1849.
_Sommario:_ L’inverno del 1849. — La denunzia dell’armistizio. — La
battaglia di Novara. — I tentativi di far insorgere la Lombardia.
— Brescia. — La reazione si diffonde in tutta Italia e solo rimane
in arme Venezia. — Roma e il battaglione Manara. — Reduci di Roma e
di Venezia. — Dimostrazione del 18 agosto pel fatto della Olivari.
— Le bastonate date a parecchi cittadini pubblicamente. — Andiamo
nell’autunno a Tirano. — Alloggi militari. — Una cazzaruola fatta
volare in strada da mia madre. — Una condanna militare alla mia
famiglia. — Perquisizioni militari.
L’inverno del 1849, se c’è chi lo rammenta, è rimasto nel pensiero come
un ben triste ricordo. Tutto era deserto e squallido. Parecchi come
vedemmo, erano ritornati alle loro case, ma chi appena lo poteva se
n’era andato in campagna, e tutti poi vivevano ritiratissimi, lasciando
deserti i caffè, i ritrovi, e i pochissimi teatri ch’erano aperti.
Un po’ la malinconia, e un po’ la paura, tenevano la gente lontana
anche dai passeggi e dalle strade dove non si incontravano che soldati
baldanzosi e facilmente provocanti. Gli amici, che da poco rientrati
raccontavano le peripezie delle loro emigrazioni, portavano anche delle
informazioni sconfortanti dall’estero, ove si stendeva, come una nebbia
fitta, la reazione trionfante.
Nel soccorso della Francia non si sperava più. Fin dai primi d’agosto,
quando le sorti della guerra volgevano male, nel Gabinetto di Torino
s’era accennato a domandare l’aiuto della Francia, e il Governo
Provvisorio, prima che finissero i suoi poteri, aveva deliberato una
missione a Parigi, affidata al marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga e
a Giulio Carcano, per chiedere ufficialmente, con ingenua fiducia,
l’intervento francese. Gli incaricati lombardi si unirono a quelli del
Governo piemontese, ch’erano il marchese Brignole, ambasciatore sardo a
Parigi, e il deputato Ricci.
Cavaignac, presidente del potere esecutivo della Repubblica, aveva
subito tolto ai nostri rappresentanti ogni illusione; e alle loro
insistenze aveva risposto duramente «che una guerra per l’indipendenza
e per la formazione d’un forte Stato in Italia, non era negli interessi
della Francia». E promise loro al più una mediazione d’accordo con
l’Inghilterra.
La Francia, che circondavamo di tanta idealità, di tante speranze, la
Francia, nel giorno della sventura, ci respingeva. Che disinganno!
Si sarebbe pur voluto cercare un qualche filo di speranza, pur
di sperare, e si guardava all’Ungheria, tutt’ora in armi e alle
volte trionfante; si guardava all’Italia centrale in rivoluzione,
a Roma in subbuglio, e a Venezia che teneva ancora alta la bandiera
d’Italia. In fine, si guardava al Piemonte, ove nelle sfere politiche
e parlamentari, prevalevano sempre più le opinioni estreme, quelle
soprattutto che spingevano a riprendere immediatamente la guerra.
La ripresa immediata della guerra! Un osservatore tranquillo e
spassionato si sarebbe facilmente accorto che questa era una follia.
Chi veniva dal Piemonte doveva pur confessare che l’esercito riordinato
affrettatamente, e insufficientemente, aveva tuttora l’animo depresso;
non aveva fiducia nei capi, e la guerra avrebbe trovato le truppe
rassegnate, ma non entusiaste. Si sapeva che si era alla ricerca d’un
comandante, d’un generale forestiero; avevano cercato in Svizzera il
Dufour, e un generale francese a Parigi; ma inutilmente. Alla fine
s’era trovato un polacco, raccomandato dai Comitati d’insurrezione,
il Chrzanowski. Questo non conosceva nè l’esercito nè il paese; era
un uomo onesto, studioso, ma era un brutto soldato, e non piacque.
Chiamarono anche il Ramorino, un avanzo della _Giovane Italia_, e gli
diedero il comando d’una brigata. Questo poi disobbedì: si disse che
tradì, e fu fucilato.
