I.

_Sommario:_ Il capo d’anno. — I discorsi di Napoleone e di

Vittorio Emanuele pel capo d’anno e per l’apertura del Parlamento.

— Dimostrazione al teatro della Scala e il coro della «Norma»:

_guerra guerra_. — L’organizzazione per mandare i volontari in

Piemonte. — Nel gennaio e nel febbraio incomincia la partenza dei

volontari. — La morte di Emilio Dandolo. — Il trasporto funebre

della salma di Dandolo e la corona tricolore. — Il discorso al

cimitero circondato dalla truppa. — Perquisizione del giorno

dopo in casa Bargnani ove la Polizia sequestra una lettera di mio

fratello Emilio. — All’alba del giorno seguente, il 25 febbraio, la

Polizia viene in casa nostra per arrestare mio fratello e me. — Mio

fratello aveva dormito in casa d’un amico. — Io riesco a fuggire.

— Dopo aver saputo che in quella notte la Polizia aveva arrestati

Garavaglia, Carcano, Signoroni e il moretto di casa Dandolo, vado

dalla contessa Maffei. — La contessa Maffei, col mezzo di Tenca,

mi procura il mezzo d’uscire dalla città. — Un primo contrattempo.

— Un legnetto, e poi altri, mi conducono a Lonate Pozzuolo. —

Il mio ospite. — Il signor Ernesto Tirinanzi, il giorno dopo,

presentandomi come un Ispettore ferroviario, mi ottiene dal

Commissario di Polizia di passare il Ticino in barca. — Giungo a

Oleggio, e colla strada ferrata, riparto per Torino.

Il 1859 s’apriva con una bella giornata, serena come le nostre

speranze; e principiava anche lietamente. Alcune bande musicali andate

sulle prime ore del mattino a far omaggio pel capo d’anno, come d’uso,

alle autorità, nel far ritorno, percorrendo parecchie vie della città,

salutavano l’anno nuovo con allegre sonate. Tra queste, ogni tanto

ripetevano, tra gli applausi della folla che le seguiva, una canzone

popolare, venuta fuori da poco, chiamata la _Bella Gigogin_.

La musica della canzone era facile e vivace, le parole erano scipite

e quasi senza senso, ma tra esse c’era un ritornello che diceva:

_dagliela avanti un passo, delizia del mio cor_; parole a cui il

pubblico dava un significato patriottico sottinteso, accogliendole con

entusiasmo.

La _Bella Gigogin_ percorse quella mattina Milano trionfalmente, tra

infiniti applausi, accolta come un augurio, e rinnovando a tutti, col

buon umore, le speranze.

Quella canzone fu per qualche tempo popolarissima; talchè, quando

Napoleone entrò in Milano dopo la battaglia di Magenta, le musiche

militari francesi sonavano la _Bella Gigogin_, che chiamavano la

_milanaise_. Ma il miglior augurio pel nuovo anno ci doveva venire

prima da Parigi, poi da Torino. Napoleone nel ricevimento di capo

d’anno del corpo diplomatico, rivolgendosi all’ambasciatore d’Austria,

Hübner, gli aveva detto: _Mi duole che le nostre relazioni non

siano così buone come per l’addietro_. Quelle parole del silenzioso

Imperatore avevano avuto un eco formidabile in tutta Europa, come se

fossero già un annunzio di guerra. L’Austria rispose mandando subito

in Lombardia un nuovo corpo d’Armata, e sei battaglioni di _confinari_

croati.

Pochi giorni dopo, il 10 gennaio, Vittorio Emanuele nel discorso

d’apertura della sessione del Parlamento, pronunziava le parole: _Non

sono insensibile al grido di dolore che verso noi si leva da ogni

parte d’Italia_; parole che si seppe erano state dette d’accordo con

Napoleone.

Ne giunse la notizia a Milano la sera del giorno stesso in cui erano

state pronunziate. Ero al teatro della Scala; a un tratto si vide un

parlarsi l’un l’altro, con ansietà, con commozione, come di persone che

si comunicano una grande notizia, parve scorresse in tutti un fremito;

e una sorpresa insolita si osservò anche nei palchi delle autorità e

dei generali austriaci.

Quell’elettricità, per così dire, ch’era nell’aria, che era in tutti,

doveva, poche sere dopo, scoppiare rumorosamente in quella sala stessa

del teatro.

Si rappresentava la «Norma», e appena i sacerdoti druidici intonarono

il coro possente del _guerra, guerra_, tutto il pubblico scattò in

piedi: dai palchetti le signore sventolavano i fazzoletti, e tutti a

una voce, anzi con un urlo formidabile, si gridò _guerra! guerra!_ Il

coro fu fatto ripetere più volte tra un entusiasmo frenetico.

Gli ufficiali della guarnigione, che, come di solito, occupavano le due

prime file della platea a loro riservate, non capirono sulle prime la

ragione di quel chiasso. Esterrefatti, guardavano, quasi interrogando,

nei due palchetti riuniti di prima fila, ove stava il generale Giulay,

con parecchi ufficiali superiori.

Questi capirono ben presto di che cosa si trattasse e si misero ad

applaudire essi pure il _guerra guerra_. Anzi Giulay stesso ne diede

il segnale, battendo replicatamente la sciabola sul pavimento. Chi gli

avrebbe detto quella sera che la guerra sarebbe proprio scoppiata,

e che cinque mesi dopo egli vi avrebbe perduta a Magenta una grande

battaglia!

