II.

_Sommario_: La sottoscrizione dei _cento cannoni_ per la fortezza

d’Alessandria. — Sottoscrizione mazziniana per _diecimila fucili_.

— Un mio nuovo viaggio in Francia e a Parigi. — L’emigrazione

italiana a Parigi e i partiti _piemontese_, _murattiano_, _e

repubblicano_. — Montanelli, Maestri, Sirtori. — L’annunzio di

un viaggio dell’Imperatore d’Austria in Lombardia. — Propositi

d’astensione, e di dimostrazioni, nell’occasione della venuta

dell’Imperatore. — Sottoscrizione per offrire alla città di Torino

un monumento dedicato all’esercito piemontese. — Casa d’Adda.

Il Congresso di Parigi, la parte avutaci dal conte di Cavour, la

politica interna del Piemonte che andava svolgendosi con tanto onore e

con tanta fortuna, creavano ogni giorno più in tutta Italia un’autorità

morale intorno a cui le opinioni e gli animi si disciplinavano in una

grande concordia, e questa era tutta intenta a una grande meta.

«Fra tre anni avremo la guerra!» soleva dire Cavour agli amici. Ciò

veniva ripetuto, e con ciò egli irritava l’Austria sempre più, e la

disponeva ad attaccare il Piemonte; ma questo era appunto ne’ suoi

scopi, e intanto faceva convergere verso di lui tutte le speranze

italiane.

L’Austria principiava già a prendere un’attitudine minacciosa, mentre

si andavano stringendo sempre più i rapporti tra Cavour e i patriotti

italiani. A Milano ormai non si viveva che della vita del Piemonte, e

di Torino: le discussioni del Parlamento Subalpino, gli uomini politici

piemontesi, e ogni fatto che avvenisse al di là del Ticino, erano

l’argomento dei discorsi quotidiani in ogni punto della Lombardia:

col mezzo di contrabbandieri si ricevevano i giornali torinesi, e si

può dire che era principiata col Piemonte l’annessione morale. Alle

feste che nel giugno Torino faceva ai soldati reduci dalla Crimea e al

generale Lamarmora, partecipavasi a Milano con tutto l’entusiasmo dei

nostri cuori pieni di speranze.

In quei giorni la _Gazzetta del Popolo_ di Torino aveva iniziata una

sottoscrizione per un dono nazionale di _cento cannoni_ al Governo, da

destinarsi alla fortezza di Alessandria. Era una evidente dimostrazione

contro l’Austria, e si pensi con quale entusiasmo fu accolta. A Milano

sorse il pensiero che ogni città lombarda dovesse mandare un cannone,

e subito in ogni città si formarono dei Comitati per raccogliere le

sottoscrizioni: in ogni ritrovo d’amici in ogni salotto di signore, si

raccoglievano le offerte. Non si davano nomi, perchè la Polizia ogni

tanto piombava qua e là con visite e perquisizioni.

D’accordo con Luigi Torelli ed Enrico Guicciardi, allora emigrati

a Torino, si combinò di far partecipare la Valtellina alla

sottoscrizione, affinchè sugli spalti d’Alessandria ci fosse anche

un cannone col nome della della provincia di Sondrio. Ne parlai

con Romualdo Bonfadini, cogli amici Salis, con altri di Tirano, di

Sondrio e di Morbegno, ne scrissi agli amici di Grosotto per l’alta

Valtellina; e così la sottoscrizione ebbe prontamente anche in quei

paesi il risultato che si desiderava. Le classi dirigenti nelle

provincie, a quei tempi, più che numerose erano energiche, influenti,

altamente patriottiche. In parecchie provincie c’erano ancora dei

vecchi patriotti che avevano cospirato nel 1821 e nel 1830, e tutte poi

avevano dati dei contingenti di volontari e di persone operose negli

avvenimenti del quarantotto. Così ogni parola d’ordine che partisse da

Milano, trovava un’eco unanime nel patriottismo delle provincie.

