_Sommario:_ Finisce il giornale il _Crepuscolo_. — Vado a Modena
dal Farini, poi a Bologna. — La famiglia e i segretari di Farini.
— Cavour ritorna al Governo. — Massimo d’Azeglio Governatore di
Milano. — I Municipii del Lombardo-Veneto al tempo del Governo
austriaco. — Le nuove elezioni amministrative. — Antonio Beretta
Sindaco di Milano. — L’ospitalità e i ricevimenti di casa Beretta.
— Feste e ricevimenti in molte famiglie. — Casa Crivelli. — I
coriandoli. — Le signore d’allora. — Gli ufficiali francesi. — Il
maresciallo Vaillant. — Entrata di Vittorio Emanuele in Milano il
18 febbraio. — Ricevimenti del Re a Corte. — Alessandro Manzoni.
— Sottoscrizione, proclamata da Garibaldi, per un milione di
fucili. — Elezioni politiche pel 25 marzo. — Riunioni elettorali.
— Il Circolo politico detto delle _Galline_. — I giornali. — Il
_Pungolo_, la _Perseveranza_ e l’_Unità Italiana_. — Le elezioni
politiche eclettiche di Milano. — Crispi negli uffici della
_Perseveranza_. — Notizie e preparativi per la spedizione di
Sicilia.
Col principiare del 1860 il giornale il _Crepuscolo_ cessò la sua
pubblicazione. Quella prima domenica, in cui non comparve il vecchio
e glorioso _Crepuscolo_, fu mesta come il giorno in cui scompare per
sempre un amico fidato, col quale si sono divisi i dolori e le ansie
di giorni memorabili nella vita. Ma la missione del _Crepuscolo_
era finita; il giornale la _Perseveranza_ aveva fin dal novembre
principiato le sue pubblicazioni.
Carlo Tenca diventò poi in quell’anno deputato al Parlamento,
Assessore Municipale e membro della Commissione per gli studi. Fu il
fondatore della scuola superiore femminile municipale, che pel sapiente
ordinamento venne poi in Italia presa a modello per altri istituti
simili.
In Parlamento e in Municipio, circondato da un’alta stima, il Tenca fu
indefessamente e modestamente operoso. Morì il 4 settembre del 1883. I
suoi ultimi anni furono conturbati dal fallimento d’una banca, in cui
aveva depositato i risparmi del suo lavoro e della sua parsimonia: si
ritirò allora dalla vita politica, e senza querimonie chiuse la vita
povero, in un dignitoso silenzio.
Nell’Emilia il Farini mirava a radunare il maggior numero di volontari
per opporli alle truppe estensi, che il duca di Modena teneva presso il
Po, pronte a oltrepassare il confine e a rioccupare il ducato. Intanto
tra il dittatore e il Comitato milanese per l’emigrazione veneta
correvano trattative e intelligenze per dirigere su Modena tutti gli
emigrati validi alle armi, e per aggregarli ai corpi che si andavano
formando e aumentando.
Durante quelle intese, desiderai vedere il Farini, e mi recai a Modena
ove fui ospite di lui nel palazzo ducale.
Qualche giorno dopo seguii a Bologna Emilio, che vi si recava
per affari d’ufficio, e ci si stette alcuni giorni. Bologna era
animatissima, tutta movimento ed entusiasmo patriottico. Le contesse
Tattini e Zucchini, sorelle, nate Pepoli, la cui madre era una figlia
dell’ex Re di Napoli Murat, riunivano alternativamente nei loro
salotti il _mondo elegante_, militare e politico, bolognese; e a quelle
conversazioni dava non poca attrattiva la bellezza e lo spirito delle
padrone di casa. Il conte Gioacchino Pepoli, loro fratello, che fu poi
deputato, ministro e ambasciatore a Pietroburgo, era in quei giorni uno
dei capi, nelle Romagne, del partito liberale e annessionista.
