la civiltà defunta disotterrarono come una città sepolta sotto la lava

del Vesuvio, la propria neglessero; forse s'essi non erano, riuscivano

meno politi, ma certo più forti. Giotto e Dante per lungo tratto di

tempo rimasero senza eredi degni di loro. Se al seme ottimo

corrispondeva il frutto, Raffaello, Lionardo e Michelangiolo avrebbero

dovuto esserci successori di cotesti divini intelletti; ed eglino

giovando ai tempi, e i tempi a loro, non avrebbe il primo stemperato

l'anima bella nel delirio della voluttà, nè cercato il secondo asilo

nella reggia dei tiranni, nè il terzo riparato prima nella

salvatichezza, poi nella contemplazione delle cose divine, e sfiduciato

ormai di ogni speranza terrena. Forse il genio loro li ammoniva giungere

per la patria i giorni novissimi, ed essi nati o troppo presto o troppo

tardi, ma certo inopportuni; però se non avventurosi al paese gli anni

in cui vissero, furono grandi e pieni di avvenimenti magnifici. — Stati,

ridotti in vaste monarchie, il principio democratico oppresso,

l'aristocratico offeso, ma conservato a morte più lontana e

irrevocabile, mentre il primo dorme nel suo sepolcro come dentro una

culla, rifà le sue forze col sonno, e quando lo credono polvere,

obliato, un giorno n'esce a tessere per la sua testa rinnuovata una

ghirlanda non di fiori, ma di teste di re; — l'antico equilibrio del

mondo distrutto; un altro contrario a quello sostituito; battaglie non

per città o per castelli, ma pel dominio del mondo; la Riforma e le sue

guerre come istituto infeconde, come opposizione terribili; nuove armi

adoperate, nuovi mari tentati, nuovi mondi scoperti, popoli sconosciuti

e innumerabili con poca mano di gente audacissima disfatti, e le altre

maraviglie insomma del secolo decimosesto dovettero generare nelle menti

degli uomini, se non grandezza, almeno inquietudine maravigliosa,

sviluppo di forze, e moltiplicità stupenda d'intenti, per cui le

immaginazioni si esaltarono, e ognuno confidando nelle proprie ali tentò

nuovi spazi e li percorse fortunato.

Ai tempi nostri miseri, le arti immiseriscono. Dopo il saturnale di

sangue della rivoluzione francese venne il saturnale della vanità del

più superbo fra gli uomini, ed ambedue spossarono il mondo. I Pontefici,

non che abbiano pensato ai giorni nostri, almeno fin qui, ad ornare di

dipinti le logge del Vaticano o la Cappella Sistina, riparavano a stento

la fiammella minacciata dal soffio della usura: Rotschild sostiene San

Pietro come la corda l'impiccato. I principi e i baroni non portano più

amore alle avite dimore; in meno che volge un mezzo secolo diventeranno

dominio di uno Schylok arricchito col giuoco delle azioni dei cammini a

vapore o di un contadino cosacco: e i popoli non sanno più generare i

grandi capitani e gli uomini famosi nel consiglio e nella sapienza; essi

sono stanchi di produrre invano: guasti dal costume, di se medesimi

diffidano, e par che credano essere condannati a strascinare la vita

come una catena: — mal credono! Depongano giù dall'animo cotesta paura,

che è una calunnia per la Provvidenza; col presagio di giorni migliori,

negli antichi maestri impariamo i modi delle arti di guerra e di pace

per esercitarle poi quando a Dio piaccia. Così il prudente colono nella

stagione iemale, quando tutto pare sopra la terra morte e squallore,

apparecchia il filo della falce per la mietitura.

Pensieri, Discorsi, Illustrazioni · 第 43 / 48 题