VII.

_Sommario:_ Ritorno a Milano. — Aspetto della città. — Ripartiamo

subito per la Valtellina. — I paesi governati militarmente. —

Una condanna a Tirano. — I soldati croati, le loro usanze, i loro

discorsi. — Gli alloggi militari. — Il maggiore Krall, comandante

di Tirano. — Mazzini e la spedizione di Val d’Intelvi e di

Chiavenna subito soffocate. — A Tirano studio, con poco successo,

il tedesco e la musica. — Alla fine dell’anno ritorniamo a Milano

per riprendere gli studi. — Aspetto sempre tristissimo di Milano. —

Le notizie sui movimenti rivoluzionari che continuavano nell’Italia

centrale.

Prima di recarci in Valtellina dovemmo anche noi passare da Milano,

fermandoci alcuni giorni. Ci andammo da Arona con un legno, e si

viaggiò di notte: al confine fummo ricevuti da un Commissario di

Polizia, che dopo alcune interrogazioni ci lasciò passare, e si arrivò

di buon mattino in città entrandovi dalla porta Sempione.

Che stretta al cuore nell’attraversare la piazza d’armi! Quante volte

c’ero stato su quella piazza, nei mesi prima, a vedervi i soldati

piemontesi, i volontari, o la guardia nazionale, con l’animo sereno e

con la sicurezza che Milano, e forse tutta Italia, erano liberi ormai

per sempre! E ora ci bivaccavano, o manovravano, i soldati austriaci

tranquillamente, e da padroni.

I primi soldati che vidi furon quelli vestiti di color marrone, coi

calzoni turchini stretti alle gambe, i croati. Proprio quei croati!

che pel nostro sangue latino rappresentavano i barbari; su cui si era

formata una leggenda di ferocia selvaggia, e ch’eran stati l’argomento

del nostro disprezzo e delle nostre caricature più popolari! Ora i

croati padroni colmavano la misura del nostro dolore e della nostra

umiliazione!

Chiusi gli occhi, e me li sentii bagnati di lacrime. Ma in quel momento

mi sentii anche rimescolare il sangue: il mio animo giovanile, ispirato

fino allora a un patriottismo sereno, pieno di speranze e di illusioni,

sentì tutto il dolore della patria perduta; e ne ebbi uno schianto,

pieno di amarezza, e di proposito d’odio e di vendetta. Fu quel

sentimento che ispirò e dominò gli animi della gioventù d’allora per

dieci anni.

A Milano non ci fermammo che pochi giorni. Che squallore! Non

riconoscevo più la città festosa, tutta movimento e entusiasmi, di

poche settimane prima. Le strade erano spopolate e deserte; non vi

si vedevano che frotte di uffiziali, e pochi cittadini che se ne

andavano frettolosi, quasi vergognosi di trovarcisi. Le piazze invece

e i luoghi pubblici eran gremiti di soldati, che ci stavano come in

un accampamento; lungo i bastioni era accampata l’artiglieria, e nei

giardini pubblici bivaccava un reggimento d’usseri. La maggior parte

dei palazzi e delle case delle principali famiglie cittadine erano

state destinati a caserma e ad ospedali militari. Era cosa ben triste;

ed era frequente il vedere sulle porte e sotto i portici di quei

palazzi i militari che facevano cuocere il rancio, bruciando gambe

dorate di tavolini o di sedie ed avanzi di ricche mobiglie fatte a

pezzi. Così, mentre l’amministrazione militare colpiva le principali

famiglie con enormi tasse di guerra, i soldati ne occupavano e ne

devastavano gli appartamenti.

Più presto che si potè fuggimmo da questo triste spettacolo, e si andò

in Valtellina io, mia madre e mio fratello Enrico.

I paesi della campagna offrivano in quei giorni uno spettacolo non

meno triste e disgustoso. Soldati in attitudine nemica dappertutto, e

dappertutto prepotenze militari. Di solito un generale o un colonnello

erano nelle provincie i comandanti supremi delle città; un maggiore

lo era in una borgata, un capitano o anche un ufficiale subalterno in

un piccolo paese. Accanto a queste autorità militari sussistevano di

nome le autorità civili, ma i militari erano tutto; essi disponevano

non solo d’ogni cosa pubblica, ma della vita stessa dei cittadini.

Ritornati in un paese che dicevano proprio, lo trattavano come un paese

di recente conquista e su cui fossero di passaggio in piena guerra.

