ALLA NOBILE DONNA
SIGNORA ANGELICA BARTOLOMEI,
nata Palli.
Alloraquando nelle serate lunghissime d'inverno io alternava seco,
rispettabile Signora, i seguenti ragionamenti senza studio come senza
ira, e così proprio secondo che scaturivano dal cuore, io non pensava
certo che potessero un giorno formare soggetto di stampa. Ma l'uomo
trama e la Fortuna tesse; ond'è che offerendomisi il destro di
pubblicarli, io non ho voluto farlo senza intitolarli all'onorato suo
nome, parendomi giustizia renderle in parte quello che le appartiene per
diritto di legittima proprietà.
Ora mi sembra che nostro malgrado noi concorressimo in questo, cioè che
le umane lettere volgono fra noi a infelicissima decadenza: e quanto ciò
sia grave danno, per certo non importa discorrere; dacchè a dimostrare
non pure la utilità, ma la necessità delle umane lettere, tali e tanti
uomini vi si affaticassero attorno, che volendo aggiungervi parola,
avrei più che di altro sembianza di colui che s'ingegnasse sospingere al
mare le acque di un fiume. I tempi nostri paionmi assai somiglievoli
all'uffizio di questa settimana santa, ove al cessare di ogni salmo
spengono un lume, finchè non vengono le tenebre; e allora incomincia il
turbinìo delle cieche percosse. — Però, come riesce agevole avvertire lo
effetto, non potremmo con pari facilità indicare le cause di simile
decadenza.
Invero, dei molti fatti che occorrono alla mente come radice di tanto
male, se noi vi posiamo sopra il pensiero, troviamo che tanto potrebbero
essere quanto ancora non essere. Cagione di decadenza ci sembrò la poca
protezione, anzi lo abbandono, od anche meglio il disprezzo compartito
alle lettere umane; ma consideravamo poi che nè abbandono, nè disprezzo,
nè persecuzione erano bastate mai a trattenere gli altissimi intelletti
a compire le belle opere per le quali salirono a tanta rinomanza; e per
tacere degli altri (imperciocchè delle sventure dei nostri Grandi vanno
attorno grossi libri stampati), Dante non rivelava la sua visione,
esule, condannato al fuoco, e costretto a mendicare la vita a frusto a
frusto? Campanella non concepiva prose e versi e utopie di umana
felicità, nello squallore di una prigionia più che trilustre? Condorcet,
mentre deliberava uccidersi per fuggire al patibolo, non sognava sogni
di umana perfezione, sino al punto di presagire la immortalità a noi
atomi per un minuto animati? Voltaire sopra i muri del carcere segnò i
versi della _Enricheide_; e Torquato, rinchiuso come colpevole e matto,
scriveva nobilissime carte tutte piene di filosofia. E poichè gli esempi
potrebbero prodursi infiniti, così sarà consiglio buono rimanerci a
questi.
Cagione di decadenza ci parve il poco o il nessun costrutto che i
letterati ricavano dalle onorande loro fatiche: ma per quanto me ne
giungesse notizia, nè Omero mai nè Dante ritrassero copia di beni dai
canti divini. Milton (e fu fortunato) vendè trenta ghinee il _Paradiso
perduto_; e al giorni nostri, Carlo Botta (Tito Livio della Italia
moderna) si ridusse a pagare lo speziale dei farmachi somministrati alla
inferma consorte con tante copie della _Guerra Americana_, a ragguaglio
di peso di carta. Giuseppe Parini si lagna che il sì lodato verso non
giovi ad apprestargli un vil cocchio, che basti a salvare lui (offeso
nelle gambe da dolorosa malattia) dal furore della tempesta,[22] e
peggio ancora con un grido del cuore, che io per me stupisco di vedere
espresso in versi, egli esclamava:
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla almeno per domane.
E nonostante, nessuna forza al mondo poteva dissuadere cotesto ostinato
amatore della sua musa dallo educare con sommo studio un lauro nel suo
povero letto, e appendervi corone. E per altra parte, le larghe mercedi
non fruttarono sempre egregie opere d'ingegno; e di questo io non adduco
esempio oltre quello dei quattordicimila scudi all'Achillini pel famoso
sonetto: _Sudate, fuochi, a liquefar metalli_. Aggiungi che gli
scrittori forse non hanno mai ricavato dalle opere loro una qualche
mercede come ai tempi che corrono. In Francia e nella Inghilterra
retribuiscono assai le opere d'ingegno, e se ciò non nuoce, neppure mi
sembra che giovi, conciossiachè senza offesa di alcuno a me paia vedere
come molti svegliati talenti avrebbero provveduto meglio alla fama se
meno fossero stati premurosi di accumulare pecunia. Gli editori d'Italia
insomma, quantunque non senza gemito grande, pure qualche cosa si
lasciano adesso cascare di mano; sottile è vero, sufficiente per vivere,
ma non pertanto bastevole a non far morire. Gli editori nostri conoscono
come l'adipe torni nemica al talento, e non vogliono fare quello che
nelle Sacre Carte si minaccia:
il cor t'ingrasso
Perchè dramma non v'entri d'intelletto.
Cagione di decadenza dicono le menti volte ai subiti guadagni, alle
mercature, alle strade ferrate, alle macchine a vapore, allo speculare
sopra il prestito pubblico, e simili altri mercimonii siffatti. Ma io,
di grazia, domando: E i padri nostri non davano opera continua al
commercio? Non erano gl'Italiani pressochè gli unici negozianti e
banchieri dei tempi di mezzo? E a' giorni nostri, qual popolo mai può
vantarsi più trafficante del britanno, e qual popolo moderno più di
quello si onora di nobilissimi scrittori? Anzi Rogers, Roscoe, Lewis,
Campbell furono mercanti o sono, e Scott, giudice di pace, si viveva in
intima corrispondenza di poesia con Unfrido Davy, fisico sommo, preso
quegli (cosa singolare a narrarsi) dalla passione di curare i boschi,
questi di pescare i salmoni. E poi chi dice che nelle strade ferrate e
nel vapore non occorre poesia? Considerate il futuro. La vicenda del
mondo di nuovo e in nuovo modo si alterna. Il commercio asiatico, quasi
smarrito pel Mediterraneo, vi torna con auspicii migliori. L'uomo
percorre i mari e i deserti a pari della rondine. Alessandria, Tiro e
Sidone resuscitano dalle antiche rovine, come forti ristorati dal sonno.