Intanto, durante l’inverno del 48, ci fu la mediazione anglo-francese,
la quale si trascinava lentamente e di mala voglia. L’Austria non
voleva ceder nulla; la _mediazione_ ci consigliava la rassegnazione,
e mano mano ci abbandonava. Il Gioberti, arrivato al Governo, avrebbe
voluto, anzichè azzuffarsi coll’Austria, intervenire in Toscana, per
ristabilire egli stesso il Granduca e dirigere il movimento liberale,
prima che l’Austria ci entrasse. Poteva essere in teoria una buona
politica, ma l’Austria, che anelava di riprendere la guerra, non
l’avrebbe permessa.
La politica del raccoglimento, l’unica consigliata dalla ragione,
non c’era chi avesse l’autorità di imporla, nè c’era disposizione
nell’opinione pubblica a seguirla. Si voleva la guerra, e ci si andava
a capo fitto. La sinistra parlamentare del Piemonte era disposta
ad affrontarne la responsabilità, ma poi non aveva l’energia di
predisporla. Gioberti cadde e venne il Ministero Rattazzi, chiamato
il Ministero democratico, che doveva avverare, dicevasi, gli arditi
sogni della rivincita. La consolazione pubblica fu grande, ma presto fu
duramente scontata.
Venne il mese di marzo: s’avvicinava l’anniversario delle Cinque
Giornate, quando il giorno 12 di quel mese, tra una commozione
indicibile, i cittadini ridestandosi quasi da un lungo letargo, nel
risvegliarsi dagli antichi entusiasmi, seppero ch’era giunto a Milano
un uffiziale superiore piemontese, il maggiore di Stato Maggiore
Raffaele Cadorna; ch’era sceso alla Villa Reale, presso i giardini
pubblici, dove abitava il maresciallo Radetzki, e che gli aveva
comunicata la denunzia dell’armistizio pel giorno 20.
Il giorno seguente tutte le truppe austriache erano in movimento.
I soldati avevano l’aria festosa, le bande suonavano lietamente, i
reggimenti sfilavano gridando _urah!_ Gli ufficiali avevano l’aria più
baldanzosa e provocante del solito; era uno spettacolo che stringeva il
cuore.
Radetski aveva pubblicati due proclami minacciosi, uno contro il
Piemonte e uno contro i rivoluzionari, dirigendosi ai milanesi e ai
lombardi.
I cittadini più che lieti erano sorpresi; si sarebbe detto che tristi
presentimenti pesavano loro sul cuore.
In pochi giorni Milano e la Lombardia rimasero sguernite di
truppe, talchè il paese avrebbe potuto facilmente insorgere alle
spalle dell’esercito austriaco, se le popolazioni avessero avuto
quell’entusiasmo e quella fede che le avevano mosse un anno prima.
Ma i tempi erano già grandemente mutati. Gli emigrati lombardi
avevano sperato un’insurrezione delle loro provincie e vi avevano
fatto penetrare delle armi dal Piemonte. Gli animi però erano
dubbiosi, indecisi, anche nelle provincie; alla fede era subentrata
la diffidenza, e tutti stavano aspettando gli avvenimenti, anzichè
promuoverli.
Il Comitato dell’emigrazione lombarda e il ministero piemontese della
guerra avevano incaricato Gabriele Camozzi, il cui nome e quello
della famiglia erano tra i più popolari nelle vallate bergamasche,
per generosità e valore, di suscitare l’insurrezione in Lombardia allo
scoppiare della guerra. Il Camozzi infatti aveva passato il confine il
giorno 20, appena spirato l’armistizio, e traverso Como e Lecco era
giunto a Bergamo, con armi e con bande d’insorti, intimando la resa
alla Rocca della città e circondandola. A lui s’era unito un gruppo
di altri emigrati armati, tra i quali avevo parecchi amici, e cioè
Luigi Sala, già secretario del Governo Provvisorio, Paolo Belgiojoso,
Agostino Frapolli.
Intanto succedeva la battaglia di Novara.
Nei giorni 22 e 23, che furon quelli della battaglia, dai bastioni di
Milano si sentiva di tanto in tanto un cupo rombo portatovi dal vento.
La gente diceva ch’era il rumore del cannone e accorreva in folla; ma
sul volto di tutti si leggeva un’ansia più diffidente che speranzosa.