Il dittatore Farini aveva riuniti in sè, direttamente, tutti i poteri,
con un gabinetto composto di giovani segretari, tra i quali c’erano
il Riccardi, piemontese, per gli affari interni, e mio fratello per
gli affari esteri; questi giovani, di cui nessuno passava la trentina,
vivevano quasi come figli nella famiglia del Farini.
Il maggiore dei figliuoli del Farini, Domenico, era ufficiale del
Genio: fu poi maggiore di Stato Maggiore, deputato e presidente della
Camera, e alla fine presidente del Senato. L’altro figlio, Armando, era
ufficiale dei bersaglieri: ferito in guerra, morì poco dopo. Finita la
dittatura la figlia Ada sposò il Riccardi, che poco dopo il matrimonio
morì a Napoli. Questa sventura domestica diede una scossa fatale alla
salute del Farini.
Il Farini, nella conversazione e nel tratto, era piacevole e franco,
con una certa solennità romagnola. Amico e ammiratore di Cavour, ne
interpretava e ne seguiva la politica, con audacia e con senno: guidò
e compì con mano ferma e sicura l’annessione dell’Emilia al Piemonte,
traverso le più gravi difficoltà diplomatiche, ed esercitò la Dittatura
con idee larghe e liberali, e colla fermezza dell’uomo di Stato.
Nei giorni in cui fui a Modena, voleva trattenermi e mi fece le più
gentili offerte: aveva nominato in quei giorni Governatore di Ravenna
il marchese Di Rorà torinese, e voleva che lo accompagnassi come
consigliere delegato. Pensai alla mia buona mamma, che già s’affliggeva
per le assenze di Emilio, e non accettai l’offerta.
Il ritorno al potere del conte di Cavour, il 21 gennaio 1860,
richiamato si può dire da tutta Italia, veniva a rinfrancare in tutti
la fiducia e ad imprimere alla politica italiana l’audacia e insieme la
sicurezza. La notizia del suo richiamo veniva accolta e festeggiata da
tutti come una gioia domestica.
Al ritorno di Cavour seguì la nomina del d’Azeglio a Governatore di
Milano: così quelle sale del palazzo di Governo, che per quasi mezzo
secolo erano state la sede di governatori forestieri, ora accoglievano
il fiore della società milanese che andava ai ricevimenti di Massimo
d’Azeglio. Parevano sogni!
L’Azeglio appariva allora di molto invecchiato, ed era di salute
cagionevole: ma era sempre lui; giovane d’animo e ricco di spirito.
La sua conversazione era piacevolissima, ricca di aneddoti, di
osservazioni argute e di fine ironia. Non sempre però egli partecipava
ai nostri entusiasmi pel Cavour, di cui apprezzava l’ingegno, ma non
approvava sempre l’audacia. Tra i due uomini illustri c’era un dissenso
latente, che gli avvenimenti andarono sempre più aggravando.
Uno dei primi atti del governo in Milano del d’Azeglio, governo
durato pochi mesi, fu l’inaugurazione del nuovo Consiglio Comunale.
L’amministrazione del Comune, libera e affidata a un corpo elettivo,
era un fatto nuovo pei nostri paesi, indipendenti da poco.
I Municipii, colla legge austriaca, erano divisi in municipii cittadini
e rurali. I consiglieri nelle città erano scelti a vicenda tra i primi
cento più altamente censiti. Il Consiglio aveva a capo una Giunta, e un
Podestà nominato dal Governo: nei piccoli comuni era formato da tutti
i censiti, e si chiamava _Convocato_. La parte esecutiva era affidata
a tre _deputati_; e il _primo deputato_ poteva anche essere una donna,
che però si faceva rappresentare. I Podestà, le Giunte, i Deputati,
facevano eseguire i regolamenti di sanità e di sorveglianza municipale.
Ma erano corpi soltanto consultivi e ogni loro deliberazione doveva
ottenere l’approvazione del Governo.