Venezia con la sua cintura d'isole, simile a cigno circondato dalla
piumata famiglia, torna a specchiarsi superba per le adriache lagune. La
Provvidenza restituisce alla Italia e alla Grecia le corone che in parte
volenti e in parte repugnanti deposero già tempo dalle auguste loro
fronti. E spingendo oltre lo sguardo, ecco l'uomo rovesciare le barriere
con le quali un male genio volle un popolo diviso dall'altro; pcco
sparire gli spazi, mescolarsi le nazioni, le lingue confondersi, e
nascerne una nuova, ampissima, e accomodata a tutte le necessità fisiche
e morali del continuo rinascenti: astii e gare sopprimersi, nessuno più
geloso delle contrade altrui, imperciocchè in brevi giorni il Lappone o
il Samoiedo può venire a bevere la tepida aura che muove dalle nostre
colline, e scaldarsi le membra irrigidite ai raggi del nostro sole: le
antiche società disfarsi, e con esse, leggi, instituti, religioni e
costumi, come le cose che vediamo talvolta menare seco la piena di un
fiume, e sorgere nuove capacità e attitudini per diventare tutti una
famiglia sola. Il magnetismo o elettricismo ci si presenta sempre come
trovato di empirico, e diffida i dubitativi; ma forse anche a lui
apparecchiano i tempi magnifiche sorti. Intanto il fulmine imprigionato,
la vita per breve momento restituita al defunto, — quasi orma mossa
oltre il tremendo limitare della eternità! — e la favella per molte
miglia trasmessa con prestezza maggiore della luce, paionmi cose, e
sono, da esaltare la fantasia di qualsivoglia prosatore o poeta, e dar
soggetto a qualunque più alta scrittura. E neppure le scienze possono
reputarsi ragionevolmente cagione di decadenza; conciossiachè chi non
troverebbe più adattato argomento di poesia alle stupende ricerche del
Cuvier che non in tutte le composizioni dell'Arcadia, di buona memoria?
Rammento una bella Orazione, non so se letta o favellata all'improvviso
dall'Arago alla Camera dei Deputati di Francia, nel 25 marzo 1837,
intorno al progetto della legge sopra la istruzione secondaria.
L'egregio oratore volendo confutare la strana proposizione che gli studi
scientifici non contengono cosa che possa suscitare l'anima umana, così
si esprime: «Eulero fu personaggio per pietà insigne. Un amico suo,
ministro di certa chiesa di Berlino, visitandolo un giorno, gli disse:
«La religione va perduta miseramente, la fede manca di base, e il cuore
repugna a lasciarsi commuovere con lo spettacolo delle bellezze e delle
maraviglie della creazione. Lo crederete voi? Io ho presentato la
creazione con tutto quanto offre di più leggiadro, di più poetico, di
più maraviglioso; citai gli antichi filosofi e la Bibbia, e nonostante
mezzo auditorio è rimasto distratto, l'altro mezzo o si pose a dormire o
uscì di chiesa.» — Eulero, consolando il ministro rispose: «Or via,
procurate di fare la esperienza che io vi propongo: invece di desumere
la descrizione del mondo dai filosofi greci e dalla Bibbia, prendetela
dagli astronomi: svelate il mondo come le indagini astronomiche ce lo
hanno fatto conoscere. Nella predica vostra voi avete per avventura
descritto il Sole a modo di Anassagora che lo immaginò una massa di
fuoco grande quanto il Peloponneso: dite al vostro uditorio che secondo
misure esattissime e sicure, il nostro Sole è un milione e dugentomila
volte più grande della Terra. Voi per certo favellaste di cieli di
cristallo uno dentro l'altro incastrato? ditegli che così non possono
essere, e che le comete li romperebbero; che i pianeti sono mondi, e
Giove supera in grandezza millequattrocento volte la Terra, Saturno
novecento; descrivete le maraviglie dell'anello, parlate delle lune
molteplici di cotesti mondi remoti. Giungendo poi alle stelle e alle
distanze loro, non contate a leghe: infinite sarebbero le cifre, nè le
comprenderebbero bene; per punto di paragone prendete la velocità della
luce; avvertite com'essa percorra ottantamila leghe per minuto secondo;
aggiungete non isplendere stella di cui la luce pervenga a noi in minor
tempo di tre anni; e di alcune poi non ci vuole meno di trent'anni. E
dalle cose certe passando alle probabilissime, insegnate come noi
potremmo vedere stelle dopo milioni e milioni di anni che cessarono di
scintillare, perchè la luce che emana da cotesti splendori impiega molti
milioni di anni a percorrere lo spazio che li divide da noi.» — Tal era
in succinto il consiglio che Eulero dava all'amico suo. E seguitandolo,
il ministro rivelò il mondo della scienza e non più il mondo della
favola. Eulero lo attendeva impazientemente, e l'amico sopraggiungendo
disfatto in sembianza e sbigottito, esclamò: — «Eulero mio, a quali
tempi fummo noi riserbati! Dimentico l'uditorio del rispetto dovuto al
luogo sacro, mi ha applaudito come si costuma in teatro.» —
Forse, e senza forse, causa schifosa di decadenza sembra che possa
estimarsi il _Giornalismo_ nel modo che ai giorni nostri noi lo vediamo
esercitato da _taluni_ in Italia. Potrebbe sostenersi anche meglio
com'egli sia non causa, ma conseguenza. Però, principio od effetto, mi
pare brutta e turpe piaga della nostra letteratura. Francesco Troloppe,
con argutissimo trovato, osserva che la provvidenza compartì ai giornali
l'odore nauseante di cui li sentiamo gravi, per prevenire i lettori
contro le brutte cose che in essi si contengono, non altramente nè con
pensiero diverso da quello pel quale dava il fragore ai serpenti a
sonaglio onde la gente se ne guardasse e stesse lontana. — Io non sono
davvero di quelli che pensano doversi annoverare la Critica fra le Muse;
nonostante io la reverisco, e confesso che giova. Ma qual è la critica
di cui intendo discorrere io? Di quella esercitata da uomini valorosi e
prudenti, che il fiore dello intelletto adoperarono in comporre opere
egregie. Questi che di sè porsero tanto buon saggio, e non altri, giunti
in cotesta parte della vita, ove la mente desiderosa di riposarsi aborre
dalla concitazione che nasce dal creare; questi, dico, possono dare
opera al più facile lavoro di esaminare le creazioni altrui. La molta
esperienza, l'animo pacato, la gloria conseguita, la coscienza delle
fatiche sofferte e delle difficoltà superate, e poi l'onesto esitare dei
propri giudizi, la convenienza, il decoro, e soprattutto il pudore, che
mai non si scompagna dalla vera sapienza, come la stella mattutina
precede sempre il pianeta della vita, e molte altre condizioni che
troppo ci tornerebbe lungo discorrere, ci somministrano sicurissimo
pegno che gli avvertimenti loro sarebbero mossi dal senso dell'onesto e
del bello. E certo, per insegnare bellezza essi non andrebbero a far
tesoro dei difetti del brutto, e ne farebbero mostra con intento
maligno. O voi, fabbricanti delle regole che conducono al bello, ditemi
se quando un maestro di disegno intende insegnare il nudo ai suoi
scolari, forse presenti loro un gobbo od uno sciancato? E voi, come
volete conoscere il bello e additarlo altrui, se sembra che non abbiate
sortito altro senso tranne quello del laido e del sozzo? Le cose belle
s'insegnano con modi ingenui e con esempi di bello. Ma se piace a Dio, e
sia detto in lode del vero, io vedo tali che trattano la penna a cui
molto meglio starebbe trattare il remo, con la modestia di un cavadenti,
e la coscienza di........
