DISCORSO TERZO.

FRAMMENTO AL CAPITOLO X della CONTINUAZIONE AI DISCORSI SULLE DECHE DI

TITO LIVIO.

Et olim meminisse iuvabit.

ÆNEID.

..... Talleyrand, che morì principe di Benevento, uomo non punto

volgare, ma levato certamente a cielo assai più che per avventura non

comportavano li meriti suoi, soleva dire: in politica occorrere fatti

molto peggiori dei tristi, ed essere gli stolti. — Io per me credo lo

stolto in politica essere il tristo, e viceversa, e di questo ogni uomo

si renderà di leggieri persuaso, quante volte cercando per le storie

conosca, come la gagliarda politica non possa andare disgiunta mai nel

governo dei popoli dalla sana morale.

E dove la rettitudine avesse a fruttare danni ai Governi che la

praticano, e la fraude vantaggi, questa sarebbe la maledizione più dura

che mai si fosse aggravata sopra il genere umano. Potremmo allora

smentire apertamente la parola sacra, che ci assicura del patto di

alleanza eterno tra il cielo e la terra!

Ma come piace a Dio, procede assai diversa la cosa: chi dicesse la

morale e la politica starsene insieme unite come due sorelle di amore,

direbbe poco; imperciocchè le si abbiano a considerare a modo di due

elementi necessari a comporre una medesima sostanza. E quel divino

spirito di Focione annunziava una verità, che il Creatore stesso avrebbe

potuto rivelare, allorquando persuadeva a Nicocle ateniese, morale e

politica essere una medesima cosa nel mondo.[23]

Non pertanto, meditando attorno l'epoche diverse della vita dei popoli,

qualche volta non apparisce vera del tutto la proposizione esposta qui

sopra.

Poichè la vita dei popoli, come quella degli uomini, conosce la infanzia

e la decrepitezza e la infermità, così avviene talora, che lo Stato

abbisogni di partiti estremi, i quali non formano il suo modo naturale

di esistenza; in quella guisa medesima che il medicamento non compone il

cibo dell'uomo. Legge suprema degli Stati è vivere. _Si fas est rumpere

leges_, in questo caso lice. Senza colpa si varca il Rubicone.

Misericordia e giustizia assolvono il fatto, quale e' si sia, che

preserva la patria dagli estremi destini.

Dunque nella vita dei popoli occorrono giorni nei quali può stare velato

il venerando simulacro della virtù; altri nei quali torna

pericolosamente dubbioso o rammentarla troppo, o troppo dimenticarla,

altri (e questi sono i gloriosi) in cui qualunque via che torca dal

retto cammino conduce a sicurissimo esizio.

La esordiente società romana abbisognava di nozze; non le concedendo i

vicini, i Romani rapiscono le donne. In cotesti tempi i patti paiono

insidie, e sono. La figlia di Tarpeio domanda in premio della rocca

tradita quello che usano i Sabini intorno al braccio sinistro: essi

invece di monili precipitano sopra la sciagurata gli scudi, e la

uccidono.[24] Allora gli Ardeati e gli Aricini compromettono nei Romani

la lite di un campo, e i Romani giudici, per sentenza usurpano il campo.

Gli uomini consolari vanno indarno esclamando: «troppo maggiore essere

la ingiuria alla buona rinomanza e alla fede, che il beneficio del campo

usurpato. Che cosa mai riferirebbero a casa i legati? Quali parole

andranno essi spargendo? Questo gli alleati udiranno, questo i nemici, e

con quanta inestimabile amarezza i primi, con quanto grande esultanza i

secondi?»[25] Voci perdute! Il bisogno, _persuasore orribile di mali_,

preme più urgente assai che il desiderio della bella fama, e Scaprio,

uomo plebeo, promotore della rapina, prevale. Ai costumi rispondono le

leggi. Il disposto delle dodici tavole, secondo quanto Cicerone

referisce, piuttostochè reprimere, favoriva le fraudi.[26]

Ed esempi di necessità a rompere le leggi della morale, sono in tempi

più recenti le stragi degli Sterlizzi, quelle dei Mamelucchi, le altre

dei Giannizzeri, e forse le giornate del Settembre dai Convenzionali di

Francia consentite, o volute; — e sopra tutto (imperciocchè con maggior

agio ragionisi dei casi alquanto dai moderni nostri discosti) i modi

tenuti dal duca Valentino in Romagna.

La fama di costui intristisce con i tempi. Morto povero, lontano dal

trono, spenta la sua famiglia, esecrato per costume da tutti, perchè

dovrebbero affaticarsi gli scrittori a rivendicarne il nome? E non

pertanto ai tempi di lui le terre d'Italia erano tutte piene di tiranni

senza cuore e senza intelletto, lupi contenti di un brano sanguinoso,

non già lioni cupidi di magnanima preda; sicchè i popoli e la terra

stessa andavano di giorno in giorno dileguandosi dentro ai sepolcri:

nessuna cosa venerata, o santa; nessuna legge rispettata o temuta: ogni

vincolo sciolto, e la repubblica declinante a Sterminio inevitabile. Il

Borgia (e lasciamo dire la gente) accolse un concetto rigeneratore:

forse egli adoperò mezzi alla propria sua indole consentanei, ma

certamente quali le condizioni dei tempi volevano. L'esito non potè

giustificare il principio: se fosse giunto a completare il suo

sillogismo di sangue, gli uomini lo avrebbero salutato ottimo, massimo.

