_Sommario:_ Ritorno a Milano. — Aspetto della città. — Ripartiamo
subito per la Valtellina. — I paesi governati militarmente. —
Una condanna a Tirano. — I soldati croati, le loro usanze, i loro
discorsi. — Gli alloggi militari. — Il maggiore Krall, comandante
di Tirano. — Mazzini e la spedizione di Val d’Intelvi e di
Chiavenna subito soffocate. — A Tirano studio, con poco successo,
il tedesco e la musica. — Alla fine dell’anno ritorniamo a Milano
per riprendere gli studi. — Aspetto sempre tristissimo di Milano. —
Le notizie sui movimenti rivoluzionari che continuavano nell’Italia
centrale.
Prima di recarci in Valtellina dovemmo anche noi passare da Milano,
fermandoci alcuni giorni. Ci andammo da Arona con un legno, e si
viaggiò di notte: al confine fummo ricevuti da un Commissario di
Polizia, che dopo alcune interrogazioni ci lasciò passare, e si arrivò
di buon mattino in città entrandovi dalla porta Sempione.
Che stretta al cuore nell’attraversare la piazza d’armi! Quante volte
c’ero stato su quella piazza, nei mesi prima, a vedervi i soldati
piemontesi, i volontari, o la guardia nazionale, con l’animo sereno e
con la sicurezza che Milano, e forse tutta Italia, erano liberi ormai
per sempre! E ora ci bivaccavano, o manovravano, i soldati austriaci
tranquillamente, e da padroni.
I primi soldati che vidi furon quelli vestiti di color marrone, coi
calzoni turchini stretti alle gambe, i croati. Proprio quei croati!
che pel nostro sangue latino rappresentavano i barbari; su cui si era
formata una leggenda di ferocia selvaggia, e ch’eran stati l’argomento
del nostro disprezzo e delle nostre caricature più popolari! Ora i
croati padroni colmavano la misura del nostro dolore e della nostra
umiliazione!
Chiusi gli occhi, e me li sentii bagnati di lacrime. Ma in quel momento
mi sentii anche rimescolare il sangue: il mio animo giovanile, ispirato
fino allora a un patriottismo sereno, pieno di speranze e di illusioni,
sentì tutto il dolore della patria perduta; e ne ebbi uno schianto,
pieno di amarezza, e di proposito d’odio e di vendetta. Fu quel
sentimento che ispirò e dominò gli animi della gioventù d’allora per
dieci anni.
A Milano non ci fermammo che pochi giorni. Che squallore! Non
riconoscevo più la città festosa, tutta movimento e entusiasmi, di
poche settimane prima. Le strade erano spopolate e deserte; non vi
si vedevano che frotte di uffiziali, e pochi cittadini che se ne
andavano frettolosi, quasi vergognosi di trovarcisi. Le piazze invece
e i luoghi pubblici eran gremiti di soldati, che ci stavano come in
un accampamento; lungo i bastioni era accampata l’artiglieria, e nei
giardini pubblici bivaccava un reggimento d’usseri. La maggior parte
dei palazzi e delle case delle principali famiglie cittadine erano
state destinati a caserma e ad ospedali militari. Era cosa ben triste;
ed era frequente il vedere sulle porte e sotto i portici di quei
palazzi i militari che facevano cuocere il rancio, bruciando gambe
dorate di tavolini o di sedie ed avanzi di ricche mobiglie fatte a
pezzi. Così, mentre l’amministrazione militare colpiva le principali
famiglie con enormi tasse di guerra, i soldati ne occupavano e ne
devastavano gli appartamenti.
Più presto che si potè fuggimmo da questo triste spettacolo, e si andò
in Valtellina io, mia madre e mio fratello Enrico.
I paesi della campagna offrivano in quei giorni uno spettacolo non
meno triste e disgustoso. Soldati in attitudine nemica dappertutto, e
dappertutto prepotenze militari. Di solito un generale o un colonnello
erano nelle provincie i comandanti supremi delle città; un maggiore
lo era in una borgata, un capitano o anche un ufficiale subalterno in
un piccolo paese. Accanto a queste autorità militari sussistevano di
nome le autorità civili, ma i militari erano tutto; essi disponevano
non solo d’ogni cosa pubblica, ma della vita stessa dei cittadini.
Ritornati in un paese che dicevano proprio, lo trattavano come un paese
di recente conquista e su cui fossero di passaggio in piena guerra.