Mazzini, anche dinanzi a queste manifestazioni della pubblica

opinione, non apprezzava l’importanza della concordia, non comprendeva

ciò che si andava svolgendo sotto la guida potente di Cavour. Alla

sottoscrizione pei _cento cannoni_ egli ne oppose una propria che

chiamò dei _diecimila fucili_, i quali dovevano servire a qualcuna

delle sue solite imprese impotenti e disgraziate. Anche questa volta la

sottoscrizione di Mazzini non diede che un risultato meschino. Giacomo

Medici scriveva in quei giorni a Garibaldi: «Siamo alla vigilia di

vedere altre pazzie mazziniane... quell’uomo rovina ogni cosa, non sa

far nulla di bene, ed impedisce che altri faccia. Mazzini vuole imporre

più che lo Czar di Russia» (BERSEZIO: _Storia del regno di Vittorio

Emanuele_, vol. II, pag. 415). Tra Garibaldi e Mazzini da qualche tempo

non c’era più buon sangue; e da Mazzini s’erano già staccati mano mano

Manin, Montanelli, Sirtori, il generale Guglielmo Pepe, Orsini, Giorgio

Pallavicino, La Farina.

I vecchi cospiratori mazziniani milanesi, di un grado inferiore di cui

ne conoscevamo parecchi Emilio ed io, erano in un grande imbarazzo:

non volevano sconfessare il Maestro, come lo chiamavan sempre; ma nel

tempo stesso capivano che il mazzinianismo tramontava ogni giorno più.

Cominciavano anche a riconoscere che Cavour aveva pur già fatto qualche

cosa; sicchè non negavano il loro obolo ai _cento cannoni_ monarchici

d’Alessandria, ma s’affrettavano poi a dare qualcosa anche ai diecimila

fucili repubblicani. Il loro dispiacere era che Cavour non avesse

ancora preparata la più piccola sommossa; e ciò li metteva in una certa

diffidenza.

Venuto il mese di luglio, desiderando di prendere una boccata

d’aria dopo aver fatti alcuni esami all’Università di Pavia, pensai

d’accompagnare il mio amico Costantino Garavaglia che doveva recarsi

per affari a Marsiglia, a Lione e a Parigi. Anche la curiosità di

raccoglier notizie sicure di fronte alle infinite voci contradditorie

che correvano su Napoleone, sul Governo francese, sul murattismo, sulle

opinioni della parte più eletta dell’emigrazione italiana a Parigi, mi

seduceva a far quel viaggio.

Si viaggiò a piccole giornate, a seconda di quanto esigevano gli

affari del mio amico, e io intanto ne approfittavo per discorrere di

politica con le persone che mano mano conoscevo, e per sentire che cosa

pensassero sugli affari d’Italia. Non ne pensavano niente; e la mia

sorpresa era pari alla mia ingenuità, sentendo quanto poco si curassero

delle faccende nostre, e quanto si ignorasse tutto ciò che avveniva

al di là delle loro frontiere. Solo le persone più colte parlavano

con un po’ di simpatia dell’Italia, seguendo taluni l’ispirazione

ufficiale che l’Impero cominciava a dare col mezzo de’ suoi giornali;

ma era una simpatia molto vaga e debole, poichè se per caso accennavo

all’eventualità d’una guerra, le faccie benevole diventavano subito

arcigne e scandolezzate.

Nella ricerca di notizie mi aiutò non poco, quando fui a Parigi, il

mio amico Tullo Massarani, il quale ci aveva molte ed importanti

conoscenze. Nell’emigrazione italiana c’eran tre correnti di

opinioni; la _piemontese_, come dicevasi allora, la _murattiana_ e la

_repubblicana_. Il partito che aderiva alla monarchia piemontese era

il più numeroso, e se n’era fatto capo Daniele Manin colla formula:

_Unità e Monarchia; Italia e Vittorio Emanuele_. Egli aveva data questa

bandiera al nuovo partito nazionale che doveva riunire la maggioranza

degli italiani.

Seppi che Cavour, mentre era a Parigi pel Congresso, s’era abboccato

con Manin e s’era messo completamente d’accordo con lui. Seppi pure

che, auspice il marchese Giorgio Pallavicino, Garibaldi il 13 luglio

s’era recato da Caprera a Torino, e che vi aveva avuto un abboccamento

con Cavour. Dopo quell’abboccamento Garibaldi scrivendo a La Farina

chiamava Cavour il _nostro grande amico_.