Ahimè! pur troppo che la stirpe nostra infelicissima qualche volta

giunge a tale, che a redimerla nulla giova, tranne il sacrifizio di

sangue! Al Valentino essendo mancata la fortuna, il comodo che doveva

uscire dall'edificio finito non potè fare sì che andassero in oblio le

prime pietre destinate a starsi sepolte nei fondamenti per sempre. È una

gran croce quella che grava le spalle dei riformatori dei popoli! Trono

o patibolo, laude od infamia, inferno o paradiso. E se alcuno stupido o

protervo negasse la fortuna, io vorrei dirgli: «Chinati a quella forza

indomata, arcana e feroce, alla quale, non che altri, Silla e Mario

sagrificarono.»[27]

Rammentansi essi le immanità di Augusto, di Carlomagno, e di Pietro il

Grande? Il manto imperiale di Napoleone ricuopre solamente splendidi

gesti? Maometto Alì, uomo del quale sebbene la Europa stesse in

aspettazione grandissima, e superiore alla forza e intelligenza sue,

pure dimostrava intendere le ragioni degli stati e degli uomini assai

argutamente, al principe Muskau, che confortavalo a dettare le Memorie

della sua vita, quando con molto senno rispose: «Io nol farò, e desidero

che altri nol faccia, perchè dovrebbero tacersi tutte quelle epoche

della mia vita, che pure sono le più lunghe, nelle quali, debole e

povero, mi era forza appigliarmi a non generosi partiti.»

Quanti uomini che fama hanno di grandi, come il Gigante delle tempeste

di Camoens, dalla cintola in giù voglionsi lasciare immersi nell'abisso!

Basta che tocchino il cielo col capo. Se male non mi sovviene, Esiodo

immagina che i primitivi Dei derivassero dall'Erebo e dalla Notte. A

Carlo, a Pietro, a Napoleone, e ad altri _magni_ concessero i fati anni

sufficienti e potenza a esporre nella massima parte, o intero, il

concepito disegno. Nessuno poi è tra loro, che interrotto nei primordi

della vita non avesse lasciato fama più trista di Cesare Borgia, a cui

popoli benevolenti rimasero per lungo tempo fedeli, a cui fu traditore

Consalvo chiamato _il grande_, a cui similmente fu amica la bella morte

incontrata mentre combatteva da prode uomo in battaglia.

Tito Livio nel nono delle _Storie_ ci somministra esempio della seconda

epoca, nella quale il destino dei popoli sembra pendere incerto tra la

magnificenza e la ferocia. Veturio Calvino e Spurio Postumio, conducendo

lo esercito contro a Luceria, lo avventurano entro le forche caudine. I

Sanniti lo circondarono, ma non sapendo in qual modo dovessero usare

della vittoria, spedirono per consiglio a Erennio Ponzio, uomo grave di

anni e di sapienza preclaro. Udito il caso, egli risponde: «lascinsi

andare.» — Non talentando il consiglio, si rimandano ambasciatori a

consultarlo, ed egli per questa volta li accommiata dicendo: «uccidansi

tutti.» I Sanniti, considerata la discrepanza dei pareri, rimasero su

quel subito di avviso che, come il corpo, lo spirito fosse ad Erennio

diventato per decrepitezza imbecille, ma poi non si potendo persuadere

che tanto lume di senno fosse così ad un tratto venuto meno, lo fecero

condurre sopra un carro al campo, ove gli domandarono ragione delle

contrarie sentenze; la quale egli addusse con sapienza ammirabile:

«Buono parmi che fosse il consiglio di spegnere i Romani, imperciocchè

distrutti due fioritissimi eserciti, essi torneranno nella pristina

debolezza, donde voi v'ingegnerete a non lasciarli più uscire; e buono

era anche l'altro, che liberi si rimandassero, dacchè il benefizio

insigne vi farà eternamente amico un popolo potentissimo.» Ed insistendo

i capi dell'esercito per sapere se tra questi due estremi gli sovvenisse

qualche provvedimento mezzano, riprese: «Qualunque altro diverso da

questi non toglie nemici, e non procura amici.»

Ma il corso della vita dei popoli continua pei secoli: per correre acqua

migliore si alzano le vele; la crisalide si fa farfalla; cessano i

giorni che l'uomo o i popoli tengono comuni coi bruti; incomincia la

epoca morale, o la necessità inclita della grandezza. _Non de solo pane

vivit homo_, predicò Gesù Cristo; bene non vive la gente sodisfacendo ai

soli materiali bisogni: esiste in lei un altro spirito vitale, che

abbisogna del nudrimento di amore, di fede e di gloria. La carriera dei

popoli sopra la terra procede in questo periodo maestosa come quella del

sole in mezzo ai cieli. Tutto adesso è grande, uomini e cose: le leggi

severe, la dottrina di Zenone presiede ai contratti, i giudici

professano la filosofia stoica,[28] non la cinica, non la cirenaica,[29]