E qui il paragone mi manca, imperciocchè io temerei commettere
ingiustizia grande assumendo per subbietto di paragone una cosa
qualunque, comecchè schifosamente miserabile e luridamente codarda,
costituirsi Draconi e Soloni, e dalle loro soffitte, come Moisè
dall'alto del monte Sinai, promulgare leggi sopra le ragioni del bello e
del grande ch'essi furono condannati a non conoscere giammai. Ma da
costoro poco danno può uscire, dacchè, sebbene al ragno possa talora
venir fatto velare con la sua tela le chiome del Giove di Fidia, egli si
rimarrà pur sempre un insetto tiranno delle mosche soltanto; il peggio
sta in quanto io sono per esporre.
Tragedi laureati di sibili, autori erpetici di opera rientrata, per la
quale nessuno stampatore acconsentì fare le parti di Lucina; poeti che
non colsero in Pindo altro che ortica; filosofi fantastici che non
seppero ragionare nè immaginare; e simile altra genía, mettono in
società latrati e livore e stupida presunzione, e menano uno schiamazzo
tanto disonesto quanto imbecille: ed anche di loro non è da curarci.
Succedono i pedanti, i quali armati con una corazza di punti e virgole,
brandendo una copula e cavalcanti un dittongo, favellano parole da far
piangere gli angioli: neppure di loro vuolsi prendere pensiero. Vengono
dopo i mediocri (Dio nella sua misericordia ci salvi dai mediocri!),
arena molta e fastidiosa, ch'entra per gli occhi e li fa dolere; neve
abbondante e ghiaccia che intirizzisce il cuore. A costoro par bello
vagheggiare il proprio nome stampato, quando anche fosse sopra un avviso
di partenza di battello a vapore, o sopra una sentenza graduatoria.
Cotesti non si potendo inalzare fino all'altezza degli ingegni
eccellenti, presumono abbassarli fino a loro; ed essi pure compongono
arnesi per tagliare, limare e inverniciare quanto reputano unicamente
bello. Gl'ingegni supremi essi aborrono, non altramente che se
altrettanti Cornelii Silla si fossero, e chi passa il regolo pena di
morte, come a Remo per avere saltato le mura di Roma. Io per me penso
vedere questa brutta guerra della mediocrità contro la superiorità in
molti instituti promossi ai giorni nostri sotto sembianza di carità; ma
per ora mi taccio, proponendomi di svolgere a comodo questo singolare
argomento: solo mi conforto considerando come in verun secolo mai
vissero splendide altezze, delle quali basti pel mio assunto ricordare
Napoleone e Byron: — ed anche da questi poco male ne viene. Subentrano
coloro che ingegno hanno e non poco, ma senno punto: vani, presuntuosi e
superbi, dominati dal demonio di correre ad ogni costo su per le bocche
degli uomini, invidiano Erostrato che bruciò il tempio di Diana. Non
sacerdoti, ma piuttosto masnadieri delle lettere paionmi costoro:
violenti e brutali, tu li vedi avventarsi contro nobili ingegni, come i
grassatori costumano sopra le publiche vie contro i doviziosi viandanti.
Chi siete voi? Quali sono le opere vostre? Chi vi conosce? Chi vi
conoscerà? Certo incresciosi siete, e molto, come un vento importuno che
muove dal deserto, e passa via; ma chi ricorda il vento dell'anno, del
mese, e del giorno passato? Declinate la faccia, svergognati, e
rispettate gli uomini di cui gli errori formerebbero per voi la gloria
più grande che mai vi sia lecito sperare! Avete voi più sapienza di
tutto un popolo? Si contiene in voi la sapienza dei tempi? Operate, io
vi dico, operate, e assumerete alcun poco di verecondia e di modestia.
Ecco qua l'arco di Ulisse; provate a tenderlo con le vostre braccia
paralitiche. Vi pare egli un bel che notare i difetti di una opera
grande? Chi non conosce come ogni cosa ne abbia? Davvero vi aspetta la
gloria di Colombo per questo! Se voi infiamma il sacro amore del bello,
questo cercate, questo insegnate, o piuttosto pregate che dall'alto
discenda in voi virtù che vi renda capaci a ricercarlo e a impararlo.