Vi applicavano le leggi marziali, con un rigore inutile e feroce; ed
ogni giorno arrivavano le lugubri notizie di infelici inesorabilmente
fucilati perchè trovati in possesso anche solo d’un’arma rotta o dei
frammenti d’un’arma. E ciò per rappacificare gli animi: che sapienza
di governo! Si sarebbe detto che ciascuno di quei soldati avesse una
vendetta da compiere; la vendetta per essere stati cacciati nel marzo.
Quei soldati poi, meno gli uffiziali, erano per lo più irritati, pieni
di sospetti e di spavento. Erano irritati perchè appartenenti in gran
numero alle ultime riserve, avevano dovuto lasciare mogli e figli nei
loro paesi; erano sospettosi, e sempre in allarme, avendo passate le
Alpi con la fantasia accesa da leggende di tradimenti, di pugnali, di
briganti, e di mille cose spaventevoli che avrebbero trovato in Italia.
Anche nelle campagne, e nei più piccoli paesi, bisognava dunque
vivere ritirati e circondarsi di molte precauzioni. Queste però talora
non bastavano. Un giorno a Tirano, per dirne una, un certo Ricetti,
studente in medicina, se ne stava fumando alla finestra: passano dei
soldati: uno di questi dice che il Ricetti aveva sputato su loro, e
lo denuncia al maggiore, il quale lo fa arrestare, e senza verificare
il fatto, gli fa dare venticinque bastonate nel cortile del Municipio,
obbligando le autorità municipali ad assistere.
Il Ricetti era zoppo e sciancato. Il medico del paese, dottor Andres, e
il capo del comune avevano invano protestato e supplicato: anzi in pena
di ciò il maggiore li obbligò ad assistere al triste spettacolo.
I soldati che occupavano la Valtellina erano tutti croati, e
appartenevano ai paesi chiamati allora i _confini militari_. Era una
gente alta, bruna, e di costumi primitivi e barbara. In casa mia ne
erano stati alloggiati parecchi, potevo quindi facilmente osservare le
loro abitudini, e di tanto in tanto sapevo anche quel che pensassero,
e quale fosse l’ordine delle loro idee. Per quanto barbari e incolti,
essi, per quella nota attitudine degli slavi a imparare le lingue,
dopo poche settimane di soggiorno in un paese, imparavano quel tanto di
linguaggio che bastava loro per farsi capire. Alle volte mi divertivo a
farne parlare qualcuno: in loro c’era sempre un non so che di ingenuo,
di buono e di feroce a un tempo che facevano strano contrasto.
— «_Ti bona taliana_» mi dicevano se regalavo loro qualche cosa; ma
poi, benchè non mi illudessi sui loro sentimenti, si affrettavano di
soggiungere: «_ma mi mettere anche baionetta in panza a tutta briganta
taliana rivoluzionaria._»
Erano tenuti con una disciplina severa; ma ad onta di questa rubavano
a man salva, soprattutto i frutti di campagna, e quando i cittadini
li sorprendevano: _Paga Pio IX!_ rispondevano. Pare che su ciò la
disciplina severa chiudesse un occhio. Li vedevo alle volte fare il
rancio in mezzo alla corte: piantavano in fila le caldaie, poi ci
mettevano a bollire in una specie di grasso puzzolentissimo, insieme
al loro rancio ordinario, tutto quello che ciascuno aveva rubato in
quel giorno, e cioè fagioli, cavoli, patate, panocchie di grano turco,
e persino de’ grappoli d’uva. Tra le cose che rubavano, con una certa
predilezione, c’erano le candele di sego, e anche queste finivano
nelle pignatte: a meno che non se ne servissero per un’altra loro
strana usanza. La quale consisteva nella spalmare di sego delle bende,
che attortigliavano intorno alle gambe, infilandole poi in quei loro
pantaloni stretti, che tenevano, senza levarli, giorno e notte per
delle settimane, e anche per dei mesi. Spalmavano di sego anche il
corpo, coprendolo con corpetti attillati: e dicevano che ciò faceva
molto bene alla salute, e che li preservava dagli insetti. Crediamolo
pure; ma questo bel preservativo li faceva anche puzzare come ognuno
può immaginarsi, talchè quando lasciavano un alloggio ci rimaneva un
tanfo che durava persino degli anni.