Manin, in quei giorni combatteva vivamente a Parigi contro un gruppo

di emigrati, che si agitavano in favore del principe Murat, e avevano

per programma di promuovere un movimento nelle provincie napoletane

allo scopo di sostituire Murat alla dinastia borbonica, credendo che

Napoleone avrebbe assecondato tale progetto. Con questi, che in realtà

non erano molti, s’erano Saliceti, Lizabe, Ruffoni e il generale Ulloa.

L’Ulloa nel 1859 venne in Italia, ed ebbe dal Governo Provvisorio

Toscano il comando del suo piccolo esercito, che fu unito al corpo

francese comandato dal Principe Napoleone, e con esso andò fino a

Mantova. Avvenuta la pace di Villafranca, il Ricasoli richiamò l’Ulloa

a Modena; poi, malcontento di lui, gli tolse il comando per darlo a

Garibaldi. Ulloa, trascinato forse da un dispetto e forse dalle sue

idee federaliste, o fors’anche dalla sua gelosia verso Garibaldi, finì

col recarsi a Napoli, e coll’offrire la sua spada al Borbone, contro

Garibaldi. Era stato a Venezia un valoroso soldato, ma la passione lo

traviò.

Conobbi il Montanelli, ch’era stato fino allora uno dei capi nello

Stato Maggiore del partito repubblicano. Mite, buono, andava in quei

giorni avvicinandosi a Cavour, e staccandosi dalla repubblica. Ci

soffriva nel distacco, come se subisse un’operazione chirurgica, senza

cloroformio; ci soffriva, ma nella sua onestà trovava gli argomenti

della rassegnazione.

Più deciso, più sicuro, il dottor Pietro Maestri, antico repubblicano,

che esercitava molta influenza tra gli emigrati, seguiva ora

risolutamente la bandiera di Manin, e lo proclamava senza esitazioni:

era stato, come abbiamo veduto, uno dei tre del Comitato di difesa

prima del ritorno degli austriaci nell’agosto del 1848.

Il Maestri ci diede delle notizie dolorose sulle condizioni di salute

del Sirtori, e così anche quella volta non riuscii a conoscerlo.

Giuseppe Sirtori, nativo della Brianza, era stato, come è noto, prete

prima del 1848. Intento lungamente a studi e ad indagini teologiche,

preso da dubbi e da scrupoli, turbato nella coscienza, s’era recato a

Parigi per conferire con Lamennais. Aveva smesso l’abito sacerdotale,

pur conservandosi credente; s’era immischiato in circoli politici

repubblicani e aveva preso una parte attiva alla rivoluzione del

febbraio contro Luigi Filippo. Ritornato poco dopo in Italia, s’era

fatto soldato a Venezia, ove fece prodigi di valore ed ebbe una parte

politica notevole in senso repubblicano.

Il Maestri mi disse che da qualche tempo nel Sirtori all’antico

turbamento della coscienza per la fede religiosa s’era aggiunto anche

il turbamento della fede politica: non aveva più fede in Mazzini, e

nelle teorie repubblicane; voleva credere, e non credere a Napoleone,

a Cavour, e al re di Piemonte; aveva in poco concetto Garibaldi. Il

suo animo era agitato, la sua mente era turbata; i suoi discorsi, i

suoi modi, parevano strani, e veniva sorvegliato. Egli si credette

perseguitato dal Governo francese, e dagli amici; intanto la Polizia

s’era occupata di lui, e lo aveva fatto ritirare in una casa di salute.

Più tardi quando i fatti chiarirono la politica, e la guerra d’Italia

suggellò gli accordi tra Napoleone e Cavour, Sirtori ritornò calmo,

sereno, e si recò a Torino. La sua mente alta, rifattasi lucida, e la

sua onesta coscienza di patriotta non ebbero più dubbi: vide la salute

della patria nella monarchia unitaria, e ad essa diede la sua fede e il

suo braccio.

Egli era un nobile carattere. Sebbene supponesse d’essere stato offeso

dalla Polizia imperiale, quando Milano volle fare un atto di doverosa

riconoscenza a Napoleone coll’erigergli un monumento, Sirtori fu

uno dei primi che la patrocinò e la sottoscrissero con una offerta

generosa.

