IV.

_Sommario:_ Nostra madre ci avvisa a Genova degli arresti avvenuti

in Valtellina, e d’una perquisizione fatta in casa nostra. — La

spedizione del Calvi e il suo arresto. — Lettere di Mazzini al

Calvi che, trovate, sono cagione degli arresti in Valtellina. —

Il processo di Salis, Stoppani e Zanetti in Valtellina. — Ulisse

Salis. — La strada dello Stelvio. — Episodio del cannone nascosto

dai fratelli Ulisse e Giuseppe Salis. — Torelli e Guicciardi.

Nostra madre, in una lettera del 22 settembre, ci avvisava che in quel

giorno stesso erano stati arrestati a Tirano il nostro amico conte

Ulisse Salis e il caffettiere Antonio Zanetti; e a Bormio Gervasio

Stoppani ch’era un noto patriotta di quel borgo. In una seconda

lettera, posteriore di alcuni giorni, ci informava che un Commissario,

venuto da Sondrio, aveva fatta una lunga e minuta perquisizione in casa

nostra, sotto gli occhi di lei e di mio fratello Enrico che in quei

giorni villeggiava in Tirano. La mamma impressionata, e temendo per

noi, ci raccomandava di tenerci al largo.

Ci fermammo qualche giorno a Genova, cercando informazioni e notizie,

in una certa perplessità: infine ci decidemmo a ripartire per Milano,

e a raggiungere nostra madre. Parve a Emilio che il non ritornare a

casa potesse svegliare maggiori sospetti; mentre poi egli era sicuro

che in ogni caso Salis in prigione avrebbe taciuto, come aveva taciuto

il Lazzati. Ma quali nuovi fatti avevano potuto provocare i nuovi

arrestati, ora che il processo di Mantova era chiuso? A Milano e in

Valtellina gli amici ci diedero alcune informazioni che ci misero

sulla traccia in parte di quanto era avvenuto: ma soltanto più tardi si

conobbe esattamente ciò che sto per dire.

Per quanto nuovamente dissuaso, per quanto abbandonato ormai dalla

miglior parte de’ suoi amici, Mazzini era rimasto fisso nel suo

nuovo progetto delle bande armate e d’una sollevazione nelle zone

alpine della Lombardia e del Veneto. Alla stessa illusione partecipò

disgraziatamente un uomo di molto valore, Pietro Fortunato Calvi, che

essendo emigrato ascoltò le informazioni fallaci e la propria generosa

impazienza.

Il Calvi nel 1848 aveva fatto prodigi di valore capitanando, spesso

con fortuna, un corpo di insorti nel Cadore: ora egli aveva accettata

la proposta di Mazzini di ritornarvi, e di ritentare la prova, essendo

stato anche assicurato che la sua iniziativa sarebbe stata seguita da

altri movimenti insurrezionali nelle vallate.

Egli doveva recarsi nel Cadore attraversando il Canton Grigione,

la Valtellina, Bormio, il Corno dei Tre Signori e il Trentino, in

compagnia di quattro suoi antichi ufficiali del 48. Ma non era ancor

partito da Torino, ove era stata combinata la spedizione, che la

Polizia austriaca n’era già informata, e conosceva anche la strada che

il Calvi e i suoi compagni avrebbero seguita. La spia era stata una

donna, amante d’un tal Mircovich dalmata, nella cui casa il Calvi aveva

discusso il piano dell’impresa.

In quei giorni a Tirano Ulisse Salis, per una combinazione, era

riuscito ad avere e a leggere un carteggio secreto del Commissario

distrettuale, e in tal modo, era venuto a conoscere che la Polizia di

Milano era informata di tutto. Il Salis ne scrisse subito a Maurizio

Quadrio, l’amico intimo del Mazzini; ma il Calvi percorreva intanto la

sua strada fatale. Seguito da un agente della Polizia fu arrestato in

un’osteria della val di Sole nel Trentino, e mandato poco dopo alle

prigioni di Mantova; dalle quali non doveva uscire che il 4 luglio

dell’anno seguente per salire sul patibolo.