non la scettica, o come spesso avviene, tutte e tre insieme

praticamente, non già per teorica, che a loro è ignota perfino la

scienza del vizio e dell'errore. I detti, i gesti, i monumenti e i volti

spirano religiosa reverenza, e quando la lingua, nella quale furono

favellati quei detti, non suonerà più sopra le labbra degli uomini, e di

quei gesti perverrà un eco lontano alle tue orecchie, dalle rovine

stesse sorgerà una voce, che li empirà di spavento, oh anima squallida

dei giorni che corrono! Allora Cammillo respinge legato ai Falisci il

pedagogo traditore; allora Cammillo bandito accorre in aiuto della

patria prostrata, e giunge quando Brenno gitta la spada dentro la

bilancia gridando: Guai ai vinti! e fa provargli intera l'acerbità della

minaccia troppo presto volata dalle barbare labbra. Regolo viene a Roma

per confermare la patria nella guerra contro Cartagine, e stretto dalla

religione del giuramento, torna al supplizio. Carlo Zeno tratto dalla

carcere perchè vinca i nemici, salva la patria, e si riconduce a

prendere i ceppi in Venezia.[30] Allora, perchè più a lungo non mi

diffonda nella narrazione di fatti, i quali pure si accostano soavemente

al cuore dell'uomo, vivono i personaggi che fanno esaltare gli egregi

nepoti, e lieti della letizia che animò Correggio all'aspetto dei

dipinti di Raffaello, esclamare: «Anch'io sono uomo!»

Ma il retaggio di sapienza e di gloria pesa sopra le spalle dei popoli.

Guai a loro se per un solo momento diventano immemori dell'ardua

dignità! O sia che scadano alquanto dalla consueta virtù, o sia che

infastidendo il vero vi sostituiscano l'esagerato e il bugiardo, uguali

danni li attendono. Quanto l'uomo impiega nella esagerazione,

altrettanto toglie alla sostanza. Se desideri avere la misura del falso,

fa conto di ragguagliarla sopra quanto vedi ostentare oltre al confine

del vero; e questa sentenza ti giova, o lettore, a conoscere la virtù

mentita di cui oggi ha copia quasi incredibile nel mondo.

Ed io amo allargarmi alquanto sopra siffatta materia, imperciocchè

davvero la cosa di per se stessa lo merita, e le nuove e le antiche

ipocrisie si vogliono flagellare senza intermissione, come senza pietà.

Quando Roma precipita in fatali rovine, ecco Seneca filosofo spingere

oltre il possibile la dottrina di Zenone. Non date fede allo ipocrita.

Seneca stoico lauda la maritale illibatezza, e adultera poi con

Agrippina, e con Giulia figlia di Germanico. Seneca dispregia le

dovizie, e per le immani sue usure cagiona la ribellione della

Brettagna, e la morte di ottantamila Romani. Seneca aborre gli agi, e

possiede tre milioni di sesterzj, e cinquecento tripodi di legno cedro

co' piedi di avorio. La umanità sembra poca pei tesori dell'amore di

Seneca, e Seneca, roso dalla invidia, calunnia e perseguita i migliori

di lui: egli odia la menzogna, e compone panegirici a Claudio

imperatore, poi lo vitupera morto, e scrive al senato l'apologia del

parricidio di Nerone! Che più? Seneca non cura la vita, e Seneca

piagnoloso offre a Nerone tutte le sue ricchezze per riscattare pochi

giorni, ed infami. Nerone prende il tesoro, e gl'impone la morte; e

Seneca allora, dacchè gli è forza incontrare il fato supremo, muore non

come un filosofo, ma come uno istrione, e desidera a conforto della

scenica agonia il fragore del plauso.[31] E noi pure abbiamo i Senechi

nostri, e moltissimi, e non meno pravi, ma degli antichi più nani, e

miserabili assai.

Considerate all'opposto Papiniano, avvocato!... sì in verità, io vi dico

avvocato, ma di cotesti avvocati Natura fece e poi ruppe la stampa: non

protervo petulante, ma semplice di modi e di parole, risponde a

Caracalla che gl'impone escusare in Senato la strage fraterna: — non

poterlo fare. — E quel feroce, a cui il sangue del tradito pesava forte

su l'anima, instando veemente, egli senza punto turbarsi soggiunge: —

molto più agevole cosa essere commettere, che scolpare il fratricidio. —

Nè con semplicità e costanza punto minori il visconte di Orte scrisse a

Carlo IX che gl'imponeva trucidasse gli Ugonotti di Baiona: — Sire, tra

i cittadini e gli uomini di arme mi è venuto fatto incontrare cittadini

dabbene, e soldati valorosissimi, ma non un carnefice; per la qual cosa

eglino ed io supplichiamo la Maestà vostra a impiegare le braccia e vite

nostre in cose che le si possano fare. — Montesquieu, interprete degno

di tanta grandezza, osserva: — questo grande e generoso coraggio

considerava impossibile una viltà.[32] Per onore della stirpe umana

vuolsi aggiungere come d'Orte non fosse solo a operare il fatto

magnanimo, e la Storia memore ricorda ancora Montmorin. Uomini, a chi

ben considera, non pure da uguagliarsi, ma da preporsi agli antichi,

avvegnadio dovessero questa fortezza ricavare dall'animo proprio,

mantenuto sano nel mezzo alla peste degli esempi pessimi, mentre gli

antichi a cagione del costume, della educazione e di quanto insomma

costituisce il vivere civile, fossero a bene operare quasi condotti per

mano. Gli austeri intelletti si palesano naturalmente senza artifizio.