Poi passarono due giorni nell’alternativa di notizie ora buone, ora
cattive. Si parlava d’una grande battaglia; d’una battaglia, riuscita
favorevole ai piemontesi, secondo alcuni, favorevole agli austriaci
secondo altri.
Alla fine, pur troppo, giunsero le notizie vere: e qualche giorno
dopo si ebbe lo spettacolo dell’entrata delle truppe austriache che
tornavano dal Piemonte vittoriose; tornavano spavalde e col mirto in
fronte, come esse usavano nei giorni solenni di festa.
Non dimenticherò mai la stretta al cuore che provai vedendo un
reggimento, che attraversava la piazza del Duomo, con la musica
in testa, gridando viva Radetzki, e preceduto da un gruppo di
sottouffiziali che portavano come trofeo una bandiera tricolore, non
però militare, ma della Guardia Nazionale presa in Piemonte. D’allora
non fu che un succedersi di avvenimenti sventurati e di notizie
dolorose.
Intanto il presidio, che, come s’è visto, occupava Bergamo e ne teneva
la città alta, accolse il drappello degli emigrati a cannonate.
Gabriele Camozzi aveva chiamato alle armi i suoi compatrioti e gli
abitanti delle valli vicine, con un proclama che li eccitava alla
rivoluzione. Raccolse infatti 800 volontari, che diresse su Brescia, ma
dovette ripiegare dopo le notizie tristissime che arrivavano; e dinanzi
a truppe austriache che già tornavano dalla battaglia di Novara.
A Brescia invece giunsero delle notizie false e fantastiche. Si parlava
d’una grande vittoria delle truppe piemontesi e dell’esercito austriaco
in ritirata; un proclama del Comitato repubblicano di pubblica difesa
avvalorava queste notizie, e ne dava di più fantastiche ancora.
E Brescia insorse. Insorse violentemente ed eroicamente. La lotta, come
è noto, durò dieci giorni; e il generale Hainau non entrò nell’eroica
città che sulle rovine di oltre 300 case incendiate, tra un monte di
cadaveri, e fucilando una cinquantina di prigionieri. Entrò alla testa
di quindicimila soldati.
Un’altra squadra di emigrati e di insorgenti doveva penetrare in
Valtellina, ma non vi giunse. Vi ricomparvero invece, più numerose,
e più baldanzose di prima, le truppe austriache, occupando tutti i
principali paesi, e tutti i punti militarmente più importanti della
valle.
In ogni punto d’Italia andava intanto mano mano crollando tutto ciò che
la rivoluzione aveva in fretta e in furia innalzato l’anno prima. Solo
a Venezia sventolava ancora incolume e gloriosa la bandiera tricolore;
e gli occhi di tutti eran rivolti ad essa con malinconica compiacenza
e con una vaga speranza; quella speranza che trova sempre negli animi
un cantuccio in cui sopravvivere. Si sperava che prima della caduta
di Venezia, o di Roma, o dell’Ungheria tuttora in armi, avessero a
succedere in Europa avvenimenti in cui fosse dato ritrovare quella
fortuna che ci aveva abbandonati.
Ma passavano i mesi, e intanto in Europa calavano sempre più fitte le
tenebre della reazione ineluttabile, che tutto ravvolgeva e pesava su
tutto e su tutti.
La caduta di Roma, e gli ultimi fatti della sua valorosa difesa, che si
svolsero nel giugno di quell’anno, avevano avuto un’eco di trepidazione
e di dolori in Milano, che annoverava molti dei suoi nel battaglione
lombardo di Manara, e nei volontari garibaldini. La condotta di quei
giovani era stata veramente eroica; le loro file erano state decimate;
essi avevano voluto morire in nome di una grande idea, senza speranza
di vincere, chiudendo eroicamente l’epopea italiana del quarantotto.
Il Manara manifestò questo pensiero in una lettera che scrisse in
quei giorni da Roma: «Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il
quarantotto... Affinchè il nostro esempio sia efficace, noi dobbiamo
morire!»
Luciano Manara, il valoroso condottiero del battaglione lombardo, aveva
allora 26 anni; era di famiglia ricca, e prima del quarantotto aveva
menata una vita elegante, oziosa, notevole soltanto per una avventura
che aveva accompagnato il suo matrimonio.