Al Calvi erano state trovate, al momento del suo arresto, tre lettere

che si era procurate pel caso che gli fosse occorso l’appoggio di

qualcuno nell’attraversare la Valtellina: eran dirette a Salis Ulisse,

a Antonio Zanetti e a Gervaso Stoppani di Bormio. Fu una fortuna che

si sapesse che Emilio non era in quei giorni in Valtellina, poichè

diversamente il Calvi avrebbe forse avuta una lettera anche per lui.

Questi arresti, a cui ne seguirono molti altri, fecero riaprire un

nuovo processo politico a Mantova, che durò oltre un anno e finì

colla condanna a morte del Calvi e con diverse condanne per altri da

scontarsi nelle fortezze.

Il Salis e lo Stoppani, più gravemente compromessi anche pel loro

passato, salvarono la vita rimanendo fermi nella negativa e resistendo

alle arti e alle sevizie del Krauss, benchè le informazioni della

Polizia a loro carico fossero assai gravi.

La fermezza di Ulisse Salis fu ammirevole, ed a questa mio fratello

Emilio dovette indubbiamente d’avere, per la seconda volta, sfuggito il

pericolo di una prigionia e d’una condanna. Il Krauss aveva lasciato

credere a Salis che Emilio fosse tra gli arrestati, e tra quelli che

avevano fatto delle confessioni, per indurlo a seguirne l’esempio,

pigliandone così due nella medesima rete; ma il Salis non ci cascò e

chiese risolutamente all’inquisitore d’essere messo a confronto con

Emilio. Questi allora non ne parlò più. Questa forma di interrogatorî

suggestivi era uno dei metodi coi quali il Krauss procurava di

aumentare il numero delle sue vittime: gli altri metodi erano, come è

noto, le minacce, le catene, il freddo e la fame.

Il Krauss minacciò il Salis anche del bastone; «lei non può farmi

bastonare» gli rispose allora questo fieramente «perchè io sono un

nobile». L’auditore tacque. Nella procedura feroce e pedante dei

consigli militari c’era infatti che non si potesse applicare ai nobili

la pena del bastone[22].

Il 1.º luglio del 1854 al Calvi fu letta la sentenza di morte, eseguita

il giorno 4. Il Calvi morì eroicamente, accompagnato al patibolo da don

Martini, il pio sacerdote che già aveva confortate le altre vittime di

Belfiore. In quei giorni si trovava nelle prigioni di Mantova l’Orsini,

che poi fuggì prodigiosamente.

Col sacrificio del Calvi finì il progetto dell’insurrezione col mezzo

delle bande armate che dovevano scendere dalle vallate e sulle quali

Mazzini aveva di nuovo fatto tanti calcoli.

Nel frattempo però la cospirazione mazziniana era continuata. C’era

stato un tentativo fallito a Sarzana di cui era stato offerto il

comando al Medici, che aveva rifiutato. S’erano pure continuati i

preparativi per un movimento sulla frontiera svizzera da Como alla

Valtellina col mezzo di Maurizio Quadrio e del Chiassi, nel mese

d’agosto. Il Governo austriaco ne ebbe sentore, ed avvisò il Governo

svizzero; ma non ci fu bisogno di misure straordinarie, poichè i

cospiratori si trovarono alla frontiera in piccolissimo numero, e

quei pochi si dispersero. In Valtellina parecchi n’erano informati; ma

nessuno si mosse, e nessuno dei _cospiratori_ si lasciò vedere.

Il Salis, dopo un processo che durò diciannove mesi, fu condannato

a sette anni, e destinato a scontarli nella fortezza di Kufstein.

Prima di partire potè salutare la sua bella e giovane sposa, e riuscì

a dirle all’orecchio, in quei brevi momenti, che esortasse gli amici

e soprattutto Emilio a fuggire, poichè il Krauss sapeva tutto ed era

sulle peste di tutti. La contessa Salis si recò subito da Emilio a

riferirgli le parole di suo marito; Emilio si tenne sempre più in

guardia, ma non volle fuggire per non compromettere altri.