Il segnale dato da Giulay fu subito seguito da tutti gli ufficiali

che si rizzarono in piedi, e fissando il pubblico, applaudirono

fragorosamente. Si pensi che baccano! Da una parte si gridava

entusiasticamente _viva la guerra!_ si sventolavano i fazzoletti, e

si chiedevano nuove ripetizioni del coro; dall’altra si battevano, con

grande strepito e in modo parimente provocante, le sciabole in terra.

Il teatro fu attorniato dalla truppa chiamata in fretta, e Giulay uscì

circondato dallo stato maggiore e da ufficiali, quasi accorsi in sua

difesa.

Il baccano quella sera durò lungamente; era la esplosione d’una

aspirazione repressa, di veder spuntare il giorno desiderato, il giorno

della guerra. Le parole di Vittorio Emanuele avevano messo il fuoco

alle polveri.

Intanto si andavano disponendo i mezzi, seriamente e in grande, per

mandare quanti più giovani si poteva ad arruolarsi in Piemonte. Le

città e le borgate di Lombardia dovevano avviare questi giovani a

Milano, e da Milano, per varie strade prestabilite, sarebbero stati

poi diretti ai confini del Ticino, della Svizzera e del Po. Lungo tali

strade ci sarebbero stati dei punti indicati, ove chi arrivava avrebbe

trovato carrozze, alloggio all’occorrenza, e guide per proseguire il

cammino in modo rapido e sicuro. Tutto ciò era pagato da una Cassa

centrale in Milano. Chi partiva riceveva degli scontrini ch’erano carte

da giuoco tagliate, o bastoncini che combaciavano, noti a chi li doveva

raccogliere ai punti di ritrovo.

Con questi contrassegni, se occorrevano, o accompagnati da soccorsi in

denaro quand’era opportuno, i giovani che partirono giunsero presso che

tutti in Piemonte rapidamente e senza contrattempi. In tre mesi ve ne

giunsero circa dieci mila.

Alle spese provvedeva una cassa secreta fatta con contribuzioni

fiduciarie. La cassa e gli scontrini erano affidati ad un gruppo di

cittadini che se li passavano l’un l’altro, tenendoli pochi giorni,

poichè era un deposito pericoloso. E infatti presso chi l’aveva c’era

subito un andirivieni di giovani che doveva destare i sospetti della

Polizia, e che procurò spesse visite, chiamate e perquisizioni.

Non tutti i diecimila certamente andarono in Piemonte coi mezzi e coi

soccorsi della cassa secreta, poichè chi lo poteva andava a proprie

spese, ma ce n’andarono moltissimi. In tutto ciò ebbe una gran parte

quella cospirazione generale, spontanea, di tutti, che s’era veduta nel

quarantotto; e, come allora, le classi elevate contribuirono con una

grande generosità, tanto più notevole questa volta perchè secreta.

Il pensiero d’andare in Piemonte ad arruolarsi cominciò presto a farsi

strada tra i giovani e tra gli antichi volontari del ’48. Già nei

primi giorni del gennaio, nei ritrovi, nei caffè, tra gli studenti, si

sussurrava: quando si va?

Una sera mi trovavo in casa del marchese Luigi Crivelli, e si parlava

appunto delle speranze ch’erano sulle bocche di tutti, e del progetto

di passare in Piemonte per arruolarsi. «Quando si incomincierà?»

domandavano alcuni. «E se si andasse subito?» saltò su Giulio Venino,

che allora era studente di matematica, e che poi diventò capitano

d’artiglieria. «Se io, per esempio, partissi tra un paio di giorni,

farei bene?» Tutti lo applaudirono, e poco giorni dopo seppi ch’era

partito, e che s’era arruolato a Torino come soldato semplice

nell’artiglieria.

Ho voluto ricordare il suo nome, perchè in quei giorni il nobile

esempio del Venino trovò un’eco simpatica e vivissima tra i giovani

milanesi.

Un giorno, il padre di Gaetano Negri, ch’era un vecchio amico di casa

nostra, venne a confidare a mia madre che il suo unico figlio maschio

Gaetano, giovane di vent’anni, partiva per arruolarsi. Aveva le lacrime

agli occhi, ma nel tempo stesso era superbo della decisione di suo

figlio. Gaetano Negri, dopo un anno era sottotenente di fanteria, e

aveva già guadagnato una prima medaglia al valor militare.

Questi esempi furono presto seguiti da molti, e ormai ogni giorno

s’udivano ripetere i nomi di giovani appartenenti alle più alte

famiglie milanesi, che si erano furtivamente recati in Piemonte

per arruolarsi. L’esempio, cominciato dall’alto, si diffuse in ogni

classe; prima che finisse il febbraio si contavano già a migliaia gli

arruolati. I pochi, che, potendolo, non partivano, non si lasciavano

vedere. Tra gli arruolati si annoveravano anche i più bei nomi delle

provincie lombarde e delle venete. Nessuno resisteva a quell’entusiasmo

generale che chiamava la gioventù ad espatriare per arruolarsi e ad

esporsi alle più gravi sventure, se gli avvenimenti fossero finiti

male.

Questa grande dimostrazione patriottica merita veramente di essere

ricordata come uno dei fatti più seri, più generosi che conti la storia

del nostro risorgimento. Le autorità austriache, civili e militari,

solite a burlarsi delle nostre dimostrazioni, questa volta rimasero

stupite; e pur fremendo ammiravano un tal fatto così nuovo, e che non

giungevano a frenare.