Chi si fa banditore della propria virtù dimostra temere, e quindi non

meritarsi che altri favellino con lode di lui. Gli uomini, generalmente,

molto si sentono inclinati ad ostentare quello che non hanno, e più

tenaci afferrano le cose che più sfuggono da loro. I falsi e gl'ipocriti

urge il bisogno per simulare il contrario di quello che sono; la virtù

vera scaturisce dal cuore, come polla di acqua viva: suo scopo è la

grandezza, la semplicità la formula. — E poichè i falsi intellettuali

corrispondono ai fisici, tu vedi le donne pallide dipingersi il volto di

vermiglio. Montaigne ci racconta come un solenne magistrato essendosi

condotto a visitare un capitano, gli favellasse sempre di saracinesche,

mezze-lune, false brache, controscarpe ed altre opere della

fortificazione, di cui egli non intendeva niente, e il capitano era

peritissimo, invece di tenere proposito di costumanze e di leggi in cui

meritamente godeva fama distinta.[33] La corruttela, decadendo l'impero

romano, assunse lo stoicismo come maschera, la tirannide la prese in

parola, ed irridendo lo sottopose ad esperienza di sangue.

Adesso mi prende vaghezza di raccontare un fatto, il quale siccome

conferma mirabilmente le proposizioni enunciate, così ancora è fecondo

di applicazioni efficaci. Sagunto, città alleata di Roma, si era

mostrata in certa occasione infestissima ai Cartaginesi, i quali

avendola presa in odio, le mossero guerra, e di aspro assedio la

strinsero. I Saguntini ricorrendo per soccorso ai Romani, i mali

orribili ai quali si trovano condotti riferiscono, la religione

dell'amicizia e la santità dei patti invocano, Roma difendersi in

Sagunto dimostrano; e tutto invano. I Romani (secondo narra la fama che

per tre giorni agli Abderitani avvenisse) erano ebbri: non gli

ascoltarono; immemori della consueta maestà, i concetti generosi

obbliando, o sprezzando, dentro un infelice cerchio d'interesse

momentaneo si costringono, si chiudono la porta del futuro, e con una

parola miserabile l'arbore glorioso e trionfale, educato dal senno e

dalla virtù degl'incliti capitani, sterilendo esclamarono: — _l'oro e il

sangue romani sono per Roma!_

Otto mesi interi l'assedio di Sagunto durava, quindi nella lunga agonia

abbandonata periva. La morte rese immobili le labbra dei Saguntini, e

non pertanto con bene altra voce che questa nostra non suona, i sepolcri

proclamarono al mondo la infamia di Roma.

Però presso i Romani non si trovò nessuno il quale o tanto amasse la

perfidia, o tanto procedesse nemico al pudore, che asceso sopra i rostri

così annunziasse la rovina della infelice città: — _Quiriti, la pace

regna in Sagunto!_

E la pena in breve tenne dietro alla colpa. Prostrata Sagunto, ecco i

Cartaginesi si apparecchiano a invadere la Italia. I Romani pensosi per

tanto turbine di guerra mandano ambasciatori in Cartagine, fra quali Q.

Fabio, a provvedere alla salute della patria. Le blande proposte

provocavano superbe risposte; dichiarata la guerra, gli ambasciatori si

conducono nella Spagna allo scopo di tenere bene edificati quei popoli,

le alleanze antiche confermare, procurarne delle nuove, dare ad

intendere comune nemico essere i Cartaginesi, e come tale si unissero ai

Romani per combatterlo. Furono da per tutto ributtati, e dai Seniori dei

Volsci in ispecie alla presenza del senato così duramente ripresi:

«Quale insania, quale impudenza sono elleno queste vostre, o Romani, che

osiate richiederci, affinchè noi alla amicizia cartaginese preponiamo la

vostra? Chi più si mostrò infesto ai Saguntini; i Cartaginesi, o voi

altri? Costoro li sterminarono avversi, voi li tradiste benevoli.

Andate, e fatevi a cercare alleati là dove non sia giunta notizia della

saguntina strage.»[34]

Quindi Annibale scese in Italia, e quindi Ticino, e Trebbia, e

Trasimeno, e Canne: — spaventevole espiazione!

I Romani espiarono la colpa, e fecero senno. D'ora in poi, non che gli

amici e i confederati sovvenissero, gli stessi popoli vinti con ogni

maniera di blandizie tennero bene affetti; anzi conoscendo come sovente

la ingiuria nell'onore, nella vanità aspreggi più il sangue, che quella

fatta nelle sostanze, avendo avuto bisogno nell'ultima guerra punica, in

difetto di uomini liberi, di schiavi, a istigazione di Tiberio Gracco

mossero una legge con la quale ordinarono pena del capo contro qualunque

rimproverasse loro la Servitù.[35] Arti romane erano dettare leggi ai

popoli.[36] Romani esercizi vincere i superbi, e perdonare ai vinti.

Ufficio romano disciplinare a ordinato vivere civile i popoli

volenti.[37] Non solo i popoli del mondo, ma gli Dei stessi si

riparavano all'ombra del Campidoglio e del Panteon. Simbolo della maestà

romana diventarono a ragione i fasti consolari: un cumulo di verghe

costrette di lacci tenaci, e Roma nel mezzo, sotto forma di scure,

pronta alla difesa, alla offesa terribile. — Così i Romani con sapienza

e giustizia, meglio che con le armi, dominarono l'universo, e quando nel

giorno della sventura ebbero mestiero del sangue e degli averi dei

confederati, chiesero con fiducia soccorso, e con agevolezza

l'ottennero, non più temerono le sdegnose parole dei Volsci, e non

invano sperarono che le placate ombre dei Saguntini non irrompessero

dagli aperti sepolcri gridando: «Guardatevi dai traditori!»