Vi applicavano le leggi marziali, con un rigore inutile e feroce; ed

ogni giorno arrivavano le lugubri notizie di infelici inesorabilmente

fucilati perchè trovati in possesso anche solo d’un’arma rotta o dei

frammenti d’un’arma. E ciò per rappacificare gli animi: che sapienza

di governo! Si sarebbe detto che ciascuno di quei soldati avesse una

vendetta da compiere; la vendetta per essere stati cacciati nel marzo.

Quei soldati poi, meno gli uffiziali, erano per lo più irritati, pieni

di sospetti e di spavento. Erano irritati perchè appartenenti in gran

numero alle ultime riserve, avevano dovuto lasciare mogli e figli nei

loro paesi; erano sospettosi, e sempre in allarme, avendo passate le

Alpi con la fantasia accesa da leggende di tradimenti, di pugnali, di

briganti, e di mille cose spaventevoli che avrebbero trovato in Italia.

Anche nelle campagne, e nei più piccoli paesi, bisognava dunque

vivere ritirati e circondarsi di molte precauzioni. Queste però talora

non bastavano. Un giorno a Tirano, per dirne una, un certo Ricetti,

studente in medicina, se ne stava fumando alla finestra: passano dei

soldati: uno di questi dice che il Ricetti aveva sputato su loro, e

lo denuncia al maggiore, il quale lo fa arrestare, e senza verificare

il fatto, gli fa dare venticinque bastonate nel cortile del Municipio,

obbligando le autorità municipali ad assistere.

Il Ricetti era zoppo e sciancato. Il medico del paese, dottor Andres, e

il capo del comune avevano invano protestato e supplicato: anzi in pena

di ciò il maggiore li obbligò ad assistere al triste spettacolo.

I soldati che occupavano la Valtellina erano tutti croati, e

appartenevano ai paesi chiamati allora i _confini militari_. Era una

gente alta, bruna, e di costumi primitivi e barbara. In casa mia ne

erano stati alloggiati parecchi, potevo quindi facilmente osservare le

loro abitudini, e di tanto in tanto sapevo anche quel che pensassero,

e quale fosse l’ordine delle loro idee. Per quanto barbari e incolti,

essi, per quella nota attitudine degli slavi a imparare le lingue,

dopo poche settimane di soggiorno in un paese, imparavano quel tanto di

linguaggio che bastava loro per farsi capire. Alle volte mi divertivo a

farne parlare qualcuno: in loro c’era sempre un non so che di ingenuo,

di buono e di feroce a un tempo che facevano strano contrasto.

— «_Ti bona taliana_» mi dicevano se regalavo loro qualche cosa; ma

poi, benchè non mi illudessi sui loro sentimenti, si affrettavano di

soggiungere: «_ma mi mettere anche baionetta in panza a tutta briganta

taliana rivoluzionaria._»

Erano tenuti con una disciplina severa; ma ad onta di questa rubavano

a man salva, soprattutto i frutti di campagna, e quando i cittadini

li sorprendevano: _Paga Pio IX!_ rispondevano. Pare che su ciò la

disciplina severa chiudesse un occhio. Li vedevo alle volte fare il

rancio in mezzo alla corte: piantavano in fila le caldaie, poi ci

mettevano a bollire in una specie di grasso puzzolentissimo, insieme

al loro rancio ordinario, tutto quello che ciascuno aveva rubato in

quel giorno, e cioè fagioli, cavoli, patate, panocchie di grano turco,

e persino de’ grappoli d’uva. Tra le cose che rubavano, con una certa

predilezione, c’erano le candele di sego, e anche queste finivano

nelle pignatte: a meno che non se ne servissero per un’altra loro

strana usanza. La quale consisteva nella spalmare di sego delle bende,

che attortigliavano intorno alle gambe, infilandole poi in quei loro

pantaloni stretti, che tenevano, senza levarli, giorno e notte per

delle settimane, e anche per dei mesi. Spalmavano di sego anche il

corpo, coprendolo con corpetti attillati: e dicevano che ciò faceva

molto bene alla salute, e che li preservava dagli insetti. Crediamolo

pure; ma questo bel preservativo li faceva anche puzzare come ognuno

può immaginarsi, talchè quando lasciavano un alloggio ci rimaneva un

tanfo che durava persino degli anni.