Dove l'opera meriti oblio, a che tanta ira maligna? Pensate voi che il
tempo non distruggerà cotesta povera opera con la falce, con la quale
miete popoli e imperi, come l'erba del campo? E il tempo precipitò in
Lete anche le ottime cose. Ond'è dunque tanta ira? Perchè, e come
siffatta concitazione contro l'opera di un minuto che il vostro biasimo
farà per avventura durarne due? Perchè uccidete un morto? E la vostra
censura e l'opera censurata periranno in un medesimo punto, come Rita
Cristina, quel mostro umano a due teste. E dove poi la opera sia tale
che abbia forza da collocarsi sopra le spalle del tempo, e costringerlo
a portarla per qualche spazio di secolo, e a che monteranno le parole
vostre? Allora voi, come è più probabile, vivrete la vita dello insetto,
breve e noiosa, o durerete nome di scherno. Nel collegio dei magnanimi
voi starete come Tersite nell'assemblea degli eroi di Omero, per latrare
ed essere percossi. Io, comunque mi senta poco amorevole alla Mitologia,
riporrei nonostante volentierissimo tra il coro delle Muse,
accrescendone il numero, la Modestia piuttosto che la Critica,
imperciocchè udii come Socrate, filosofo e scultore, velasse anche le
Grazie; il quale esempio ho veduto ai giorni nostri imitato dal Finelli,
e penso che abbia fatto bene. Le Grazie del Canova, _balenanti nude nel
riso di lor bellezza_, io non dirò che mi paiano male femmine, ma certo
neppur vergini e Dee, e piuttosto mi appariscono seguaci della Venere
terrena che non della celeste. Il Baretti guastò molti, e molti
continuerà a guastare, perocchè i traviati non considerino come i tempi
del Baretti procedessero troppo diversi dai nostri; e forse quel suo
scrivere acerbo, o tollerabile od efficace allora, suona adesso
grossolano e brutale. Però egli era vecchio, dotto per lunghi studi, ed
aveva già fatto bello acquisto di fama, onde qualche cosa gli si poteva
concedere, e nonostante frustando lo stile altrui, troppo spesso egli
adopera brutto limo di frasi e di parole non italiane, nè belle: egli
biasima Dante, egli lacera Goldoni, e leva a cielo Metastasio; e i
posteri non hanno approvato il suo giudizio: egli gitta in mucchio con
gli scrittori di quisquilie Muratori e Maffei, venerati adesso come
maestri solenni di erudizione e di storia: per la qual cosa veggano i
discreti come sia agevole andare errati, e le opinioni loro propongano,
come conviene, a modo di dubbio, e non per via di formule da disgradarne
quelle delle Dodici Tavole. Sommi pontefici in fatto di lettere non si
danno; e per questi a me piace e giova concludere, come Geremia
concludeva le sue Lamentazioni, o meglio ancora citando quanto insegna
in proposito Beniamino Franklin nella sua vita: «Conservai sempre
l'abitudine di esprimermi con modesta diffidenza, o di non adoperare
mai, per una proposizione che poteva essere impugnata, le parole
_certamente, indubitatamente_, o qualunque altra che potesse farmi
credere troppo tenero della mia opinione. Io piuttosto diceva: —
suppongo, mi sembra che questa cosa sia così, per la tale o tale altra
ragione; oppure la cosa sta così, s'io non m'inganno.» E prego a leggere
di cotesta pagina fino al punto in cui conclude, citando il verso del
Pope: _for want of modesty is want of sense_, perchè mancanza di
modestia è mancanza di senno.
Ora avanzano gli altri a cui più specialmente io mi rivolgo, e sono
quelli che non protervi, non inverecondi, ma ingegnosi e buoni, pure si
lasciarono abbindolare per soverchia facilità di costume dai tristi
cottimanti di giornale. Oh di loro certo mi duole! Quantunque la mala
compagnia non giunga a pervertirvi il cuore e lo ingegno, però io vedo
ogni giorno rimettere dei modi ingenui; non anche procedono le vostre
parole meretricie affatto, e nonostante incomincia a venirne meno il bel
candore; già il limo del trivio le contamina, già le appassiscono il
fumo e il miasma vinoso della taverna: non sono nere ancora, e il bianco
muore. O sconsigliati, voi mietete il vostro grano in erba; fiori voi
cogliete, non frutti. Costretti ogni giorno a concepire e a produrre, le
vostre creazioni di un'ora durano la vita di un minuto; più spesso
nascono morte. Il vostro pensiero nelle continue emanazioni si spossa,
come le membra dell'etico si disfanno pei quotidiani sudori: io vedo
uscire dalle vostre menti cose superbe, vane, snervate, mal connesse e
viete, e mille volte ripetute; che se i giornali non fossero, voi le
fareste gravi, profonde, durature, e come di onore a voi, così di
conforto e di gloria alla patria che in voi confida. Senza grande fatica
di vita nulla concessero gl'Immortali a noi uomini. Le vostre carte
effimere paionmi responsi della Sibilla scritti sopra le foglie che il
vento disperde, e nessuno raccoglie. Guaritevi dalla febbre di volere
ogni giorno intorno agli orecchi il ronzio della fama; confidate il nome
vostro non all'ale dello insetto, ma a quelle dell'aquila; che se è
bello ottenere onoranza dai contemporanei, divino è poi conseguirla dai
posteri. Imitate il Gran Cancelliere d'Inghilterra, il quale rivelando i
suoi concetti presagiva che gli uomini non lo avrebbero compreso se non
se dopo lungo spazio di secolo. Consolatevi del difetto di ossequio
immediato, imperciocchè se mancheranno ai vostri altari quotidiani
sacrificii ed incensi, non per questo sarete defraudati della laude
meritata. Così racconta Eliano (se la mente non erra), come certi popoli
avendo cessato d'immolare vittime sopra l'ara di Augusto, la Natura,
quasi riparando al fallo degli uomini, vi facesse crescere un lauro
trionfale. Insomma, per amore vostro, per amore della patria comune, io
vi esorto, onorandissimi giovani, a separarvi dalla compagnia malvagia e
inetta, a ritemprarvi nel santuario dell'anima, e a impiegare lo ingegno
in opere grandi e generose.
Conosco una generazione di uomini che crede ai beni del _Giornalismo_, e
lo va encomiando come rugiada fecondatrice e potente di vitalità. Io per
me non gli nego un moto e una vita, ma quella che si manifesta nel corpo
di un eroe dopo la sua morte, — vita di vermi. Per vivere non basta
muoverci, sibbene bisogna camminare con passi liberi e franchi, e con
testa levata verso il cielo, — patria divina dell'uomo. Questo mio
giudizio però non si estende a quei Giornali che si propongono
diffondere a tenuissimo prezzo cognizioni utili di scienze, commercio,
industrie, lettere ed arti, ed anche a quelli che esercitano la critica
sopra la opera altrui, purchè muova da persona grave, illustre,
soprattutto onesta, come io diceva nelle pagine antecedenti, e sia
vereconda, generosa e gentile indagatrice di ogni maniera di bello.
Ma senza dilungarmi più oltre sopra questo argomento, tutte le cause
discorse qui sopra, e le altre ancora taciute, ognuna per sè o insieme
raccolte, io per me penso che possano come non possano generare la
decadenza fatale; imperciocchè, senza saperne la ragione vera, abbiamo
veduto le scienze e le lettere peregrinare dai Caldei per gli Etruschi,
fra i Romani, fra i Greci, in mezzo ai Saracini, e così in giro per le
varie contrade del globo: e senza saperne del pari la ragione vera, ora
nacque un sublime ingegno nella Grecia, tale altro in Italia, ora nella
Germania, adesso nella Inghilterra; e poi la Natura si riposò per
qualche secolo come spossata dal parto prodigioso. Di questi ingegni
sublimi la Italia fu feconda meglio di qualunque altra terra: ai giorni
nostri sembra esaurita; ma forse nel segreto del destino rifà le forze
per generare qualche altro gigante del pensiero. — Così sia. Nel buio e
nel freddo della mezzanotte consoliamoci nella speranza della luce e del
calore dell'alba, dacchè la vita delle nazioni non si consuma come la
vita dell'uomo, pel quale la gioventù passa irrevocabile, e la
esistenza, rotta in minuti, correndo alla morte misura il tempo della
sua durata, ma si rinnuova come le stagioni di un anno che non ha mai
fine.