Egli ebbe però in quei giorni una lunga perquisizione a Milano

e una chiamata dal direttore della Polizia, ch’era un colonnello

della gendarmeria e riceveva sempre in uniforme. Il colonnello gli

disse, senza preamboli: «La perquisizione che le fu fatta diede un

resultato negativo, ma noi sappiamo, con certezza, che lei è uno dei

più dichiarati nemici del Governo. Finora lei fu fortunato, e non s’è

potuto ancora aprirle una speciale inquisizione. Ma si farà appena che

lei ce ne dia l’occasione, e allora ci ricorderemo di tutto.»

Emilio non rispose; e se ne andò.

La contessa Teresa Salis, della famiglia Calvi di Edolo, era sposa da

un anno e mezzo, quando le fu arrestato il marito. Recatasi subito a

Mantova vi rimase per tutto il tempo che durò il processo, per seguirne

l’andamento in quanto fosse possibile, e per tentare qualche secreta

comunicazione col prigioniero.

Ulisse Salis, giovane vigoroso, d’aspetto bello e virile, conservava

il tipo d’un signorotto feudale. Della sua vita di studente, di

alpinista, di cacciatore e di patriotta, si narravano parecchi episodi

che ne attestavano il carattere risoluto ed audace. Nel 48, dopo avere

valorosamente combattuto alle barricate di Milano, s’era subito recato

in Valtellina ove si unì a un gruppo di giovani arditi che corsero ad

occupare il passo dello Stelvio, prima che vi arrivassero le truppe

austriache. Quel drappello di giovani, a cui si unirono parecchi

montanari del luogo, scese audacemente sul versante tirolese del monte,

e diede fuoco alle gallerie di legno che allora coprivano la strada per

difenderla dalle valanghe. La strada fu pure guastata in vari punti in

modo che gli austriaci non poterono servirsene durante la campagna.

E ora qui una breve disgressione.

La strada dello Stelvio era stata fatta dall’Austria, dopo che la

Valtellina fu annessa nel 1815 al Lombardo-Veneto. L’antica strada,

che aveva servito a tante invasioni tedesche, non varcava la Vetta

del monte Braulio chiamata _Stelvio_, ma piegando a minore altezza

attraversava, per giungere in Tirolo, alcuni lembi del territorio dei

Grigioni. Il passo dello Stelvio, specialmente sul versante tirolese,

presentava delle gravi difficoltà per la costruzione d’una strada; ma

il Governo austriaco le volle superare ad ogni costo, e compì un’opera

che fu considerata a quel tempo come un prodigio dell’arte.

L’Austria aveva voluto aprirsi una nuova via, tutta sul proprio

territorio, che in poche tappe conducesse le sue truppe dal Tirolo a

Milano. Ma la facilità con la quale l’audacia di poca gente risoluta

aveva resa inservibile quella via pei bisogni della guerra, la

disingannò affatto. Il maresciallo Radetzky, dopo le campagne del ’48 e

del ’49, propose di abbandonare lo Stelvio, quale strada militare, e di

sostituirvi il Tonale facendolo collegare alla Valtellina mediante una

nuova strada, quella del passo d’Aprica. E così fu fatto. Gli Austriaci

allora non s’occuparono più del passo dello Stelvio. Ma quando nel

1866 ci furono le trattative per la pace tra l’Italia e l’Austria,

mio fratello Emilio, essendo ministro degli Affari Esteri, ottenne

col mezzo del nostro ambasciatore Menabrea che la strada dello Stelvio

fosse riattivata anche sul versante tirolese, e tenuta aperta almeno

nella stagione estiva.

Ritornando a Ulisse Salis, mi viene in mente un episodio che merita

d’essere ricordato.