Certo non forma argomento di questo breve discorso la esposizione delle

cause per cui Roma, dalla più sublime magnificenza alla quale Dio

concedesse mai ad una generazione di uomini pervenire, decadesse in

fatali rovine. Gibbon e Montesquieu lo hanno già fatto. Ma in pochissimo

stringendo il molto, basti allo scopo nostro affermare, che la

ingiustizia, la ipocrisia, la rapina, le fedi rotte, i codardi

abbandoni, il patteggiare co' barbari, la viltà, i vizi, e le infamie

pubbliche e domestiche, condussero l'impero Romano a condizione sì

estrema, che supera qualunque lutto.

Corrotti i costumi, a nulla valsero le leggi, che senza quelli possono

assomigliarsi a flauti senza sonatore; splendide di saviezza furono le

costituzioni di Nerone, di Domiziano, di Comodo, di Eliogabalo, di

Caracalla e degli altri bruti, piuttosto che imperatori, come scrive

Giuliano nei _Cesari_,[38] e la giustizia agonizzante periva. E in

quella guisa, secondo la sentenza di un filosofo antico, che la copia

delle medicine e la frequenza dei medici danno manifesto indizio di

molte e gravi malattie, così la moltiplicità delle leggi indica gli

ordini civili guasti profondamente.[39] — E mancata la prestanza

militare, alla quale compartivano i Romani per antonomasia il titolo di

_virtù_, a nulla valsero le fortezze. Le fortificazioni del Reno con

tanto studio innalzate dall'imperatore Valentiniano non contennero gli

Alamanni irrompenti, nè i Quadi quelle del Danubio. Disprezzate o

prostrate le muraglie costruite nell'Armenia, Cosroe potò minacciare

Costantinopoli. Il passo delle Termopili, difeso dal codardo Geronzio,

non trattiene un momento Alarico e i suoi Goti: meglio era lasciarlo

vuoto, chè la memoria dell'estinto Leonida sarebbe stata più temuta

assai che la presenza del capitano di Arcadio. Le fortezze senza

coraggio si assomigliano alle spade poste per decorazione sopra i

catafalchi dei soldati nel giorno dell'esequie. Non fosse, non muro, non

bastita mai gioveranno tanto alla salute del popolo, come il sentimento

che pose in bocca degli Spartani (ai quali per istatuto di Licurgo era

vietato circondarsi di mura) queste parole, allorchè Pirro assaltò

l'aperta patria loro con 25,000 fanti, 2000 cavalli, e 24 elefanti: «Se

tu sei un Dio, non angustierai quelli che non ti offesero: uomo,

avanzati, troverai uomini pari a te stesso.»[40]

E nessuno dei popoli che vissero, o vivranno nei secoli, sia tanto, non

dirò superbo, ma stupido, che voglia paragonarsi ai Romani. La mano

romana non irrigidiva nella Scizia per gelo, nè per calore si prostrava

nell'Affrica. A noi una frazione dell'antica Numidia arde i guanti, e

scotta le mani; poniamola giù via, lasciamo andare una provincia che

Cesare avrebbe donato maggiore a qualche suo famigliare! Ma che dico io

maggiore? Cesare si offriva pronto a donare a M. Ofrio raccomandato di

Cicerone tutto quel paese che oggi si nomina Francia, protestando, che

se altri amici aveva a raccomandargli, a lui non sarebbero venuti meno i

regni da elargire[41]I Romani, quasi in sollievo dei brevi ozi, gittano

ponti sopra il Danubio, che tuttora rimangono; tra il Clyde e la Twede

fabbricano muraglie in Brettagna, nelle sabbie infocate dell'Affrica

costruiscono strade, per le quali noi pure oggi passiamo, intorno alle

quali noi spenderemo dieci anni a rassettarle, per vederle tornate

guaste tra cinque. I giuochi stessi di cui occupiamo l'efemeridi nostre,

le splendidezze e le magnificenze sono trastulli da infanti a paragone

delle romane. Un giullare americano ci empie di maraviglia scherzando

co' lioni, e Marc'Antonio percorreva Roma sopra un carro tirato da

questi medesimi animali, Eliogabalo da tigri. — Lucio Metello 142

elefanti, M. Scauro 150 tigri, Silla 100 lioni, Pompeo 410 tigri, 500

lioni, elefanti, ed altre assai belve, Augusto 36 coccodrilli, Tito

nella dedicazione del Colosseo 500, o, come Dione Cassio assicura, 9000

fiere gittavano a straziarsi nei circhi per diletto del popolo. Cesare

lastricò il gran circo di argento, Eliogabalo lo sparse di polvere di

oro. I teatri erano capaci di 150,000, e perfino di 485,000 persone.[42]

Eh via! lasciamo degli antichi Romani; noi altre squallide anime dei

popoli moderni, loquaci, presuntuose, infingarde, buone insomma a nulla,

assomigliamo a quei magnanimi trapassati come una lumaca a un cavallo di

battaglia.

Ma quando la virtù non fece perdonare altramente la potenza, e il

diritto dei Quiriti, esteso da Giustiniano alle Provincie, non fu

ampiezza di onore, ma comunione odiosa di viltà e di tributo; quando i

popoli soggetti videro le mani romane spiegate sempre alle rapine, e non

più strette al brando, e come gregge si trovarono venduti in prezzo di

paci infami; quando finalmente, dimenticati i magnifici concetti della

repubblica, prevalse la turpitudine dell'impero, allora quel così tanto

stimato nome romano, a caro prezzo perfino una volta comprato, non pure

si repudiava e fuggiva, ma con orrore si abbominava.[43]

Venite, e vedete se mai fu pena eguale a quella dell'impero romano.