Favellando però di decadenza, io ho inteso accennare a decadenza
imminente, non presente; poichè pel tempo che corre, vivono ed operano
tali ingegni da illustrare qualunque tempo più splendido della italiana
letteratura. Vive in Lombardia Manzoni, nobile ingegno, quantunque io
non so perchè volontario si taccia. Vive quel caro Grossi, ma la lira
mutata in protocollo, spaventa con questo la sua Musa che lo ama tanto,
come con la vista del capo della Gorgone. Pellico vive come lampada al
mancare dell'alimento; ed altri pur vivono, non incapaci certo, ma per
quello che sembra poco vogliosi di fare. Però mi giova credere che
l'apparenza m'inganni, e che nella quiete e nella meditazione
apparecchiano opere di lunga lena e non foglie di giornale. Niccolini
vive, e non solo vive, ma giunto in quella parte della età dove il
comune degli uomini raccoglie le vele, scende nuovo Entello nella arena
e combatte, e tale ne manda raggi di luce splendidissima, che ci lascia
incerti se per noi si deva il suo mattino al suo vespero, o piuttosto
questo a quello preferire. Potesse in lui non tramontare la vita, come
non tramonta l'anima! Uomo per eccellenza di intelletto, ma più per
costanza di cuore, veramente grande. — E vive tra noi Giusti, di cui le
labbra fanno sorridere il più sottile sorriso di Talia, e prorompere
nella voce poderosa con la quale Nemesi spaventa i malvagi. Degli altri
forza è che taccia; perocchè troppo sarebbe lungo l'argomento, e questo
solo ci basti, che per ora almeno in lettere, scienze ed arti, possiamo
reggere il paragone con qualunque altro popolo incivilito.
Oltre però il naturale difetto, quello che a parere mio deve riuscire
nocivo, massimamente alle condizioni della nostra letteratura, è la
incertezza nella quale viviamo non solo intorno agli scopi, non solo
intorno ai mezzi dell'arte, ma perfino intorno alla lingua.
Alcuni che si chiamano puristi, hanno chiuso il vocabolario della
lingua, come ai tempi del doge Pietro Gradenigo chiusero in Venezia il
Gran Consiglio, e da nuove parole aborriscono non altramente che se
viperino sangue si fossero. Altri, all'opposto, secondo il costume dei
Romani, ospiti larghissimi di ogni maniera di Numi Stranieri nel
Panteon, ai nuovi vocaboli spalancano gli usci. La lingua parlata troppo
si dilunga dalla scritta, e la distanza diventa quotidianamente
maggiore. Noi pendiamo sempre dubbi se la parola che stiamo per
adoperare sia o non sia di buona lega, ed il pensiero aspetta fremendo
che noi abbiamo esaminato prima se la veste con la quale anela
prorompere sia veramente italiana. E intanto, mentre apparecchiamo la
vesta, il pensiero etereo per eccellenza si è dileguato, e troppo spesso
ci avviene di vestire cadaveri. Ai tempi del Metastasio correva lamento
che la nostra lingua eletta si riducesse a poche migliaia di vocaboli:
adesso invece di ampliarla, taluni scrittori l'hanno maggiormente
ristretta. Da una parte la lingua parlata diversa dalla scritta, per cui
è forza che noi ci traduciamo; dall'altra il giro breve delle parole
dentro le quali si svolge il pensiero, rendono la condizione dello
scrittore presso a poco simile a quella di Antioco preso nel circolo di
Popilio.
E discrepanze non meno gravi ci turbano intorno ai mezzi dell'arte. Una
volta procedevano più procellose, oggidì si presentano più temperate, e
non pertanto funestissime sempre. Io non vorrei profferire nemmeno i
nomi di Classici e di Romantici, dacchè per se stessi non significhino
nulla, e l'accettazione data ai medesimi, noi la trovammo spesso
incompleta, confusa e di mala fede, a seconda delle passioni dei
faziosi; — ma insomma quelli che reputavano bella unicamente la forma
adoperata dai Greci e dai Latini, conobbero alla fine che essi
rinnuovano il caso di Merlino il savio. Mago, di cui lo spirito vivo era
stato confinato dentro a un sepolcro, egregio invero per materia e per
lavoro, — ma tuttavia sepolcro. Per via di una quistione frivola, uomini
generosi si trovarono avviluppati con quanto d'immobile o di retrogrado
immaginarono i nemici di Dio e della umanità; si vergognarono, e a farli
risensare contribuirono potentemente i grandi ingegni moderni. Infinite
sono le vie che conducono al bello; immensi i colori di questa iride che
si rinnuova perpetuamente: e di vero, perchè non dovrebbe essere così?
Il pensiero, eterno pellegrino che si arrischia per i più disperati
sentieri, per lande ghiacciate, per ardenti deserti, o come mai non
dovrebbe i sandali logorare e le vesti? E poi la fantasia si stancherà
piuttosto a immaginare, che la natura di produrre cose nuove; e quindi
nuove sensazioni, nuove passioni, nuovi intenti, nuove voglie, e tutto
nuovo. E' vi fu un tempo in cui ancora io diceva col predicatore:
«Quello che fu sarà, e nulla di nuovo è sotto il sole.» Adesso il minuto
che nasce mi sembra diverso da quello che muore; imperciocchè non credo
più che cadano aridi e segregati come i grani della sabbia dell'orologio
a polvere, ma ogni minuto porti seco tutta la esperienza dei secoli
trapassati, e tutta la speranza dei secoli avvenire.