Ciascuno di noi, di quel gruppo di giovani, voglio dire, che viveva in

continua dimestichezza, aveva fatto i propri preparativi per passare

in Piemonte, ma se ne voleva differire l’esecuzione per poter intanto

accrescere la cassa, e sorvegliare i contrassegni di fronte a qualche

improvviso contrattempo, o a qualche scoperta della Polizia.

Eran questi di solito gli argomenti dei nostri discorsi in quei giorni

in casa Dandolo, seduti presso la poltrona su cui giaceva il povero

Emilio, affranto dalla tisi che faceva rapidamente i suoi ultimi

progressi. Egli era affettuosamente assistito dalla madre Ermellina,

dal padre, dal Barnabita padre Piantoni, dagli amici, e tra questi,

sopratutto, dal medico Scipione Signoroni, suo antico compagno d’armi

nel battaglione Manara, e già attaccato lui pure dalla tisi che doveva

spegnerlo, sul fiore dell’età, pochi anni dopo[33].

Emilio Dandolo non s’illudeva da parecchio tempo sulla gravità del

suo male, e nei discorsi di quei giorni le nostre liete speranze

facevano un penoso contrasto colla inesorabile fatalità che spegneva

l’amico. Dandolo nondimeno si lusingava di poter vivere ancora

alcuni mesi: non sperava di poter rivestire la sua antica divisa di

ufficiale dei bersaglieri, ma Cavour gli aveva assicurato un posto

nello Stato Maggiore. I suoi pensieri erano tutti rivolti alla guerra

e si aggiravano sempre intorno alla speranza di morire su un campo

di battaglia. Ma il male inesorabile doveva ben presto dissipargli

crudelmente anche questo ultimo sogno.

In uno di quegli ultimi discorsi intimi egli mi confidava alle volte

alcune informazioni che gli giungevano, e ch’egli trasmetteva a Cavour,

sulle forze e sui movimenti delle truppe austriache. Fin dall’autunno

erano secretamente venuti in Lombardia due capitani piemontesi di

Stato Maggiore, Incisa e Govone. Il capitano Alberto Incisa della

Rocchetta, nominato innanzi, e che divenne poi generale come il suo

collega Govone, aveva a Milano parenti ed amici, oltre il Dandolo, che

l’aiutarono nella sua pericolosa missione: tra questi Lodovico Trotti,

Carlo d’Adda, Cesare Giulini, Carlo Ermes Visconti.

Più tardi Cesare Giulini, con quei due ufficiali, compiva una missione

ancora più ardita. Conoscendo strade e paesi tra Milano, il Ticino e il

Novarese, per averci dei possessi, quando, dopo la dichiarazione della

guerra, le truppe austriache entrarono in Piemonte, essi ne seguirono a

poca distanza le mosse, e via via ne facevano giungere le informazioni

al Lamarmora.

La mattina del 20 febbraio Emilio Dandolo tranquillamente spirava

nelle braccia del padre e della madre, circondato da alcuni amici. La

notizia corse rapida per la città, e corse anche la parola d’ordine

che tutti dovessero accorrere a rendere gli estremi onori al giovane

e valoroso patriotta. Intanto la famiglia e gli amici vegliavano il

cadavere, e prendevano gli accordi per la giornata dei funerali. Si

voleva che sulla tomba parlasse mio fratello Emilio, ma in quella

mattina egli doveva essere padrino d’un duello di Gerolamo Fadini con

un ufficiale austriaco; così egli cedette il mesto incarico al conte

Gaetano Bargnani, parente dei Dandolo, il quale in poche ore preparò

un caloroso e coraggioso discorso. Carmelita Manara ed Ermellina

Dandolo deposero il cadavere nella bara: Carmelita gli mise sul petto

la coccarda tricolore, che suo marito Luciano aveva portata durante le

campagne; Ermellina vi collocò una ghirlanda di fiori dai tre colori.

Ma non contenta di ciò, la contessa Ermellina incaricava uno degli

amici, Ignazio Crivelli, di procurargli delle camelie bianche e rosse

per intrecciarle con foglie verdi e farne una corona, ch’essa pensava

di far collocare sul feretro nel momento del trasporto. E, fissa in

questo pensiero, faceva conficcare nel coperchio del cofano dei chiodi

sporgenti per assicurare la sua corona. Ma qui stava il difficile,

perchè la Polizia l’avrebbe sequestrata al suo primo apparire. Pensò

dunque, d’accordo cogli amici, di far collocare la corona sul feretro

solo quando il corteo sarebbe uscito dalla chiesa, dopo le esequie.

Così tutti l’avrebbero veduta, e alla Polizia sarebbe riuscito più

difficile sequestrarla.

Il trasporto funebre fu fatto la mattina del 22, e il feretro fu

portato alla chiesa di San Babila dalla casa Crivelli, posta sul corso

di _Porta Orientale_, ove, come già dissi, abitavano i Dandolo.

Durante le esequie, la folla, che presto non potè più trovar posto

nella chiesa, andò rapidamente agglomerandosi sulla piazza, occupando

a mano a mano fin le strade vicine e una parte del corso. Era una folla

serrata, silenziosa, imponente. La Polizia se ne allarmò, e non potendo

disperderla, mandò l’ordine alla chiesa di sospendere il trasporto del

feretro al cimitero. Appena si seppe quest’ordine, si sollevò nella

chiesa un vivo rumore di impazienza e di protesta che decise alcuni

amici di casa Dandolo, tra i quali Costantino Garavaglia e Lodovico

Mancini, a recarsi subito nella sacrestia, dove c’era un Commissario di

Polizia, per persuaderlo a lasciar compiere il trasporto. Dopo un lungo

e inutile battibecco, il conte Tullio Dandolo e la duchessa Giovanna

Visconti di Modrone andarono dal luogotenente Bürger per persuaderlo

come, nell’interesse stesso dell’ordine pubblico, fosse miglior partito

lasciar compiere il trasporto. Il Bürger, fatte molte raccomandazioni,

acconsentì.