Invaghitosi giovanissimo d’una bellissima fanciulla, la signorina
Carmelita Fè, e non avendo dai genitori il permesso di sposarla,
fuggì con lei. L’avventura, naturalmente, finì col matrimonio, e il
gran parlarne che se ne fece diede agli sposi una certa notorietà. Un
pittore, celebre a quel tempo, il Molteni, fece un ritratto di lei in
un suo quadro la _Confessione_, che poi rividi nella galleria del _Bel
Vedere_ a Vienna.
Venuto il ’48, Luciano Manara, abbandonata la vita futile, diede
tutto sè stesso ai moti politici. Nelle _Cinque Giornate_, come s’è
visto, insieme con un drappello di giovani suoi amici combattè ai
Portoni di via del Giardino, ora Manzoni, e nei punti ove la lotta
era più grave e decisiva, e fu il capitano della presa di Porta Tosa.
Poi, con gli amici e con un gruppo di combattenti che lo seguirono,
era uscito da Milano inseguendo le truppe austriache e dando prove
continue di un valore e di un’audacia che diventarono leggendarie.
Dopo la capitolazione di Milano condusse i suoi volontari in Piemonte,
ove ne fu formato un battaglione di bersaglieri, di cui egli fu il
comandante. Questo battaglione si trovò colle altre truppe lombarde
all’avanguardia, alla Cava, quando gli austriaci passarono il Ticino.
Anche in quella circostanza il battaglione di Manara si fece onore,
finchè dovette ritirarsi con le altre truppe in seguito agli ordini,
rimasti misteriosi, del generale Ramorino. Dopo la battaglia di Novara,
il battaglione dei bersaglieri lombardi, volendo rimanere nell’azione
finchè in qualche punto d’Italia si combattesse per la libertà, si recò
a Roma. Questi volontari, i cui uffiziali eran tutti giovani eletti,
portarono in mezzo alle truppe repubblicane e garibaldine di Roma
i colori e la croce dell’uniforme piemontese, e il grido di guerra:
_Savoia_. La loro fede e il loro valore li circondò di un alto rispetto
anche tra i volontari di diverso partito; rispetto che rifulse sulla
causa che li aveva condotti a Roma.
Tra i reduci del battaglione Manara avevo parecchi amici, ma in quello
scorcio dell’estate ne rividi ben pochi. Alcuni erano feriti, come
Emilio Dandolo, Lodovico Mancini, il pittore Gerolamo Induno, il dottor
Scipione Signoroni; altri si ritirarono in campagna, o si tenevano
nascosti per non venire arrestati, come era avvenuto a Lisiade Pedroni.
I cadaveri di Manara, di Morosini, di Enrico Dandolo, dopo lunghe
pratiche, e molte difficoltà, erano stati trasportati a Vezia nella
tomba di famiglia dei Morosini; poi la salma di Manara fu trasportata a
Barzanò nella cappella di famiglia, oggi appartenente a casa Manati.
Rividi un mese dopo i reduci da Venezia, che colla salvaguardia
della capitolazione avevano potuto rientrare liberamente nelle case
loro. Erano sorvegliati, ma lasciati tranquilli. Nei primi giorni
si vedevano a gruppi per le strade: tutti avevano l’impronta delle
lunghe sofferenze patite; nullameno nell’attitudine e nei discorsi
conservavano alto il morale, come chi ha coscienza d’aver fatto
onoratamente il proprio dovere. Era uno spettacolo ben mesto il vedere
quegli ultimi avanzi delle nostre brevi speranze!
Caduta Roma, caduta Venezia, caduta l’Ungheria, il _quarantotto_ non
pareva più che un sogno, e gli animi si sentivano sgomenti pensando
al lungo servaggio che forse ci attendeva, come se fossimo ritornati
al 1815. A ricordarci la nostra condizione c’era lo stato d’assedio,
c’era un governo militare, forestiero e baldanzoso, che ci guardava con
disprezzo, e senza il freno della responsabilità.