Dalle più remote regioni si mossero popoli, quasi ad un convegno di

vendetta, per istraziare le membra d'Italia, ed erano di quei popoli che

Mario atterriva con solo uno sguardo. Qui si riunirono genti nate fra i

geli della Scizia e gli ardori dell'Arabia per depositarci sul capo un

tributo di obbrobrio, nella guisa che costumavano di fare gli antichi

Greci sopra la vittima espiatoria destinata ad essere lanciata negli

abissi del mare.[44] Da ora in poi gli sfregi sopra la faccia compongono

gli annali di Roma. Di lei non avanza neppure la rovina: naturali e

stranieri congiunsero le mani per seppellirne perfino la tomba;

imperciocchè la tomba medesima era argomento di troppa vergogna pei

primi, di troppo terrore ai secondi.[45] Per grado estremo di decadenza,

il nome romano stette a denotare pei barbari quanto di più abietto è mai

dato d'immaginare: «Noi altri Longobardi, scrive Liutprando, vescovo di

Cremona, legato dell'imperatore Ottone, allora quando presi da sdegno

vogliamo offendere un nostro nemico con qualche grandissima ingiuria,

non sappiamo immaginarne altra maggiore di quella, che chiamarlo

_Romano_.»[46]

La caduta delle foglie d'autunno, l'arena travolta dal turbine, la

nebbia dileguata dal sole, la spuma del mare dietro nave che passa, il

fumo nell'aria, lo strascinare del serpe sopra il granito, formano

materia malinconica ad altrettanti paragoni per denotare la traccia dei

popoli nel seno del tempo, come lo potrebbero del pari per accennare la

traccia del tempo nel seno della eternità. E nonostante, una rovina così

profonda duole al nemico stesso; imperciocchè l'odio non vorrebbe

togliere il sentimento della vergogna e del dolore. Queste sono le

piaghe _Che Annibale, non che altri, farian pio_.[47]

E la misura della vendetta non sembra anche colma. Popoli civili non ci

hanno calpestato meno duramente dei barbari. Filosofi e poeti di alto

intelletto ci oltraggiarono di contumelie non meno acerbe di quelle che

Longobardi o Goti profferissero. Se essi abbassarono lo sguardo nel

calice che la Provvidenza ci destinava a trangugiare, già non lo fecero

mossi dal pietoso pensiero di vedere se approssimavasi al fine, e dirci

poi: «Fa cuore, fratello, egli è finito!» nemmeno per temperarne l'amaro

con qualche dolcezza di affetto; all'opposto per riempircelo sempre di

aceto e di fiele, per aggiungervi assenzio. — Se hanno steso la mano

alla corona del dolore, è stato per conficcarci le spine più addentro

nel cranio. Se posero il dito nelle nostre ferite, non fu per lenirle di

olio e di vino, come il Samaritano, sibbene per invelenarle

coll'arsenico. — Se ci tennero dietro in questa lunga giornata di secoli

a vederci portare la croce, nol fecero per soccorrerci a modo del

Cireneo, ma per respingerci dall'ombra se vi cercavamo un refrigerio al

capo che ardeva, per contendere una stilla di acqua alle labbra

febbrili, siccome corre fama che facesse a Cristo Aasvero il giudeo

errante. Fra gli aneliti della nostra agonia mescolarono truci sarcasmi:

i nostri occhi gravi di morte mal potendosi sollevare al cielo, il quale

pure si mostrava crucciato, furono costretti a vedere l'ammiccare

schernitore delle loro bocche: i nostri orecchi, percossi da tintinnii

funesti, se mai tornarono ad acquistare la facoltà dell'udito, non

ascoltarono altro che rampogne e scede e motteggi obbrobriosi. — Noi

miseri, e voi non felici!

Che se pensaste come per tutti venga il _dies iræ_, — e, come giunta

l'ora, neanche al Figliuolo di Dio fosse dato rimuovere dalle sue labbra

la bevanda, — assumereste spirito di carità, e deporreste la protervia

insolente. — Insultava egli Mario a Cartagine? Vedetelo rovina di un

uomo non inferiore alla rovina della emula di Roma: Mario sta seduto

sopra un altare rovesciato, e pensa, con ispirito dimesso, come

provincie e popoli e tempi e Numi si disfacciano sotto la forza

prepotente del Fato.

E nonostante io domando perchè l'impero romano caduto commuove tanto

perenne tesoro di vendetta, ed ingiuria? Perchè non si perseguitano con

odio pari gl'imperii dei Faraoni, de' Tolomei, dei Califfi, e degli

altri potenti della terra?

E mi sembra potermi rispondere con verità: Perchè l'Eterno non

commetteva a verun popolo del mondo così magnifica opera come al romano,

e a verun popolo mai egli affidava così gran parte d'intelligenza e di

forza per bene eseguirla. Il popolo romano fu il mandatario più infedele

della Provvidenza, quello che calpestò più ingrato maggiori doni di Dio.

Il popolo romano aveva avuto missione di felicitare la terra, ed ei la

fece una cloaca e un sepolcro. _Discite juistitiam moniti_, con quello

che segue.

* * * * *

Ora chi ha letto, veda se possa trarne argomento per giudicare il

presente, e presagire il futuro. La immagine di Giano bifronte non è

simbolo bastevole per la storia, imperciocchè ella abbia tre faccie.