Il feretro, portato a spalla, si mosse, e la folla che era in chiesa

si precipitò fuori dalle porte laterali. Alla porta centrale stava

il gruppo degli amici di Emilio Dandolo, in mezzo ai quali c’era il

portinaio di casa Crivelli, un ometto, patriotta anche lui, che teneva

nascosta sotto un ampio mantello la corona. Mentre il convoglio stava

per uscire dalla chiesa, Lodovico Mancini, giovane alto dalla persona,

prese la corona e rapidamente la collocò, non veduto, sul feretro

assicurandola ai chiodetti.

Appena comparve dinanzi all’immensa folla quel feretro, su cui stava

la bella corona tricolore, ci fu un fremito in tutti e si levò un urlo

infinito, frenetico, spaventoso, che si ripercosse a lungo e lontano

tra quelle migliaia di persone accorse a dar l’ultimo saluto, al

valoroso patriotta precocemente morto.

In mezzo a quella folla stipata non fu facile formare il corteo; allora

i feretri non venivano collocati sulle carrozze, ma erano portati a

spalla. Dodici tra noi, amici intimi del povero Emilio, ci eravamo

prefissi di adempiere a questo ufficio, dandoci il cambio tratto

tratto, e tenendoci intorno al feretro. Accanto a noi c’era il padre

Piantoni, un dotto barnabita, amico dei Dandolo. Dietro, al posto

d’onore, veniva un drappello di antichi soldati ed ufficiali, avanzi

del battaglione Manara, alcuni dei quali erano mutilati. Il commovente

drappello accresceva la commozione e il fermento della moltitudine

di persone che si stipavano intorno. Il feretro procedeva lentamente,

fendendo a stento quella folla agitata, sospinta. Tutti volevano veder

la corona tricolore che ad ogni passo sollevava grida di entusiasmo;

grida che facevano uno strano contrasto col sentimento di dolore, che

pur vedevasi in tutti.

Quel trasporto funebre pareva un trionfo. Era infatti il trionfo d’un

patriotta, il trionfo di quella concordia cittadina ch’era l’omaggio

più caro allo spirito di lui.

La ressa era tale che più volte, essendo io pure tra gli amici che

s’avvicendavano nel portare il feretro, temetti che fossimo rovesciati

e calpestati. I gendarmi, le guardie, gli agenti della Polizia, erano

scomparsi. Non sarebbe stato possibile affrontare quella folla esaltata

e risoluta; così essa rimase padrona del campo dalla chiesa fino al

cimitero, detto di San Gregorio, ora soppresso, e ch’era fuori la Porta

Orientale.

Il feretro e la folla, giunti alla dolorosa dieta, trovarono il

cimitero occupato e circondato dalla truppa. Il feretro e parte di

quelli che lo seguivano poterono entrarci, ma i più furono respinti.

La cassa fu sepolta provvisoriamente in una fossa comune, e su di essa

pronunciarono parole patriottiche e coraggiose il conte Bargnani, come

era stato stabilito, e Antonio Allievi.

Il giorno dopo il conte Tullio ottenne di far trasportare la salma

del figlio nella sua villa di Adro, in provincia di Brescia e fu

dissepolta secretamente, alla presenza di agenti di Polizia. Vi accorse

la contessa Ermellina, che potè, non veduta, ritrovare la corona,

nasconderla sotto il mantello, e riportarla a casa.

Nei giorni seguenti il conte Tullio era chiamato a Torino per assistere

a un ufficio funebre che, per iniziativa di Cavour, veniva celebrato in

suffragio del figlio. Tra i promotori di quelle onoranze si leggevano,

accanto al nome di Cavour, quello di Lamarmora, Azeglio, Durando,

Lanza, Sella ed altri.

Era da aspettarsi che il Governo non avrebbe tardato a far pagare

a qualcuno quella grande dimostrazione, contro la quale era stato

impotente, e ch’era parsa quasi una sollevazione.

Infatti, nella giornata seguente a quella del funerale, alcune faccie

poliziesche si presentarono in casa Bargnani a chiedere del conte.

Avvisatone, egli si recò subito da mio fratello Emilio, che gli diede

una lettera per un signore di Pavia, l’avv. Caravaggio, divenuto poi

prefetto e senatore, e che allora si adoperava a far passare il confine

ai compromessi e ai volontari. Il Bargnani, prima di partire, ritornò

a casa sua per pochi momenti, e n’era appena uscito di nuovo che

capitarono gli agenti della Polizia. Dopo averlo cercato invano, fecero

nella casa una minuta perquisizione; e frugando fin nelle tasche dei

vestiti di lui, nel vestito che aveva mutato poco prima trovarono la

lettera di mio fratello, che nella fretta egli vi aveva dimenticato.

La contessa Bargnani, ch’era stata presente alla perquisizione, appena

usciti i poliziotti, corse a casa nostra per avvisare Emilio che la sua

lettera era stata trovata e sequestrata. Emilio ne avvisò l’Allievi,

pensando che la Polizia avesse voluto arrestare il Bargnani in causa

dei discorsi pronunciati al cimitero; e lo esortò a partire. L’Allievi

infatti partì.