Quei soldati non nascondevano il malcontento d’essere stati condotti
in Italia, e lo sfogavano contro noi. Essi erano soldati per tutta la
vita, ma di solito oltre una certa età non venivano mandati fuori di
paese. Questa volta l’Austria aveva dovuto ricorrere alle sue ultime
riserve, e li aveva mobilitati tutti, per cui non era raro il caso di
vedere nella stessa compagnia il figlio, il padre e il nonno.
Questi poveri diavoli, in qualche momento di nostalgia, mi dicevano,
che in certi loro villaggi non c’erano rimasti che le donne, i
fanciulli, e gli animali domestici; anzi uno di questi soldati
confinari mi raccontò che nel congedarsi dalla moglie le aveva detto:
_Mi ti lasciare tre porci, cinque pegore, sette galline, due piccoli
figli; se mi tornato trovare quattro porci, sei pegore, otto galline
dico brava moglie, ma se trovo tre figli mandar via con legnate moglie
e figli_.
Tra gli uffiziali austriaci si vedevano di frequente persone educate,
appartenenti a famiglie buone e distinte; ma tra gli uffiziali croati
non ne vidi mai. Si capiva, dalle loro abitudini, ch’eran persone della
campagna, di poca levatura e di pochissima educazione. Al pari dei loro
soldati sfogavano volontieri la loro rabbia contro gli italiani ch’eran
la causa per cui erano stati condotti fuori del paese; e al pari
dei loro soldati avevano spesso la mente piena di vaghi terrori. Si
trovavano in quei paesi che nella loro fantasia rappresentavano tutta
una leggenda, ed erano sempre in attesa di avvenimenti misteriosi che
le menti rozze accolgono tanto facilmente.
Un giorno uno di questi uffiziali, messo d’alloggio in casa nostra, ma
col quale non avevo mai scambiato nè una parola nè un saluto, venne
improvvisamente a cercarmi; poi con una strana espressione, e in un
gergo che non era molto diverso di quello dei suoi soldati, mi fece a
bruciapelo questa domanda:
«Se succedesse una rivoluzione, voi mi ammazzereste in casa vostra?»
Si noti ch’io era un giovine e lui un uomo grande e grosso. Poi
soggiunse subito: «Voi non mi potete ammazzare perchè io sono vostro
ospite!»
«Ospite no» risposi dopo averlo guardato con quella sorpresa che si può
immaginare. «Voi siete qui conquistatore, non ospite».
«Sono in casa vostra, dunque ospite, ospite» continuava l’altro.
«Bisogna ch’io vi veda senza uniforme per chiamarvi ospite» replicai.
L’altro mi guardò fisso, poi se ne andò, meditando forse, sotto questo
nuovo punto di vista, il problema dell’ospitalità. E si continuò come
prima, incontrandoci qualche volta, senza guardarci e senza salutarci.
Il comandante militare e civile di Tirano era un maggiore che
chiamavasi Krall, talora feroce e talora bonario, come i suoi soldati.
Era buono soprattutto quando aveva bevuto molto, circostanza questa che
per fortuna si verificava assai di frequente. I suoi sudditi tiranesi,
che se n’erano accorti, quando avevano bisogno di placarlo o d’ottenere
qualche cosa sapevano come fare. Più volte le bottiglie dei buoni vini
valtellinesi ottennero grazie e favori, e salvarono anche la vita a
qualcuno. «Io sono imperatore di Tirano,» aveva esclamato una volta
essendo brillo; «e mia moglie intanto conduce i porci al pascolo!»
A mantenere i sospetti e gli allarmi dei soldati in Valtellina aveva
contribuito quel piano d’insurrezione del Comitato di Lugano, che tutti
conoscevano, e ch’era finito coi brevi fatti di Val di Intelvi e di
Chiavenna. Ma questi erano bastati perchè la Valtellina fosse tutta
fortemente occupata con truppe lungo i suoi confini con la Svizzera.
La Valtellina aveva presa una larga parte all’insurrezione del 48,
col dare numerosi contingenti di volontari e di disertori dalle
file austriache ai vari corpi franchi lombardi. Con gli avanzi di
questi corpi, s’era formato in Piemonte un battaglione di bersaglieri
valtellinesi sotto il comando del maggiore Enrico Guicciardi di Ponte.
Altri patriotti militavano come ufficiali in questi o in altri corpi
piemontesi; tra i quali Luigi Torelli di Tirano, che vedemmo nelle
Cinque Giornate piantar la bandiera tricolore sul Duomo, e che allora
era maggiore di Stato Maggiore nella brigata Solaroli.