Dopo la capitolazione di Milano, nell’agosto del 1848, le truppe del

generale Griffini, venendo da Brescia, attraversarono la Valcamonica

e la Valtellina per ritirarsi nella Svizzera. Nel valicare il passo

di Aprica, dove allora non c’era che una strada mulattiera, furono

perduti carriaggi e bagagli e precipitò giù per la china del monte

un cannone. Ulisse Salis pensò di andarne alla ricerca prima che

gli Austriaci se ne impadronissero; e infatti lo trovò, sprofondato

in uno scoscendimento a valle del monte, nei dintorni del villaggio

di Stazzona. Fece subito il proposito di portarselo a casa e di

nasconderlo, ma non era certamente un’impresa facile portarsi in

casa un cannone, da un luogo che dista da Tirano sei chilometri, in

quei giorni in cui il paese era occupato e percorso continuamente da

soldati austriaci, e mentre bastava lasciarsi trovare in casa una

pistola, anche rotta, per venir fucilato. Ulisse Salis, aiutato da

alcuni contadini, riuscì di notte a collocare il cannone su un carro,

e, nascosto sotto un mucchio di fieno, lo condusse in un suo podere

vicino a Tirano; poi lo seppellì, aiutato da un suo fratello prete.

Quel cannone fu dissotterrato nel 1859, e Salis lo regalò a Vittorio

Emanuele, che ammirando quel fatto, gli diede in ricambio una medaglia

d’oro appositamente coniata[23].

Furon molti in Valtellina i patriotti che, negli anni che corsero

dal 1848 al 1860, in ogni borgo, in ogni villaggio, tennero alto il

sentimento pubblico, combattendo o cospirando per la Patria, fiduciosi

sempre ne’ suoi destini. Nel ’48 e nel ’59 la provincia di Sondrio

diede alla patria numerose schiere di volontari, e molti uomini di

senno e di valore. I suoi generosi sentimenti patriottici, e le sue

stesse sventure economiche di cui parleremo, avevano circondata allora

quella piccola provincia d’un’aureola di simpatia che la rendevano

stimata e cara tra le maggiori sorelle lombarde.

Molti patriotti valtellinesi, dopo il 1848, rimasero tra gli

emigrati; tra i più noti, ricorderò Luigi Torelli, Enrico Guicciardi

e Maurizio Quadrio. Il Quadrio, amico devoto di Mazzini, viveva di

solito in Svizzera, e fu talora anche a Londra, sempre occupato nelle

cospirazioni grandi e piccole di Mazzini: in Valtellina conservava

delle relazioni, e vi fece delle brevi comparse nel ’48 e dopo il ’59.

Luigi Torelli, rimasto in Piemonte dopo il 1849, dedicò tutto sè stesso

alla vita politica: fu successivamente deputato, senatore, prefetto,

ministro; guidato sempre, in ogni atto della sua vita pubblica e

privata, da un alto sentimento di patriottismo e di rettitudine.

Generoso, di instancabile attività, amante del pubblico bene, fu

giustamente popolare ed amato in Valtellina, specialmente nelle

classi non politicanti, tra i contadini, e tra quelli che sentono più

schiettamente l’ammirazione per gli uomini rigidamente onesti e amanti

dei poveri.

Nel 1853, quando l’Austria, dopo il 6 febbraio, tra le sue ingiuste

rappresaglie colpì anche gli emigrati sequestrandone i beni, il Torelli

ebbe sequestrati tutti i suoi averi di Valtellina.

Enrico Guicciardi, dopo aver comandata una compagnia di volontari

al Tonale, ritiratosi in Piemonte riunì i volontari valtellinesi dei

diversi corpi in un battaglione di bersaglieri che si distinse alla

battaglia di Novara. Sciolti i corpi militari lombardi, rimase emigrato

in Piemonte; nel 1859, come vedremo più innanzi, fu mandato da Cavour

a reggere la provincia di Sondrio; poi fu nominato prefetto in altre

provincie, ove il brigantaggio, che allora le infestava, od altre

gravi ragioni richiedevano la direzione d’un uomo di molta saviezza e

di molta energia; ebbe spesso dal Governo altri incarichi e missioni

importanti. Nel 1866 comandò, quale colonnello, due battaglioni di

volontari, in gran parte valtellinesi, coi quali compì allo Stelvio un

fatto d’armi contro gli austriaci, audace e vittorioso.

Possa la memoria di questi patriotti rimanere duratura nella loro valle

nativa, quale esempio di caratteri integri e saldi, devoti sempre al

dovere e alla patria.

Ricordi di gioventù · 第 50 / 105 题