Quei soldati non nascondevano il malcontento d’essere stati condotti

in Italia, e lo sfogavano contro noi. Essi erano soldati per tutta la

vita, ma di solito oltre una certa età non venivano mandati fuori di

paese. Questa volta l’Austria aveva dovuto ricorrere alle sue ultime

riserve, e li aveva mobilitati tutti, per cui non era raro il caso di

vedere nella stessa compagnia il figlio, il padre e il nonno.

Questi poveri diavoli, in qualche momento di nostalgia, mi dicevano,

che in certi loro villaggi non c’erano rimasti che le donne, i

fanciulli, e gli animali domestici; anzi uno di questi soldati

confinari mi raccontò che nel congedarsi dalla moglie le aveva detto:

_Mi ti lasciare tre porci, cinque pegore, sette galline, due piccoli

figli; se mi tornato trovare quattro porci, sei pegore, otto galline

dico brava moglie, ma se trovo tre figli mandar via con legnate moglie

e figli_.

Tra gli uffiziali austriaci si vedevano di frequente persone educate,

appartenenti a famiglie buone e distinte; ma tra gli uffiziali croati

non ne vidi mai. Si capiva, dalle loro abitudini, ch’eran persone della

campagna, di poca levatura e di pochissima educazione. Al pari dei loro

soldati sfogavano volontieri la loro rabbia contro gli italiani ch’eran

la causa per cui erano stati condotti fuori del paese; e al pari

dei loro soldati avevano spesso la mente piena di vaghi terrori. Si

trovavano in quei paesi che nella loro fantasia rappresentavano tutta

una leggenda, ed erano sempre in attesa di avvenimenti misteriosi che

le menti rozze accolgono tanto facilmente.

Un giorno uno di questi uffiziali, messo d’alloggio in casa nostra, ma

col quale non avevo mai scambiato nè una parola nè un saluto, venne

improvvisamente a cercarmi; poi con una strana espressione, e in un

gergo che non era molto diverso di quello dei suoi soldati, mi fece a

bruciapelo questa domanda:

«Se succedesse una rivoluzione, voi mi ammazzereste in casa vostra?»

Si noti ch’io era un giovine e lui un uomo grande e grosso. Poi

soggiunse subito: «Voi non mi potete ammazzare perchè io sono vostro

ospite!»

«Ospite no» risposi dopo averlo guardato con quella sorpresa che si può

immaginare. «Voi siete qui conquistatore, non ospite».

«Sono in casa vostra, dunque ospite, ospite» continuava l’altro.

«Bisogna ch’io vi veda senza uniforme per chiamarvi ospite» replicai.

L’altro mi guardò fisso, poi se ne andò, meditando forse, sotto questo

nuovo punto di vista, il problema dell’ospitalità. E si continuò come

prima, incontrandoci qualche volta, senza guardarci e senza salutarci.

Il comandante militare e civile di Tirano era un maggiore che

chiamavasi Krall, talora feroce e talora bonario, come i suoi soldati.

Era buono soprattutto quando aveva bevuto molto, circostanza questa che

per fortuna si verificava assai di frequente. I suoi sudditi tiranesi,

che se n’erano accorti, quando avevano bisogno di placarlo o d’ottenere

qualche cosa sapevano come fare. Più volte le bottiglie dei buoni vini

valtellinesi ottennero grazie e favori, e salvarono anche la vita a

qualcuno. «Io sono imperatore di Tirano,» aveva esclamato una volta

essendo brillo; «e mia moglie intanto conduce i porci al pascolo!»

A mantenere i sospetti e gli allarmi dei soldati in Valtellina aveva

contribuito quel piano d’insurrezione del Comitato di Lugano, che tutti

conoscevano, e ch’era finito coi brevi fatti di Val di Intelvi e di

Chiavenna. Ma questi erano bastati perchè la Valtellina fosse tutta

fortemente occupata con truppe lungo i suoi confini con la Svizzera.

La Valtellina aveva presa una larga parte all’insurrezione del 48,

col dare numerosi contingenti di volontari e di disertori dalle

file austriache ai vari corpi franchi lombardi. Con gli avanzi di

questi corpi, s’era formato in Piemonte un battaglione di bersaglieri

valtellinesi sotto il comando del maggiore Enrico Guicciardi di Ponte.

Altri patriotti militavano come ufficiali in questi o in altri corpi

piemontesi; tra i quali Luigi Torelli di Tirano, che vedemmo nelle

Cinque Giornate piantar la bandiera tricolore sul Duomo, e che allora

era maggiore di Stato Maggiore nella brigata Solaroli.