Gli altri nostri amici, che s’erano riparati a Poschiavo, o in altri
paesi del Canton Grigione, erano ancora assenti.
Emilio, dopo il colloquio avuto con Guicciardi, e dopo essersi convinto
che il movimento per l’insurrezione in Valtellina, non esisteva che
nella fantasia del Comitato di Lugano, partì per la Toscana ove pareva
che si preparassero dei serî avvenimenti, per prendervi parte; e anche
per fare l’università, a tempo perso, come i giovani d’allora, tra una
rivoluzione e l’altra.
Intanto io m’occupavo ad almanaccare sugli avvenimenti, con quel
criterio che potevo avere alla mia età, e a quei tempi in cui tutti ne
avevano poco. L’insurrezione ungherese continuava; Venezia resisteva
ancora. Si preparavano molti rivoluzionari in tutta Italia, e in
questi si sperava molto. Si sperava anche in un ministero democratico
a Torino, che avrebbe obbligato Carlo Alberto a rompere l’armistizio
Salasco e a ritornare sui campi di Lombardia.
C’eran dunque argomenti in abbondanza per alimentare le illusioni nelle
teste, a cui solo la dura esperienza di dieci anni doveva dare poi una
più giusta visione delle cose.
Il tempo passava lento e monotono; io escivo raramente di casa e, per
occupare le giornate, e le serate eterne, mi proposi di intraprendere
due studî per me nuovissimi, la lingua tedesca e la musica. L’imparare
il tedesco non era, e non fu sino al 1859, una cosa lecita al
patriottismo puritano d’allora, e tutt’al più si studiava di nascosto
quando ce ne fosse la necessità. Mi parve di trovarmi nelle condizioni
volute, e mi rivolsi all’unico professore di tedesco che fosse in
Tirano, capitatoci da poco. Era un engadinese, un vecchio maestro
elementare, il quale mi insegnò i principii di non so quale lingua
che fece ridere molto il primo vero professore di tedesco che ebbi più
tardi.
L’arduo compito di darmi le prime lezioni di pianoforte l’ebbe
l’organista del paese. Quel bravuomo ci mise la migliore volontà;
e veramente ce ne misi un po’ anch’io; ma, dopo quattro mesi di
lezioni indefesse, mi convinsi che in me l’inettitudine ad imparare il
pianoforte era pari al piacere che mi dava la musica. In questi casi
deplorevoli non bisogna ostinarsi.
Io e mio fratello Enrico dovevamo pur continuare i nostri studii,
perciò sul finire del dicembre nostra madre decise che si ritornasse
a Milano. Le Università e i Licei erano chiusi, e gli studenti era
soltanto permesso di seguire i corsi privatamente, riunendosi in
piccoli gruppi, che non oltrepassassero il numero di dieci. Io dovevo
fare il primo anno di Liceo, ed Enrico la terza classe di Ginnasio.
Questi corsi incominciarono per tutti solo col principio dell’anno, e
proseguirono alla meglio, o alla peggio, con professori e con scolari
che in quei momenti avevano la testa a tutt’altro che agli studi.
Che triste invernata fu quella! Chi appena aveva potuto era rimasto
all’estero o in campagna; la città era spopolata, e per le strade
squallide, deserte, non si vedevano che pattuglie, o torme di
soldati. Lo stato d’assedio era duro e inflessibile; quasi ogni giorno
comparivano sui muri della città degli affissi del Governo militare,
chiamati _Notificazioni_, che intimavano qualche nuova sentenza dei
consigli di guerra.
A rialzare un po’ gli animi venivano tratto tratto dal Piemonte
delle parole di speranza, la speranza che si riaccendesse la guerra;
e giungevano le notizie degli avvenimenti della Toscana e di Roma.
Veramente quegli avvenimenti non erano che dei moti convulsi di triste
augurio, ma la speranza ce li raffigurava in quel momento come il
principio d’una nuova risurrezione.
Mio fratello Emilio che si trovava in mezzo a quegli avvenimenti, ora
a Pisa, ora a Firenze, ce ne mandava di tanto in tanto le notizie;
notizie ch’eran l’eco, s’intende, di quelle illusioni di cui si viveva
in quei giorni. Persuaso che la guerra per la rivincita fosse vicina,
egli s’era arrolato in un battaglione di studenti.