Nonostante, dei convertiti, alcuni non procedono affatto sinceri, e
molti si rassomigliano agli antichi cristiani, i quali non sentendosi
virtù per incontrare il martirio con atti esterni, acconsentivano ai
riti dei pagani, ed agli altari dei Numi presentavano incensi, onde
ebbero il nome di turificati. Questi romantici turificati profferiscono
parole oblique, giudizi incerti, e quando rendono lode ai sommi nostri
contemporanei, lo fanno con un certo mal garbo, ed un non so che di
amaro si mescola nella dolcezza della parola, che il biasimo a cui bene
intende riescirebbe meno acerbo della lode. Nè questo avviene già per
astio, per doppiezza di animo o per bassa voglia, ma sì per l'amore che
l'uomo porta alle antiche abitudini, comunque sieno triste e gravose:
imperciocchè la nostra natura ci persuada ad affezionarci alle cose in
proporzione dei travagli, delle cure e dei dolori che ci costano; onde
ben a proposito Byron ci racconta che il prigioniero di Chillon
abbandonava il suo carcere con un sospiro...
Ma via, lasciamo i mezzi dell'arte; gli uomini alla fine intenderanno
come diverse strade menino a Corinto, e come il bello non siasi esaurito
nelle forme greca e latina, e come tutto in cotesta forma non sia bello;
quello che grandemente importa si è, che anche intorno agli scopi
dell'arte dura penosa discordia. Questa ricerca, più che non si crede,
va congiunta con quella della forma; ed io considerandola separata
esporrò come alcuni ammantarono la Musa di paludamento sacerdotale,
sopra le palpebre le posero lacrime perenni, e su le labbra sospiri,
nelle mani un turibolo, e la educarono a salmodiare, e la costrinsero a
starsi genuflessa davanti una bara... Povera Musa! Ella sì gioconda e sì
cara, assuefatta a increspare in compagnia di Zeffiro la superficie
limpidissima dei laghi; ella che trascorreva sopra le rose senza
piegarne le cime; ella che sfolgorava seduta sopra un raggio di sole;
ella che amava tanto immergersi nel chiarore della luna... — ella col
capo piegato su l'omero, le mani incrociate, mormora il _De profundis_,
e dice: «Pazienza, pazienza: Dio diede, Dio tolse: sia fatta la volontà
del Signore.»
Apollo tonsurato
Recita il canto fermo!
Altri fra le chiome della Musa, una volta stillanti ambrosia,
intrecciano le serpi di Tisifone, il petto le agitano co' furori delle
Eumenidi, le armano il braccio co' flagelli di Nemesi. La Musa fatta
Pitonessa si contorce e spuma sotto la forza del Dio che la invade, ed
ora piange disperatamente, ora mugghia di sdegno, le divine e le terrene
cose maledice, tutte le ceneri rimescola, tutti i sepolcri scoperchia, e
giura che in coteste ceneri ha pur da trovarsi una favilla, che in
qualche sepoltura le verrà pur fatto d'imbattersi nella sepolta viva, e
dove mai la rinvenga non si ricrede per nessun segno di corruzione che
la guasti; ma ecco, vedetela, le si accosta smaniosa, e la chiama a
nome, e l'accarezza con dolce favella, e la invita a svegliarsi perchè
l'ora è tarda, e le sue sorelle, che da gran tempo si posero in cammino,
di lungo tratto la precorsero nel fatale sentiero. Quando poi vede
tornarle vano il tanto affaticarsi, allora le caccia le mani entro i
capelli, e la squassa e la trascina per la polvere, d'infami note la
vitupera, la calpesta, la lacera, e vuol che viva, e purchè le possa
dire: _Surge et ambula_, la Musa con pronte voglie partecipa
l'avvoltoio, e le viscere eternamente divorate di Prometeo.
Uomini incliti per ingegno stanno da quella parte e da questa; ed io non
so per quale influsso di stelle maligne, il numero abbondi piuttosto
nella prima che nella seconda, e le tenere menti, incerte cui seguitare,
si sgomentano. Vedeteli dubbi sopra la lingua, dubbi sopra mezzi
dell'arte e sopra i fini dell'arte; nel crocicchio delle diverse vie si
consumano a studiare qual sia la buona strada, e intanto perdono il
vigore che li rende franchi a percorrerla. Per causa del timore
d'incamminarsi male perdono le cause del cammino.
Nel romanzo storico più che altrove s'incontrano discordanti i pareri.
Un uomo, dell'amicizia del quale, onoranda Signora, ambedue noi andiamo
superbi, e che tenghiamo in parte di fratello maggiore, sia per senno,
sia per esperienza e per fama, dissente da noi sopra molti particolari
relativi a questa maniera di composizioni. E prima di tutto disapprova
la lingua, dacchè la prosa poetica a lui sembra cosa nuova e non bella.
Davvero anche a me suona cosiffatta prosa oltre ogni credere
fastidiosissima, quando viene adoperata a modo di tumida veste, per
cuoprire la povertà dei concetti; e molti mi occorsero di quelli che
uguali a Clitarco, ad Ansicrate, ad Egesia, e agli altri presi a
dileggio da Dionisio Longino o da Dionigio di Alicarnasso, cui parendo
essere invasi da divino ispiramento non danno in furore, ma in baie.
Quel tumideggiare è pure la increscevole cosa, e sovente accade che
mentre pensano toccare la cima del sublime, altro non fanno che gonfiare
le gote, e dovrebbero sapere che Minerva gittava lontano da sè il
flauto, vedendo come nel suonarlo le si gonfiassero le gote. Ma qui,
come altrove, non bisogna apporre all'arte il vizio dell'uomo. Nel
secolo passato i critici avevano bandito la crociata addosso ai versi
sciolti in odio del Trissino, il quale non li seppe comporre se non se
acquosi e sciapiti, e del Frugoni che li volle fare gonfi e vuoti, e del
Cesarotti che li dettò fragorosi e ridondanti; e adesso, poichè Parini e
Alfieri e Foscolo impressero loro evidenza, forza, concisione e
vaghezza, chi negherà ch'essi costituiscano forma nobilissima di poesia?
Io per me volentieri mi unisco a quelli che pensano non essere troppe le
pieghe che si danno al bel manto della nostra favella, molto più che
parmi breve la distanza che separa il verso sciolto dalla prosa poetica,
avendo anche questa il suo ritmo e la sua armonia. E come io non credo
punto la prosa poetica forma biasimevole, così penso ancora non essere
nuova. Molte prose dell'Alighieri ci compariscono dettate con metafore
ardite e tropi e traslati che si addicono alla forma poetica, e le
descrizioni che incominciano le giornate del _Decamerone_ io non saprei
ben distinguere qual forma si avessero, se con che la poetica per
eccellenza. Nè qui cessano gli esempi: e se l'amore di brevità non mi
dissuadesse, mi sarebbe agevole addurne altri dei vari secoli o tempi
della nostra letteratura. Per le quali cose io pregherei che non si
avesse a riprendere la prosa poetica, ma sì coloro che ne fanno tanto
aspro governo.