Alla mia volta esortai molto mio fratello perchè partisse egli pure,

parendomi che dopo il sequestro della sua lettera l’aria di Milano non

facesse più per lui; ma Emilio, che fu sempre ritroso a prendere delle

precauzioni per sè, preferì differire.

La sera del giorno seguente, ch’era il 24 febbraio, dopo la

rappresentazione del teatro della Scala, ci trovammo io e Emilio in

un crocchio di amici al caffè Cova. Emilio raccontò l’avventura della

lettera, poi disse che poco prima s’era incontrato, in un corridoio del

teatro, col Direttore di Polizia, il quale lo aveva fissato in un certo

modo che pareva volesse dire: Ah, sei ancora a Milano? Ci rivedremo tra

poco!

Gli amici esortarono Emilio, e anche me, a pigliare il largo, almeno

a non rincasare quella sera, offrendoci l’ospitalità in casa loro.

Pregato vivamente anche da me, Emilio si persuase a seguire un amico

che volle condurlo in casa sua. Emilio voleva che ci andassi anch’io,

ma un impegno me lo impediva. Sapevo che la mattina seguente, di

buon’ora, dovevano venire alcuni giovani bresciani indirizzatici da

Giuseppe Zanardelli, per avere gli scontrini necessari per passare il

confine. Di più dovevo consegnare la Cassa secreta, che tenevo in quei

giorni, all’amico Carlo Gagnola che mi succedeva nell’incarico.

Rincasai, ma non andai a letto subito. Avevo il presentimento, naturale

del resto, che potesse capitare anche in casa nostra una visita della

Polizia da un momento all’altro, forse quella stessa notte. Diedi

un’occhiata alla scrivania di Emilio e alla mia, e bruciai alcune

carte. Nel frattempo, sempre seguendo i presentimenti, mi venne un

pensiero che doveva tornarmi molto utile, e cioè di chiudere la camera

di Emilio, e di nasconderne la chiave. Poi andai a letto.

Un po’ prima dell’alba fui svegliato di soprassalto da un rumore di

passi nella stanza vicina, ed ecco spalancarsi la porta ed entrare

il servitore, che teneva un lume con mano tremante, ed era seguito

da alcune persone. Queste circondarono subito il mio letto; spalancai

gli occhi e vidi due Commissari e quattro guardie di Polizia. Uno dei

Commissari mi disse che mi dovevano fare una perquisizione, e che mi

alzassi.

Mentre frugavano tra le mie carte e tra i miei libri, in ogni angolo

della camera, e persino nelle tasche degli abiti, mi vestii, apersi le

finestre e diedi un’occhiata in istrada. Giù, presso il portone, c’eran

due guardie e una carrozza. La carrozza voleva dire, a quei tempi, che

si trattava dell’arresto.

Uno dei Commissari mi domandò se eravamo due fratelli. Gli risposi

ch’eravamo tre. Mi parve che questa risposta lo imbarazzasse, perchè

si mise a confabular piano coll’altro; poi mi disse di condurlo nella

camera del fratello maggiore.

Quando si trovarono dinanzi a un uscio chiuso e senza chiave, i miei

personaggi montarono in furie. Mi fecero un monte di domande alle quali

risposi che non sapevo nulla, e alla fine ingiunsero al mio servitore

di chiamare un fabbro. Il servitore andò, si fece aspettare un pezzo,

poi ritornò dicendo che le botteghe eran chiuse, e che di fabbri non

ce n’era. Nuovi furori dei Commissari, che finirono coll’ordinare alle

guardie di abbattere l’uscio.

«Come mai?» esclamarono vedendo un letto ancor fatto. «Ma... suo

fratello ieri sera era in teatro!»

«E ne siamo usciti insieme» risposi. «Poi io venni difilato a casa, ed

egli andò al caffè.»

Il non aver trovato Emilio, e l’aver sentito che eravamo tre fratelli,

due fatti non preveduti, fecero confabulare di nuovo i miei Commissari.

Poi, uno se ne andò per chiedere, evidentemente, nuove istruzioni, e

dicendo infatti che sarebbe tornato tra poco; l’altro principiò a fare

la sua perquisizione nella camera di Emilio. Intanto io m’ero messo a

chiacchierare colle guardie, dando loro dei sigari, passeggiando per le

stanze attigue e meditando il mio piano.

A un tratto sento il campanello dell’uscio che metteva sul

pianerottolo. Mi viene un sospetto, e accompagnato da una guardia

corro ad aprire. Vedo tre giovani, capisco ch’erano i tre bresciani

mandati da Zanardelli. Ricordo ancora quelle tre facce che, sbalordite

per aver vedute le guardie in strada, ora si trovavano dinanzi a un

altro poliziotto: devono aver creduto in quel momento d’esser caduti in

trappola. Dissi piano, ammiccando loro: «_a più tardi_» e loro giù in

fretta per le scale.

Seppi poi, molto tempo dopo, che li accolse mio fratello Enrico, il

quale sapeva dove tenevo nascosti gli scontrini e la _Cassa_, e che

pensò lui a tutto.

All’appartamento che occupavamo allora si accedeva anche da una

scaletta di servizio, e nella casa c’eran due corti, una che metteva

nella via Cerva e l’altra nella via Monforte. La Polizia era venuta da

via Cerva. Ora, mentre passeggiavo per le stanze, e scambiavo colla

massima indifferenza alcune chiacchiere colle guardie, mi decisi

pel mio piano, ch’era di svignarmela prima che arrivasse il secondo

Commissario. E, detto fatto, approfittando d’un istante di distrazione

delle guardie, passai di soppiatto da un uscio a muro in una stanza

attigua, presi la scaletta, scesi in fretta nella seconda corte, apersi

lo sportello del portone di cui poco prima avevo preso la chiave, e in

un attimo fui in via Monforte.