Uno degli atti di prepotenza cieca che in quei giorni venne a
rivoltare maggiormente gli animi, fu quello d’una pubblica bastonatura
data in Milano. Il fatto avvenne nel mese di agosto. La guarnigione
celebrava il 18 la festa dell’Imperatore, e una certa Teresa Olivari,
modista, che dicevano in buone relazioni cogli ufficiali austriaci,
mise alla finestra un drappo giallo e nero in segno di festa. La
casa dove abitava la Olivari era dietro il _Coperto dei Figini_, ora
scomparso per dar luogo alla piazza del Duomo, in una via chiamata dei
Borsinari, che pure non esiste più, e che fiancheggiava l’attuale lato
settentrionale dei portici. L’esposizione di quel drappo fece fermare
la gente; a poco a poco si formò un assembramento, e incominciarono gli
urli e i fischi. Accorsero molte guardie di Polizia che, appoggiate
da una compagnia di soldati uscita dal palazzo reale, circondarono
la folla e arrestarono quanti non eran riusciti a fuggire. In quella
folla c’ero anch’io, ma fui tra quelli che potettero svignarsela.
Pochi giorni dopo, trentaquattro tra gli arrestati, comprese due donne,
ricevevano le bastonate pubblicamente sul piazzale dinanzi al castello.
E il comando militare mandava al Municipio il conto dei bastoni e
delle medicazioni! Conto che il podestà Pestalozza rimandava con parole
sdegnose.
L’indignazione prodotta da questo fatto fu grande. Un nuovo odio,
quello dell’affronto, si aggiungeva al cumulo degli odii antichi,
e sempre più profondo si faceva l’abisso tra il paese e i suoi
dominatori. Non lamentiamocene. La durezza e l’ignoranza dei governanti
militari giovarono non poco alla causa finale dell’indipendenza. Essi
diedero alle provincie italiane dell’Austria l’aspetto non di provincie
regolarmente governate, ma di paesi provvisoriamente occupati colla
forza come in guerra; resero sempre più acuto e stridente l’odio nelle
popolazioni soggette; col governo militare e con uno stato d’assedio
di otto anni continui mantennero viva la questione italiana dinanzi
all’Europa civile; e offersero la vittoria al genio di Cavour.
A quei marescialli e a quei generali austriaci furono eretti statue
e monumenti nei loro paesi; in verità, ne potremmo loro erigere anche
noi.
Venuto l’autunno si andò in Valtellina, e questa volta con noi c’era
anche mio fratello Emilio ch’era tornato a Milano dopo la restaurazione
del Granduca di Toscana, e dopo che fu sciolto il battaglione degli
studenti, nel quale egli si era arrolato.
Era triste e disgustosa la vita che si conduceva nella città; ma spesso
era anche peggiore quella dei piccoli paesi quando vi si trovavano dei
presidii militari. Gli abusi e le prepotenze dei capi secondarî, ancor
meno osservati e meno frenati, riuscivano più odiosi, e talora più
fatali.
Si stava male a Milano, ma trovammo che a Tirano si stava anche peggio.
Il paese era zeppo di soldati, tutti della Croazia, sospettosi, irosi,
e sempre in allarme: i confini verso la Svizzera erano occupati da
forti posti militari, e percorsi costantemente da pattuglie. Ogni
branco di pecore veduto da lontano era subito creduto una banda
rivoluzionaria. Nè li rassicurava l’amicizia che i grigioni in allora
dimostravano agli austriaci, ben più che agli italiani.
Eravamo a Tirano da pochi giorni quando un atto di impazienza e di
disgusto di mia madre ci procurò una punizione militare.
Per entrare nel salotto, dove mia madre stava di solito, si
attraversava un salone che voi, nipoti miei, conoscete e che conduceva,
da un lato della casa, ad alcune stanze che erano occupate dagli
uffiziali cui eravamo obbligati forzatamente a dare l’_alloggio_. Che
cosa vede un giorno mia madre? Gli _attendenti_ degli uffiziali avevano
piantato in mezzo al salone un fornello, servendosi dei colonnini e di
parte del davanzale del balcone che avevano distrutto; poi con delle
sedie spezzate avevano acceso il fuoco sotto una cazzeruola, da cui
usciva un fumo nauseante.
Mia madre, a quello spettacolo, uscì per un momento dalla sua calma
consueta, e pigliata la cazzeruola pel manico la fece volare fuori
dalla finestra prima che gli _attendenti_ croati arrivassero ad
impedirnela; poi si rinchiuse nel suo gabinetto.