Intorno poi alla sostanza, temono il romanzo storico di trista compagnia
alla storia; credono che ne alteri la fisonomia, e paventano che uso
com'è a mescere il vero col falso, per amore di una favola vana, non ci
faccia smarrire il cammino che conduce alla utile verità: cosicchè la
storia, solenne generatrice di politica e di filosofia, si avvezzi a
fondare i suoi ragionamenti sopra immaginazioni bugiarde, e quindi
trarre conseguenze fallaci, là dove meglio si manifesta la necessità del
vero. Questa accusa non mi sembra ragionevole: prima di tutto perchè gli
uomini gravi dando opera alla filosofia e alla politica non
eserciteranno per certo la intelligenza loro sopra racconti o romanzi; e
poi, senza che per me si adoperi quel linguaggio sibillino o piuttosto
da _sciarade_, che mettono in uso i nostri critici saccenti per parere
profondi, e ragionando così alla casalinga, io domando se i poemi epici
e le tragedie e i drammi partoriscano tutti questi malanni? Se sì, io mi
taccio, e do vinta la causa; se no, allora neanche il romanzo storico
merita tanta accusa. Nè mi si apponga tra il poema epico e il romanzo
correre divario grandissimo; imperciocchè questo potrebbe per avventura
darsi in quanto alla dignità, ma non in quanto ai mezzi co' quali queste
due composizioni vengono condotte. Il romanzo storico come procede nella
sua composizione? prende per argomento un fatto pubblico o privato;
anima i personaggi che vi partecipano, dà loro moto, affetti,
linguaggio, sembianza, e perfino vesti, quali essi ebbero veramente o
poterono avere verosimilmente. Oreste, Agamennone, Clitennestra e Medea,
io voglio che mi sappiate dire se favellassero, operassero e si
trovassero ai casi per lo appunto come gli antichi o i moderni tragedi
immaginarono. Chi è che lo sa? Chi lo può sapere? Noi crediamo che
cotesti personaggi, di cui ci sono note soltanto le vicende supreme, in
cotesto modo ragionassero; noi crediamo i casi esposti che condussero
alla catastrofe finale, che noi conosciamo unicamente, in tale o in tale
altro modo avvenissero; e quella favella e quei casi noi crediamo in
Sofocle, in Eschilo, in Euripide, in Seneca, quantunque in Voltaire, in
Alfieri, in Niccolini, in Ventignano noi li troviamo diversi.
Che se il romanziero entra nel regno della storia, come l'asino nei
giuochi olimpici, scompigliando ogni cosa, la colpa è dello asino e non
dell'arte.
Che se il romanziero si perde in troppo lunghe e fastidiose descrizioni
di sembianze, di vesti e di luoghi, anche questo fastidio si attribuisca
al poco ingegno dello scrittore e non dell'arte.
Che se il romanziero invece d'immaginare episodii e personaggi, i quali
giovino a dimostrare meglio il fatto principale o renderlo più vario,
più curioso e più bello, si proponga lo sviluppo di due azioni
ugualmente principali, di cui una vera, l'altra fantastica, e divida in
due la sua favola e guasti l'arte; — l'arte non ha colpa, e il vizio è
dell'uomo.
E per di più vogliano considerare i discreti che al poeta drammatico
soccorrono molti uomini e le arti loro, mentre al romanziero tocca a
formare i suoi personaggi cavandoseli dal cervello: egli ha da
architettare le fabbriche, egli ornare le sale, egli dipingere boschi e
cielo e stagioni e fiumi e navi; egli deve dare a bere, mangiare,
dormire e vestire a tutte le creature della sua fantasia. Nei poemi
epici ad ogni piè sospinto non c'imbattiamo noi in ipotiposi,
prosopografie, similitudini, descrizioni e simili? ora dunque perchè
siffatte cose saranno colà lodate, e biasimate nel romanzo? Nel romanzo
poi s'insinua un altro elemento a renderlo più completo, ed è il buono
umore per chi sa esporlo. Questo elemento rigettano da sè sdegnosamente
i poemi epici e la tragedia, come idalghi spagnuoli paurosi di
contaminare la nobiltà del loro sangue; lo accolgono invece come anima i
poemi eroicomici. Il romanzo e i drammi ricevono il buono umore non come
forma esclusiva, nè lo rigettano come plebeo, imperciocchè queste due
composizioni non aderiscano a forma prefinita, ma si modellino sopra la
vita umana. Il romanziero, in certo modo, è panteista: tutto reputa
buono e dicevole, purchè sia in natura; e se rincresce, colpa è di
quelli che lo adoperano con mal garbo. Egli ritratta gli uomini quali
vivono e sentono, e non quali li ha fatti l'arte con certe sue regole
statuarie. E se alcuno dicesse: ma a che giova la descrizione del
grottesco, del tristo, e dello scellerato? A che giova? giova a farvi
conoscere la umanità; giova a farvi conoscere le malattie che la
travagliano, onde si possano con opportuni rimedii curarle. E badate
bene a quello che io dico: se le lettere devono tornare utili agli
uomini, devono ancora coraggiosamente imprendere tutto quanto è capace a
partorire un simile effetto, e non ispaventarsi a perdere un poco di
lindezza, e trattare ulcere e piaghe; se poi vogliono durare o diventare
cose da museo, impagliate e messe in iscaffali, si ostinino a riprodurre
una formula consumata. La formula deve sempre contenere le passioni e la
sapienza dei tempi; quando i tempi superano i confini, allora conviene
dilatarla; — ed oggi le passioni e le smanie del sapere mi paiono
immense.
Ma qui mi fermo, perchè mi sento sospingere verso quei nuvoli
ragionatori che io tanto aborro, e non mi voglio avviluppare senza filo
pei laberinti dei ragionamenti e non ragionamenti, considerazioni e
limitazioni, restrizioni, ampliazioni di tutti coloro che io battezzerei
per legislatori delle cose di questo mondo e di quell'altro con lo
inchiostro in cui tuffano la penna. E poi mi fermo, perchè chi fa
orologi deve badare che le lancette segnino l'ora giusta senza
arrovellarsi a dire quali e quante ruote egli adopri. Le prefazioni
all'opere d'immaginazione mi paiono paracadute, come troppo spesso le
opere a cui vanno aggiunte sono palloni volanti. E così parodiando,
_servatis servandis_, la risposta di Scipione accusato di peculato, mi
fosse concesso esclamare: «Invece di perdere tempo a confutare le
oziosità di coloro che si affibbiano la giornea di critici, perchè
scrittori non possono nè sanno essere, andiamo a dettare una qualche
bella storia o a immaginare un romanzo!»