Albeggiava; le strade erano ancora deserte, e io potei principiare la

mia ritirata con una certa velocità, senza destar sospetti, perchè non

incontrai anima viva.

E ora dove vado? Fu questo il mio primo pensiero, dopo aver fatto un

paio di strade, mentre rallentavo il passo per riavere il fiato. Dove

vado?

Andrò, pensai, in casa di qualche amico dove potrò provvedere ai casi

miei. Mi diressi, di buon passo s’intende, verso la casa dell’amico

Costantino Garavaglia; e giuntovi, trovai sul portone il portinaio

smorto, allibito. Mi conosceva, e fattosi vicino mi disse piano: «Il

signor Garavaglia è stato arrestato, l’hanno condotto via mezz’ora fa.»

Mi diressi allora verso casa Carcano, e fu la stessa scena. «Quelli

della Polizia son venuti a prendere don Costanzo questa notte,» mi

disse tremando il portinaio; «ha ben cercato lui di svignarsela, ma

l’hanno ripreso.»

E ora dove vado? dissi ancora tra me. Faccio pochi passi, ed ecco il

servitore di casa Dandolo che mi disse d’essere in giro per ordine

della contessa, per avvisare i Carcano, me ed altri, che nella notte la

Polizia era andata in casa Dandolo a fare un perquisizione, arrestando

poi il moro Latif.

Latif era un giovane negro, che Emilio Dandolo aveva condotto con sè

dal suo viaggio in Egitto. La Polizia lo aveva arrestato sperando di

sapere da lui come fosse avvenuta, in casa Dandolo, la _cospirazione_

del funerale, e quali fossero i _cospiratori_. Ma il povero moretto,

come vedremo più innanzi, rimase in prigione qualche tempo quasi

senza aprir bocca, rispondendo a monosillabi: sapeva qualche parola di

milanese, e ad ogni domanda rispondeva: _mi soo nient_.

Il poveretto morì poco tempo dopo, etico anche lui come il suo padrone,

a cui era grandemente affezionato.

Al servitore di casa Dandolo diedi quelle poche notizie che ho qui

riferite; lo incaricai di salutare la contessa, e di dirle che speravo

di non lasciarmi acchiappare.

Mi venne intanto il pensiero di andare, per strade un po’ fuor di

mano, dalla contessa Maffei, sicuro che vi avrei trovato tutti quegli

aiuti che mi potevano occorrere. Più tardi seppi che in quella notte

la Polizia aveva fatti altri arresti, ed altri ne ordinò poi tra le

persone che credeva complici della dimostrazione pel Dandolo. Tra

questi c’erano il marchese Luigi e la marchesa Carolina Crivelli, e il

marchese Lodovico Trotti, che fuggirono in Piemonte.

La contessa Maffei, che feci svegliare dalla cameriera, mi ricevette

subito, immaginandosi che ci fosse qualche cosa d’importante se venivo

a quell’ora. In poche parole le raccontai l’accaduto, ed essa pensò di

far chiamare subito il Tenca.

Mentre la contessa si vestiva, e il servitore andava a chiamare il

Tenca, mi ricordai ch’ero uscito di casa senza un soldo in tasca,

circostanza sfavorevole per chi si prepara a una fuga. La contessa,

lì per lì, non ne aveva molti. A pochi passi, cioè alla Croce Rossa,

abitava donna Laura Scaccabarozzi d’Adda, che avrebbe potuto supplire,

e in due salti fui da lei. Mi ricevette, e mi diede quanto mi poteva

largamente abbisognare, poi si assunse di far avvisare Emilio, e di

andare da mia madre per dirle quanto era avvenuto, appena mi sapesse

fuori dalla città. Ritornato dalla contessa vi trovai il Tenca, il

quale andò a chiamare un comune amico, l’ingegnere Achille Villa, che

aveva cavalli e carrozze.

In meno di mezz’ora il Villa fu alla porta di casa Maffei con un

legnetto e un buon cavallo. Partii con lui, di gran trotto, e uscimmo

da Porta Nuova senza che le guardie si occupassero di noi, in mezzo

all’andirivieni dei carri e delle carrette che a quell’ora entrano in

città. Strada facendo il Villa mi disse che m’avrebbe condotto in una

cascina, a due miglia dalla città, ove abitava un tale, di cui non

rammento più il nome; mi diede il suo biglietto da visita, con cui

dovevo presentarmi, e quel tale si sarebbe incarico di mandarmi al di

là del Ticino.

Si giunge alla cascina, ci salutiamo, e in un attimo il legnetto e

l’ingegnere scomparvero.

Eccomi dunque solo, nella vasta corte d’un cascinale, dinanzi a un cane

che abbaiava, e a un branco di oche che scappavano. Ma poco dopo mi

venne incontro anche un uomo, un cavallaro.

— «C’è il signor...» gli domandai subito.

— «Il signor...? mio padrone non c’è. È andato ieri a Milano, e per

alcuni giorni non tornerà.»

Ciò detto il mio cavallaro mi voltò le spalle e se ne andò in una

stalla.

Si incomincia male, pensai tra me. E ora che cosa si fa?... Darò una

buona mancia al cavallaro e lo manderò a Milano con un biglietto per

l’ingegnere Villa raccontandogli il mio contrattempo.