Pur nei limiti ristretti delle loro attribuzioni, questi municipi
avevano amministrato con saviezza e con onestà. Prima del ’43 ne
avevano fatto parte le più notabili persone tra i possidenti lombardi;
ma poi, durante lo stato d’assedio, e nel decennio della resistenza,
i rapporti colle autorità militari e civili austriache allontanarono
anche dalle cariche municipali i migliori; così gli avvenimenti del
1859 trovarono i Municipi lombardi deboli e impopolari. Nei primi
giorni della nostra liberazione, il Governo, non potendo provvedere
subito alla rinnovazione delle autorità municipali e delle Giunte, le
rinforzò coll’aggiungervi dei cittadini noti pel loro patriottismo e
per la loro rispettabilità.
Le elezioni comunali di Milano furono indette pel 15 gennaio
1860, e vennero, naturalmente, precedute dal costituirsi di vari
circoli e da riunioni. La lotta elettorale, in questa luna di
miele dell’indipendenza, non fu però difficile, e si riuscì a una
lista unica, solo alquanto ingiusta verso taluni degli antichi
amministratori, che pure avevano reso dei servigi, come il Podestà
conte Luigi Belgiojoso.
Il sindaco era di nomina governativa; e il ministero, ossia Cavour,
scelse tra i consiglieri comunali a sindaco di Milano Antonio Beretta.
La scelta non poteva essere migliore, come il fatto provò durante i
sette anni in cui egli fu a capo dell’amministrazione cittadina.
Antonio Beretta era stato membro del Municipio, poi del Governo
Provvisorio di Lombardia nel 1848. Aveva amministrato le finanze
durante il Governo Provvisorio, e l’Austria non riconoscendo tra
gli atti di lui che quelli dell’amministrazione ordinaria, gli aveva
addebitato tutte le altre spese mettendogli sotto sequestro l’intero
patrimonio, che a quel tempo era abbastanza cospicuo. Il Beretta aveva
intentato una lite al Governo austriaco per questo fatto, mettendosi
sotto l’egida del trattato di pace stipulato tra l’Austria e il
Piemonte. La lite, abilmente condotta dai suoi avvocati, si protrasse
fino al 1859, e così si evitò che l’intero patrimonio fosse confiscato.
Il Beretta non era un uomo di alto ingegno, o di molta coltura, ma
era grande in lui l’equilibrio della mente e del carattere: era buono,
generoso, conciliante. Abile amministratore, amante della sua città,
ne intravvide i destini prosperi a cui era chiamata, e ne preparò
l’avvenire iniziando grandi lavori pubblici, e riforme in ogni civile
istituzione. La galleria Vittorio Emanuele fu pensata e voluta da
lui[38].
Il Sindaco e la Giunta si misero al lavoro con assiduità e con
entusiasmo, dovendo riformare, a seconda delle nuove leggi,
l’amministrazione lasciata dall’Austria.
Nei primi mesi io tenni la pubblica istruzione e la sopraintendenza
scolastica: poi il Beretta volle affidarmi la sorveglianza urbana,
nella quale s’era avviata una larga riforma di regolamenti e di
istituzioni. Rimasi però nella Commissione scolastica, una delle nuove
istituzioni deliberate dalla Giunta: era una Commissione consultiva
permanente, rinnovabile, che sorvegliava e faceva proposte su quanto,
nella pubblica istruzione, spettava al Comune; destinata a conservare
le tradizioni negli ordinamenti, di fronte alla mutabilità degli
assessori; e ad essa dovevano appartenere dei cittadini notoriamente
autorevoli nella istruzione pubblica.
Per ogni ramo dell’amministrazione ferveva in quei giorni, negli
ufficî municipali, una assidua attività di studi e di lavori, sotto
l’instancabile impulso del sindaco Beretta, il quale aveva occhio a
tutto e prendeva iniziative in tutto. Oltre di ciò egli esercitava
in casa sua una larga ospitalità: i ricevimenti, i pranzi, i balli di
casa Beretta andavano famosi per la festività e la cordialità che vi
regnavano.