Ora venendo a ragionare un pocolino di me, ma prestamente, e con quella
velocità con la quale toccando a caso un tizzo infuocato ritiriamo la
mano, dirò che non reputo cosa giusta avermi _classato_, siccome hanno
fatto capo coda, fra i desolatori del genere umano. Prima di tutto il
genere umano ha bene altro a pensare che tenere dietro alle mie povere
fantasie, nè egli vorrebbe dare del capo nei muri per tanta piccola cosa
come sono le mie parole; e finalmente perchè l'accusa mi sembra falsa
del tutto.
Quando vogliamo giudicare un libro, giustizia impone che l'esame deva
fondarsi sopra il suo insieme, non già sopra una qualche parte staccata;
più ancora, nei componimenti drammatici non bisogna credere che le
parole poste sopra i labbri di un personaggio contengano la espressione
della fede dello scrittore. Questo sarebbe errore a un punto, e
ingiustizia. L'anima umana precede più spesso che noi non supponiamo per
via di contrasto; e dal vagheggiare che uomo faccia di tristi
spettacoli, anzichè trarre la conseguenza di feroce talento, bene spesso
si dilunga meno dal vero colui che pensa derivare simile disposizione
dalla veemente impressione che gli atti di ferocia o di perfidia fecero
sopra un'anima troppo sensibile, e viceversa: così la storia della
letteratura ci narra come Bernardino di Saint-Pierre, tanto tenero
scrittore, fosse uomo acerbo anzi che no, e Anna Radcliffe e Mathurin,
immaginatori di orribili cose, ingegni miti e piacevoli.
Crebillon, quel truce compositore di tragedie, fu tenerissimo alla
moglie e la pianse vedovo sconsolato per ben cinquant'anni... Non vi
pare ella cosa, più che mortal, quasi divina piangere cinquant'anni la
consorte defunta! E tanto abbondò in Crebillon il tesoro di amore, che
dopo averlo sparso a piene mani sopra la famiglia, i parenti e gli
amici, gliene avanzando pur sempre, lo prodigava ai cani e ai gatti. I
cani e gatti in casa del Tragedo furono più numerosi dei personaggi
nelle sue tragedie, imperciocchè si narra ch'egli non ne ospitasse mai
meno di una ventina; e il dabbene uomo andava a raccoglierli per le vie,
nel proprio mantello li avviluppava per ischermirli dal freddo, e con
tanta carità li custodiva, che poco più poteva adoperarne San Vincenzo
di Paola ai pargoli ridotti a miseria uguale. — Un moderno scrittore di
Francia, celebre pei suoi terribili drammi (capaci da fare sconciare le
donne incinte), tale fu visto usare amorosa cura verso la sua dama, che
venuto espressamente in Italia per fare acquisto d'impressioni, giunto a
Pisa, dichiarò non potere andare più avanti, i fati costringerlo a
tornarsene in Francia, perchè la sua Signora più che non potesse
sopportare si trovava molestata dalle zanzare! — E questo fatto io lo
assicuro per vero, perchè lo so di certo; e lo so di certo, perchè me lo
diceva quel molto terribile compositore di drammi; — e tanto basti.
Io ho creduto e credo che la Provvidenza abbia stabilito che l'uomo non
deva essere mai lieto per delitto, e che nè senno, nè prestanza, nè
splendore di trono, nè santità di scopo varranno a rendere accetto il
colpevole a Dio. La fatalità gli si avvinghia alla vita come i serpenti
di Laocoonte: ogni cosa ch'ei tocchi si appassisce; ogni fortuna che a
lui si aggiunge precipita; ogni esistenza rovina. L'offerta di Caino, si
componga pure delle più pingui spighe del campo, sarà maledetta: — e
questo mio concetto io manifestava scrivendo la _Battaglia di
Benevento_.
A me parve che i popoli, i quali fecero getto della propria virtù,
meritino i flagelli di cui la Provvidenza li percuote; ma che non sia
sotto simile pretesto concesso al cittadino fuggire travaglio in
benefizio del suo paese; e che se adoperarsi per la patria quando sorge
grande e avventurosa, frutta gloria, la carità dei suoi, condotti in
fondo della miseria, sia degna di venerazione e tanto più luminosa;
aspetta questi incliti spiriti una corona nei cieli quanto più loro
mancava ogni premio terreno: — e questo mio concetto manifestava
scrivendo l'_Assedio di Firenze._
E trapassando alle domestiche storie, i talami macchiati repugnante il
coniuge, e con infamia maggiore lui consenziente, funestissimo seme di
fatti sovversivi l'umano consorzio; e mi studiai con intento più
efficace di quello che persuade Tantalo nell'_Eneide_ ad ammonire i
dannati ad esclamare a mia posta: _Discite justitiam moniti_.... — E
questo concetto io manifestava scrivendo la _Veronica Cybo_ e la
_Isabella Orsini_.
Altre più cose credo non disperanti ma severe, e così Dio mi assentisse
il senno come mi dava il cuore di manifestarle, strappando dalla piaga
le bende che vi fasciarono attorno la ipocrisia e la viltà, senza
curarmi delle strida del dolore o delle imprecazioni dei malvagi,
affinchè gli uomini imparassero a medicare, non a dissimulare le piaghe.
Ma ormai fia a me più bello cessare che proseguire. Il tema è lungo, nè
i tempi corrono propizi ai Geremia. Ella, rispettabile Signora, di
spirito mansueta e di ogni soave consiglio sostenitrice tenerissima, non
partecipa interi i miei sentimenti: io lo so, nè me ne adonto. Sia
dubbio od ossequio, io assai propendo a rispettare le convinzioni
altrui. Tristano Shandy, racconta Lorenzo Sterne, non volle uccidere
neppure la mosca che lo infastidiva, ma, chiusa la finestra, la cacciò
via dicendo: «Va, creatura, il mondo è largo assai per bastare a noi due
senza darci molestia.» — Pensi un po' V.S. con quanto maggiore obbligo
noi dobbiamo comportarci egualmente per le opinioni degli uomini che non
occupano spazio, e si spandono per un mondo senza confine.
Ma se per avventura io non posso sperare la sua adesione intera ai miei
sentimenti, io, mercè sua, confido che mi vorrà conservare intera la sua
benevolenza.