Passai a Parigi un mese, e ritornato ne impiegai almeno due, a Milano

e in Valtellina, a vuotare il sacco delle notizie e delle impressioni

raccolte. Non garantisco che le mie notizie allora fossero senza

frange patriottiche, ma quando si parla con gente che non vive che di

speranze, l’esserne avari diventa una crudeltà[26].

Un’improvvisa notizia venne nell’autunno a eccitare gli animi, e a

mettere le fantasie in moto per trovare nuovi modi di dimostrazioni e

di proteste. Si diceva che l’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe

sarebbe venuto a Milano nel prossimo gennaio, con grande apparato,

togliendo lo stato d’assedio e inaugurando, con concessioni e riforme,

un nuovo regime di Governo. Si diceva che il Governo austriaco

impensierito dall’attitudine del Piemonte, sospettando accordi tra

Napoleone e Cavour, e sollecitato dall’Inghilterra, volesse assopire la

questione italiana col dare prontamente al Lombardo-Veneto l’assetto, o

almeno l’aspetto, d’un paese pacificato.

Un primo avviso di queste nuove intenzioni del Governo fu una

Circolare, che nell’autunno ricevettero tutte le famiglie nobili

del Lombardo-Veneto, e colla quale venivano invitati _i Signori e

le Dame a dichiarare se volessero prender parte alle festività che

avrebbero avuto luogo nell’occasione della prossima dimora delle LL.

MM. Imperiali e Reali in Milano, per ricevere a suo tempo i relativi

inviti_.

Questa Circolare fece l’effetto d’un sasso lanciato in un vespaio.

Non si parlò d’altro per parecchie settimane. Fra le famiglie

dell’aristocrazia milanese e lombarda che avevano un’attitudine più

risoluta e più battagliera contro il Governo austriaco, corse subito

la parola d’ordine ferma e sdegnosa di respingere qualsiasi invito

che venisse dal Governo o dalla Corte austriaca, e di astenersi

rigorosamente dalle feste governative, pubbliche o private. Il

proposito era buono ed energico, ma ciò che importava era che fosse

seguito dal maggior numero possibile di persone, affinchè il vuoto

che si voleva fare intorno al Governo e alla Corte fosse esteso, e

riuscisse una grande dimostrazione.

Pochissimi risposero a quella prima Circolare governativa, ne fu quindi

mandata una seconda, seguita da uffici e da pressioni che gli stessi

Delegati provinciali (Prefetti) facevano personalmente, recandosi nelle

famiglie a sollecitare una risposta, che quasi sempre era, evasiva o

negativa.

A queste premure e pressioni dell’autorità ne venivano contrapposte

anche di più energiche da parte dei cittadini, specialmente nella

società e nelle famiglie più distinte e più in vista. La protesta

dell’astensione e della resistenza alle nuove lusinghe, andò prendendo

proporzioni sempre maggiori, e diventò all’occorrenza battagliera, di

fronte alle difficoltà, sempre maggiori, che si dovevano superare. Per

un paio d’anni, come vedremo man mano, fu questo il campo principale

d’azione su cui combattè il patriottismo intransigente e militante.

Ma l’astensione non bastava, bisognava far subito qualcosa di più,

qualcosa che facesse rumore anche fuori di Milano, e che fosse

specialmente un attestato di simpatia verso il Piemonte. Si pensò

quindi di raccogliere secretamente dei contributi per un monumento

dedicato all’esercito piemontese, da offrirsi alla città di Torino in

nome dei milanesi nell’occasione della venuta dell’Imperatore d’Austria

in Lombardia. Chi primo suggerì questo pensiero, fu Cesare Correnti: la

sottoscrizione fu accolta con entusiasmo.

Le signore, _le oche_ specialmente, come si continuava a chiamarle,

raccoglievano i denari, e in breve si ebbe la somma occorrente: si

diede la commissione del monumento allo scultore Vela, e se ne diffuse

la notizia per tutta Italia e all’estero.

Queste dimostrazioni, colle quali si chiudeva il 1856, erano lo squillo

di tromba che ordinava al paese di stare in guardia. Col nuovo anno

stava per incominciare un periodo pericoloso, un periodo di blandizie

e di promesse, che l’Austria iniziava col viaggio solenne in Italia

dell’Imperatore. Bisognava dunque star desti, bisognava tenere eccitati

gli animi, per respingere clamorosamente tutto ciò che l’Austria ci

offriva.