Serbarono i cieli a questi tempi nostri, che superano in durezza ogni

più duro metallo, udire dalla tribuna di un popolo cristiano scendere a

modo di maladizione sopra i martiri le parole: _l'ordine regna in

Varsavia_. — Coteste parole parvero e furono, pel mondo spaventato,

somiglievoli al suono di un coperchio che cada a chiudere la bara di una

nazione! Tutti i cuori commentarono col ribrezzo della paura la sentenza

lugubre di Tacito: _ubi solitudinem faciunt pacem appellant!_ Certo non

io pretendo che un popolo lasci gli esercizi della sua vita, e patria e

famiglia, ed ogni altra cosa più caramente diletta, e versandosi fuori

dei confini della sua terra provveda alla fortuna di un altro popolo

cimentando la sua. E poi, rompere una catena non significa ristaurare la

libertà. La potenza non si acquista per via di procuratore: bisogna

saperla prendere da sè, e da sè mantenerla; ma, e neanco consento che

una nazione grande si ponga a guisa della meretrice della Scrittura su i

canti a tendere lacci di morte con iniqua blandizie.[48] — E cotesta

meretrice, ai derelitti scampati dallo eccidio, qual dava ristoro per la

strage dei parenti, le sostanze perdute, la patria abbandonata? Un pane

composto con farina di obbrobrio, con lievito di disprezzo, con acqua di

lagrime, riarso dall'ardore di rinfacci continui, e pesato dalla mano

dell'avarizia: _pane dato con la balestra._ Viene per tutti il _dies

iræ_ e se Dio talvolta non solleva immediatamente la mano al castigo,

non torce mai i suoi occhi altrove; e questo popolo dovrebbe sapere che

non possono le nazioni mantenersi grandi senza essere generose, e per

lei venne più volte il dì della ira, perchè più volte mancò di fede. E

dovrebbe però pensare che se adesso non si trova ridotto a servaggio

infelicissimo, era fortuna non senno. Fortuna, perchè la gente mossa da

settentrione ormai possedeva terre coltivate e industrie e città, e

aveva lasciato a casa beni e famiglia; — fortuna, perchè i conquistatori

troppi non si trovarono d'accordo sopra le parti della preda. I barbari

che invasero lo impero romano, comunque formati di popoli diversi,

componevano un corpo obbediente a un capo, e si traevano dietro in tende

o in carri quanto governa con amore l'anima umana. Che cosa faceva in

cotesta agonia il popolo ingannatore? Quello che fanno le vittime

apparecchiate al sagrifizio.... lambiva il coltello che gli stava

pendente sopra la gola. Se cotesto giorno tornasse, chi chiamerà costui?

Dove troverà egli alleati? Quali adunerà nella ora del pericolo nemici?

I tuoi amici per colpa tua giacciono nel sepolcro. Guai a lui se

chiamasse! Gli spettri dei popoli scoperchierebbero le sepolture per

dirgli come al malvagio Riccardo: — Disperati e muori! — Poichè hai

fatto piangere tanto, o farfalla insanguinata, sarebbe anche giusto che

nell'ora della tribolazione tu sentissi il _ridebo_ e il _subsannabo_

delle Sacre Carte. Il bel fiore della libertà, nudrito dei divini

pensieri della sapienza, educato dall'amore dei principi e dei popoli,

castamente cresceva, e tu due volte lo hai colto per inghirlandarne la

fronte svergognata di una cortigiana e la coppa della ubbriachezza. La

prima volta tu lo contaminasti di sangue, sicchè divenne spaventevole ai

principi, sospetto ai popoli; la seconda tu lo contaminasti di vili

pensieri, sicchè tutti volsero gli sguardi altrove, come da cosa piena

di schifezza. Se questo spirito di vita potesse mai aborrirsi, tu non ti

sei astenuto da fatto o da detto che lo rendesse odioso per sempre.

_Stattene all'ombra dei gran gigli d'oro_; statti contento al

fiordaliso: egli solo è degno di te.

Tu vanti: che per non perdere tempo a imparare le lingue altrui, con la

forza delle armi insegnasti al mondo la tua.[49] — Avresti dovuto dire

con i tuoi cuochi, di cui popoli le cucine del mondo; avresti dovuto

dire co' tuoi ballerini; e più ancora co' tuoi parrucchieri. Il gran

capitano, giovandosi delle braccia nostre, ti condusse tuo malgrado a

correre l'universo; ma che potevi tu farti di tanta gloria? Tu vi gemevi

sotto come se fosse stata una croce, e non rifinivi mai da chiamare il

Cireneo che te la sollevasse; e un bel giorno tu la gittasti a terra,

come peso troppo grave alle tue spalle. Minacciatrice superba con

Buonaparte, egli scomparso tu diventasti a un tratto e serva e mima e

danzatrice dei tuoi vincitori. Per Dio! Eglino stessi non avrebbero

voluto vederti precipitata in tanta bassezza, imperciocchè i vincitori

amino potere rispettare il vinto: non fosse altro per fare comparire più

bella la propria vittoria. L'aquila gloriosa lo seguì nella sua rupe

traverso l'Oceano, e si posò con lui dentro al sepolcro; e tu vi

sostituivi il gallo, simbolo anche troppo magnanimo alla tua condizione.