Il Beretta diventò in breve popolarissimo, e Cavour soleva dire che la
nomina di lui era stata veramente indovinata.
Durò in carica sette anni, ma alla fine anche la sua stella si offuscò;
ed egli dovè lasciare la carica di fronte ad un’accanita opposizione di
carattere politico. Nominato senatore, lasciò Milano, e prese dimora
a Roma. La sua fine non fu quella che avrebbe meritata un uomo tanto
benemerito, e fu rattristata da mali fisici e da sventure domestiche.
Diventò cieco, e cadde in condizioni di fortuna così misere, che a lui
dovette provvedere l’affetto degli amici.
Oltre alle feste di casa Beretta, in quell’invernata ci furono non
pochi ricevimenti e feste nelle principali case del patriziato e
della borghesia ricca. C’era in tutti una smania, si sarebbe detto, di
rifarsi del passato, e di dimenticare i lutti degli anni scorsi.
Il giorno 16 febbraio Vittorio Emanuele faceva l’entrata ufficiale
in Milano, a cavallo, tra l’entusiasmo della popolazione, che gli
affollava intorno e non ristava dall’acclamarlo, quasi con delirio: lo
seguivano Cavour e il corpo diplomatico. Poche sere dopo diede un gran
ballo con inviti estesissimi.
Per la prima volta, la nuova generazione entrava nel palazzo di Corte.
Gli invitati non ristavano dall’ammirare le ampie e sfarzose sale,
e guardandosi d’attorno, con nuovo e grande compiacimento tutti si
dicevano l’un l’altro: Non ci sono più (gli austriaci s’intende), sono
proprio andati!
Seguirono i ricevimenti ufficiali, e poi per parecchi giorni quelli
di infinite deputazioni milanesi e della provincia, e le udienze, e le
visite private. Vittorio Emanuele, con quel suo fare franco e risoluto,
che pareva sprezzasse ogni etichetta, più di quanto ciò fosse vero, e
trovando sempre il modo di piacere, esercitava un fascino grandissimo,
e tutti uscivano dalle sue udienze entusiasti.
In quei giorni ebbi l’occasione d’esser ricevuto con delle deputazioni,
tre volte; e per tre volte sentii dal Re parole e discorsi differenti,
intonati a quanto presumibilmente poteva piacere a quelle deputazioni
stesse. Colle une parlava il linguaggio della prudenza politica e della
gravità del momento; con altre aveva l’aria di sfogare tutto l’ardore
del suo animo, e usciva nei più audaci propositi. Così ce n’era per
tutti, e discorreva con quella finezza o furberia politica, che gli fu
sempre di guida nelle fortunose vicende del suo Regno.
Tra quelli che gli chiesero udienza ci fu Alessandro Manzoni, che, per
la prima volta in vita sua, rendeva omaggio a un principe, e andava
modestamente a ringraziarlo di quegli atti di favore e di quegli onori,
che aveva sempre rifiutati da tutti i Sovrani per poter rifiutare gli
onori del Governo austriaco.
Vittorio Emanuele accolse il Manzoni colla gentile familiarità e
coll’espansione con cui avrebbe potuto accogliere un suo pari; e quando
si congedarono, il Re, datogli il braccio, lo accompagnò traverso le
sale e, per lo scalone, fino nella corte del palazzo. Il Manzoni, nella
sua modestia, non parlò mai di questo episodio, e lo seppi poi da suo
figlio Pietro ch’era con lui.
Tra i balli di quei giorni, ce ne fu uno sfarzosissimo nel palazzo
della duchessa Visconti di Modrone, al quale intervennero Cavour e
il corpo diplomatico; e un ballo pure elegantissimo in costume ci fu
in casa del marchese Trotti, e venne poi ripetuto alla Società degli
Artisti.