— «Ehi, buon uomo» dissi al cavallaro entrando nella stalla, «vorrei

domandarvi un favore.»

Il cavallaro mi fissò con una cert’aria scrutatrice, poi mi disse

sottovoce: «Lei sarebbe per caso uno di quei giovanotti che vanno

via... che vanno per di là?» e fece un gesto nella direzione

dell’occidente, ossia verso il Ticino.

— «Precisamente» risposi.

— «Allora, quand’è così, aspetti un momento; attacco un legnetto, e si

parte subito. Eh, ne ho condotti in questi giorni, de’ giovanotti che

vanno ad arruolarsi!»

— «Vedo che siete un brav’uomo.»

Poco dopo ero nel legnetto, che s’avviò per strade comunali, e fuor

di mano, evitando le strade principali ch’erano percorse da pattuglie.

Il cavallaro-cocchiere mi disse che m’avrebbe condotto a un paesello,

di cui non ricordo il nome, ove avrei trovato un altro legnetto per

proseguire.

Così viaggiai fin quasi a sera, mutando tre volte il vetturale, il

legno e il cavallo, somministratimi da persone che non conoscevo, senza

spiegazioni, come cosa intesa, e andando sempre per stradette tortuose

e fuor di mano. Che brava gente!

Sull’imbrunire, l’ultimo dei miei vetturali prese a dirmi: «Vede

quel paese? È Lonato Pozzuolo. È là che la conduco, e ci siamo.» Poi

interrompendosi di botto, m’indicò poco distanti certe punte di elmi

che luccicavano — allora i gendarmi avevano gli elmi alla prussiana

— e mi disse sotto voce: «I gendarmi! scenda subito, passi la siepe,

attraversi in fretta quel campicello... vedrà in principio del paese

una vecchia casa... ci entri.» Così dicendo, voltò il legnetto; io

scesi, attraversai la siepe, e via tutt’e due, uno da una parte, uno

dall’altra. In pochi minuti giunsi alla vecchia casa, e entrai in un

portone.

— «Chi è là? Chi cerca?» mi chiese una vecchia fantesca facendosi

innanzi.

— «C’è il padrone di casa?» risposi franco come se lo conoscessi.

— «Entri per quell’uscio in cucina, e ve lo troverà.»

Seduto sotto la cappa d’un gran camino, attizzando colle molle le

legna, e fumando la pipa, se ne stava un ometto sulla cinquantina, che

vedendomi mi squadrò, si alzò, e mi venne incontro.

— «Con chi ho il piacere di parlare?» mi disse con un fare bonario che

ispirava confidenza.

— «Con uno» gli risposi «che viene a domandare ospitalità.»

Il mio ospite mi squadrò ancora, e diede una occhiata interrogativa al

mio cappello. Bisogna sapere che nel fuggire di casa, quella mattina,

nella fretta m’ero messo in testa un cappello a tuba. Quel cappello

aveva più volte attirato lo sguardo curioso e un poco sospettoso dei

miei vetturali e di quanti incontravo per le stradette di campagna.

— «Io sono» presi a dire, «un giovane che vorrebbe andare di là...»

e feci quel tal gesto colla mano e col braccio. «Ma c’è di più; la

Polizia questa mattina è venuta per arrestarmi, e son fuggito da

Milano. Ora poi, poco fa, una pattuglia di gendarmi potrebbe avermi

veduto, mentre attraversavo una siepe e me la davo a gambe...»

— «Ha fatto bene a dirmelo; vado a chiudere il portone, e allora non ci

pensi più, lei è al sicuro.»

— «Eccomi da lei» continuò poco dopo, ritornando in cucina, e

fregandosi le mani. «Dunque lei avrà le notizie di Milano....»

— «Innanzi tutto le dirò chi sono...» e andavo cercando nel portafogli

un biglietto da visita.

— «Non importa, non importa. Volevano arrestarla? Basta così. Siamo

tutti patriotti, e viva l’Italia!»

È così che si parlava allora. Io non sapevo chi fosse lui, egli

non sapeva chi fossi io; ma un sentimento reciproco di fiducia, una

speranza, una fede comune ci legava tutti; bastava che si parlasse lo

stesso linguaggio, per sentirci amici, fratelli.

— «Dunque a Milano grandi novità!? Si parla che ci fu un grande

funerale, che ci fu una grande dimostrazione!... Mi dica, mi racconti.»

— «Eh, sicuro; ci ho preso qualche parte anch’io, e forse per questo mi

volevano pigliare. Se desidera delle novità, gliene porto un sacco.»

— «Benone, benone. Sa che cosa faremo? Vado a chiamare due miei amici,

ghiotti anche essi di notizie... un ingegnere e un prete, due bravi

giovanotti a cui piace la compagnia. Lei ci racconterà le notizie, e

passeremo la sera insieme. Ma, a proposito, mi dica un po’ come stiamo

a appetito?»

— «Benissimo,» risposi, «ho pranzato appunto ventiquattr’ore fa; poi ho

sbocconcellato oggi per strada qualche pezzo di pane... e basta.»

— «Peccato che lei sia capitato proprio quando avevo finito di cenare.

Ma guardiamo nella credenza, forse qualcosa ci sarà.»

Poco dopo, sulla tavola d’un salottino, accanto alla cucina, il mio

ospite mi imbandì un mezzo piccione, del salame e del cacio; poi uscì

a chiamare i suoi due amici. Prima che il padrone tornasse, la serva

aveva collocato sulla tavola quattro bicchieri e sei bottiglie! Ciò,

evidentemente, doveva far parte, oltre i discorsi, del programma della

serata.