Gli altri nostri amici, che s’erano riparati a Poschiavo, o in altri

paesi del Canton Grigione, erano ancora assenti.

Emilio, dopo il colloquio avuto con Guicciardi, e dopo essersi convinto

che il movimento per l’insurrezione in Valtellina, non esisteva che

nella fantasia del Comitato di Lugano, partì per la Toscana ove pareva

che si preparassero dei serî avvenimenti, per prendervi parte; e anche

per fare l’università, a tempo perso, come i giovani d’allora, tra una

rivoluzione e l’altra.

Intanto io m’occupavo ad almanaccare sugli avvenimenti, con quel

criterio che potevo avere alla mia età, e a quei tempi in cui tutti ne

avevano poco. L’insurrezione ungherese continuava; Venezia resisteva

ancora. Si preparavano molti rivoluzionari in tutta Italia, e in

questi si sperava molto. Si sperava anche in un ministero democratico

a Torino, che avrebbe obbligato Carlo Alberto a rompere l’armistizio

Salasco e a ritornare sui campi di Lombardia.

C’eran dunque argomenti in abbondanza per alimentare le illusioni nelle

teste, a cui solo la dura esperienza di dieci anni doveva dare poi una

più giusta visione delle cose.

Il tempo passava lento e monotono; io escivo raramente di casa e, per

occupare le giornate, e le serate eterne, mi proposi di intraprendere

due studî per me nuovissimi, la lingua tedesca e la musica. L’imparare

il tedesco non era, e non fu sino al 1859, una cosa lecita al

patriottismo puritano d’allora, e tutt’al più si studiava di nascosto

quando ce ne fosse la necessità. Mi parve di trovarmi nelle condizioni

volute, e mi rivolsi all’unico professore di tedesco che fosse in

Tirano, capitatoci da poco. Era un engadinese, un vecchio maestro

elementare, il quale mi insegnò i principii di non so quale lingua

che fece ridere molto il primo vero professore di tedesco che ebbi più

tardi.

L’arduo compito di darmi le prime lezioni di pianoforte l’ebbe

l’organista del paese. Quel bravuomo ci mise la migliore volontà;

e veramente ce ne misi un po’ anch’io; ma, dopo quattro mesi di

lezioni indefesse, mi convinsi che in me l’inettitudine ad imparare il

pianoforte era pari al piacere che mi dava la musica. In questi casi

deplorevoli non bisogna ostinarsi.

Io e mio fratello Enrico dovevamo pur continuare i nostri studii,

perciò sul finire del dicembre nostra madre decise che si ritornasse

a Milano. Le Università e i Licei erano chiusi, e gli studenti era

soltanto permesso di seguire i corsi privatamente, riunendosi in

piccoli gruppi, che non oltrepassassero il numero di dieci. Io dovevo

fare il primo anno di Liceo, ed Enrico la terza classe di Ginnasio.

Questi corsi incominciarono per tutti solo col principio dell’anno, e

proseguirono alla meglio, o alla peggio, con professori e con scolari

che in quei momenti avevano la testa a tutt’altro che agli studi.

Che triste invernata fu quella! Chi appena aveva potuto era rimasto

all’estero o in campagna; la città era spopolata, e per le strade

squallide, deserte, non si vedevano che pattuglie, o torme di

soldati. Lo stato d’assedio era duro e inflessibile; quasi ogni giorno

comparivano sui muri della città degli affissi del Governo militare,

chiamati _Notificazioni_, che intimavano qualche nuova sentenza dei

consigli di guerra.

A rialzare un po’ gli animi venivano tratto tratto dal Piemonte

delle parole di speranza, la speranza che si riaccendesse la guerra;

e giungevano le notizie degli avvenimenti della Toscana e di Roma.

Veramente quegli avvenimenti non erano che dei moti convulsi di triste

augurio, ma la speranza ce li raffigurava in quel momento come il

principio d’una nuova risurrezione.

Mio fratello Emilio che si trovava in mezzo a quegli avvenimenti, ora

a Pisa, ora a Firenze, ce ne mandava di tanto in tanto le notizie;

notizie ch’eran l’eco, s’intende, di quelle illusioni di cui si viveva

in quei giorni. Persuaso che la guerra per la rivincita fosse vicina,

egli s’era arrolato in un battaglione di studenti.

Ricordi di gioventù · 第 29 / 105 题