In questo rifiorir di feste e di divertimenti pubblici dovevano
necessariamente rifiorire anche i _coriandoli_. I corsi mascherati, e
il getto dei coriandoli, nei giorni del carnevalone milanese, erano
stati proibiti, nè sarebbero stati possibili durante gli anni dello
_stato d’assedio_. Il divertimento dei coriandoli aveva in sè qualcosa
di sfrenato, eppure non trascendeva quasi mai a quegli eccessi che
si potrebbero ora supporre. Era un freno l’antica consuetudine; la
gente d’ogni classe, ciascuno a suo modo, ci si divertiva; tutti ci
mettevano della benevolenza e del buon umore, poichè tra le classi alte
e le classi basse, nell’antico popolo milanese, non c’erano odii, non
c’erano antipatie. La servitù straniera aveva reso tutti eguali nel
dolore, solidali nelle speranze; e nelle classi alte era tradizionale
l’inesauribile carità, che era riconosciuta e ricambiata con un
sentimento di rispetto e di benevolenza.
Un divertimento sfrenato come quello dei coriandoli non sarebbe
più possibile nella nuova Milano, affaccendata e composta di tanti
elementi così diversi, in mezzo ai quali i vecchi milanesi si trovano
in minoranza. Anche la lotta dei coriandoli diventerebbe una _lotta
di classe_; il coriandolo ilare e benevolo non sarebbe ora neppure
_programma minimo_; ma ci sarebbe il coriandolo violento e iroso. La
lotta a coriandoli tra i carri mascherati e i terrazzini delle signore
non sarebbe ora possibile che colla scorta dei carabinieri; se pure...
Gli ufficiali francesi prendevano una larga parte al getto dei
coriandoli, tanto nuovo per loro, e ci godevano un mondo. Frequentavano
pure in gran numero le feste e i ricevimenti cittadini, ove si
incontravano anche molti forestieri, venuti a veder Milano in quei
giorni di commozioni politiche e di pubblici festeggiamenti.
Inutile dire che tra i venuti c’era uno sciame di _reporters_ e di
uomini politici a spasso. Tra i _reporters_ ricorderò anche una nota
scrittrice francese, _madame Colet_, che avevo conosciuta in casa
Maffei, e a cui dovetti far da cavaliere più volte, poichè amava
cacciarsi dappertutto. Era venuta a raccogliere notizie e episodî
italiani per un suo libro futuro; e certamente non a divertire quelli
da cui li voleva attingere.
Quando sfoglio qualche mio vecchio _album_ di quel tempo, quante
ricordanze e quante meditazioni! Li chiamavo, a quel tempo, gli
_albums_ delle belle signore, e ora son gli _albums_ delle nonne, e
anche pur troppo dei cimiteri!
In quegli anni del risorgimento politico si sarebbe detto che ci
fosse anche un risorgimento della _Bellezza_: nelle feste di ballo,
nei teatri, ai passeggi, le signore bellissime erano in una grande
maggioranza; i forestieri ne erano ammirati.
I vecchi _albums_, chi li osserva e li medita, hanno sempre un fascino
irresistibile; quello del passato, che ci par di tanto più bello,
perchè è il fascino della gioventù e del tempo che fu nostro.
Quei ritratti che ci passano dinanzi ci risvegliano nella memoria nomi
cari d’amici, dolorosi rimpianti, e storie ed episodi, ora ameni, ora
tristi, ora scabrosi, ma che il tempo, che è giusto, ha già ravvolti
nel suo velo indulgente. Tra i ritratti delle persone d’allora, rivedo
quelli degli ufficiali francesi, che prendevano una parte sincera e
gaia alle nostre feste: conservo un _album_ tutto dedicato a loro.
Ecco, sfogliandolo, i capitani Magnan, figlio del maresciallo, e
Teodoro Yung, che appartenevano allo Stato Maggiore del maresciallo
Vaillant. L’Yung sposò poi una contessa Kaula, che nel 1870 fu accusata
di spionaggio, e levò un rumore infinito: divenne segretario generale
del ministro della guerra Boulanger, ma seppe togliersi in tempo da
quelle acque torbide. Si conservò amico attivo dell’Italia, e fondò la
lega Franco-Italiana.