L’ingegnere e il prete, che vennero poco dopo, erano due buoni e

allegri compagni, che amavano la patria, il vino buono e la compagnia.

Se ne fecero delle chiacchiere! Si continuò fino a notte inoltrata,

finchè il vino, la stanchezza, i discorsi, m’ebbero rifinito. Non

ne potevo più; finalmente il mio ospite, che per suo conto avrebbe

continuato a chiacchierare e a bere, mi condusse in una camera ove

c’era un gran letto, e datami la buona notte mi raccomandò di non

uscire prima che venisse lui a prendermi.

Quando venne, il sole era già alto e io dormivo placidamente ancora.

Egli mi disse d’aver fatto intanto un giretto d’esplorazione nei

dintorni, e d’aver osservato che il passaggio del Ticino era divenuto

ormai quasi impossibile. Le rive del fiume erano continuamente percorse

da pattuglie di ussari; i barcaiuoli, minacciati continuamente dai

gendarmi, non osavano più muovere le barche; a voler passare c’era da

prendersi una schioppettata.

— «Però lei passerà» conchiuse il mio ospite. «Ne ho fatti passare dei

giovanotti!... e lei, sangue freddo, e faccia franca!»

Poco distante c’era un ufficio di Dogana, con un Commissario di

Polizia. Il mio ospite conosceva il Commissario, gli aveva fatto visita

poco prima, e gli aveva detto ch’era arrivato l’ingegnere capo d’una

ferrovia progettata, di cui si parlava in quei giorni. Io, dunque,

dovevo essere l’ingegnere, venuto a visitare le vicinanze della Dogana.

Eccoci dunque sulla strada che conduce all’ufficio della Dogana, ed

ecco poco dopo il Commissario, che avendoci veduti mi veniva incontro

a complimentarmi. In quel momento il mio cappello a tuba tornava

opportunissimo, come se lo avessi preso apposta per la circostanza.

— «Dunque è vero che si sta studiando il prolungamento della ferrovia a

cavalli di Tornavento?» mi chiese il Commissario.

— «Si studia, si studia,» risposi col fare circospetto di chi non vuol

entrare in particolari.

Il Commissario amava discorrere, ed era molto ossequioso; io serbavo un

contegno pieno di dignità.

— «Dicevo questa mattina al signor Ernesto, venuto gentilmente a

salutarmi,» prese a dire il Commissario, «che sarebbe questa una bella

occasione per me, se potessi impiegare mio figlio nella Società, di cui

sento ch’ella è l’Ispettore... Non avrei osato raccomandarglielo, ma...

il signor Ernesto Tirinanzi mi ha fatto coraggio...»

Sentivo in quel momento, per la prima volta, che il mio ospite si

chiamava il signor Ernesto Tirinanzi.

Accolsi con _benevolenza_ la raccomandazione del Commissario; gli feci

alcune interrogazioni sul figlio; e levato di tasca il portafogli

presi degli appunti, incoraggiando il mio ossequioso interlocutore

a mandarmi, col mezzo del signor Tirinanzi, un’istanza regolare e

documentata.

Mentre il Commissario si profondeva in ringraziamenti, il signor

Tirinanzi gli domandò se il signor Ispettore, cioè io, avrebbe potuto

portarsi per una mezz’oretta sulla riva destra del Ticino per certi

studi che stavo facendo.

— «Veramente,» rispose il Commissario, «in questi momenti non si

potrebbe... però...»

— «Oh, ma io» soggiunsi «non ho alcuna fretta... al caso, più tardi,

un’altra volta...»

— «No, signor ingegnere, cioè signor Ispettore, se vuol portarsi

sull’altra riva, per darci un’occhiata, è meglio che ci vada

subito, intanto che non ci sono i soldati. Lasci fare a me, signor

ispettore...» e chiamò quattro guardie di finanza.

Poco dopo, colle guardie e col signor Tirinanzi, entrai in una barca

della finanza; il Commissario si scusò di non poterci accompagnare,

per non abbandonare il posto; e in pochi minuti toccammo la sponda

piemontese.

Così io potei compiere la mia fuga, attraversando il Ticino sotto la

scorta delle guardie di finanza.

Fattici i reciproci complimenti per aver bene rappresentata la nostra

commedia, dissi al signor Tirinanzi: «Io sono al sicuro, ma lei deve

tornare a casa... come l’accomoderà col Commissario?»

— «Il Commissario capirà che l’ho canzonato, ma gli converrà di tacere.

Ora, lei dovrà andare a Oleggio, poi a Novara, ove prenderà la strada

ferrata per Torino. Bisognerà però che fino a Oleggio l’accompagni io,

diversamente traverso le boscaglie c’è da perdere la strada.»

Si andò insieme a piedi a Oleggio, poi da Novara mandai subito un

telegramma a Milano per tranquillare mia madre e mio fratello Enrico.

A Oleggio salutai, abbracciandolo, il signor Tirinanzi, e cercai alla

meglio di esprimergli tutta la mia riconoscenza. Ci scrivemmo di tanto

in tanto per parecchi anni, e ci vedemmo pure qualche volta. Di lui

rammenterò sempre la cordialità con cui mi ospitò, e il sentimento

patriottico con cui protesse me, che gli ero sconosciuto, come se fossi

un suo figlio.

Ricordi di gioventù · 第 71 / 105 题