Per alcuni minuti si sentì rintuonare la casa di voci irate, e di
sciabole ripercosse sullo scalone; poi tutto ritornò nel silenzio di
prima.
Ma alcuni giorni dopo ci capitò dal comando militare di Sondrio una
_Sentenza_ con la quale la famiglia Visconti-Venosta, colpevole
di un contegno ingiurioso verso gli _attendenti_ degli uffiziali
alloggiati in casa, veniva punita con l’occupazione della casa, a
tempo indeterminato, dando alloggio cioè a un’intera compagnia, ossia a
duecento soldati.
Poche ore dopo l’intimazione della Sentenza arrivò la compagnia, occupò
tutti i locali della casa che meglio garbavano al capitano, e noi fummo
obbligati a ritirarci in poche stanze.
Condanne di questo genere, multe ai Comuni per frivoli pretesti,
arresti, e di tanto in tanto qualche fucilazione, erano i fatti
soliti di quei giorni. Si viveva in continue apprensioni. Le piccole
vessazioni giornaliere dei comandanti del luogo si alternavano colle
vessazioni maggiori dei comandanti delle Provincie.
Ogni tanto capitava a Tirano improvvisamente da Sondrio qualche
uffiziale superiore, o qualche commissario di Polizia, accompagnato da
una scorta di soldati, che venivano a far perquisizioni, o a prender
nuovi provvedimenti di sicurezza. Non so come, poichè allora era un
secreto, qualcuno del paese n’era spesso prevenuto alcune ore prima,
e allora i principali patriotti, a buon conto, pigliavano subito il
largo: tra questi c’eran sempre il buon parroco di Tirano don Carlo
Zaffrani, mio fratello Emilio, mio zio Merizzi, i fratelli Salis, il
dottor Andres, l’ingegnere Antonio Della Croce e Luigi Negri. Parecchie
volte arrivarono simili avvisi durante la notte, e allora alla
spicciolata si pigliava la montagna e si andava al di là del confine
a Campocologno o a Brusio, villaggi svizzeri, ricoverandosi in qualche
osteria.
Un giorno si corse un brutto pericolo. Mio zio Merizzi venne a dirci
di buon mattino che nella notte erano arrivati da Sondrio un Maggiore e
un Commissario, che avevano fatto circondare di soldati il paese, e che
avevano principiata una severa perquisizione nelle case per scoprire se
ci fossero armi. Mia madre sapeva ch’erano state consegnate da un pezzo
alcune armi che c’erano in casa, ma a buon conto chiamò il fattore per
avvisarlo della imminente perquisizione. Allora il fattore ingenuamente
confessò che aveva consegnate le armi vecchie fuori d’uso, ma che aveva
trattenuto un fucile rimasto in casa l’anno prima consegnatogli da un
volontario.
Fu per tutti un momento di grande ansietà. Mia madre fece chiamar
subito un vecchio cantiniere di casa per fargli spezzar l’arme e
nasconderne poi i pezzi. Ma il cantiniere, vedendo mia madre tanto
agitata, disse: «Stia tranquilla... quest’arme scomparirà, ma non la
romperò, nè la consegnerò... la metterò in salvo... ci penso io.»
Ogni protesta da parte nostra fu inutile. Il cantiniere nascose il
fucile in una gerla in mezzo al fieno; poi, colla gerla sulle spalle
attraversò il paese, passò in mezzo ai soldati, e andò a sotterrarlo
in una vigna. Poco dopo avevamo la perquisizione in casa, e intanto il
buon cantiniere se ne ritornava tranquillamente da una spedizione che
avrebbe potuto costargli la vita. Mia madre non mancò di mostrargli
largamente la sua gratitudine per l’atto generoso.
Quell’autunno fu continuamente funestato dalle notizie dei rigori,
delle prepotenze militari, degli arresti, e delle fucilazioni, di cui
ci arrivava l’eco sinistra da ogni punto delle provincie lombarde e
venete. Si viveva in continui timori, e in continui sospetti. Ogni
cattivo soggetto, ogni pessimo arnese della Polizia, per vendetta o
per guadagno poteva farsi delatore, ed ogni delatore era creduto. Che
giorni angosciosi furon quelli!