Ecco due brillanti capitani degli usseri, ammiratori ed ammirati nelle
nostre feste, il marchese di Louvencour, e il conte di Vogüé, che fu
tra i primi a morire a Wörth nel 1870. Poi viene un gruppo d’ufficiali
d’artiglieria, Laprade, la Ville Huchet, Flye de Saint Marie e il conte
di Novion che s’era distinto assai a Solferino; questi aveva molta
coltura, specialmente artistica, e conservo di lui parecchi dipinti
all’acquarello. Rimanemmo amici, e un giorno nel 1871 ricevetti una sua
lettera da una fortezza tedesca, ove era stato condotto prigioniero
da Sedan. Egli voleva ottenere, per mezzo di mio fratello, ch’era
ministro, e dell’ambasciata italiana a Berlino, di far parte del corpo
francese di spedizione contro la Comune, chiesto da Thiers a Bismark. E
l’ottenne. Quali terribili vicende! Più tardi passò in Algeria, e morì
generale di divisione.
Poi ne seguono altri, d’ogni arma e d’ogni grado, e l’_album_ continua
a rievocarmi storielle amene, e vicende tragiche. Chi avrebbe detto a
quei giovani francesi, giustamente alteri per le recenti vittorie, e
a cui tutto arrideva nell’avvenire, che dopo dieci anni li aspettava
una così grande sventura! Ne rividi ben pochi; parecchi morirono nella
guerra del 1870 e del ’71.
Ma non c’erano solo gli ufficiali giovani e socievoli, tra i francesi;
c’erano anche i vecchi, i brontoloni, poco amici dell’Italia, che non
si divertivano, e che andavano poco o punto in società. Di questi ne
rammento alcuni, ma non li ritrovo negli _albums_.
«C’est beau votre carnaval» brontolava in un crocchio, una sera di
veglione alla Scala, un colonnello di fanteria, «c’est beau, mais c’est
cher; ça nous coûte quatorze mille fantassins français couchés sur vos
plaines. On aurait pu bien s’amuser à meilleur marché!»
Chi brontolava più di tutti, apertamente e senza troppi riguardi, era
il maresciallo Vaillant, rimasto in Lombardia, quale comandante in capo
dell’esercito francese d’occupazione, dopo i preliminari della pace di
Villafranca, e dopo il ritorno in Francia di Napoleone.
Il maresciallo alloggiava, e ci aveva il suo quartier generale, nella
Villa Reale, situata nei vecchi giardini pubblici, nella quale pochi
anni prima era morto il maresciallo Radetzki.
Il sindaco Beretta procurava in tutti i modi di essergli ospitale e
cortese, ma il maresciallo, riservato e freddo aveva sempre il fare
annoiato d’uno che adempie a un ufficio di malincuore. Era il vero tipo
del militare _grognard_.
Il Municipio e i cittadini lo invitavano sempre alle feste pubbliche, o
private, ed egli si scusava sempre, e non ci interveniva mai. Di solito
riceveva le visite nel bel giardino della villa. Riceveva vestito d’una
giacca di tela, e con un gran cappello di paglia, come un coltivatore,
non scomodandosi troppo nelle sue occupazioni preferite, ch’eran quelle
di giardiniere.
Eravamo nei giorni in cui gli avvenimenti dell’Italia centrale tenevan
gli animi nostri sospesi in una continua ansia patriottica, e il
maresciallo evitava ogni discorso politico non parlandoci che di
_greffages_ e di _boutures_. Fu in uno di quei giorni di tanta ansietà
per noi, che scrisse al sindaco domandandogli che gli procurasse...
cinquanta rospi per risanare il giardino invaso da non so quali
insetti; e scusandosi, come di solito, per un invito, finì col dire al
sindaco, senza far complimenti, _vos annexions me désanexionnent_.
Intanto Napoleone lasciava dire, e ci lasciava fare.