Veramente il tuo genio ti conduce come un vento a scorrere la terra, e

mescerti importuna in ogni vicenda, e tutto involare per recartelo a

casa, e guastarlo imitandolo, a guisa di scimmia che imiti l'uomo. Una

splendida azione tu converti in miniatura da ventaglio, la effigie di un

grande uomo in boccetta di acqua odorosa o in iscatola da sapone. Ma il

maggiore tradimento che mai abbia sofferto la virtù, tu lo commettevi ai

dì nostri. Ahimè! per te l'onore non ha più entusiasmo, la fede

convinzione, la patria affetto, lo ingegno scopo di gloria. Per te il

Dio milione regna e governa; per te si rese manifesto come anima umana a

diuturna, pertinace e continua corruzione, non regga; tu hai pubblicato

la tariffa del prezzo che si vuole per imporre silenzio a taluni, per

indurre a favellare tali altri, per comprarli tutti. Il collegio dei

tuoi rappresentanti è quasi una orchestra, ove ognuno ha scelto la sua

parte: chi dà fiato ai tromboni, chi tempra le corde dei violini per

suonare, a fine di conto insieme uniti, la solenne sinfonia della

pubblica imposta. Nè mi si dica: fatali essere gli sconvolgimenti

politici, averci i popoli a guardare bene due volte; imperciocchè a me

pure paia così, ma non vi sarebbe punto mestieri di partiti estremi, e

le leggi pongono facoltà di rimediare al male, e se nol fai, segno è che

non vuoi, epperò meriti il manto che ti se' gittata sopra le spalle. Dio

ti avea posta come il cuore nella Europa, perchè tu palpitassi per

tutti, ma tu hai impietrito il cuore, e ti sta morto in seno più che

Napoleone dentro la cappella degl'Invalidi. — Ma forse non è senza

consiglio supremo che ciò succeda, volendo la Provvidenza mostrare

nuovamente in te come le nazioni quanto più furono beneficate da lei,

tanto più saranno punite del tradito mandato. Se te avessero divisa, e

ad ogni brano preposto un duca o marchese, e riempitolo di armi

straniere, or che faresti?... Dunque non insultare alla miseria altrui:

Tutti siam rei: le lacrime

Son la miglior preghiera.[50]

Ma in te vivono molti nobili figli che non oltraggiano, e stanno pensosi

dei propri destini, e conoscono le sventure dei popoli presentare

qualche cosa di divino, come le querce tocche dal fulmine: essi meditano

il modo per rendere più miti le condizioni umane, ed invocato aiuto

dall'alto, quanto sanno meglio si adoperano nella magnanima impresa. E

noi ci chiamiamo amici di chiunque abbia viscere di umanità, non dei

rigattieri di carità e dei rivenduglioli dell'amore del prossimo. Un

giorno, tardo ma certo, saranno mutate le sorti mortali, non per virtù

nostra, ma per lo spirito che agita le nuove generazioni. Questo

spirito, versato dall'alto di un patibolo sopra la terra, tornerà al

cielo coll'ultimo uomo. Nelle procelle del mondo, traverso il turbine

delle passioni, Cristo splende, faro divino, per ricondurre i traviati a

salvezza. Cristo strinse nei fianchi Attila, e le mani mansuete valsero

a rompere i reni del feroce. I barbari trucidarono i Santi, e rimasero

atterriti dalla pace ed alle parole di perdono che profferirono i labbri

dei morenti, finchè caddero genuflessi adorando i martiri santi che

eglino stessi avevano fatto. Cristo tolse all'uomo lo istinto del tigre;

rimane adesso a vincere più acerbo istinto, quello della volpe.

Gl'ipocriti mal si convertono; dal granito puoi ricavarne architrave o

colonna, dal fango non ricavi altro che sozzura; e i Farisei

crocifissero Cristo, non però lo spensero. Vive la sua legge che

insegna: — voi li conoscerete dalle opere: coloro che si pongono a orare

in mezzo ai tempii, ipocriti; quelli che portano la carità a modo di

gonfalone, ipocriti; che ogni istituto di benevolenza infeudano in

proprio nome, che su pei canti appiccano i cedoloni del poco bene che

fanno, che mostrano sempre il cuore senza mai darlo a nessuno, —

ipocriti! ipocriti! Poichè specularono sopra la carità, ebbero la loro

mercede: adesso sgombrino il mondo. Se i filosofi di Francia non

procedevano avversi a Cristo, noi avremmo ora percorso gran tratto di

cammino della vita migliore. Posti in disparte i vizi di cotesti uomini,

io per me credo che volessero il bene e che si affaticassero a

conseguirlo; onde io non posso persuadermi come mai contrariassero tanto

le discipline cristiane, le quali pur mirano maravigliosamente a quello

che eglino desiderarono. Amore degli uomini vero, indole aperta,

aborrimento della tirannide, libertà onesta, dignitosa uguaglianza,

fratelli tutti, e di patria comune cittadini, e modestia nei modi,

verecondia negli atti, pudore nei costumi, persecuzione dei pubblicani,

guerra implacabile agl'ipocriti, carità segreta, esercizio di pratiche

benevole con la mano destra ignorato dalla sinistra; preci brevi e di

cuore, e soprattutto sagrifizio di sè in benefizio altrui: — tutto

questo essi desideravano, e Cristo insegnò diciotto secoli prima. L'odio

contro ai sacerdoti traviava i filosofi; ma dovevano i filosofi

disprezzare la perla a cagione del guscio che la chiude? — lo ignoro, e

dubito forte che gli uomini sieno per giungere a tal grado di perfezione

da superare il confine segnato da Cristo; quello che so di certo si è

che il Cristianesimo dirittamente inteso contiene la morte del verme che

rode le presenti generazioni, l'amore storto ed esclusivo di sè, e

presenta una formula larghissima entro la quale gli uomini possono

svolgersi per lungo spazio di tempo verso il loro miglioramento.... — Ma

intendiamoci bene: il Cristianesimo.......

Pensieri, Discorsi, Illustrazioni · 第 27 / 48 题