In casa di Carlo d’Adda, col quale incominciai quell’anno a stringere

una più intima amicizia, la vicina venuta dell’Imperatore d’Austria

a Milano fu presto uno degli argomenti sui quali si accesero le più

calorose conversazioni; conversazioni in cui tutti erano d’accordo, e

alle quali davano una speciale importanza la qualità e il numero delle

persone che vi prendevan parte.

Carlo d’Adda era uno dei figli di quel marchese Febo, mecenate

d’artisti, a cui il Parini aveva dedicata l’ode alla Musa nel 1795,

poco prima che la moglie, contessa Kevenhüller viennese, desse alla

luce il suo primogenito. Il terzo figlio maschio, Carlo, in unione a

Cesare e Rinaldo Giulini, con Carlo e Alessandro Porro, con Anselmo,

Guerrieri Gonzaga, coi Prinetti, coi Mainoni, e con parecchi altri,

apparteneva a quel nucleo della giovane aristocrazia milanese, che

assieme ad altri gruppi di studenti e di giovani della borghesia più

intelligente, formava prima del 48, una delle avanguardie in Milano del

partito nazionale.

Quando scoppiò la rivoluzione delle Cinque Giornate Carlo d’Adda era a

Torino: c’era andato poco prima, d’accordo col Correnti e cogli amici,

e unitamente col conte Enrico Martini, ebbe allora degli abboccamenti

con Carlo Alberto per sollecitare la venuta delle truppe piemontesi in

Lombardia[27].

Dopo il 1848 aveva fatto delle lunghe assenze da Milano, e aveva

sposata una sua nipote, donna Mariquita figlia del principe Antonio

Falcò, spagnuolo, stabilito a Milano, che aveva sposato successivamente

due figlie del marchese Febo. Donna Mariquita era assai bella e un

bel giovane era anche Carlo d’Adda, il quale pur si distingueva

per la schiettezza e la lealtà del carattere, per la vivacità e

la franchezza della parola. La forma risoluta con cui esprimeva i

suoi principii patriottici e le sue opinioni politiche, lasciarono

alle volte supporre, a quelli che male lo conoscevano, che fosse

intransigente e intollerante; ma non era vero; aveva l’animo aperto e

buono, intollerante solo di ciò ch’era volgare. Amico del Bertani, e di

parecchi altri che non militavano nel suo campo, soleva dire: «Rispetto

tutti i patriotti, ma preferisco» soggiungeva scherzando «quelli che si

lavano, e che si battono.»[28].

Donna Mariquita, di carattere franco ed aperto essa pure, esercitava

un gran fascino nella società che la circondava, colla vivacità e collo

spirito della sua conversazione. Per molti anni non ricevette che nella

sua camera da letto, trattenutavi da una lunga infermità; ma quella

camera non cessò mai d’essere il ritrovo della società più eletta

di Milano; ritrovo patriottico, elegante, ove regnava un’ospitalità

semplice e signorile.

Una gran parte, di quelli che frequentavano casa d’Adda, avevano

ricevuto nell’autunno di quell’anno gli inviti e le sollecitazioni

governative per far omaggio all’Imperatore nell’occasione della

sua venuta a Milano. Quegl’inviti e quelle sollecitazioni erano

bersaglio ora dei fieri assalti di Carlo d’Adda e delle ironie di

donna Mariquita. Quella lotta incominciata in quei giorni doveva poi

prolungarsi, acutissima, durante l’anno seguente contro l’arciduca

Massimiliano.

Il d’Adda esercitava molta influenza nell’aristocrazia patriottica

milanese, e fu uno degli uomini più stimati nel partito liberale

monarchico. Dopo il 1859 Cavour lo nominò Governatore di Torino, e in

Milano tenne successivamente diverse cariche cittadine, con lo zelo

e col cuore che lo distinguevano: fu Consigliere Comunale, Presidente

degli Istituti ospitalieri, Presidente della Congregazione di carità

e di molte altre pubbliche istituzioni, lasciando da per tutto traccia

per le sue iniziative e per le sue sagge riforme.

Ricordi di gioventù · 第 58 / 105 题