Mentre gli animi erano rivolti ansiosamente alle difficoltà in mezzo
alle quali Cavour conduceva con fermezza la politica italiana, già
apparivano sull’orizzonte nuove aspirazioni, e l’inizio di nuovi fatti.
Garibaldi, con un proclama, s’era rivolto agli italiani aprendo una
sottoscrizione per _un milione di fucili_. Il milione di fucili era
una parola d’ordine, che pur ispirandosi al linguaggio figurato di
Garibaldi, alludeva a nuove imprese, e a nuove iniziative. Ma Garibaldi
stesso, forse per non sollevare delle inquietudini e per far atto di
concordia, mise a capo della sottoscrizione Giuseppe Finzi ed Enrico
Besana, due patriotti amici suoi e di Cavour. La sottoscrizione servì
poi a provvedere, non un milione, ma un buon numero di fucili, e
preparò in parte le spedizioni per la Sicilia, soprattutto, credo,
quella del Medici.
Cavour, intanto, si preparava a far le elezioni, per avere anche
l’appoggio parlamentare delle vecchie e nuove provincie del Regno,
nella sua politica nazionale. Il 25 di marzo anche Milano fu chiamato
per la prima volta ad eleggere i suoi deputati al Parlamento.
Le elezioni milanesi furono, naturalmente, precedute da riunioni e da
qualche circolo elettorale. Quella concordia che aveva presieduto alle
elezioni comunali, per quanto recente, si andava già dissipando. Il
principale dei circoli politici, che si formò allora, fu soprannominato
il circolo delle _Galline_, perchè si radunava nei locali d’una scuola
posta su una piccola piazza detta appunto delle _Galline_, dietro la
via Bassano Porrone, scomparsa ora e sepolta in parte sotto il palazzo
del _Credito Italiano_.
Questo circolo, che per molti anni ebbe in Milano una grande influenza
elettorale, fu un circolo _di terzo partito_, ed ebbe a suo portavoce
e a ispiratore un giornale chiamato il _Pungolo_, diretto da Leone
Fortis. Vi appartenevano in gran numero avvocati, che colla parola
abbondante e facile, in quei primi tempi preceduti da così lungo
silenzio, vi esercitavano un assoluto predominio. In quegli avvocati
il senso politico era spesso velato o travolto dalle sottigliezze
giuridiche. Il circolo delle _Galline_ non era coi radicali, ma era di
opposizione al Governo quasi sempre, perchè non gli pareva mai d’essere
_indipendente_ abbastanza.
I suoi primi attacchi furono contro quel gruppo di persone che
negli anni antecedenti in secreto o palesemente, avevano avuto negli
avvenimenti del paese una parte dirigente. L’intendersi, tra le due
parti, non avrebbe dovuto essere difficile; ma tra loro si conoscevan
poco, e si guardavano con sospetto; e gli uomini, come dice Manzoni,
tra le loro prerogative, hanno anche quella di amarsi o di odiarsi
senza conoscersi. Gli uni erano rappresentati dalla _Perseveranza_, per
gli altri stava con la lancia in resta il _Pungolo_. Questo introdusse
più tardi un nomignolo che fece fortuna, e chiamò _consorti_ gli
amici dei ministeri moderati. Così la _consorteria_, nome astratto
e misterioso, e perciò tanto più adatto a commovere le fantasie,
allignò subito anche in altri paesi; anzi parecchi se ne contesero
l’invenzione, e diventò per un pezzo un bersaglio comodo per tutti,
come se avesse corpo e forma.
I repubblicani, naufraghi del passato, avevano un’associazione, e un
giornale, diretto da Maurizio Quadrio, chiamato l’_Unità Italiana_,
giornale che aveva poca influenza, astioso soprattutto contro gli amici
d’un tempo; attaccò più volte anche mio fratello Emilio, che, più tardi
poi, ebbe un duello con Maurizio Quadrio.
In quelle prime elezioni due collegi proclamarono a Milano la
candidatura di Cavour e di Farini, due nomi superiori ad ogni
discussione, che furono acclamati e eletti da tutti. Le _Galline_
accettarono, per quella prima volta, Carlo Tenca, cavouriano; vollero
l’avvocato Antonio Mosca, nuovo nella politica e indipendente; e fecero
votare pel dottor Agostino Bertani mazziniano, e per Carlo Cattaneo
repubblicano, federalista, e anche astensionista. Che pasticcio!
Queste prime elezioni sorpresero Cavour, il quale avrebbe voluto avere
dalle principali città una dimostrazione che in faccia all’Europa lo
appoggiasse nella sua politica delle annessioni dirette alla formazione
del Regno d’Italia. «Non so con quale criterio» esclamò «a Milano mi
abbiano messo insieme con un mazziniano e con un federalista!» Cavour
in quelle elezioni era stato eletto nel Regno in otto collegi.
In quei giorni il Farini aveva mandato mio fratello Emilio a Parigi
con una missione che riguardava la questione delle annessioni, e
fu questa la sua prima missione diplomatica. A Parigi ricevette la
notizia della sua nomina a deputato di Tirano: aveva appena qualche
mese prima compiuto i trent’anni. Una seconda missione l’ebbe l’anno
dopo da Cavour, che lo mandò a Londra per dare ai ministri inglesi
quelle informazioni, sui plebisciti e sugli affari di Napoli, che
meglio potevano giovare per mantenerli in disposizioni favorevoli,
e porli in grado di difendere la nostra causa contro le accuse che,
nel Parlamento, ci erano mosse dagli irlandesi e dai conservatori
clericali.
Nell’aprile di quell’anno vidi per la prima volta e conobbi il Crispi.
Lo conobbi negli uffici della _Perseveranza_, ov’egli andava a scrivere
delle corrispondenze e dei telegrammi, che venivano dalla Sicilia e nei
quali erano amplificati fatti e notizie sui successi e sull’estendersi
di alcuni moti rivoluzionari dell’isola. Egli faceva capo alla
_Perseveranza_, appunto perchè le sue notizie fossero meglio credute,
e anche perchè vi erano premurosamente accolte. Quei moti, in realtà,
languivano, e si temeva che i borbonici in breve disperdessero gli
ultimi insorti. Ma il Crispi, che meditava la spedizione di Sicilia, e
voleva indurre i suoi amici a parteciparvi, e prima di tutti Garibaldi,
era intento a convincere che la rivoluzione siciliana trionfava, e che
s’aspettavano solo soccorsi e volontari.
Sulla fine dell’aprile, Crispi ci confidò che ogni esitazione era vinta
in tutti, e che si organizzava rapidamente una spedizione capitanata da
Garibaldi. Il Sirtori, che fino allora s’era tenuto in riserbo, decise
di unirsi alla spedizione. Giuseppe Finzi, che raccoglieva il milione
di fucili, fu chiamato a Torino da Cavour.
In quei giorni il mio amico Costantino Garavaglia, allora banchiere,
noto pei suoi sentimenti patriottici, mi confidò d’aver avuta una sera
la domanda urgente d’una somma dal Governatore Massimo d’Azeglio, di
circa trecento mila lire in cambiali, che sarebbero state pagate presso
il gabinetto di Cavour, e che d’intesa con Azeglio lì per lì aveva
consegnate al capitano garibaldino F. Chiassi[39].
Evidentemente quella somma, richiesta in quel giorno e in quell’ora,
doveva servire, come pensammo dopo, alla spedizione di Garibaldi; come
la chiamata del Finzi a Torino si connetteva all’affare del _Piemonte_
e del _Lombardo_, i due vapori della spedizione dei Mille. Tutte cose
che forse si sapranno esattamente un giorno.
Si pensi con quale entusiasmo, e con quale ansietà, ogni patriotta
seguisse col pensiero e col cuore la meravigliosa spedizione, che
pure in quel tempo di avvenimenti straordinari superò quanto di più
fantastico si potesse mai immaginare.